Litfiba

Sherwood Festival, Padova (30/06/2026)


Eppure io a un concerto dei Litfiba non c’ero mai stato. Pare strano, perché pochi gruppi sono stati così importanti nella mia vita di appassionato di musica (anzi, giusto gli Iron Maiden – e, con senno di poi, non saprei nemmeno dire se lo siano stati di più). Nella mia testa ogni singola parola, nota, intercalare, melodia di tutti i loro brani, almeno fino a “Spirito” compreso, sono incise a fuoco. Mi rendo persino conto di quanto hanno significato i testi di Piero Pelù nella formazione dei miei valori e della mia etica – al netto di tutte le ingenuità che ho potuto rilevare crescendo.
Ma a un loro concerto non c’ero mai stato. Da ragazzino non avevo avuto l’occasione e, più avanti, li ho snobbati per ingratitudine, fondamentalmente. In realtà, persino ai tempi di ciofeche come “Infinito” o dopo la reunion dello scorso decennio si è sempre trattato di un gruppo che, sul palco, fa fuoco e fiamme.
Inoltre, ho sempre platealmente sostenuto che il target dei concerti celebrativi siano i rincoglioniti. Ebbene, quando ho saputo del tour per il quarantennale di “17 Re” con Maroccolo e Aiazzi in formazione, sono sceso a patti col fatto di essere rincoglionito a mia volta. Mi ha aiutato il fatto che, avvicinandomi ai 50 anni, considero la coerenza come un fardello che mi impedisce di godere di quegli scampoli di piacere che mi restano. Rincoglionito e felice, in ogni caso, perché martedì sera a Padova, è stata una meraviglia.

Foto Dave

Non ricordo nemmeno da quanto tempo non assistevo a un concerto in cui ho cantato a squarciagola assieme al resto del pubblico la totalità dei brani (forse da quello di Paul di Anno alla festa della birra di Fontigo). Il tutto, accompagnando un Pelù in forma smagliante dietro al microfono e sul palco la solita bestia omnipervasiva – nel senso che non c’è spazio che non riempia, quasi impossibile trovare in Italia un performer al suo livello.
La scaletta, lo potete immaginare, è ricalcata, per tutta la prima parte, sui sedici brani che compongono “17 Re” , più la recente title track (che il brano sia stato composto all’epoca non ci credo minimamente, per quanto sia la cosa migliore uscita a nome Litfiba da oltre un quarto di secolo). “17 Re”, per chi scrive, è il più bello e importante disco di musica italiana di sempre e il gruppo, nonostante l’età, riesce a rendere sul palco quei brani con una foga che non ti aspetteresti da gente che ha passato da un bel po’ la sessantina. La chitarra di Renzulli è pura passione piromane, Aiazzi fa brillare la sua tastiera come probabilmente non faceva dalla fine della “trilogia del potere”, il basso di Maroccolo trasuda iconicità ad ogni nota. Va segnalato anche l’ottimo lavoro di Luca Martelli dietro le “pelli di ciuco”, al posto del compianto Ringo de Palma.

Foto Dave

Tra un brano e l’altro, le spiegazioni (a volte non richieste, ma tant’è… gli si vuole bene lo stesso) di Piero Pelù, a cui tutto si può rinfacciare (una carriera solista oscena, in primis) ma non la mancanza di coerenza.
E, dopo i 17 brani, un encore durato quasi un’ora e con una scaletta da brividi, a partire da “Il vento” (brano che ho sempre trovato insopportabilmente didascalico, eppure martedì ero lì a urlare ogni singola parola), per poi crescere con “Istanbul”, “Santiago”, “La preda”, “Eroe nel vento”, fino all’apoteosi delle conclusive “Tex” e “Cangaceiro” e io davvero non avevo più fiato e liquidi in corpo.
Io ad un concerto dei Litfiba non c’ero mai stato. Avevo perso qualcosa, che adesso ho ritrovato.

Foto Luca Dalla Pria