Litfiba

Politica e antimilitarismo nei testi dei Litfiba

Premessa

Eroi della new wave italiana degli anni 80, poi svoltati negli anni 90 all’hard rock, divenendo la rock band italiana più famosa di sempre, i Litfiba si sono sempre contraddistinti per la peculiarità dei testi di Piero Pelù che – tra alti e bassi inevitabili in qualsiasi carriera – hanno disegnato una personale visione del mondo, rintracciabile fin dagli esordi più lontani in brani perduti nel tempo, mai più recuperati in pubblicazioni ufficiali.

Fin dai primi live e poi ancora nei primi album appaiono chiare le idee politiche di Piero Pelù. In varie interviste Pelù dichiara di aver letto lo scrittore americano John Steinbeck, poeta degli ultimi e degli oppressi, Emilio Salgari, celeberrimo scrittore di romanzi d’avventura connotati da un forte senso anticolonialista, e il poeta surrealista francese Jacques Prévert, che probabilmente lo ha influenzato sia nell’ermetismo di alcuni testi sia nella verve polemica anticonformista. A questi si potrebbe aggiungere la lettura di Erich Maria Remarque, che probabilmente ha influenzato il suo spiccato antimilitarismo.

Contro la guerra

Questa formazione da autodidatta – non accademica – lo avvicina al pensiero anarchico, antimilitarista (“Guerra”, “Ferito”, “Prima guardia”), anticolonialista (“Santiago”, “Woda Woda”) e ai popoli vittime di genocidio (“Tex”, “Sparami”). Questo emerge, con esiti diversi, in gran parte della sua carriera.

La guerra, secondo Pelù, non ha alcun elemento di gloria, coraggio o onore (“Eroi nel vento”), ma è vista solo per quello che è: un affare per una minoranza di ricchi privilegiati (“A Satana”, “Oro nero”).

Soprattutto nei primi anni i testi sono spesso ermetici. Più che dire qualcosa di evidente, evocano idee, lanciano immagini da interpretare come in un sogno. Proprio i testi ambigui di uno dei brani degli esordi, “Luna” (“Sarò un re e un dittatore”), che vorrebbero denunciare l’avidità umana, fanno sì che in alcuni concerti gruppi di skinhead partecipino senza comprendere bene il significato del pensiero della band. Dagli anni 90 in poi i testi diventano molto più diretti e semplificati, perdendo inevitabilmente una parte del loro fascino.

Contro le nazioni

E’ quasi sempre evidente il sostanziale pessimismo di Pelù, critico sulla possibilità che l’umanità possa davvero migliorare il mondo: l’uomo è percepito come un essere avido che cerca solo il potere a discapito del più debole (“La preda”) e lo stesso fanno inevitabilmente le nazioni, che non possono far altro che aumentare all’ennesima potenza il danno che potrebbe fare un singolo uomo (“Luna”, “Vendetta”, “Sulla Terra”, “Cangaçeiro”).

Questo disincanto verso le nazioni e il nazionalismo lo avvicina alle idee della sinistra internazionalista (“No frontiere”), dei rivoluzionari (“Cangaçeiro“) mostrando solidarietà ai popoli costretti a emigrare a causa del colonialismo (“Africa”).

Nei primissimi anni 90 (forse nell’unico momento di sincero ottimismo), Pelù si schiera apertamente con i magistrati di Tangentopoli (“Dimmi il nome”, “Maudit”). Chi ha vissuto quegli anni in prima persona sa quanto quei brani siano suonati attuali nel 1993.

Una storia lunga che, anno dopo anno, ha perso di coerenza, ma che almeno dagli anni 80 sino ai primi anni 90 permette di trovare fili conduttori anche in dischi molto diversi tra loro.

È all’interno di questo groviglio di testi che cercheremo di muoverci per trovare una chiave di lettura condivisibile.

I primi singoli (1980-1984)

Satana (1980)

Il fronte dei cadaveri divora ogni cosa vivente e Satana padrone è a capo del suo carro di teste umane

Sembra il titolo di un disco black metal ante litteram e invece “A Satana” è la prima canzone scritta dalla band, suonata nei concerti del 1980 e del 1981. Esistono solo registrazioni di bassa qualità, ma siamo di fronte a un brano punk molto aggressivo, dominato dalle tastiere di Aiazzi, in cui Pelù introduce testi antimilitaristi. Satana non è altro che chi spinge con ogni mezzo alla guerra, padrone di armate pronte a trasformare l’umanità in “scarafaggi nucleari”.

Luna (1982)

Sarò un Re e un dittatore

Pura new wave italiana, “Luna” è un brano del 1981 decisamente avveniristico per il nostro Paese, poi riproposto in una versione magistrale nel live “12.05.1987 – Aprite i vostri occhi”. I testi di Piero Pelù affrontano il tema dell’avidità umana e del suo desiderio di superare ogni limite possibile a discapito del bene comune. La Luna da conquistare rappresenta quindi un desiderio di dominio che non può che portare alla catastrofe.

Guerra (1982)

Guardo oltre il muro di vetro l’esercito che passa


Scritta nel 1982 e presente nel primo Ep della band fiorentina, poi inserita in una versione differente come ultimo brano di “Desaparecido”, “Guerra” è uno dei primi manifesti pacifisti di Pelù. Non c’è umanità nei soldati: sono “uomini neri” senza volto e senza occhi, introdotti dalle iniziali urla da SS su percussioni marziali e tastiere oppressive. Anche le parole “guardo oltre il muro di vetro” sembrano anticipare l’orrore della guerra vista in TV, che diventa ogni giorno di più la maledizione dei nostri tempi. Una profezia post-punk.

La trilogia del potere (1985-1988)

Desaparecido (1985)


La preda (1983)

Credevi di cacciare ma adesso la preda sei tu

Pubblicata per la prima volta nel 1983 come 45 giri insieme a “Luna” e poi in una versione molto differente in “Desaparecido” (1985), “La preda” è il brano più esplicitamente hard rock della prima vita dei Litfiba, interpretabile in due modi differenti. Se da una parte viene descritta come il conflitto di Piero con il padre che lo disincentivava dal proseguire la sua attività musicale, dall’altra i testi sono chiaramente interpretabili come metafora della vita umana, un continuo conflitto che porta solo violenza e prevaricazione. Chi pensa di essere cacciatore è in realtà anche preda, e viceversa. Un tema caro a Pelù che, come vedremo, è rintracciabile in vari altri brani negli anni a venire.

Eroi nel vento (1985)

Tradire e fuggire è il ricordo che resterà

Prima canzone della pietra miliare “Desaparecido”, è una delle composizioni più celebri dei Litfiba, nonché uno dei manifesti del pensiero antibellico di Pelù. La musica post-punk accompagna il nichilismo dei testi, in cui viene rinnegata ogni forma di retorica dell’eroismo dei soldati, visti solo come vittime di un meccanismo impazzito che li porta al macello. Non c’è gloria né eroismo in guerra, solo noia, dolore e desolazione. Nel 1992 viene pubblicata in “Sogno Ribelle” una versione per voce e chitarra più vicina al sound hard rock dei Litfiba del periodo.


Una pietra miliare new wave. 17 Re (1986)

Ferito (1986)

Grande capo bianco vuole carne da cannone e che sia bello morire insieme

“Ferito”, brano che ha il difficile compito di chiudere un disco fondamentale per la new wave italiana come “17 Re”, con i suoi ritmi marziali, gli effetti di chitarra e il violino di Velemir Dugina, è il brano più prepotentemente antimilitarista della discografia della band fiorentina e quello che meglio esemplifica le idee di Pelù sulla guerra. Stavolta il soggetto è un soldato solo (non più l’esercito di soldati neri senza occhi di “Guerra”), vittima degli ordini di un “grande capo bianco” che lo manda al macello. Una sorta di versione post-punk di “La guerra di Piero”, “Ferito” mette al centro il non senso della guerra che si manifesta agli occhi di chi la subisce solo nel momento finale, cioè quando si rimane a terra feriti a morte, capendo di avere pochi minuti di vita e, in ultimo, di essere stati raggirati e derubati di tutto. Il finale con la parola “Ferito” ripetuta decine di volte è il momento più tragico e commovente scritto da Piero Pelù.


Vendetta (1986)

“Ho conosciuto Dio che giocava con il cielo, dimenticando l’aria, il fuoco ed il giorno

Uno dei testi più metaforici scritti da Pelù, “Vendetta” inizia lanciando immagini che fanno pensare alla creazione (la notte e il giorno, i lampi e il fuoco, l’aria, la sabbia), che fa da cornice alla nascita dell’uomo. Questa riflessione sul rapporto tra uomo e religione immagina un Dio assente, assorto a contemplare le sue meraviglie (“Ho conosciuto Dio che giocava con il cielo dimenticando l’aria, il fuoco ed il giorno”), incurante della caducità della vita umana (“La gente è aria”). All’uomo, abbandonato da Dio, non restano che la violenza e l’egoismo (“Tu sai, io so, centomila altre vendette io vedrò”) come unica arma per raggiungere i propri desideri.

Sulla Terra (1986)

Ogni uomo spera di comandare, vive per questo ed uccide anche per meno

Una delle canzoni più apertamente pessimiste dei Litfiba. Un messaggio universale che comprende ogni epoca umana, in cui l’uomo è perennemente in balia dei suoi istinti, in cerca del dominio e del potere, che appaiono come l’unico vero desiderio degli uomini e dei popoli. Forse solo chi tradisce questo desiderio innato, il Giuda della prima strofa, può rappresentare un’alternativa alla violenza. Per Pelù il potere è marcio e trasforma gli uomini in animali in lotta tra loro. Un ritmo lento e cupo che si perde infine in una lunga fuga new wave da manuale.


Oro nero (1986)

Il sangue serve solo a pulire


Ancora pessimismo e disincanto in “Oro nero”, nuovo testo sul desiderio di dominio dell’uomo, stavolta spinto dal petrolio, nuovo oro che spinge interi popoli a massacrarsi l’un l’altro senza remore. Il soggetto si sposta in Oriente, come in “Istanbul”, terra martoriata proprio per la presenza del petrolio, che diventa motivo di invasione da parte di tutte le potenze mondiali e porta divisione e odio. Gli uomini, descritti come iene, usano il sangue per pulire i propri peccati in un’escalation di violenza che non potrà mai avere una fine.

Come un Dio (1986)

Come Dio vi farei morire di paura promettendo l’inferno o la pietà


Una delle composizioni principali di “17 Re”, poi rivista definitivamente nella versione magnifica di “Pirata” nel 1987, “Come un Dio” è un ulteriore dialogo tra uomo e Dio (come “Vendetta”), una riflessione sull’utilizzo che l’uomo fa della religione. La paura della punizione divina, che incombe su ogni uomo, è uno strumento di dominio presente in ogni epoca. L’utilizzo che viene fatto della religione può essere quindi duplice: da una parte una sana riflessione sulla propria esistenza, dall’altra uno strumento per mantenere immutate le classi sociali e dominare e manipolare le masse di poveri sottomesse. Un brano potente con un finale ironico che diventa un manifesto degli anni 80 italiani.


Il live perfetto. Aprite i vostri occhi (1987)

Vendette/Luna (1987)

È sempre meglio quindi qualcuno pensa per noi, perché è troppo difficile pensare con la propria testa

Questo medley del 1987, tratto dal live “Aprite i vostri occhi”, è probabilmente il punto massimo della carriera dei Litfiba, quello che meglio di altri restituisce il talento della band al momento della sua massima forma possibile, dove la componente musicale e quella teatrale di Pelù convivono insieme magnificamente. Ben diciassette minuti di improvvisazioni, ritmi psichedelici, urla e recitazione, divisi nella prima parte di “Vendette”, tratta da “17 Re”, che recupera il tema della violenza intrinseca dell’animo umano già trattato in “Sulla Terra”. Dopo circa cinque minuti il medley si apre alla lunghissima improvvisazione di “Luna”, totalmente stravolta rispetto al singolo del 1982. Le urla di Pelù sono sciamaniche come mai sono state nella sua carriera: una lunga profezia (“Avete bisogno di un dittatore”) avvolta da un cupo pessimismo che delinea un futuro con preveggenza e lucidità.

Dedicato a Willie Jasper Darden. Litfiba 3 (1988)

Santiago (1988)

Dittatura e religione fanno l’orgia sul balcone

“Litfiba 3” è un album politico sin dalla copertina. Vi appare infatti Willie Jasper Darden, afroamericano giustiziato sulla sedia elettrica in Florida il 15 marzo 1988 nonostante i forti dubbi sulla sua colpevolezza e le innumerevoli proteste internazionali e richieste di grazia da parte di numerose personalità pubbliche. A lui è dedicato il brano “Louisiana”.

“Santiago”, brano di apertura di “Litfiba 3”, è una delle canzoni più politicamente esplicite dei Litfiba. Nessun testo criptico, nessuna possibile interpretazione, solo parole che vanno dritte al punto. La capitale del Cile è la sede di uno degli eventi più vergognosi della storia degli Stati Uniti. Pelù si riferisce al golpe dell’11 settembre 1973, in cui l’allora presidente americano Richard Nixon decise di bombardare il palazzo presidenziale cileno, uccidendo il legittimo presidente Salvador Allende per far posto al feroce dittatore Pinochet. Nonostante il numero incalcolabile di oppositori assassinati, scomparsi, esiliati, arrestati senza processo e torturati (vari report parlano di numeri intorno ai centomila), Papa Giovanni Paolo II va a visitare il Cile nel 1987, incontrando Pinochet e affacciandosi anche al balcone del Palazzo della Moneda insieme al generale dittatore. Da qui la celebre frase di Pelù: “Dittatura e religione fanno l’orgia sul balcone”. La città di Santiago, per la band fiorentina, diventa quindi un simbolo universale sia di repressione, sia del tradimento delle legittime aspirazioni del popolo cileno da parte dei paesi occidentali (prima quello degli Stati Uniti e poi del Vaticano). I ritmi rapidi ed energici evocano caos e confusione, quella di un popolo che non ha più nulla in cui credere.


Tex (1988)

La vostra libertà noi ce l’avevamo già

Una delle canzoni più celebri della discografia dei Litfiba, onnipresente in ogni loro esibizione live, rivista nel 1990 col singolo “Tex 90” (1990), poi presente in una versione leggermente più lunga nella raccolta “Sogno Ribelle” (1992). Il tema del genocidio degli indiani sembra oggi particolarmente attuale, essendoci abituati a sentir parlare continuamente di guerre per la libertà (“La vostra libertà noi ce l’avevamo già”). Un brano che preannuncia pienamente il sound degli anni 90 dei Litfiba, diventato un inno ascoltato, ma non compreso sino in fondo, da generazione in generazione.

Rivoluzione e libertà. Pirata (1989)

Cangaçeiro (1989)

Ti dico per chi sto, tu dillo per chi stai, devi urlarlo al mondo così il mondo lo saprà

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, nella regione del sertão in Brasile, nasce il fenomeno del cangaço, cioè una protesta violenta contro il governo brasiliano dominato dai latifondisti, che costringevano gran parte della popolazione alla fame, imponendo condizioni di lavoro non molto diverse dallo schiavismo, nonostante quest’ultimo fosse stato formalmente abolito. I cangaceiros rappresentarono quindi la speranza di una rivoluzione capace di sovvertire il potere dei coronéis (“colonnelli”). Ovviamente Pelù ci dice: «Se la terra è tonda e se il mare è blu, da che mondo è mondo il forte vince e non sei tu», testimoniando l’impossibilità di cambiare realmente uno stato di cose che appare immutabile. L’importante, per salvare la propria umanità, è stare sempre dalla parte giusta, cioè dalla parte degli ultimi che lottano per risollevarsi (“Ti dico per chi sto, tu dillo per chi stai, devi urlarlo al mondo così il mondo lo saprà”).

Il vento (1989)

Tieni a mente Tienanmen

“Il vento”, pubblicato esclusivamente in formato live in “Pirata”, è uno di quei brani in cui Pelù esamina il tema della libertà. Lo ha fatto altre volte, ad esempio in “Corri”, “Siamo umani”, “Resisti” o “Linea d’ombra”, ma mai in modo così poetico. In un mondo in cui ogni regime limita la libertà individuale in ogni modo, il vento diventa la metafora di qualcosa che non può essere rinchiuso in alcuna gabbia. Per sentirsi davvero liberi bisogna quindi essere come il vento, puri e senza confini (ancora una volta Pelù ripropone, in forma metaforica, la sua opposizione all’idea di Stati dai confini invalicabili). Musicalmente è uno dei momenti più evocativi e poetici dell’intera discografia della band fiorentina, l’ultima perla degli anni 80. Negli anni 90 cambierà tutto: da band di nicchia conosciuta soprattutto in Francia, i Litfiba diventeranno la band rock più famosa d’Italia. E, come sempre accade, il successo di massa ha anche un prezzo da pagare.

La tetralogia degli elementi e la svolta degli anni 90 (1990-1997)

Il fuoco. El Diablo (1990)

Woda Woda (1990)

Ruba, ruba l’uomo bianco, poi se ne è andato via, ma San Pietro nel deserto è la sua malattia

Il 1990, con la pubblicazione di “El Diablo”, è l’anno dell’esplosione dei Litfiba. Improvvisamente tutti conoscono la band: le radio inondano i palinsesti di brani come “El Diablo”, “Gioconda” e “Proibito”. Tra questi, anche “Woda Woda” gode di una certa fortuna. Woda in polacco e voda in russo significano “acqua”, e ancora una volta Pelù affronta il tema del colonialismo occidentale, che depreda i Paesi più poveri di ogni risorsa, persino di quella più essenziale alla vita. L’uomo bianco che sfrutta le ricchezze dell’Africa, per poi andarsene dopo aver saccheggiato tutto, è talmente accecato dal proprio senso di superiorità da non provare alcuna forma di empatia verso i popoli che sottomette. Il messaggio religioso di uguaglianza e fraternità risulta così snaturato da trasformarsi in una vera e propria patologia (“Ma San Pietro nel deserto è la sua malattia”). La religione diventa quindi uno strumento di dominio più che di consolazione o di verità (“Non serve pregare, la pelle fa male”).


La terra. Terremoto (1993)

Dimmi il nome (1993)

Non è la fame ma è l’ignoranza che uccide!


Tangentopoli inizia ufficialmente il 17 febbraio 1992, quando il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro arresta l’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio. A breve distanza seguono la strage di Capaci (23 maggio 1992) e la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), nelle quali muoiono rispettivamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Da quel momento, con un effetto domino inarrestabile, l’Italia vive almeno due anni durante i quali, ogni giorno, tutti i Tg riportano nuovi arresti e nuove indagini su politica, tangenti, mafia e corruzione.

In questo clima di rabbia e di voglia di rinnovamento, i Litfiba si inseriscono con il loro nuovo sound aggressivo, decisamente hard rock, e con testi diretti che vanno dritti al punto, senza lasciare spazio a possibili interpretazioni, come invece era accaduto negli anni 80. Il riff monolitico (quasi metal) di “Dimmi il nome”, che apre “Terremoto”, chiarisce subito il nuovo corso, introducendo un parallelismo tra politica e mafia (“Mezzogiorno di fuoco e sangue tra famiglie onorabili”) e schierandosi apertamente dalla parte di Di Pietro e della Procura di Milano (“Dentro i colpevoli e fuori i nomi”).

Chi ha vissuto quegli anni in prima persona non può non ricordare quanto i Litfiba abbiano rappresentato, per certi versi, una vera e propria colonna sonora di quel periodo di cambiamento, entrando in sintonia ideologica con una larga parte del popolo italiano e contribuendo così all’esplosione della loro notorietà.


Maudit (1993)

Di notte voglio ballare nella televisione, truccarmi da pallone e poi raccontarvi tutto

“Maudit” è la prosecuzione naturale di “Dimmi il nome”, stavolta in un contesto più generale, incentrato sui grandi segreti di Stato che non vengono mai raccontati, se non in film poco o nulla distribuiti, ormai dimenticati, o in libri destinati all’oblio. Dal caso Mattei all’omicidio Moro, da Portella della Ginestra all’omicidio di Salvatore Giuliano, dal caffè al cianuro di Michele Sindona a quello alla stricnina di Gaspare Pisciotta, sino a Licio Gelli e ai “banchieri di Dio”, sono innumerevoli i misteri italiani rimasti irrisolti.

Piero Pelù, a modo suo, si confronta con questo tema attraverso un brano hard rock che funziona bene e che probabilmente ha spinto qualcuno ad approfondire vicende ormai quasi del tutto scomparse dall’attenzione dei media mainstream.

Prima guardia (1993)

Trasforma il tuo fucile in un gesto più civile

Brano antimilitarista costruito sul sound hard rock di “Terremoto” e divenuto uno dei più celebri dei Litfiba, “Prima guardia” ha come soggetto il servizio militare, visto da Pelù come un furto legalizzato di un anno della vita di ogni uomo. La bandiera diventa una gabbia nella quale restano invischiate da sempre generazioni e generazioni (“Uomo col fucile, prigioniero della tua bandiera), confermando l’ostilità ideologica a ogni idea di nazione. “Trecentosessantacinque croci”, canta Piero in questo piccolo inno antimilitarista che si incastra perfettamente nel mosaico di brani che compongono il suo lascito contro la guerra, la quale, in fin dei conti, nasce anche dall’indottrinamento alle armi e al nazionalismo insito nel servizio militare.


Colpo di coda (1994)

Africa (1994)

Africa, Africa in Europa

Pubblicato per la prima volta nel live “Colpo di coda” (1994), “Africa” è uno dei brani più esplicitamente favorevoli all’immigrazione e contrari alle prime avvisaglie di razzismo già presenti nella propaganda politica dell’epoca. Ritmi tribali e chitarre distorte accompagnano un testo che invita a immedesimarsi negli altri per poter convivere senza odio (“Se è buono quel che è buono, e male quel che è male, ognuno ha una ragione per condannare”).

Ancora una volta, le barriere tra le nazioni vengono viste come una limitazione delle libertà individuali da abbattere. Pochi mesi dopo sarà pubblicata una versione in studio, caratterizzata da un testo più elaborato, ma nel complesso meno efficace e immediata rispetto a quella live.

L’aria. Spirito (1995)

No frontiere (1995)

Tra le stelle dell’orsa e del delfino, c’è gente che vive amando ciò che ha e non odiando ciò che non avrà


Il 1995 è l’anno di “Spirito”, un Lp più disimpegnato rispetto al precedente “Terremoto”. Se si escludono i riferimenti a Berlusconi presenti in “Tammuria” (“Se un dittatore dal nuovo balcone spaccia in TV la gioia”), il brano che prosegue in pieno il percorso ideale di Pelù è “No frontiere”, un altro tassello internazionalista e antirazzista della sua discografia.

Il testo è poetico e sognante, la musica lenta ed evocativa: non ci sono più le invettive né le chitarre distorte di “Terremoto”. “No frontiere” è un viaggio mentale nell’infinito, dove è possibile dimenticare le miserie quotidiane e immaginare mondi nei quali l’uguaglianza costituisce il fondamento di ogni forma di convivenza.

L’acqua. Mondi sommersi (1997)

Si può (1997)

Mi impegno fino in fondo per cambiare il mondo che ho, ed è la sola legge che ho

Nel 1997 i Litfiba sono ormai una band molto diversa rispetto a quella degli esordi. In “Mondi sommersi”, un Lp non all’altezza dei precedenti ma pur sempre migliore di ciò che verrà dopo, qualche punto di contatto con il passato si ritrova in piccoli tasselli nei quali Pelù crea legami con testi precedenti. Non c’è più alcuna difficoltà interpretativa: Pelù ha ormai semplificato al massimo il proprio linguaggio, rendendolo comprensibile a tutti. E, considerato che il suo pubblico è ormai talmente vasto da comprendere anche chi non conosce nulla dei dischi degli anni 80, è forse l’unica scelta possibile.

“Si può” è una canzone piuttosto tipica dei Litfiba post “Terremoto”: un brano semplice, adatto a un pubblico mainstream e, tutto sommato, trascurabile, che però va segnalato perché sintetizza in modo efficace il percorso che Pelù ha sempre cercato di seguire, nonostante i molti ostacoli che la vita comporta e gli errori che ciascuno di noi può commettere (“Mi impegno fino in fondo per cambiare il mondo che ho, ed è la sola legge che ho”).

Sparami (1997)

Sparami, sparami, io sarò sempre meno quello che pensi

Il brano migliore di “Mondi sommersi” è senz’altro “Sparami”, chiaramente influenzato dalle sonorità grunge che dominavano gli anni 90. Dedicato ai palestinesi di Gaza, “Sparami” elogia la resistenza di un popolo martoriato che, dopo decenni di aggressioni e soprusi, è ancora lì, in piedi di fronte al proprio oppressore, senza chinare la testa nonostante le infinite sofferenze.

Se con “Guerra” abbiamo parlato di una profezia post-punk, qui si può parlare di una profezia grunge.