Alcune vertigini sonore non si accontentano di lambire distrattamente l’apparato uditivo, ed esigono un pedaggio carnale, un tributo di sangue, nervi e memoria che pochissime formazioni nella storia del rock britannico hanno saputo riscuotere con la ferocia romantica dei Chameleons.
Proprio nel crepuscolo del 1986 questa tensione raggiunge il suo parossismo assoluto con la pubblicazione di “Strange Times”, un’opera che non è un semplice album, ma un buco nero emotivo travestito da capolavoro post-punk. Per mappare le coordinate di questa gemma oscura, è imprescindibile calarsi nella Manchester di metà anni Ottanta, un ecosistema industriale plumbeo che aveva già partorito l’epitaffio dei Joy Division e cullava l’indie-pop agrodolce degli Smiths, lasciando tuttavia Mark Burgess e compagni in una terra di mezzo: eterni outsider, troppo complessi per il nascente pop da classifica, troppo muscolari per il gothic rock più decadente e perennemente funestati da una sfortuna endemica che culminerà, di lì a poco, con la tragica e prematura scomparsa del loro manager e mentore Tony Fletcher, evento che segnerà il collasso della band proprio all’apice del suo splendore creativo.

Firmato con l’insospettabile major Geffen, “Strange Times” è il terzo e ultimo tassello della loro trilogia classica (dopo le prodezze del miliare “Script Of The Bridge” e di “What Does Anything Mean? Basically”), un disco che sfida le leggi della gravità discografica rifiutando ogni compromesso commerciale per innalzare, al contrario, un’impalcatura concettuale e sonora di una densità spaventosa, un autentico testamento esistenziale dove il disagio di un’intera generazione viene sezionato al microscopio. Tecnicamente, l’architettura dell’album si fonda su un miracolo di acustica che ha fatto scuola: il dualismo chitarristico tra Dave Fielding e Reg Smithies, i quali destrutturano l’idea stessa di riff per tessere ragnatele di arpeggi interconnessi, inondando i pick-up con ondate di chorus, flanger e delay analogici che si rincorrono in un controcanto perenne, costruendo cattedrali di riverbero su cui la sezione ritmica si abbatte come una tempesta; il drumming di John Lever è tribale, tellurico, una pulsazione vitale e martellante che fa da contrappeso alla liquidità delle chitarre, mentre il basso di Burgess, al contempo, funge da spina dorsale per composizioni che dilatano il suono tradizionale fino a sfiorare la psichedelia oscura. È all’interno di questo monumentale muro del suono che si staglia la vocalità di Mark Burgess, un baritono lacerato, febbricitante, capace di declamare i suoi versi con l’impeto di un predicatore smarrito in una metropoli in rovina, consegnandoci testi che sono autentiche rasoiate di poesia metropolitana.
L’analisi emotiva dell’opera tocca vertigini di insopportabile lucidità in tracce manifesto come “Soul in Isolation”, un incubo claustrofobico in cui le chitarre dipingono geometrie impazzite e Burgess ulula la sua disconnessione dal mondo: “I’m alive in here/ But is there anyone out there?” – che tradotto nella cruda lingua del nostro vissuto risuona come un disperato “Sono vivo qui dentro/ Ma c’è qualcuno là fuori?” – una frase che da sola sintetizza la drammatica frattura tra l’individuo pensante e l’alienazione di una società consumistica e fredda, trasformando l’incomunicabilità in un inno da stadio cantato in una cattedrale vuota.
L’apice assoluto di questa tensione tra estasi e abisso si materializza però nei sette minuti di “Swamp Thing”, capolavoro nel capolavoro, dove un riff di chitarra che risuona come un carillon alieno apre le porte a un crescendo ritmico devastante e inarrestabile, su cui l’autore dipinge un ritratto spietato della disillusione con versi di lancinante bellezza: “And suddenly the storm comes/ Or is it just another shower?/ And the storm breaks/ I thought it would last for hours”, parole che tradotte recitano “E all’improvviso arriva la tempesta/ O è soltanto l’ennesimo acquazzone?/ E la tempesta scoppia/ Pensavo sarebbe durata per ore”. In questo interrogativo c’è tutta la nevrosi del post-punk, la trasposizione poetica di un’attesa apocalittica, di un cambiamento epocale desiderato e temuto che si risolve tragicamente nella mediocrità e nell’inganno di un temporale passeggero, metafora brillante di un decennio plastificato che ha tradito le promesse di ribellione.
“Strange Times” è un mosaico di queste intuizioni folgoranti, un disco intriso di nostalgia per un’innocenza perduta — mirabilmente evocata nelle trame acustiche di “Tears” e “Childhood” — e permeato dalla consapevolezza di dover abitare tempi strani, appunto, dove il crollo delle ideologie lascia l’uomo da solo di fronte allo specchio deformante della propria psiche. Concepito con un rigore musicologico maniacale e vissuto con una sincerità che rasenta il masochismo, questo canto del cigno dei Chameleons sopravvive oggi non solo come un monolite inaggirabile degli anni Ottanta, ma come una scialuppa di salvataggio per tutte quelle anime che, isolate nella tempesta, cercano nella purezza del suono l’unica, vera e possibile catarsi.