È difficile non approcciarsi a un nuovo album di Steven Wilson con grandi aspettative e un filo di diffidenza. Nella sua carriera da solista ha abituato il suo pubblico, che nel frattempo si è esteso non solo ai fan dei Porcupine Tree, a lavori molto diversi l’uno dall’altro, nell’accezione di progressive come lui lo intende, cioè una musica in grado di innovarsi continuamente, in contrapposizione al prog vecchio stile degli anni 70 a cui tanto deve.
Questi presupposti sono utili da tenere a mente per accogliere la nuova fatica discografica dell’artista londinese, “Requiem For A Village” (in uscita il 6 novembre), presentata in anteprima per un listening party il 5 ottobre a Roma nella sala cinema del Soho House. Una location che per sua natura, un hotel a quattro stelle nella zona universitaria de La Sapienza, ha visto passare nel suo androne due tipi di figure agli antipodi: gli ospiti della struttura, la cui ricchezza si percepiva dagli abiti e dal tenore delle conversazioni su nuove Ferrari appena acquistate, e i fan accaniti di Wilson, la maggior parte fornita di dischi da far firmare al loro beniamino. Per esserci hanno dovuto acquistare il vinile del nuovo album a circa 45 euro, ma l’avrebbero fatto comunque.
La sala proiezioni, dotata di un impianto Dolby Atmos che rispetta l’attenzione di Wilson per la qualità del suono, si trova all’ottavo piano e può essere raggiunta facendo la fila a tre ascensori o salendo le scale, opzione scelta dai temerari che hanno pensato di guadagnare tempo per accaparrarsi i posti migliori. Non ce n’era comunque bisogno, dato che si tratta di uno spazio da 42 posti, con comode sedute e poggiapiedi.
Entrando, già si comprende che il tenore dell’atmosfera è cambiato: nulla a che vedere con la proiezione di “The Overview“, il precedente album, al Cinema Barberini. Qui si tratta di un contesto più intimo, stranamente in linea con le tematiche e le sonorità del nuovo album. E infatti sui divani, gli ascoltatori hanno trovato due souvenir provenienti dal prototipo del villaggio al centro dell’opera: un sottobicchiere di una presunta bevanda locale e una cartolina.
Questa sensazione è stata confermata dallo stesso Steven Wilson, entrato da una porta situata in alto salutando con un cordiale “hello, hello, hello” i presenti mentre scendeva le scale per posizionarsi davanti allo schermo. Il leader dei Porcupine Tree ha parlato infatti di un album “completamente diverso dal precedente” ma soprattutto di “cinema per le orecchie”, motivo per cui ha chiesto di procedere all’ascolto nel buio più totale. Una scelta azzeccata perché sembrava di chiudere gli occhi tenendoli aperti mentre ci si sentiva catapultati nel villaggio con la mente e l’immaginazione.
Ma veniamo all’album. La percezione che forse in molti hanno avuto ascoltando i due singoli già pubblicati, il brano omonimo e il sesto della tracklist “On Chapel Slope“, era che il primo fosse uno dei pezzi centrali e il secondo un brano di passaggio che avesse più senso se ascoltato all’interno della storia. Ed è in effetti un viaggio che se iniziato è difficile interrompere. Si alternano canzoni più virtuose e prog, come appunto l’omonima, con autentici viaggi sonori ed emotivi nella meravigliosa “Now Departing” o nella cavalcata di “Murmuration”. L’impressione è quella di ritrovare lo Steven Wilson di “Grace For Drowning“, con la malinconia e la cupezza di “The Raven That Refused To Sing” e i riff metal dell’ultimo album dei Porcupine Tree prima della definitiva svolta solista, “The Incident“.
Wilson, al suo nono album da solista, si è cimentato praticamente con tutte le sue influenze: dal prog più classico tendente al jazz di “Grace For Drowning” e “The Raven That Refused to Sing”, passando per il concept-album “Hand.Cannot.Erase.” e il flirt con il pop in “To The Bone” e “The Future Bites“, fino a quest’ultima rock opera, elemento enfatizzato dai testi di raccordo tra alcuni capitoli letti dall’attore David Tennant. “Requiem For A Village”, diventa anche la consacrazione dell’anima più cantautoriale di Wilson, seppure non sia rimasto praticamente nulla della svolta elettro-pop segnata da “The Future Bites” o delle atmosfere space-rock di “The Harmony Codex” e “The Overview”.
Da “To The Bone” in poi, “Requiem For A Village” è forse l’unico lavoro che piace già al primo ascolto e che dà la sensazione che possa piacere sempre di più ascoltandolo, rigorosamente per intero, più volte. Sarà stata la sua presenza, sarà stato il buio totale – rovinato per qualche secondo da occasionali boomer che aprivano la cover a libretto dei loro cellulari con la luminosità dello schermo al massimo – o l’atmosfera intima e riservata, ma è difficile che questo giudizio possa cambiare. Un album che sancisce anche la probabile definitiva entrata nella formazione del chitarrista Randy McStine, già in tour con i Porcupine Tree e considerato da Wilson uno dei più attenti alla qualità del suono, e Russell Holzman, figlio del tastierista Adam, protagonista di un lavoro egregio alla batteria, mai eccessiva e totalmente al servizio delle melodie eteree di questo viaggio concettuale.
Quando si conclude un album di questo tipo si verifica esattamente quello che Wilson ha preannunciato durante la lettura dal suo cellulare di un testo già preparato: si ha la sensazione di far parte del villaggio e, come rimarca “On Chapel Slope”, una volta entrati non se ne può più uscire. Si fa parte della comunità e poi, una volta morti, del paesaggio di quella stessa comunità. Eppure, da questa sensazione amara, dall’inquietudine che domina dall’inizio alla fine si avverte anche un senso di speranza, caratteristica comune a tutti i migliori lavori di Wilson.
I Porcupine Tree mancano e forse mancheranno sempre. Gavin Harrison ha annunciato in un’intervista che quel capitolo non è ancora finito; Steven Wilson ha parlato di almeno due o tre anni prima della pubblicazione di un nuovo album, che potrebbe essere preceduta da un nuovo capitolo degli Storm Corrosion, il side project con il leader degli Opeth Mikael Åkerfeldt. Staremo a vedere. Nel frattempo, album come questi rendono l’attesa molto più piacevole.
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