Gruppo D'alternativa

Ipotesi, l’azzardo canterburiano della prog band milanese

Accorgendoti di non aver mai avuto un pensiero tuo
E di avere distrutto in te la forza
Per trarre alla luce la tua verità
Uomo, io credo che ti troverai a cercare altrove parole
Per dare una voce al suo silenzio

Più passano gli anni, più i milanesi Gruppo d’Alternativa rimangono tra i complessi meno considerati nella storia del progressive italiano. Sebbene la prima stampa in copertina laminata del loro one-shot “Ipotesi” (Harvest, 1972) sia tuttora ricercata da una certa nicchia di collezionisti, l’album in sé non ha mai convinto la critica specializzata, differentemente da un “Concerto delle Menti” (Magma, 1973), le cui strumentali orientate al jazz-rock potevano, in qualche modo, rimandare a quell’oscurantismo che ha finito per avvolgere il debutto del gruppo milanese.

Formati da Tino Guasconi (voce), Leonardo Dosso (fagotto, chitarra), Rodolfo Pace (chitarra), Gianfranco Fumagalli (flauto), Paolo Rizzi (basso), Roberto Romano (tastiere) e Nino Flenda (batteria), i Gruppo d’Alternativa esordiscono al Teatro Uomo di Milano con l’omonima opera-rock, intrisa di lunghe improvvisazioni dai rimandi davisiani. Dedicato alla memoria di un amico del frontman, “Ipotesi” diventa ben presto un concept-album dalle sfumature canterburiane, nel quale vengono previlegiati l’insolito impiego del fagotto e la varietà, nonché la corposità, degli arrangiamenti. Caratteristiche piuttosto inusuali per i canoni del progressive italiano dell’epoca, spesso virato su sonorità sinfoniche.

Gelida, sofferente, alienante, solitaria. La copertina grottesca di “Ipotesi”, ad opera di Fabio Donato (Teresa De Sio, James Senese, Luciano Cilio) e Carlo De Simone (Osanna), rispecchia concettualmente la dinamica del lutto e l’emergere del trauma: la figura dell’omino senza testa, rigorosamente vestito di un bianco abbagliante, isolato entro la cornice di pochi metri quadri insieme ai richiami religiosi presenti nel retro-copertina, restituisce l’idea di un racconto tetro, forse spinto, ma decisamente ispirato.
L’arbitrario flusso di coscienza che introduce il concept, “Quando le parole”, destabilizza per la seriosità maniacale con la quale si riveste, aprendo la strada a un sottofondo misterioso e catartico. Di lì a poco, la composizione assume un’attitudine thriller sempre più marcata, destinata a esplodere in un tripudio di fiati dominanti alla Ian Anderson: la componente narrativa inizia a calpestare il terreno nella successiva traccia “Incidente”, ritratto fin troppo didascalico del destino del protagonista, il cui vissuto viene cantato interamente da Guasconi che, con un timbro stridulo e cacofonico, finisce per distogliere l’attenzione dalle articolate parti strumentali e dai rigorosi assoli di tastiera.
Divisa in due movimenti brevi, “Infanzia” regala una parte strumentale melanconica, matura nell’esecuzione. Durante una transizione vien fuori un passaggio acustico pressoché pulito e grazioso, seppur poco conforme con le stonature di Guasconi, a tratti sopra le righe nel vago ricordo infantile decantato.
Tra le tracce strumentalmente più sorprendenti dell’album, la sarcastica “Voglia di essere” si stende su un’introduzione carica e apocalittica, sgonfiata – di lì a poco – da un classico arrangiamento prog che alterna tastiere blueseggianti a un cantato volutamente fuori da ogni metrica. A suo modo, coerente.
ll binomio fagotto-basso in “Appare la forma” regala uno dei momenti di maggiore intensità del disco, sostenuto da un arrangiamento in pieno stile Colosseum. La creativa sezione ritmica di “La tua lotta” risente a fatica delle difformità stilistiche del suo cantante, ancora una volta in preda a genuine stonature che limitano l’obiettività dell’ascolto. La conclusione rallentata della title track, alternata da un buon missaggio sonoro con monologhi sovrapposti, pone un ultimo sguardo sull’esistenza terrena del protagonista.

Certo, è vero che se “Ipotesi” fosse stato un disco interamente strumentale, avrebbe forse goduto di una fama maggiore in patria, magari al pari dei Dedalus o degli Spirale. Eppure, è quell’aura di imperfezione che lo contraddistingue a rendere così peculiare il suo impatto emotivo con l’ascoltatore.

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