Heroes

David Bowie

Heroes

1977 (Rca)
new wave

Smaltita l’ubriacatura glam di inizio decennio e accantonata l’esperienza “plastic soul” di “Young Americans”, alla metà degli anni 70 David Bowie sprofonda in una crisi apparentemente senza via d’uscita. Vive a Los Angeles in pieno caos narcotico, devastato dalla cocaina e ossessionato dalla magia nera. Il suo matrimonio è in dissoluzione, i rapporti con i manager sono burrascosi, la sua esistenza sembra sul punto di implodere. Scheletrico ed emaciato come un vampiro metropolitano, si ritira nel suo appartamento, prigioniero delle sue fobie. Visitandolo, gli amici John Lennon ed Elton John si convincono che sia prossimo alla morte.

Cionondimeno, il genio musicale ch’è in lui riesce a tirar fuori dal cilindro un disco rivoluzionario come “Station to Station”, che fonde mirabilmente il calore del rhythm and blues con la raggelante elettronica tedesca di Kraftwerk e Neu! (sulle superstrade della California, Bowie viaggiava con “Autobahn” come colonna sonora permanente, sognando il ritorno nella sua Europa). “Non sono gli effetti collaterali della cocaina / penso che sia amore”, e ancora: “Il cannone europeo è qui”, urla nella title track. Con la mente proiettata al futuro, Bowie scrive liriche incomprensibili, ispirate a cervelli elettronici, sistemi fantatelevisivi e altri meccanismi di comunicazione. È il preludio alla svolta di Berlino, dove l’ex Ziggy Stardust troverà la strada per la redenzione. Per l’occasione, indosserà un’altra delle sue maschere: quella del “Duca Bianco”, vestito con pantaloni neri a pieghe, panciotto e camicia bianca, coi capelli rosso-biondi tirati all’indietro. Un essere algido e robotico, angosciato dalla paranoia urbana e isolato nel suo mondo di musica metallica.

Bowie si trasferisce a Berlino, attratto dalla sua atmosfera tetramente mitteleuropea, ma anche dai suoi fermenti culturali: le sperimentazioni elettroniche dei Kraftwerk, il cinema espressionista di Pabst, il teatro di Brecht, la nuova pittura tedesca (la scuola espressionista Die Brucke ispirerà le copertine di album di Bowie – “Low” e “Heroes” – e dell’amico Iggy Pop – “The Idiot” e “Lust for Life”). Durante un tour, l’incontro con Brian Eno getta le basi per un progetto in comune. Comincia così il viaggio più avventuroso di Bowie: una discesa negli abissi della propria mente distrutta. Ne scaturirà la celebre trilogia berlinese “Low- Heroes-Lodger”, pietra angolare del rock che verrà.

“Heroes” è il secondo capitolo della saga, anche se viene registrato quasi parallelamente al “gemello” “Low” (1976-’77). Per l’occasione, negli studi Hansa by the Wall di Berlino si costituisce un team stellare: oltre a Bowie, alle prese con voce, tastiere, chitarre, sassofono e koto, ci sono Brian Eno (fresco reduce dalle sperimentazioni elettroniche di “Another Green World”), Robert Fripp (chitarrista e leader dei King Crimson, nonché autore con lo stesso Eno di due album che possono definirsi vere “macchine del tempo”) e Carlos Alomar, impeccabile chitarrista ritmico già da tempo nell’entourage del “Duca Bianco”; Dennis Davis alle percussioni e George Murray al basso completano il set.

Inebriante allucinazione, tra onirismi, sonorità ambient, sintetizzatori e vibrazioni visionarie, “Heroes” lascia trapelare qua e là anche qualche raggio di luce, laddove “Low” era solo nera tragedia. Ma restano le atmosfere d’avanguardia – tese, claustrofobiche, glaciali – e la bipartizione della scaletta che, come nel disco precedente, pone quasi tutti i brani cantati sul primo lato e gli strumentali sul secondo. L’anello di congiunzione con il successivo “Lodger” (1978) è invece la conclusiva “The Secret Life Of Arabia”, in cui si colgono le prime avvisaglie del sound che Bowie proporrà due anni più tardi: accenni di sapore mediorientale e suoni “africani”.

La voce di Bowie taglia il disco in profondità come una lama, supportata da chitarre altrettanto lancinanti e da raggelanti esplosioni di synth. L’inizio sommesso della prima traccia, “Beauty And The Beast”, non deve ingannare: dopo poco, infatti, si erge un muro sonoro imponente, e il ritmo prende a correre come una locomotiva. Le essenze “glam” dei Roxy Music si combinano con un riff di chitarra di stampo hardcore (opera di Fripp) e con un ritmo “beat” trafitto dalla voce scanzonata di Bowie, che come sempre, riesce a rendere suggestivo anche il più innocuo dei ritornelli. Lo stile di canto, aspro e dissonante, non è molto difforme da quello su cui Bowie stava lavorando con Iggy Pop in quel periodo e segna un elemento di rottura con il clima fiabesco della storia (e dell’omonimo film di Jean Cocteau). La successiva “Joe The Lion” è un’altra sferzata chitarristica di Fripp, con Bowie a “sceneggiare” i deliri del protagonista: “Nail me to my car/ and I’ll tell you who you are”, “Inchiodami alla mia auto e ti dirò chi sei”(!).

Un clima surreale, dunque, che sembra quasi voler distrarre l’ascoltatore dall’arrivo di quell’uragano di emozioni che è la title track. Perfettamente costruita sull’intreccio tra i magici ricami della chitarra di Fripp e le monotone, ossessive armonie di Eno, “Heroes” è soprattutto uno dei saggi più illuminanti del melodismo bowiano. La voce del “Duca Bianco” raggiunge vette d’intensità straziante. E’ il grido disperato dell’ultimo romantico sulla Terra che, tra le macerie di un mondo in sfacelo, implora la sua donna di non andarsene, di non scegliere la via d’uscita più facile, perché “We can be heroes, just for one day”… Lo sfondo è il Muro di Berlino, ostacolo tra i due amanti e monumento all’Europa disgregata dalla Guerra Fredda. “Heroes” non è solo il brano portante dell’album e uno dei cavalli di battaglia di Bowie: forse è la più bella “rock song” mai scritta.

Che il disco abbia raggiunto ormai il suo climax emotivo lo si deduce anche dalla successiva “Sons Of The Silent Age”: una ballata struggente, gonfia di disperata malinconia. L’attacco mozzafiato, con il sassofono usato da Bowie in modo “straniante”, quasi a mo’ di sirena, lascia presto spazio a un ritornello incalzante, in una sorta di rhythm’n’blues distorto, mentre sullo sfondo si leva un coro spettrale. Miracolo d’equilibrio tra astrazione sonora e pulsione emotiva, “Sons Of The Silent Age” è un gioiello troppo spesso trascurato del canzoniere bowiano.

Ma Bowie resta anche compositore preveggente: nell’aspra “Blackout”, forte di insolite armonie vocali e di acrobazie chitarristiche degne del miglior repertorio di Fripp, si possono cogliere i semi di tanta new wave a venire. Il fischio del synth e un giro di basso introducono “V-2 Schneider” (dedicata da Bowie a Florian Schneider dei Kraftwerk), in cui il Duca Bianco sfodera una straordinaria performance “dissonante” al sax. Il pezzo, costruito su basso e batteria con un andamento robotico alla Booker T. & the MG’s, riflette da un lato l’ossessione di Bowie per la pop-dance, dall’altro gli studi di Eno sul rhythm’n’blues. Quasi interamente strumentale (la voce si limita a ripetere meccanicamente il titolo) “V-2 Schneider” fa da spartiacque tra le due sezioni del disco, traghettando l’ascoltatore negli scenari ancor più gelidi e nebbiosi della seconda parte. Deliri di sintetizzatori, armonie inusuali, vortici sonori spalancano le porte a un nuovo universo musicale.

Le tastiere funeree di Eno cesellano la stupenda “Sense Of Doubt”, che fluttua con la pesantezza di una tragedia teutonica, in un clima sinistro e minaccioso. Le atmosfere si fanno via via più astratte, lambendo l’ambient music e la new age di molti anni dopo. La delicata “Moss Garden” vede Bowie alle prese con un duetto tra koto (strumento tradizionale giapponese a corda) e sintetizzatore, in un acquarello zen di colori e luce, che effonde profumi d’Oriente con estatica sensualità. Il risultato non è molto distante dalle sperimentazioni elettroniche degli Autechre di vent’anni dopo. “Neukoln” – il cui nome deriva da un quartiere di Berlino dove lavoratori turchi abitavano orribili casermoni costruiti di fronte al Muro – è un affresco espressionista a tinte fosche, sfigurato dagli acuti lancinanti di un sax alla Ornette Coleman.

Lo scenario si modifica bruscamente per il finale: dalle brume mitteleuropee al deserto di “The Secret Life Of Arabia”. Ma a cambiare è soprattutto la musica: l’elettronica atmosferica degli episodi precedenti lascia spazio a un bizzarro ritmo dance-rock, venato di sfumature kitsch e decadenti. E’ al tempo stesso il brano più convenzionale e più “spiazzante” dell’intero album.

Combinando la sensibilità romantico-decadente di Bowie, il genio obliquo di Eno e il chitarrismo spericolato di Fripp, “Heroes” segna un traguardo formale del processo di ibridazione di rock ed elettronica d’avanguardia. Tutto è finalizzato alla costruzione di un’architettura sonora tanto (apparentemente) eterogenea quanto compatta. Anche la stessa voce di Bowie, al massimo delle sue potenzialità espressive, diviene strumento, al servizio di questo progetto. E sullo sfondo resta la gelida Berlino, ideale “tela” dello psicodramma curativo di Bowie (“E’ stata la mia clinica”, ricorderà), ma anche metafora del suo insopprimibile senso di angoscia e di alienazione.

27/10/2006

Tracklist

  1. 1. Beauty And The Beast
  2. 2. Joe The Lion
  3. 3. Heroes
  4. 4. Sons Of The Silent Age
  5. 5. Blackout
  6. 6. V-2 Schneider
  7. 7. Sense Of Doubt
  8. 8. Moss Garden
  9. 9. Neukoln
  10. 10. The Secret Life Of Arabia
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