David Bowie e Trent Reznor: due menti visionarie accomunate da una riflessione lucida e feroce sulle ossessioni e sulle paranoie della società contemporanea. Due spiriti affini destinati, prima o poi, a incrociare le loro strade. Ma se il Duca Bianco era sempre stato un’ispirazione primaria per il Mister Autodistruzione della Pennsylvania - come per tanti artisti emersi negli anni 80 - la loro convergenza fu, in qualche modo reciproca. Già, perché anche il dandy londinese aveva trovato nell’industrial rock dei Nine Inch Nails un nuovo sentiero da seguire per nuovi, temerari esperimenti sonori.
Del resto, nella sua quasi cinquantennale carriera, Bowie non si è mai limitato a seguire il proprio tempo: il suo sguardo è sempre stato proiettato nel futuro, mosso dall’ansia costante di cambiare e di precorrere i tempi. Un approccio che gli ha consentito spesso di anticipare nuovi fenomeni musicali – dal punk alla new wave – in un dialogo costante con i migliori musicisti contemporanei, spesso captando anche le loro intuizioni, rielaborandole e facendole proprie. Come nel caso del glam-rock di Marc Bolan o dell’ethno-rock di Eno/Byrne. Eppure, dietro ogni suo incontro artistico c’era un’autentica curiosità, un impulso genuino verso l’ibridazione fertile. Da John Lennon ai Queen, da Brian Eno a Pat Metheny, fino alla produzione di dischi storici come “Transformer” di Lou Reed e “The Idiot” di Iggy Pop, la sua rete di collaborazioni svela un artista che non ha mai smesso di cercare. Fino agli incontri ravvicinati con istituzioni indie-rock come Arcade Fire e Tv on the Radio nella fase finale della sua carriera.
Negli anni Settanta, uno slogan pubblicitario coniato dalla Rca per l’album berlinese “Heroes” proclamava con ironia: “C’è la new wave, la old wave, e poi c’è David Bowie”. Una sintesi perfetta del suo spirito unico e proteiforme. Uscito con più di una difficoltà dagli 80’s - il decennio dorato dello stardom e della consacrazione mondiale che finì col minare la sua creatività - reduce dal rito catartico di re-iniziazione al rock dei Tin Machine, Bowie, per una volta, si mise alla ricerca di tracciati sonori da seguire, anziché crearne di nuovi.
Il Duca Bianco degli anni Novanta volse lo sguardo verso una nuova generazione di intrepidi corrieri elettronici. Rimase quindi affascinato dall’industrial rock dei Nine Inch Nails e dal carisma oscuro di Trent Reznor, con cui intrecciò un dialogo creativo destinato a lasciare il segno.
La collaborazione nacque a partire da “The Hearts Filthy Lesson”, il singolo di “Outside” contenente un "Alt. Mix" remixato dallo stesso Reznor e da Dave Ogilvie con Chris Vrenna. Il 14 settembre 1995 partì negli Stati Uniti “The Outside Tour”, con i Nine Inch Nails come gruppo di supporto. Una decisione che spiazzò alcuni fan storici ma confermò la sua attenzione verso le avanguardie più radicali della scena musicale dell’epoca. I Nine Inch Nails, reduci dal capolavoro “The Downward Spiral”, erano in tutto e per tutto la creatura di Trent Reznor, l’ex-bambino prodigio che già dall’età di 5 anni suonava il pianoforte, che poi abbandonò per dedicarsi all’elettronica, arrivando a imparare le tecniche di mixaggio, produzione e manipolazione sonora, fino a quando, nel 1989, fondò l’implacabile macchina industrial targata NIN.
Del resto, in “Outside”, l’album del gran ritorno al fianco di Brian Eno, Bowie aveva iniettato massicce dosi di industrial abrasivo nel suo sound, spiazzando ancora una volta tutti. Pubblicato con sottotitolo “The Ritual Art-Murder of Baby Grace Blue: A non-linear Gothic Drama Hyper-Cycle”, con tanto di “Diario di Nathan Adler” accluso nel booklet, “Outside” aveva segnato un altro magnifico tiro mancino di Bowie alla critica, che, nonostante qualche apprezzamento, faticò, specie all’inizio, a trovare un filo nella sua strabordanza di idee. Volendovi scorgere un sinistro presagio, “Outside” rappresentava anche il primo embrione di quella idea della morte come opera artistica che l'Uomo delle stelle avrebbe lucidamente applicato a sé stesso vent’anni dopo, con lo spettacolare epitaffio di “Blackstar”.
Ma il secondo capitolo delle indagini del detective Nathan Adler, della sezione crimini artistici, non vide mai la luce. Perché Bowie, nel frattempo, era già sbarcato altrove, irretito dal richiamo della jungle. Era tempo di nuovi cut-up di fine millennio al ritmo forsennato di “Earthling”, il disco in cui l’ex-alieno si fece terrestre.
Il singolo che suggellò il rendez-vous tra David Bowie e Trent Reznor, però, esisteva già dal 1995 in una versione embrionale. Ma fu proprio Mr. Self-Destruct a conferirgli la tensione e l’energia industriale che lo avrebbero reso celebre. La vibrante invettiva funkeggiante di “I’m Afraid Of Americans” era quasi una grottesca prosecuzione del catalogo di aberrazioni dell'America del Ventesimo secolo passato in rassegna dall’ex-Ziggy vent’anni prima in “Young Americans”. Oltre ai riferimenti allo scandalo Watergate (“Ricordate il vostro presidente Nixon?”) e alla caccia alle streghe del senatore McCarthy (“Ora sei diventato l'anti-americano”), il celebre inno plastic soul del 1975 metteva nel mirino icone del consumismo a stelle e strisce (“Ford Mustang”, “bambola Barbie”, “Chrysler”). In “I’m Afraid Of Americans” Bowie tornava a irridere l’ottusità della società dei consumi, simboleggiata stavolta da Johnny, l'americano medio al centro del brano, che proclama orgogliosamente “God is an American”.
L’ispirazione per quel singolo di “Earthling” (1997), raccontò Bowie, venne da una notizia letta sui giornali: l’apertura del primo McDonald’s sull’isola di Giava. Da lì prese forma una riflessione sull’espansione della cultura americana come forza colonizzatrice, sulla standardizzazione delle identità e la perdita delle culture locali. “L’invasione di qualsiasi cultura massificata è assolutamente deprimente – commentò l’artista londinese - È come aprire un parco tematico Disney World in Umbria: significa soffocare la cultura locale e impoverire le forme di espressione”.
Per suggellare quell’incontro di affinità elettive, Bowie invitò Reznor a partecipare al videoclip del brano, diretto da Dom & Nic, che traduceva quella inquietudine in immagini. Nel filmato, un Bowie spaesato vaga per New York braccato da uno stalker – Reznor – che ne incarna la paura, in una chiara citazione del Travis Bickle di “Taxi Driver”. Due visioni complementari, unite in un racconto sulla paura, sull’alienazione e sull’invadenza della cultura di massa. La città era un labirinto di volti ostili e segnali minacciosi; l’aria densa di paranoia, spiritualità deformata e simboli di un’America minacciosa. Nella scena finale, una corsa in taxi e una processione dai toni apocalittici trasformavano la fuga in un rito collettivo, sospeso tra religione e follia.
Spinto con forza da Mtv, “I’m Afraid Of Americans” ottenne una nomination agli Mtv Video Music Awards del 1998 come miglior video maschile e riportò David Bowie nelle classifiche statunitensi, suo ultimo vero successo oltreoceano prima del congedo di “Blackstar” e “Lazarus”.
Negli anni successivi, Trent Reznor non smise di rendere omaggio all’amico, eseguendo spesso il brano dal vivo. Un gesto di riconoscenza verso colui che, più di chiunque altro, aveva insegnato come l’arte potesse restare inquieta, curiosa e in perenne trasformazione.