Sound and vision. Musica e immagine. Due componenti inscindibili nell’arte di David Bowie. Tra tutti i membri dell’aristocrazia rock, il Duca Bianco è stato il più consapevole del valore delle immagini e il più abile nello sfruttarle, rendendole parte integrante della sua opera. Fin dagli anni Settanta aveva sviluppato una pionieristica attitudine al videoclip che nel decennio successivo, l’era di Mtv, avrebbe maturato appieno, ponendosi all’avanguardia (anche) della luccicante stagione della videomusica. A partire da “D.J.”, uno dei primi brani a essere fornito di un commento visivo davvero elaborato, grazie al regista David Mallet, che cattura Bowie nei panni del protagonista nevrastenico della canzone mentre distrugge la sua apparecchiatura e poi passeggia per Londra, con la gente che lo abbraccia.
Ma a segnare uno spartiacque decisivo è il nuovo singolo con il quale Bowie irrompe prepotentemente negli Eighties. Il concetto di videoclip, così come lo concepiamo oggi, infatti, nasce proprio con i quattro minuti del filmato girato da David Mallet nel 1980 per “Ashes To Ashes”. Come sottolinea Lorenzo Salzano su OndaRock, “il montaggio di immagini surreali, dal sottotesto piuttosto disturbante, il budget considerevole, la sperimentazione di effetti ottici come il chromakey, il fatto stesso che il filmato si basi su uno storyboard progettato minuziosamente dal cantante insieme al regista, fanno di Ashes To Ashes il primo video musicale in grado di andare oltre il semplice compito di promozione di un brano; esso si trasforma di fatto in nuovo medium nel quale è possibile elaborare un linguaggio visivo peculiare, e comunicare qualcosa”. Secondo il biografo David Buckley, si tratterà anche del video più costoso girato all’epoca, costato circa 250.000 sterline.
Mostri interiori
Ma non è solo vision. C’è anche una nuova svolta musicale a contrassegnare il Bowie di “Ashes To Ashes”, singolo di punta del nuovo album con cui inaugura prepotentemente gli 80’s. I mostri di “Scary Monsters (And Super Creeps)” sono soprattutto i demoni interiori con cui l’artista inglese decide di fare i conti, in una sorta di esorcismo controllato: “Quel disco – racconterà – fu una specie di purga. Ero io che sradicavo da dentro di me i sentimenti con i quali mi trovavo a disagio. Bisogna fare i conti con sé stessi, capire perché certe cosa sono accadute. Non si possono semplicemente ignorare o far uscire dalla propria mente, o far finta che non siano successe. È molto importante affrontarle e capirle. Aiuta a riflettere su dove ci si trova attualmente”. Ne scaturisce un disco pienamente calato in quell’era new wave di cui Bowie è stato un indiscusso pioniere.
Bowie si presenta al nuovo appuntamento alleggerito dalle pesanti scorie tossiche del decennio Settanta, grazie alla “cura berlinese“, e fresco di divorzio. L’8 febbraio 1980 viene infatti suggellata la fine del suo matrimonio con Angela Barnett, che gli lascerà in custodia il figlio Zowie, futuro Duncan Jones. Ai Power Station Studios di New York, ad attenderlo ritrova il fido Tony Visconti e la sezione ritmica Alomar/Davis/Murray, mentre alle tastiere si succedono Andy Clark e Roy Bittan. Special guest, ancora una volta sua maestà cremisi Robert Fripp, che suonerà la maggior parte dei solo chitarristici (con qualche sovraincisione a cura del nuovo arrivato Chuck Hammer) e Pete Townshend degli Who, che imbraccia la chitarra ritmica in un brano (“Because You’re Young”). Alcune versioni embrionali dei pezzi erano già state incise in Giamaica, presso lo studio Ocho Rios di Keith Richards. Al Power Station viene di fatto completato solo il brano finale, “It’s No Game (N°2)”, mentre gli altri pezzi vengono lasciati come strumentali, in attesa che Bowie possa scrivere testi e melodie. Ai Good Earth Studios di Londra, in aprile, verrà ultimato il lavoro.
Perfetto anello di congiunzione tra la fase avanguardistica di Bowie e la sua successiva evoluzione pop, “Scary Monsters (And Super Creeps)” sarà salutato come “un ingresso paurosamente emozionante negli anni Ottanta” da Melody Maker e per molto tempo ricordato come “l’ultimo grande disco di Bowie” (almeno fino a “Outside“).

Un equilibrio perfetto
E il brano? Costruito sul refrain accattivante della guitar synth di Chuck Hammer, tra ritmi in levare e archi sintetici, contrappuntati dal potente basso funky e dal cantato stratificato di Bowie, “Ashes To Ashes” è una delle massime prodezze musicali di Bowie, costruita su un equilibrio estremamente raffinato tra scrittura melodica, arrangiamento e ricerca timbrica. Fin dall’introduzione colpisce il tema di pianoforte, profondamente trasformato dagli effetti, che si muove in modo volutamente asimmetrico rispetto alla progressione armonica, creando una costante sensazione di sospensione ritmica. Non è un caso che lo stesso Bowie, nelle esecuzioni dal vivo, abbia talvolta mostrato qualche esitazione nel trovare il punto esatto d’ingresso della strofa.
L’impianto ritmico è dominato dal basso in slap, autentico motore del brano, il cui dialogo con il rullante anticipato e con la chitarra ritmica genera un groove di evidente matrice funk, perfettamente in linea con il celebre verso “funk to funky”. Sotto le strofe, un Fender Rhodes dal sapore rock’n’roll aggiunge profondità all’arrangiamento senza sottrarre centralità all’interpretazione vocale di Bowie.
Il pre-ritornello amplia improvvisamente lo spettro sonoro grazie all’ingresso degli archi, che aprono lo spazio armonico e aumentano la tensione prima della risoluzione melodica. Il finale è invece affidato a un sintetizzatore monofonico, il cui tema viene progressivamente dilatato da un uso calibratissimo del delay fino al lento fade-out conclusivo. È una coda esemplare per misura e sensibilità timbrica, che sintetizza l’eredità della sperimentazione elettronica degli anni Settanta e la proietta nel linguaggio della new wave. Nelle successive versioni dal vivo questo equilibrio è stato raramente conservato: il solo conclusivo è stato spesso rielaborato in chiave più virtuosistica, perdendo quella sobrietà espressiva che costituisce uno degli elementi più distintivi della registrazione originale.
Tra le fonti melodiche di “Ashes To Ashes”, c’è anche “Inchworm”, brano interpretato da Danny Kaye, uno dei primi artisti a influenzare la formazione musicale di Bowie. Composta per il film musicale “Hans Christian Andersen” (1952), la canzone conteneva alcuni dei primi accordi che il giovane David imparò a suonare con la chitarra. Nel 2003 l’artista la definì “straordinaria” e “malinconica”, aggiungendo: “‘Ashes To Ashes’ ne è influenzata. Ha qualcosa di infantile e malinconico, nel senso delle fiabe per bambini”.
Come “Inchworm”, anche “Ashes To Ashes” conclude le strofe con una progressione armonica che passa da Fa a Mi bemolle. Il brano è scritto nella tonalità di La bemolle maggiore, mentre introduzione e finale sono attraversati da improvvise incursioni in Si bemolle minore.
Il testo, invece, è una sorta di riproposizione “narcotica” e allucinata delle (dis)avventure del Major Tom, l’astronauta introdotto in “Space Oddity”, ormai ridotto a un “junkie” alla deriva: “Sappiamo che il Maggiore Tom è un tossico/ Confinato nell’alto dei cieli, raggiunge una depressione senza fine”.
Se nel 1969 Major Tom incarnava lo slancio visionario della conquista dello spazio e l’ottimismo della stagione hippie, nel 1980 diventa il simbolo di una disillusione esistenziale, attraverso cui Bowie riflette sulle ombre del decennio appena trascorso.
L’incipit, con la formula funeraria “ashes to ashes, dust to dust”, assume il valore di un commiato definitivo: Major Tom viene congedato come un personaggio ormai consumato dalle proprie fragilità. La celebre definizione “We know Major Tom’s a junkie” esplicita questa metamorfosi, trasformando l’astronauta in una metafora dell’alienazione, della dipendenza e dell’isolamento.
Il riferimento autobiografico è evidente, ma il testo evita il tono confessionale per assumere una dimensione più universale, in cui il protagonista diventa l’emblema della perdita delle illusioni e della crisi d’identità. Anche la chiusa contribuisce a rafforzare questa lettura. La ripresa deformata di una filastrocca infantile (“My mother said/ To get things done/ You’d better not mess with Major Tom”) introduce un contrasto straniante tra l’innocenza dell’infanzia e la disillusione dell’età adulta, suggellando il definitivo distacco da un passato che non può più essere recuperato.
“Ashes To Ashes”, dunque, non si limita a riportare in scena il personaggio di Major Tom, ma ne sancisce la trasformazione in uno dei simboli più complessi e ambigui dell’intera poetica bowiana.

Pierrot e la processione funebre: il video
Per l’occasione, David Bowie sfodera un nuovo personaggio dal grande impatto visivo: un allucinato Pierrot, realizzato dalla costumista Natasha Korniloff, già nell’entourage di Lindsay Kemp per “Pierrot in Turquoise”. Sarà lui a a campeggiare nel raffinato disegno in copertina dell’Lp, a cura di Edward Bell. E sarà anche il protagonista della celebre processione del videoclip di “Ashes To Ashes”, ambientata su una spiaggia vicino Hastings, in Inghilterra. Quasi un corteo funebre, guidato dal clown, con tre bizzarre figure ecclesiastiche (un sacerdote, due suore) e una ragazza vestita a festa seguiti da un minaccioso escavatore. In onirica sequenza, si alternano le immagini di un astronauta appeso a un mostruoso macchinario in un ambiente stile “Alien” di Ridley Scott, prigioniero in una cucina che esplode, poi in una stanza dalle pareti imbottite, prima di staccare nuovamente sulla spiaggia, dove il Pierrot, già ammonito da un’anziana donna apparsa sul bagnasciuga (la madre di David?), si inabissa in mare e una pira funeraria brucia immagini e contorni. Polvere alla polvere.
Il memorabile videoclip di “Ashes To Ashes” non sarà altro che la visionaria espressione dei complessi rimandi intertestuali e autobiografici del testo. A partire, come detto, dal ritorno del personaggio di Major Tom di Space Oddity su cui Bowie riversa tutti i suoi demoni, dalla dipendenza dalle droghe agli eccessi della carriera da rockstar (“Non ho mai fatto cose buone/ Non ho mai fatto cose cattive/ Non ho mai fatto nulla di punto in bianco”). Quindi, riappaiono anche i riferimenti alla fantasia infantile (nella melodia che riprende alcune nursery rhymes ma anche nella scena sulla spiaggia che ricorda Il Mago di Oz) e le confessioni psicanalitiche (la figura oppressiva della madre, citata anche nel testo, il cordone ombelicale che lega l’astronauta alla navicella). Il carattere disturbante delle immagini è inoltre sottolineato dalla fotografia e dai colori, acidi e antinaturalistici, abrasivi come in pochi altri video degli anni Ottanta. “Il montaggio di immagini surreali, dal sottotesto piuttosto disturbante, il budget considerevole, la sperimentazione di effetti ottici come il chromakey, il fatto stesso che il filmato si basi su uno storyboard progettato minuziosamente dal cantante insieme al regista, fanno di ‘Ashes To Ashes’ il primo video musicale in grado di andare oltre il semplice compito di promozione di un brano; esso si trasforma di fatto in nuovo medium nel quale è possibile elaborare un linguaggio visivo peculiare, e comunicare qualcosa”, sottolinea Lorenzo Salzano nello speciale “Sound and vision“.

Casting neoromantico
Ponendosi all’avanguardia della nuova stagione videomusicale, il Bowie di “Ashes To Ashes” si fa anche pioniere di una nuova sottocultura che sta attecchendo in Gran Bretagna in quei giorni. Una sorta di nuova epopea glamorous che univa figli degeneri del punk, irrimediabilmente corrotti da un gusto decadente e narcisista. Un’estetica capace di sposare musica e moda in un voluttuoso abbraccio. Era la stagione new romantic, che avrebbe mutuato l’ideologia libertaria e anticonformista del glam-rock in una nuova ubriacatura di look sgargianti e provocazioni culturali, sostituendo la spoglia desolazione del punk con un sogno in technicolor. Ecco allora pirati dal trucco stilizzato, chic effeminati, kids agghindati con abiti geometrici e neo-aristocratici dalle capigliature cotonate. A capitanarli, il gallese Steve Strange, agitatore culturale della nightlife londinese e fondatore dei Visage, uno dei gruppi-chiave della nuova scena, assieme a Ultravox, Spandau Ballet, Duran Duran, Culture Club, Adam & The Ants, Human League & C. Per molti di loro, proprio l’apparizione di David Bowie a Top of the Pops con “Starman” nel 1972 aveva rappresentato una sorta di rito iniziatico. E proprio le canzoni berlinesi del Duca Bianco – oltre ai classici di Giorgio Moroder, Kraftwerk, Yellow Magic Orchestra, Roxy Music e delle neonate leve sintetiche inglesi (Human League e The Normal su tutti) – facevano la parte del leone nelle notti sfrenate del Blitz, sparate a tutto volume dalla console saldamente tra le mani del vigoroso dj Rusty Egan.

Incuriosito, Bowie decise di scendere i gradini del seminterrato di Covent Garden per reclutare le comparse del video di “Ashes To Ashes” proprio tra i devoti che davano vita a sfrenati party in suo onore. Un evento messianico, quello del 1° luglio 1980, che i protagonisti di quelle notti racconteranno con intatta emozione nel documentario definitivo di quella stagione, “Blitzed!” di Bruce Ashley, Michael Donald (2020). I quattro fortunati che campeggeranno in abiti eccentrici tra le solarizzazioni del celebre corto sonoro saranno lo stesso Steve Strange, la designer Judith Frankland e due amiche di Strange, la stilista Darla-Jane Gilroy, talento della moda britannica tra gli Ottanta e i Novanta, e la futura modella Elise Brazier, nei panni della ballerina vestita a festa.
In un colpo solo, con il videoclip di “Ashes To Ashes”, Bowie si era messo alla testa di un nuovo modo di concepire musica e immagine, che avrebbe trovato lo sbocco naturale nella stagione di Mtv, e di una nuova declinazione della new wave in chiave new romantic. Grazie proprio a quella storica notte di luglio del 1980, il movimento rinsalderà il suo legame indissolubile con l’arte del Duca Bianco e farà di “Ashes To Ashes” il suo brano-feticcio, il manifesto di una nuova epopea musicale degli “young dudes”.
“Ashes To Ashes” fu pubblicato in quattro edizioni differenti con tre copertine diverse, e le prime 100.000 copie includevano quattro cartoline con immagini di Bowie vestito da Pierrot come nel video. Il singolo segnò il ritorno di Bowie al successo commerciale. Dopo aver debuttato al quarto posto della classifica britannica dei singoli, il brano conquistò la vetta una settimana dopo, scalzando “The Winner Takes It All” degli ABBA, anche grazie alla trasmissione del celebre videoclip durante “Top Of The Pops”. Divenne così il singolo più rapidamente venduto della carriera di Bowie fino a quel momento e il suo secondo numero uno nel Regno Unito, dopo la riedizione del 1975 di “Space Oddity”. Non tutto il decennio Ottanta sarebbe proseguito per lui in modo così ispirato, ma l’inizio fu davvero scoppiettante.
Do you remember a guy that’s been
In such an early song
I’ve heard a rumour from Ground Control
Oh no, don’t say it’s trueThey got a message from the Action Man
“I’m happy. Hope you’re happy, too.
I’ve loved. All I’ve needed: love.
Sordid details following.”The shrieking of nothing is killing me
Just pictures of Jap girls in synthesis
And I ain’t got no money and I ain’t got no hair
But I’m hoping to kick but the planet is glowingAshes to ashes, funk to funky
We know Major Tom’s a junkie
Strung out in heaven’s high
Hitting an all-time lowTime and again I tell myself
I’ll stay clean tonight
But the little green wheels are following me
Oh, no, not againI’m stuck with a valuable friend
“I’m happy. Hope you’re happy, too.”
One flash of light
But no smoking pistolI never done good things
I never done bad things
I never did anything out of the blue,
Want an axe to break the ice
Wanna come down right nowAshes to ashes, funk to funky
We know Major Tom’s a junkie
Strung out in heaven’s high
Hitting an all-time lowMy mama said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”
My mama said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”
My mama said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”
My mama said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”