08/11/2003

El Guapo

Covo, Bologna


di Matteo Lavagna
El Guapo

Gli El Guapo chiamano e Bologna e dintorni rispondono alla grande. Arrivo presto al Covo per non affrontare code estenuanti e per bermi qualcosa in santa pace; è la prima volta che vengo dopo la temporanea chiusura dello scorso anno e nulla è cambiato: i volti sono sempre gli stessi, vengono sempre proiettate sulle pareti immagini tipicamente rock’n’roll, la birra costa sempre troppo…
Poco dopo il mio arrivo cominciano la loro esibizione i Three in one gentleman suit, giovane trio dedito a un post rock che molto deve ai primi Karate (soprattutto per quanto riguarda le linee vocali), quelli dallo spirito più indie; le composizioni giocano con i soliti schemi "post": arpeggio soffuso nella strofa, lento crescendo e esplosione distorta nel ritornello (se così vogliamo chiamarlo…). Un gruppo dalle discrete potenzialità tecniche e con una buona verve su palco, ma un goccio di originalità in più non guasterebbe.

Poco prima della fine della loro esibizione, mi reco al banchetto dove i tre "guapi" vendono magliette e dischi; faccio due chiacchiere con il batterista-bassista-cantante e scopro un personaggio dalla parlata lenta e un poco sconnessa, gentile nel farmi provare una t-shirt del gruppo (poi puntualmente acquistata). Poco dopo mi saluta e si precipita sul palco e, voilà, i "guapi", che fino a pochi minuti prima erano davanti ai miei occhi, lasciano il posto e tre presenze tarantolate e magnetiche: il batterista è il più assatanato dei tre e balla, si dimena, si lega attorno al collo il cavo del microfono, mentre gli altri due, concentratissimi, fanno il loro sporco lavoro alle tastiere, creando un vortice di basse frequenze che smuovono letteralmente e vanno a formare, assieme alla batteria elettronica pulsante, un tappeto sonoro potente e ficcante.

I primi 30 minuti di esibizione sono a dir poco eccezionali: le composizioni si susseguono quasi senza pause, con picchi quali "Ocean and sky", "My bird sings", "Glass house", "Underground", "Pick it up" e "Justin destroyer".
Il pubblico, troppo per il piccolo covo, si lascia conquistare facilmente dai beat frenetici, canta i brani-tormentone e ripaga i tre goffi personaggi sul palco con un trasporto davvero straordinario.
L’esibizione, a dire il vero non troppo dilatata, si infiamma con la perla "Just don’t know", con putiferio di mani in aria e ressa di giovani ragazze a dare il meglio nell’insano ballo che la musica degli El Guapo ispira.

Geniali come pochi altri attualmente, i tre ragazzi di Washington D.C. hanno fatto muovere a dovere il posteriore dei presenti, divertendo, spiazzando e, infine, entusiasmando. Ora non resta che aspettare i Black Eyes…

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