Nel bel mezzo delle tante pubblicazioni - un diluvio di dischi, libri e articoli commemorativi – diffuse per ricordare i dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, si inserisce con perfezione chirurgica il cinquantesimo anniversario di uno dei suoi lavori più significativi, “Station To Station”, che comparì per la prima volta nei negozi il 23 gennaio del 1976. Bowie arrivava dalla svolta “plastic soul” messa a punto con “Young Americans” e dal primo singolo al numero uno negli Stati Uniti, ottenuto con il funk-rock di “Fame”, composto con il chitarrista Carlos Alomar e il supporto di John Lennon. Riposti in soffitta l'alter egoglamZiggy Stardust e la sua “variante americana” Aladdin Sane, con il loro corredo di mascara, zatteroni e paillettes, Bowie aveva seppellito anche il soulman plasticato di cui sopra ed era alla ricerca del modo di poter essere soltanto sé stesso. Ma, paradossalmente, vi riuscirà proprio interpretando il ruolo di un nuovo, ennesimo personaggio, quello con cui, forse più di ogni altro, sarebbe stato identificato: The Thin White Duke, il Duca Bianco. Un personaggio malato nato nell'humus più tossico che si possa immaginare: il David Jones in piena crisi paranoica del periodo californiano.
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La via crucis di LA
Artificioso ritratto di soulman, “Young Americans” aveva diviso la critica e disorientato i fan. Se qualcuno arrivò a definirlo “il primo disco di soul nero inciso da un musicista bianco”, non mancarono anche i detrattori, pronti a rimarcarne la natura di freddo esercizio di stile. In ogni caso, ancora una volta Bowie aveva precorso i tempi abbattendo barriere tra generi: di lì a poco, frotte di artisti bianchi sarebbero saliti sul carro della disco music, a cominciare dai Bee Gees contagiati dalla Febbre del sabato sera. Ma naturalmente quando esplose la mania della disco, Bowie era già da un'altra parte. Non fisicamente, però. Perché, attirato dalle sirene dello show-business e del cinema, nel quale aveva debuttato con il film “The Man Who Fell To Earth” (1976), si era stabilito a Los Angeles, la città che lo avrebbe trascinato all'inferno.
North Doheny Drive, Bel Air, a un passo dalla villa dove nel 1969 i satanisti di Charles Manson uccisero cinque persone, tra cui l'attrice Sharon Tate. È qui che il futuro Duca Bianco sprofonda in pieno caos narcotico, preda di pusher e strozzini, oltre che dei suoi stessi demoni. Il suo matrimonio è in dissoluzione, i rapporti con i manager sono burrascosi, la sua esistenza sembra sul punto di implodere. Scheletrico ed emaciato come un vampiro metropolitano, si ritira nel suo appartamento, prigioniero delle sue fobie e paranoie. Il Bowie del periodo di Los Angeles assumeva quantità smodate di cocaina e si sosteneva con una dieta a base di sigarette, peperoncini e latte, trascorrendo il biennio 1975-'76 in uno stato di costante terrore psichico. Alcuni resoconti di quel periodo, principalmente derivanti da un'intervista del reporter Cameron Crowe, raccontavano di un Bowie che viveva in un appartamento pieno di antichi manufatti egizi e candele nere sempre accese, circondato da varia iconografia nazista, intento a studiare trattati di magia nera e a conservare in frigo la propria urina imbottigliata, terrorizzato dal fatto che un gruppo di streghe volesse rubare il suo sperma per qualche rito oscuro, ricevendo infine messaggi segreti da parte dei Rolling Stones e minacce da Jimmy Page dei Led Zeppelin (notoriamente adepto di Aleister Crowley). Lui stesso ricorderà così quel calvario: “Giunsi a pesare meno di 45 chili. Fu veramente doloroso. Ero paranoico, maniaco depressivo: l'abituale contorno emotivo provocato dall'abuso di anfetamina, cocaina e tutto il resto”.
Ma proprio durante quei terribili giorni californiani prenderà vita “Station To Station”, l'album che lo riporterà ancora in classica (n.3 negli Usa, n.5 in Uk) inaugurando un'altra, straordinaria stagione musicale.
Disco tenebroso, impregnato di una simbologia occulta e inquietante, con numerosi riferimenti alla magia nera, alla cabala ebraica e all'Albero della vita, “Station To Station” è la testimonianza della peculiare “via crucis” americana di Bowie. “Aveva un certo magnetismo che si associa alle magie – racconterà nel 1999 – Le parole stesse Station To Station hanno un significato se si riferiscono alle stazioni della Via Crucis, ma io andai oltre: erano riferite all’Albero della vita cabalistico”.
Ancora una volta, però, l’artista londinese avvertiva la necessità di sdoppiarsi, di individuare un alter ego sul quale addossare il suo carico di sofferenze e fantasie malate. Per l'occasione, era pronto quindi un nuovo personaggio, destinato a divenire il suo più noto alias. Il suo nome è racchiuso in un verso della title track, che era anche quello inizialmente scelto per dare il titolo al disco: The Return Of The Thin White Duke. Capelli rosso-biondi impomatati e tirati all'indietro, panciotto e camicia bianca, pantaloni neri a pieghe, il Duca Bianco è un essere algido e aristocratico, intossicato dalle droghe, alienato dalla paranoia urbana e isolato nel suo mondo di musica robotica. Uno stretto parente del personaggio di Thomas Newton interpretato da Bowie nel film “L'uomo che cadde sulla Terra”. Su di lui sfogherà tutte le ossessioni del periodo, inclusa una malsana attrazione per la mitologia nazista. “Il Duca Bianco era un essere piuttosto odioso, un orco. Ma in fondo il miglior modo di combattere una forza malefica è ridurla a caricatura”, teorizzerà qualche anno dopo.
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Alla corte del Thin White Duke
Per le sessioni, nell'ottobre 1975, Bowie raduna in studio un folto gruppo di musicisti: Carlos Alomar, Earl Slick, Dennis Davis, Warren Peace, Weldon Irvine, George Murray e Roy Bittan (pianista nel giro di Bruce Springsteen) gettando così le basi della sezione ritmica Murray-Davis-Alomar che avrebbe suonato in tutti i suoi successivi Lp fino a “Scary Monsters” del 1980. Inciso ai Cherokee e ai Record Plant Studios di Los Angeles, “Station To Station” eredita l’anima soul di “Young Americans” e la scaraventa oltre, esasperandola, frantumandola.
Durante le registrazioni, svolte in circostanze surreali a Los Angeles, Bowie si trovava nel momento di maggior dipendenza dalle droghe, arrivando persino a perdere il contatto con la realtà, tanto di non ricordare quasi nulla di quei giorni. Successivamente, in un’intervista rilasciata nel 1997, affermerà “Ricordo di aver lavorato con Earl Slick sui suoni di chitarra, e questo è tutto ciò che ricordo. Non ricordo neppure lo studio. So che era a Los Angeles perché l’ho letto”.
In quel tempo Bowie aveva iniziato ad ascoltare molta musica sperimentale tedesca, specie di area kraut-rock; il suo sguardo tornava a essere rivolto verso l’Europa, che intendeva riabbracciare senza dover rinunciare al groove e al ritmo americani.
Laddove “Young Americans” rimaneva spesso pura astrazione formale, “Station To Station” centra in pieno il bersaglio, amalgamando il rock chitarristico con l'elettronica, il battito caldo e primitivo della afro/black music con i gelidi synth dei tedeschi Kraftwerk e Neu! (sulle superstrade della California, Bowie viaggiava con "Autobahn" come colonna sonora permanente, sognando il ritorno nella "sua" Europa). “Non sono gli effetti collaterali della cocaina/ penso che sia amore”, e ancora: “Il cannone europeo è qui”, urla nella title track, su uno strato di ritmi e rumori che riproducono il suono del treno in corsa.
Gli oltre dieci minuti di “Station To Station”, costruita come fosse una piccola suite prog, si aprono con il rumore trattato di una locomotiva, che rimanda ad “Autobahn” dei Kraftwerk e anticipa l’estetica di “Trans Europe Express”, che sarebbe uscito un anno e mezzo più tardi. E proprio in quella loro suite definitiva i simbionti teutonici ricambieranno con i versi: "...from station to station, back to Dusseldorf city, meet Iggy Pop and David Bowie...". Il gioco di citazioni incrociate, proseguito poi con "V2 Schneider in “Heroes”, si rivelerà talmente folgorante da irrompere in modo decisivo nell'immaginario delle nuove generazioni di musicisti wave (Ultravox, Joy Division, Bauhaus e molti altri), che avranno nell'accoppiata Bowie/Kraftwerk i loro numi tutelari. Nei successivi due “movimenti” della title track, irrompono i riff di chitarra di Slick e qualche sparuta frase di synth, prima dell'ingresso in scena del Thin White Duke e del vertiginoso crescendo finale, in cui Bowie si conferma interprete straordinariamente istrionico. Se possibile, sarà ancora migliore la versione dal vivo inclusa in “Stage”, l'album live del 1978.
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Il demone nel teleschermo
Con la mente proiettata al futuro, il Duca Bianco scrive testi criptici, ispirati alla cibernetica e a sistemi fanta-televisivi, estremizzati in “Tvc15”: piano vintage ad aprire il sipario su un gioco a incastro di chitarra e tastiere synth-pop, condito da vocalizzi deliranti (l'“oh oh oh oh” ripetuto ben 28 volte!). La tv a colori diventa “un grande amico” che svela presto tratti demoniaci finendo col fagocitare addirittura la sua ragazza (“Videodrome” arriverà 7 anni dopo): “Up every evening ‘bout half eight or nine/ I give my complete attention/ to a very good friend of mine/ He’s quadraphonic/ he’s got more channels/ So hologramic, oh my T V C one five... Oh, so demonic/ oh, my T V C one five”.
“Golden Years” è il singolo che mancava a “Young Americans”: plastic soul, sì, ma di grande suggestione, con cori suadenti, handclapping e una melodia incisiva. È sempre un'anima black a irrorare i solchi di “Stay”, nata inizialmente come un tentativo di rielaborazione funk della chicca del 1972 “John, I’m Only Dancing”, con le chitarre di Alomar e Slick a duellare l’una contro l’altra.
“Word On A Wing” nacque invece da una fase di terrore psicologico e di disperata ricerca spirituale vissuta da Bowie durante le riprese di “The Man Who Fell To Earth”, in un periodo di acuta dipendenza dalla cocaina: “Fu la prima volta che riflettei davvero seriamente su Cristo e su Dio in modo approfondito, quel brano fu una protezione. Era qualcosa che avevo bisogno di far emergere da dentro di me per proteggermi da alcune delle situazioni che sentivo stessero accadendo sul set”, rivelò l’artista inglese, che in quei giorni iniziò a indossare un crocifisso d’argento regalatogli dal padre.
L'unico brano non originale del disco è “Wild Is The Wind”, cover di un tema scritto da Dimitri Tiomkin e Ned Washington nel 1956 e adattato a tema dell’omonimo film western di un anno dopo, che diverrà un classico dell’icona black Nina Simone: tra chitarre acustiche e tastiere soft, Bowie ne intensifica la dimensione epica e struggente con un numero vocale acrobatico, accentuando quella tonalità profonda da crooner alla Scott Walker destinata a restare uno dei suoi tratti caratteristici.
L'eredità e la riedizione
A dispetto delle travagliate session che lo hanno generato, “Station To Station” diverrà uno dei progetti più significativi del percorso artistico di Bowie: se da un lato rappresenta il completamento della “stagione americana” (avviata nel 1975 con “Young Americans”), dall’altro lato gettava i semi per quella che sarebbe diventata la “trilogia berlinese”, inaugurata un anno dopo con la doppietta “Low”-“Heroes”.
Per il cinquantesimo anniversario, la reissue di “Station To Station”, in edizione limitata, trova luce in formato Lp masterizzato half-speed da John Webber agli AIR Studios, senza alcun trattamento aggiuntivo nel trasferimento, e in un picture disc stampato dallo stesso master con la riproduzione di un poster utilizzato per pubblicizzare l'album nel 1976.
Il primo singolo estratto da questo disco, “Golden Years”, diffuso nel novembre del 1975, avrebbe portato Bowie nella Top Ten su entrambe le sponde dell'Atlantico. Il secondo singolo, “Tvc 15”, un decennio più tardi sarebbe stato ascoltato da quasi due miliardi di persone quando Bowie lo scelse per aprire il suo set al Live Aid. A consolidare la fama della title track sarà invece la sua esecuzione da parte di Bowie nei panni di sé stesso in una memorabile scena del cult movie "Cristiana F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Uli Edel (1980).
Dieci giorni dopo l’uscita di "Station To Station", David partirà per l’Isolar Tour, che toccherà oltre 65 date in 11 paesi. Un tour di rarefatta eleganza che abbandona gli eccessi del passato, con scenografie scarne, illuminate da gelide luci bianche al neon, sulle quali scorrono le immagini del film “Cane Andaluso” di Luis Buñuel e Salvador Dalì. “Una sintesi tra Bertolt Brecht e i Doors”, lo definirà Bowie, che rinnoverà l'omaggio ai Kraftwerk, usandone la musica prima del suo ingresso in scena, e ospiterà sul palco Iggy Pop, appena dimesso dall'Istituto di Igiene mentale. Distrutti dall'avventura americana, i due ex “fratelli chimici” si ritroveranno in Europa, dove per entrambi comincerà una nuova vita. L'incubo californiano, infatti, giungerà ufficialmente al termine nel corso delle abortite session per la colonna sonora di “L'uomo che cadde sulla Terra”. Un giorno, sopraffatto dallo stress, Bowie stramazzerà a terra nello studio. Deciderà così di imprimere una svolta radicale alla sua vita rinunciando alla soundtrack, che sarà affidata a John Phillips dei Mamas and Papas, e decidendo di lasciare subito Los Angeles. A New Career In A New Town.
Alla fine della tournée, infatti, dopo una breve parentesi in Svizzera, Bowie si trasferirà con l'assistente Coco Schwab e con Iggy Pop a Berlino. Era il richiamo del Vecchio Continente, di quella cultura madre per molti versi contrapposta a quella americana, che ormai lo stava fagocitando. E lo avvertirà definitivamente proprio durante il tour di “Station To Station”, quando con Iggy si ritroverà ad attraversare in treno l'Europa dell'Est. La città del Muro, lacerante simbolo della Guerra Fredda, ma anche culla mitteleuropea, con la sua plumbea malia decadente, eserciterà su Bowie un'attrazione irresistibile, spingendolo a “scoprire nuove forme di scrittura e sviluppare un nuovo linguaggio musicale”. Ed è proprio ciò che riuscirà a realizzare con la celeberrima trilogia “Low”-“Heroes”-”Lodger”, frutto della collaborazione con Brian Eno. L'approdo finale della via crucis di “Station To Station”.