Nel 1967, mentre i Pink Floyd erano sul punto di pubblicare il loro esordio, il nome di Syd Barrett circolava già come una delle figure più eccentriche e promettenti della scena londinese. Con due singoli come “Arnold Layne” e “See Emily Play” che avevano già messo piede in classifica. In quello stesso periodo, il settimanale musicale Melody Maker gli affidò una rubrica di recensioni di singoli appena usciti: un incarico che il Crazy Diamond interpretò a modo suo, risultando spesso imprevedibile, tra ironia, sarcasmo e intuizioni fulminanti.
Tra i brani commentati all'epoca da Barrett, ve ne fu anche uno composto da un giovane David Bowie, ancora lontano dalla consacrazione. Il pezzo in questione era “Love You Till Tuesday”, incluso nel suo debutto omonimo del 1967: un brano pop leggero e teatrale che non riuscì a lasciare traccia nelle classifiche britanniche. Barrett lo liquidò con un misto di divertimento e distacco. Lo definì sostanzialmente un divertissement: “Gli scherzi sono una cosa positiva. Piacciono a tutti. Anche ai Pink Floyd piacciono gli scherzi. È un brano molto informale. Se la ascolti una seconda volta, potrebbe sembrare ancora più comico”. La recensione proseguiva così: “Credo che alla gente piacerà la parte in cui si parla di lunedì quando in realtà era martedì. Molto vivace, ma non direi che mi abbia fatto battere il piede...”.
Non aveva tutti i torti, il buon Syd. Il Bowie dell'album d'esordio omonimo, pubblicato dalla etichetta Deram nel giugno del 1967, era un cantautore talentuoso ma ancora acerbo, distante da due quasi-coetanei colleghi londinesi come Cat Stevens e Al Stewart, al debutto in quel periodo. Era “all over the place”, come lo definì il tecnico del suono Gus Dudgeon: cercava di attingere un po’ ovunque senza riuscire a mettere a punto uno stile unitario e riconoscibile, con una recitazione un po' clownesca, vicina allo stile dell'attore Anthony Newley. Anche il resto delle recensioni realizzate da Syd all'epoca confermava questo approccio vagamente sardonico e imprevedibile. Barrett poteva apprezzare un singolo postumo di Jim Reeves definendolo “fuori di testa” ma comunque piacevole, salvo poi stroncare senza esitazioni altri artisti: dai Blues Magoos, liquidati con scarso entusiasmo, fino a un brano di Tom Jones, che secondo lui avrebbe funzionato meglio ascoltato al contrario per eccesso di enfasi. Ancora più netto il rifiuto per “Nothing Today” di Barry Fantoni, giudicato semplicemente “negativo”.
Ma malgrado quel giudizio non troppo lusinghiero ad opera di Barrett, Bowie avrebbe sviluppato negli anni un’autentica ammirazione per il primo leader dei Pink Floyd. Rivelò infatti più volte quanto la scrittura di Barrett lo avesse colpito, sottolineandone il carattere visionario e quell’aria sfuggente, quasi infantile, che associava a una qualità “alla Peter Pan”. L’influenza non rimase teorica. Bowie reinterpretò “See Emily Play” nel 1973 e, molti anni dopo, condivise il palco con David Gilmour per eseguire “Arnold Layne”, entrambe composizioni firmate da Barrett. Dopo la morte di quest’ultimo nel 2006, Bowie lo definì una figura determinante per la propria formazione artistica, uno degli autori più originali della sua generazione, capace di ridefinire il linguaggio del pop britannico: "Era così carismatico, un autore di canzoni sorprendentemente originale. Inoltre, insieme a Anthony Newley, è stato il primo che abbia sentito cantare pop o rock con un accento britannico. Il suo impatto sul mio modo di pensare è stato enorme. Uno dei miei più grandi rimpianti è non averlo mai conosciuto. Un vero diamante".