Per la nona edizione Jazz Is Dead! decide di rinnovare il proprio format, lavorando ancora di più sull’esperienza di fruizione della musica dal vivo inserendola in un contesto ameno, vicino alla città ma nel verde, e uscendo dagli spazi industriali di venue torinesi quali OGR, Lingotto e Bunker – quest’ultima sede di JID negli ultimi anni. Il festival si è spostato infatti a Cascina Falchera e a El Barrio – a nord della città, dove arrivano sia l’autostrada sia i mezzi pubblici – tra boschi e prati che ospitavano i due palchi, uno più raccolto e intimo, l’altro aperto e visibile da ogni estremità del campo. Per tre giorni di programmazione mattutina, pomeridiana e notturna, che ha previsto non solo concerti ma anche talk, è stato possibile mangiare, bere, sdraiarsi, chiacchierare, ballare e campeggiare, creando le condizioni migliori per un’esperienza d’ascolto godibile e prolungata. JID ha cercato infatti, ancora una volta, di andare oltre l’evento o la rassegna musicale. Ha rappresentato un luogo d’incontro e confronto e ha offerto un’atmosfera calda e familiare scandita dalla molteplicità di proposte di grande varietà e qualità, che spaziavano dal Gamelan al metal, passando per le classiche direttive del festival, quindi elettronica, jazz, psichedelia, noise e avanguardia. JID si è così configurato come vero e proprio progetto culturale e politico, riportando al centro la musica come esperienza sociale condivisa, come campo di ritrovo e di risveglio dei corpi a partire dall’ascolto, e offrendo una risposta concreta alle dinamiche dell’attuale ecosistema della musica dal vivo in Italia, sempre più costoso, esclusivo ed escludente: il biglietto giornaliero costava infatti 15 euro – ridotti a 10 per chi non poteva permettersi il prezzo intero, senza alcuna richiesta di motivazione – mentre l’abbonamento alle tre giornate era fissato a 40 euro. Per portare avanti questa agenda ambiziosa di ampio respiro, JID, festival prodotto da Arci Torino e Magazzino sul Po con la direzione artistica e comunicazione di TUM Torino, ha collaborato con partner quali Torino Jazz Festival, Green Days e Almare e ha avuto il sostegno di istituzioni quali Ministero della Cultura, Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione per la Cultura Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT.

Il programma del festival era ricco e diversificato, con la capacità di alternare musica di ricerca da vari generi con Djset e performance soliste. All’interno di questa proposta, mi hanno colpito particolarmente alcuni set, a partire dalla costruzione del flusso sonoro del venerdì, la giornata dedicata soprattutto all’elettronica e alle sue sperimentazioni. Nel tardo pomeriggio vicino alle fronde del boschetto hanno suonato Marta Salogni e Stefano Pilia intrecciando un dialogo sonoro tra macchine, la chitarra effettata di Pilia e le sue trasformazioni su nastro magnetico a opera di Salogni espanse dal field recording. Un live estatico, in cui le riflessioni colte avviate dal chitarrista genovese con “Spiralis Aurea” (Die Schachtel, 2022) hanno dialogato in maniera emozionante con la tradizione elettronica della tape music portata avanti dalla producer bresciana. Il crepuscolo ci ha portat3 sul palco più grande dove si sono susseguite altre quattro modalità diverse di intendere la composizione elettronica, a partire dall’ammaliante songwriting electro-tropicale di Lucrecia Dalt, tra sperimentazioni sintetiche, bolero e merengue, inquietudini fantascientifiche e seduzioni folkloriche sviluppate in “¡Ay!” (Rvng, 2022) e “A Danger to Ourselves” (Rvng, 2025). A seguire ci sono stati i set di Matmos, veterani della musica d’avanguardia e storici collaboratori di Bjork, e Alessandro Cortini, protagonista della scena elettronica e collaboratore dei Nine Inch Nails: il duo statunitense ha catturato e divertito il pubblico con un’elettronica concreta fatta di oggetti, invenzioni ed esplorazioni sonore ancora così prolifiche, attingendo dall’ottimo “Metallic Life Review” (Thrill Jockey, 2025), e un’aura iconica à-la Gilbert & George; mentre il multistrumentista italiano ha investito il pubblico con un set di elettronica minimale di forte impatto emotivo e sensoriale, in cui passaggi di musica ambient si facevano sentire sulla pelle come se fossero bassi di musica techno attraverso la scelta delle frequenze e l’intensità del suono. I BIG|BRAVE hanno invece offerto un’esperienza di musica astratta e dilatata, anticipando l’uscita di “An Uttering of Antipathy” (Thrill Jockey, 2026), in cui la nuova formazione del gruppo – un trio di chitarre elettriche effettate e senza batteria – radicalizza il drone-metal a cui ci avevano abituat3, spingendolo verso una forma ancora più rarefatta, granitica e sperimentale. L’ultima svolta sonora della serata ha avuto luogo sul palco più raccolto guidata dal carisma di due membri dei Massimo Volume, con il set di elettronica minimale del duo italiano Bono/Burattini alias Francesca Bono e Vittoria Burattini, quest’ultimə batterista della band emiliana, che hanno presentato “Ora sono un lago” (Maple Death, 2026), ed il reading di Emidio Clementi, autore non solo della musica dei Massimo Volume ma anche di numerosi racconti e romanzi – mentre i clubbers si spostavano a El Barrio.

Le altre due giornate del festival seguono altrettanti flussi sonori concepiti ad hoc, immaginati dal direttore artistico, Alessandro Gambo, come Djset. In un sabato che si muove tra psichedelia e black music catturano i tre live principali della giornata, a partire dal collettivo inglese The Heliocentrics, col loro psych-jazz visionario che fa danzare tutto il pubblico presente in ogni angolo di Cascina Falchera. Le energie lisergiche non si disperdono, ma si trasformano nel set elettronico della poetessa e performer Moor Mother, leader dell’ensemble avant-jazz Irreversible Entanglements, con un assalto sonico di spoken-poetry ed electro-noise che conduce al grind-rap di Lord Spikeheart ossia Martin Kanja, voce e fondatore dei Duma – una delle scoperte del festival. La performance si fa totalmente fisica con un assalto sia sonoro sia visivo attraverso il growl e le luci stroboscopiche, che esplora le sonorità più estreme dell’industrial contaminato da punk e metal. Mentre le sonorità più aspre sedimentano ancora nelle orecchie, arrivano a conciliare la serata i Djset di A Guy Called Gerald, figura chiave della stagione acid house, e Xabier Iriondo.

La domenica i sensi si sono risvegliati con sonorità ethno e jazz che hanno progressivamente virato verso il noise e il rock in una giornata ricca di ensemble con varie configurazioni tra Ensemble Nist Nah, Dwarf Of East Agouza, Glacial, The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, Horse Lords e Sanam. Al tramonto gli Horse Lords hanno proposto il loro solido live a base di math-rock con influenze jazz, lasciandosi andare ad aperture guidate dal sax in cui riecheggiavano i Tortoise, all’interno di una griglia ritmico-armonica ricca e robusta di scuola kraut-rock. Hanno chiuso le danze sul palco principale i Sanam, formazione libanese prodotta da Radwan Ghazi Moumneh (Jerusalem in My Heart) e uscita per Constellation, che unisce la tradizione della musica araba e del Mediterraneo al rock sperimentale includendo nell’organico il buzuq così come la chitarra e il synth. Il loro live è stato estremamente affascinante, con una parte iniziale e una finale più intense e una sezione centrale più contemplativa, dove una dinamica più scarna ha lasciato il campo alla voce di Sandy Chamoun.
La tre giorni bucolica di Jazz Is Dead! ha così visto la partecipazione di 8000 persone, un pubblico – come ricordato dal comunicato dell’organizzazione – “folto, sorridente, concentrato, partecipe, educato [che] ha generato una sinergia speciale che senza dubbio ha contagiato tutt3”. Un festival a Km0 che, in una città dove molte iniziative culturali sono state interrotte o piegate alla logica dell’“eventificio”, cioè alla riduzione indistinta di ogni pratica culturale in evento, si propone come progetto artistico e politico radicato nel territorio e, insieme, nel contesto internazionale della musica di ricerca intesa come cultura underground tout-court.

foto di Fabiana Amato