Ci ha lasciato così, in punta di piedi, con la sobrietà e la riservatezza di sempre. Rick Davies, fondatore, tastierista, cantante, nonché anima creativa dei Supertramp assieme a Roger Hodgson, si è spento il 5 settembre nella sua casa di Long Island (New York), a 81 anni. Combatteva da tempo contro un mieloma multiplo che gli era stato diagnosticato nel 2015. Davies era sposato dal 1977 con Sue Davies, sua compagna di vita e, dal 1984, manager della band.
Nato a Swindon, in Inghilterra, il 22 luglio 1944, musicista precoce – prima come batterista, poi come pianista, con uno stile influenzato da jazz e blues - dopo alcune esperienze con varie formazioni, tra cui i Rick's Blues (con Gilbert O'Sullivan alla batteria) e The Joint, Davies nel 1969 decise di fondare un nuovo gruppo grazie al sostegno finanziario del mecenate olandese Stanley August Miesegaes. Fu proprio rispondendo a un suo annuncio che si presentò Roger Hodgson: dalla collaborazione tra i due nacquero i Supertramp. La contrapposizione tra la voce baritonale e aspra di Davies e il falsetto etereo e trasognato di Hodgson divenne il marchio di fabbrica della band, capace di fondere rock progressivo e sensibilità pop con un suono unico e immediatamente riconoscibile. Ma al di là dei loro intrecci vocali e della doppia firma sui brani, Davies e Hodgson misero in luce due differenti approcci musicali: il primo, patito di rock e blues americano, prediligeva atmosfere rugginose e partiture più ostiche, il secondo, di formazione folk-pop, cesellava i ritornelli più brillanti e le ballate più melodiche. Fatte le debite proporzioni, fu quasi una riedizione del dualismo Lennon-McCartney.
Dopo dischi formidabili ma ancora distanti dalle luci della ribalta, come “Crisis? What Crisis?” e "Crime Of The Century", i Supertramp esplosero con "Breakfast In America" (1979), capolavoro pop-rock che a oggi ha venduto 18 milioni di copie. Poi, però, qualcosa si spezzò nella candida armonia naif del gruppo. E quando Hodgson lasciò la compagnia nel 1983, dopo l'uscita di "...Famous Last Words...", il compito di portare avanti la saga dei “vagabondi” ricadde sulle spalle del solo Davies, che ne mantenne il nome e la guida artistica tra dispute legali e contrasti prolungatisi fino a poco prima della sua morte. Sotto la sua direzione i Supertramp pubblicarono altri quattro album, l'ultimo dei quali "Slow Motion" (2002), e continuarono a esibirsi fino al 2022.
Ma è nel periodo d’oro degli anni 70 che i Supertramp hanno davvero lasciato il segno. E il pianoforte elettrico Wurlitzer di Rick Davies divenne uno dei simboli sonori del decennio, contribuendo a creare un ponte tra il rock colto e la musica popolare. In questa playlist in sua memoria abbiamo raccolto quelle che, a nostro parere, sono le dieci canzoni migliori che portano la sua firma. Una piccola testimonianza di un grande talento, troppo spesso sottovalutato anche per via del suo approccio schivo e riservato, lontano dagli eccessi del rock. Ve la proponiamo qui sotto, a seguire i commenti brano per brano.
10. Cannonball (da “Brother Where You Bound”, 1985)
La fine del dualismo Davies-Hodgson suggellata in questo singolo apripista del primo album senza più il cantante dal falsetto d’oro. Pur avendo un gusto anni 80, il pezzo scorre su un groove bluesy e jazzato che consente a Davies di distendersi alle tastiere e lasciare spazio anche al sax di Helliwell. Ci fu anche chi pensò che Davies stesse cantando di Hodgson, con versi come "I'm washing my hands on you/ how could you be so untrue?". Lui invece sostenne in seguito che il vero bersaglio fosse un promoter che lo aveva tradito.
9. Bloody Well Right (da “Crime Of The Century”, 1974)
Lato B del singolo "Dreamer", si ritagliò il suo spazio nelle radio Fm grazie alla prolungata intro di piano sapore jazzata di Davies, che introduce gli struggenti fraseggi di chitarra elettrica di Hodgson e un arrangiamento in bilico tra hard-rock e music hall, griffato da un assolo di sax memorabile di Helliwell. Il testo, nel solco della leggendaria "School", approfondisce come le disuguaglianze del sistema educativo britannico descritte in quella canzone si riflettano sull’intera società.
8. Just Another Nervous Wreck (da “Breakfast In America”, 1979)
Benché oscurata dai successi di quel greatest hits di nome “Breakfast In America”, è una vera chicca melodica, che si apre sui tipici fraseggi di piano alla Supertramp mentre Davies incalza con versi come "give a damn" e "fight, while you can", in un crescendo dal fervore quasi gospel. La conferma che lo stato di grazia raggiunto dai Supertramp nel loro bestseller si rifletteva anche nei brani cosiddetti “minori”.
7. Another Man's Woman (da “Crisis? What Crisis?”, 1975)
Un’altra partitura intrisa di blues, dotata di un gran tiro, all’interno di uno dei lavori più suggestivi e sottovalutati dei Supertramp. L’interpretazione levigata di Davies nasconde le malizie della storia narrata nel testo, che nel ritornello fa riferimento a "your cannonball comin’", un decennio prima che "Cannonball" arrivasse davvero.
6. Ain't Nobody But Me (da “Crisis? What Crisis?”, 1975)
Un’altra storia tormentata tra luci e ombre, interpretata da Davies, novello “Doctor Jekyll and Mister Hyde” con piglio teatrale e disperato in una sorta di pièce da musical. Con il celebre verso “Ain't no fish in the sea/ Gonna sigh for you". Altro che crisi...
5. Rudy (da “Crime of the Century” (1974)
Uno dei gioielli dell’album che è a tutti gli effetti il numero 2 della discografia dei Supertramp. Una toccante meditazione sulla solitudine riscaldata dal piano luminoso e dalla voce sporca di Davies, ma anche da un chitarrismo quasi hard-rock (l'esperimento sarà ripetuto in "Asylum", sempre su “Crime Of The Century”). La proponiamo nella struggente versione live dello storico concerto di “Paris”, caratterizzata da una tensione cinematografica amplificata dalla resa live.
4. From Now On (da “Even In The Quietest Moments”, 1977)
Altra prodezza da un altro disco sottovalutato dei Supertramp come “Even In The Quietest Moments”. Una ballata sontuosa, calata in atmosfere da fumoso night-club, che si prolunga per quasi sei minuti e mezzo, suggellata da una delle migliori interpretazioni vocali di Davies. Un crooning palpitante e intriso di desiderio che conduce a un call-and-response impreziosito dall’assolo di sax sinuoso di Helliwell.
3. My Kind Of Lady (da “...Famous Last Words...”, 1982)
La più sottovalutata, dal disco più sottovalutato. “...Famous Last Words...” paga il fatto di arrivare dopo un capolavoro come “Breakfast In America” e già dalla copertina pare una profezia di sventura: una mano sta per tagliare la corda di un acrobata; quasi un'ammissione che il magico equilibrio del gruppo sta per essere spezzato. Già durante le session della Colazione americana erano emersi i primi dissapori tra Davies e Hodgson. E il nuovo disco non riesce a mascherare una tensione interna ormai latente. Resta però una manciata di brani di classe, a partire da questo lentone da mattonella stile anni 50, con tanto di coretti e assolo sax finale. Una struggente love-song in cui Davies dichiara "You know I'll love you all the way/ When times get hard, we'll smile and sing" su un classico arrangiamento doo-wop che mette in mostra anche il suo falsetto. Nel videoclip i Supertramp si mostrano già come un quartetto, con Hodgson assente a causa della sua imminente uscita dal gruppo.
2. Goodbye Stranger (da “Breakfast In America”, 1979)
Uno dei brani più leggendari dei Supetramp, tra i classici dell'Lp più amato. Un passaggio sublime e avvolgente, indelebile apice romantico di basso, voce falsetto, batteria... Ancora meglio è come si preordina l'attesa a quello zenith assoluto: brevi e minacciosi riff hard di chitarra, note di tastiera diafana e poi la cullante, straziante alcova strumentale piano-acustica. Il modo in cui il piano predispone il ritornello è qualcosa di emotivamente rapinante. E quando la tastiera rinnova l'ardore e in quel perfetto fuggevole celeste fischiettio, accade qualcosa di eccezionale, vanamente inseguito in altre migliaia di raccolte di canzoni. Luogo di accattivante languore e di cinismo assieme, dopo l'amore, afflizione e rammarico. Tenerezza e passione viscerale come non mai, esulano dal testo in senso stretto e planano via a pelo d'acqua. Quanto brivido di seduzione anche nella carnevalesca fantasia della coda, a divagare in una lucida follia, l'eccitazione comunicata nell'assolo di chitarra di Hodgson, un fluido magico. (Fabio Russo)
1. Crime Of The Century" (da “Crime of the Century”, 1974)
La maestosa title track dell’album più sperimentale e audace dei Supertramp, con un bel riff di piano a far da prologo ai diversi pannelli sonori, prima del gran finale sinfonico con tripudio di tastiere e assolo di sax al fulmicotone. "Who are these men of lust, greed and glory?/ Rip off the masks and let's see", canta Davies, in un brano che conserva una inquietante attualità anche oggi. È anche il possibile anello di congiunzione dei Supertramp con il progressive rock britannico, con la sua struttura composita, la sua messa in scena drammatica e i suoi arrangiamenti da Broadway, che culminano in un lungo finale strumentale. Un capolavoro che onora al meglio la memoria di un grande musicista di nome Richard Davies.