Vasco Rossi ed Enzo Jannacci: due mondi apparentemente molto distanti, ma che in realtà hanno trovato più di un punto di contatto. In particolare, il cantautore di Zocca non ha mai nascosto il suo debito nei confronti del geniale artista milanese, scomparso il 29 marzo 2013. "Ho scoperto Jannacci quando avevo 16 anni – ha ricordato in una intervista - Le sue canzoni in milanese mi conquistarono subito. Erano divertenti e originali. Dipingevano personaggi disperati e sfortunati. Gli ultimi, non i primi. Gli antieroi, le persone comuni (l'Armando, Vincenzina...). La sua ironia amara, la sua satira sottile, sferzante, acuta e irresistibile lo portò in seguito a scrivere alcuni tra i più grandi capolavori della canzone italiana. 'Vengo anch'io', 'Quelli che', 'Se me lo dicevi prima' sono solo i primi che mi vengono in mente". Un'ammirazione che inevitabilmente ha avuto riflessi nella scrittura dell'autore emiliano: “Per la critica o eri cantautore o eri pop – spiegherà ancora Vasco Rossi - Per questo pensavo a un rock popolare, anche se ero cresciuto con i cantautori. ‘Siamo solo noi’ non l’avrei scritta senza ‘Quelli che’ di Enzo Jannacci, che era un testo aperto, potevi cambiarlo ogni sera. Era troppo avanti, nuovo e anche perfetto in tutto, io l'ho amato dentro”. Se a prima vista, le diversità tra i due sembrano evidenti – nel lessico, nello stile e nello stesso background musicale – un terreno comune può essere rinvenuto nella visione degli “ultimi”, antieroi, personaggi fragili e spesso ai margini, che affollano il canzoniere di Jannacci e che Vasco traduce in un linguaggio più diretto e in linea con la sua generazione.
I due ebbero anche modo di incontrarsi. Accadde nel 1983 nel varietà televisivo "Gransimpatico", condotto da Jannacci su Rai2. Vasco Rossi aveva appena stregato la platea di Sanremo con "Vita spericolata" – a dispetto del piazzamento in classifica - mentre Enzo Jannacci era già un venerato maestro della canzone italiana. Il duetto tra i due - con Jannacci al pianoforte e Vasco in playback senza neanche un microfono davanti - non sarà tra i più riusciti di sempre, ma resterà memorabile per la sua rilevanza simbolica e storica. Rinsaldando il legame segreto che univa il giovane rocker emiliano, che stava esplodendo in quei giorni grazie all'album “Bollicine”, al suo maestro milanese. Jannacci sarebbe tornato a cantare “Vita spericolata” nel 1998, quindici anni dopo quel duetto. Stavolta da solo, a Sanremo Top, l’anno del ritorno alla kermesse con “Quando un musicista ride”.
Vasco Rossi, dal canto suo, ricorderà di aver conservato come una reliquia, fedelmente incorniciata nel suo studio, questa lettera colma di stima e affetto ricevuta da Jannacci: "Caro Vasco, faccia a faccia ci siamo visti solo un paio di volte, in particolare ricordo a una mia trasmissione televisiva... Ricordo anche che non stavi molto bene, ma ti ringraziai subito per aver cantato con me Vita spericolata. Naturalmente come ti vidi qualche anno prima al Festival di Sanremo, quando non facesti nessuna impressione perché eri schivo e si vedeva che volevi scappare via, ma io dissi subito: "Questo qui è un genio, destinato ad andare molto lontano", perché da ogni parte del tuo sguardo sprizzavi verità. Ora, io ho poche cose, ma avendo un grosso naso ho un gran fiuto per quello che, in tre parole e un'occhiata, sprigiona verità. E infatti ho avuto ragione. Qualcuno ha detto, chissà quando, che la verità sta in fondo a un pozzo. Questo qui sbagliava, perché la verità sta in fondo all'anima, e milioni di ragazzi lo capirono e continuano a capirlo. Vasco, un grazie sentito da un anziano cantautore, che hai cercato di aiutare e a cui hai dato la vera spinta per continuare. Tuo, Enzo Jannacci".
A distanza di anni dalla scomparsa di Enzo Jannacci, la sua immensa eredità continua a essere riletta anche attraverso nuovi progetti. Tra questi, il docu-film firmato da Giorgio Verdelli, realizzato con la collaborazione del figlio Paolo Jannacci, che raccoglie testimonianze di artisti della scena italiana, incluso lo stesso Vasco. Un ulteriore tassello per ricostruire il peso culturale di una figura che ha inciso in profondità, spesso in modo sotterraneo, su più generazioni di musicisti.