A prima vista, Beatles e King Crimson sembrano appartenere a due galassie distanti. Da una parte il gruppo che ha portato la forma-canzone pop a un grado di perfezione e diffusione senza precedenti, dall’altra una formazione nata per scardinarne strutture e convenzioni, facendo convivere rock, jazz, musica colta, improvvisazione e atmosfere visionarie. Eppure, senza la rivoluzione creativa innescata dai Fab Four nella seconda metà degli anni Sessanta, è difficile immaginare che i King Crimson avrebbero potuto trovare lo stesso spazio e la stessa libertà d’azione.
John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr erano partiti dal rock’n’roll americano e dalle melodie immediate del pop, trasformandoli in un linguaggio originale. Con il passare degli anni, però, il gruppo di Liverpool ampliò progressivamente i propri orizzonti: “Rubber Soul” aprì la strada a un folk più sofisticato e introspettivo, “Revolver” introdusse soluzioni sonore e compositive sempre più ardite, mentre “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” rese possibile concepire un album rock come un universo unitario, non come una semplice raccolta di singoli, inaugurando una evoluzione verso un rock sempre più variegato, dalle tinte psichedeliche.
Fu un passaggio decisivo anche per la generazione successiva. I King Crimson, formatisi nel 1968 e provenienti da un retroterra psichedelico, raccolsero quella lezione spingendola in una direzione molto più inquieta e radicale. Nelle loro prime prove compariva anche “Lucy In The Sky With Diamonds”, testimonianza di quanto “Sgt. Pepper’s” avesse colpito Robert Fripp e compagni. Se i Beatles avevano introdotto la sperimentazione sonora all’interno della cultura pop, i King Crimson ne fecero uno dei presupposti del nascente progressive rock. Proprio per questo è significativo che, nel loro terzo album “Lizard”, pubblicato nel dicembre 1970, abbiano rivolto lo sguardo allo scioglimento del quartetto di Liverpool. Fra le architetture jazzistiche e le liriche volutamente contorte del disco, infatti, si nasconde un brano scritto da Peter Sinfield, “Happy Family”, generalmente interpretato come una parodia, insieme ironica e amara, dello scioglimento dei Beatles.
Il testo non cita mai apertamente Lennon, McCartney, Harrison e Starr, ma sostituisce i loro nomi con quattro figure immaginarie. Jonah viene identificato con Lennon, Judas o Jude con McCartney, Silas con Harrison e Rufus con Starr. Gli indizi sono disseminati in versi volutamente criptici, nei quali Sinfield trasforma la vicenda della band più famosa del mondo in una sorta di fiaba grottesca.
“Nasty Jonah grew a wife” sembra alludere senza troppi giri di parole a Lennon e Yoko Ono, allora al centro di un’attenzione spesso morbosa da parte dei media. Più avanti, il verso “Silas searching, Rufus neat, Jonah caustic, Jude so sweet” traccia quattro ritratti caricaturali: Harrison come ricercatore spirituale, Starr come presenza tranquilla e ordinata, Lennon come figura corrosiva e McCartney come volto più dolce e conciliante del gruppo.
Anche la scelta del nome Jude per il personaggio associato a McCartney sembra tutt’altro che casuale. Il richiamo a “Hey Jude” è evidente: il brano era stato scritto da McCartney per Julian Lennon, nel periodo della separazione fra John e Cynthia. Ma il gioco di parole poteva evocare anche l’immagine di McCartney come presunto responsabile della rottura, una lettura che all’epoca circolava spesso tra pubblico e stampa, semplificando una crisi in realtà ben più lunga e complessa.
Il centro di “Happy Family” è tuttavia nel suo ritornello: “Happy family, one hand clap, four went on, but none came back”. La famiglia felice del titolo diventa un’immagine sarcastica, ridotta all’assurdità di un applauso con una mano sola. I quattro hanno continuato le loro strade, ma nessuno è potuto tornare davvero indietro; né la fama smisurata né i successi delle carriere soliste sarebbero riusciti a ricomporre ciò che era stato.
La frase suggerisce anche un’altra idea: l’esperienza Beatles aveva segnato i suoi protagonisti in modo irreversibile. L’uscita dal gruppo segnava così per i quattro la liberazione da una macchina commerciale che li aveva sottoposti per anni a una pressione senza paragoni. Sinfield osserva quella frattura da lontano e la condensa in un giocoso divertissement, senza rinunciare a una piccola dose di crudeltà.
Persino la copertina di “Lizard”, realizzata da Gini Barris, sembra consolidare il gioco: in un angolo della sua affollata scena medievale, infatti, appaiono proprio i Beatles, come una delle tante pedine di un racconto allegorico. “Happy Family” resta così una curiosa cronaca satirica della loro implosione, ad opera di una band che ne aveva raccolto lo spirito creativo e che osservava a modo suo la parabola di un mito musicale che nel 1970 aveva appena smesso di essere “una famiglia felice”.