Marc Bolan - T. Rex

Marc Bolan - T. Rex

Cavalca il cigno bianco

di Mauro Vecchio

Dalla venerazione per Elvis Presley agli esordi folk, dai fasti glam-rock, di cui fu indiscusso precursore alla testa dei T. Rex, alle incursioni nel soul. Un percorso accidentato, costellato di grandi hit, eccessi e delusioni, fino al tragico epilogo. Storia dell’ascesa e caduta di una superstar del XX secolo, di nome Mark Feld

Atto I – Sweet Little Rock’n’Roller

A nove anni sono diventato Elvis Presley

Quando ero giovane, credevo davvero di incarnare un’essenza superiore. E non mi sentivo affatto collegato ad altre forme di vita umane... creai un mondo dove io ero il re del mio quartiere

Questa è la lunga storia dell’ascesa e caduta di una superstar del XX secolo. Di un uomo nato per il boogie e circondato da un avvolgente alone di mistero, probabilmente il primo vero dandy del rock inglese e sicuramente un eroe elettrico del pop corrotto. Un uomo che a soli 17 anni avrebbe esercitato la magia nera con un mago francese dedito al cannibalismo; autoproclamatosi tra i più raffinati e arguti esponenti del movimento Mod a nemmeno 14 anni. Di Marc Bolan è stato detto (e smentito) di tutto, e una delle prime (poche) sicurezze è che il suo vero nome è Mark Feld, nato a Hackney, est-Londra, secondo e più giovane figlio di un camionista e di una venditrice ambulante.

Henry Feld, il nonno paterno di Mark, si è trasferito a est di Londra dopo i tumulti nella comunità ebraica all’alba dell’assassinio dello Zar Alessandro II nel 1881. Di origini russo-polacche, Henry è un uomo forte: quando arriva a Londra, inizia a lavorare al mercato della carne e non disdegna fare a cazzotti nei giri clandestini per arrotondare. Di lui si dice che abbia ucciso un cavallo semplicemente con un dritto in mezzo agli occhi. Nel dicembre 1913 Henry sposa una giovane irlandese dalla lunga chioma rossa, Betsie Ruffel, e sette anni dopo accoglie in famiglia il primogenito Simeon.
All’inizio anche Simeon segue le orme paterne lavorando nelle macellerie kosher, fino al 1939 quando la Gran Bretagna entra in guerra contro i nazisti. Simeon Feld si imbarca su un mercantile di provenienza olandese e serve la sua patria in mare come addetto alle munizioni. Quando torna dal servizio militare, Simeon (o Sid, per quasi tutti) si lega alla diciassettenne Phyllis Winifred Atkins, figlia di un venditore di frutta e verdura. Dal loro matrimonio nasce prima Harry Leonard e poi, alla fine di settembre nel 1947, il secondogenito Mark, un nome scelto da Sid per omaggiare la memoria di suo fratello, tragicamente deceduto in guerra in seguito a un agguato beffardo del suo stesso sergente dopo una notte alcolica. Il tragico spirito del soldato Mark Feld viene così a trovare nuova carne nel neonato Mark Feld, in uno degli autunni inglesi più freddi dell’ultimo secolo.
Mark è un bimbo paffuto dal grande sorriso, è così bello che Phyllis è già convinta che diventerà famoso un giorno. All’inizio degli anni 50 non c’è granché da fare per i due fratellini Feld, che passano le ore ad ascoltare i programmi radiofonici come "Saturday Night Theatre". A Mark, in particolare, piacciono le storie di fantasmi, il bimbo dimostra subito una grande predisposizione per la fantasia, dai dinosauri alle storie bibliche tradotte in inglese comune da Phyllis. Anche il cinema è uno svago particolarmente amato da Mark, che nel settembre 1952 inizia il suo apprendistato scolastico alla Northwold Road Primary, nel cuore della comunità ebraica di Londra.

A poco più di 5 anni, Mark Feld è un bambino vivace e non ha problemi a socializzare a scuola. A differenza del fratello, più simile al padre, mostra preocemente un lato estroso che trova quattro anni più tardi una vera e propria illuminazione: Elvis Presley. Alla metà degli anni 50 la Presleymania domina le due sponde dell’Atlantico, incitando ogni ragazzino inglese a diventare un Teddy Boy con la chitarra in braccio. Quando il nuovo singolo “Hound Dog” scala la Top 5 in Uk, Mark Feld deve diventare come Elvis e per questo riceve il regalo più atteso: una chitarra da nove sterline per il suo nono compleanno.
Mark non sembra granché bravo a suonare lo strumento, ma il suo carisma attira l’attenzione di una ragazza che frequentava la sua stessa scuola, Helen Shapiro. Helen è una ragazzina prodigio, grandi doti vocali che la porteranno a un successo clamoroso ad appena 14 anni nel 1961. Nel 1957 è rapita dal fascino rock and roll di Mark e così gli propone di unirsi alla suo primo gruppo skiffle, Susie & The Hula Hoops. Almeno questo è il nome che Mark dichiarerà in seguito, visto che né Helen né la cugina Susan Singer lo ricorderanno precisamente. Susie & The Hula Hoops è un gruppo di sei elementi con due chitarristi più piccoli dei loro stessi strumenti, che si esibiscono nel vano tentativo di essere pagati suonando Elvis e Buddy Holly.
L’esperienza dura poco, perché nel frattempo Mark si è innamorato del sound di Cliff Richard che si esibisce in ogni angolo di Londra con il suo gruppo, gli Shadows. Considerato la risposta inglese a Elvis, Cliff diventa un mito per Mark, che più tardi racconterà alla stampa di aver addirittura sostenuto un provino per entrare nella band. A nemmeno 15 anni, Mark si sente già una possibile star, alle prese tutti i giorni con il juke-box del 21’s coffee bar che passa i Drifters e Ray Charles. La scuola diventa sempre più noiosa e il vero colpo di fulmine è dietro l’angolo: alla biblioteca della scuola secondaria trova una biografia di Beau Brummel, universalmente considerato colui che meglio rappresentò il dandismo tra la fine del 700 e la prima metà dell’800. Più di Elvis, più di Buddy Holly, Beau Brummell trasforma Mark Feld in Marc Bolan.

Atto II – The Wizard

Posseggo dieci completi, otto giacche sportive, quindici paia di pantaloni, tra le trenta e le trentacinque camicie, circa venti giubbini, tre giacche di pelle, due giacche di velluto, cinque o sei paia di scarpe e trenta cravatte eccezionali

Marc Bolan - Era ModA cavallo tra Fifties e Sixties, la cultura modernista - o più semplicemente, mod - causa una forte rottura tra gli adolescenti londinesi e tutto quello che viene incarnato dai loro genitori, antiquati rappresentanti di una cultura mainstream ammuffita. Il giovane Mark Feld ammicca alla cura maniacale che i mod hanno verso il proprio aspetto, in particolare l’abbigliamento. Mentre i Teddy Boys seguivano uno stile rigido, i Mod sono estrosi, sofisticati e votati all’originalità più spinta. Un terreno così fertile per un ragazzo già di suo originale e fuori dagli schemi. Mark è in fissa con lo stile italiano, e prega ogni giorno la madre per avere nuove scarpe di pelle. La sua abbondante stravaganza diventa cosa nota al 21’s coffee bar, dove c’è chi lo guarda con odio e chi lo ama per la sua piacevole presenza da mod gangster.
Nel settembre 1962, la famiglia Feld si trasferisce a Summerstown, un anonimo angolo a sud di Londra tra Wimbledon e Tooting. La casa è più grande e l’atmosfera più piacevole, non per Mark che all’improvviso viene assalito da un senso fortissimo di solitudine, in un quartiere dove la cosa più eccitante è la corsa dei cani. Diventa così più faticoso frequentare locali come il Marquee o i negozi di Carnaby Street, anche perché il giovane Feld è terrorizzato da uno dei mezzi preferiti dalla generazione Mod, la Vespa.
Un anno dopo – è il 1963 – arriva un altro punto di svolta nell’adolescenza di Mark Feld. Al cinema danno “Summer Holiday” con Cliff Richard e Mark si gira verso l’amico Jeff Dexter. Dopo il successo clamoroso di Helen Shapiro che ha venduto 40.000 copie al giorno con i suoi singoli “Please Don’t Treat Me Like A Child” e “You Don’t Know”, Mark The Mod si convince: è ora di entrare di peso sulla scena musicale inglese, è ora di diventare più grande di Cliff Richard.

Nel maggio 1964 esce per la Columbia Records il disco “The Freewheelin' Bob Dylan”, che di fatto apre la stagione del folk-revival in Inghilterra. Da Roy Harper a Donovan, la scena musicale britannica viene pervasa da uno spirito critico in chiave acustica, opposto all’aggressività del mod-beat o al pop generazionale dei primi Beatles. Mark Feld decide di imbracciare la sua chitarra acustica con un’armonica attorno al collo, interpretando a suo modo le tradizioni folk che vengono dagli States. Ma al giovane Feld non interessa particolarmente la protesta ideologica, perché vuole solo esprimere il suo romanticismo immaginifico e surreale. La sua nuova stoica ambizione lo porta a registrare per la prima volta in uno studio, il Regent Sound, una versione di “Blowin’ In The Wind” e una di “The Road I’m On (Gloria)” suonata in originale da Dion DiMucci. Le strimpellate di Mark sono amatoriali - successivamente le definirà “terribili” - e nel pieno stile folk revival di marca Usa.

I primi tentativi di Mark Feld non vanno a buon fine. Con il nome d’arte disneyiano di Toby Tyler, viene infatti respinto prima dalla Emi e poi dalla sussidiaria Columbia dopo un provino ad Abbey Road nel febbraio 1965. È così frustrante vedere un giovane Donovan che diventa resident al programma tv “Ready, Steady, Go!” con un contratto assicurato dalla Pye Records. Mark torna per un po’ a casa dai genitori, sconsolato, prima di partire per un misterioso viaggio a Parigi dove avrebbe trovato alloggio per qualche settimana presso un fanatico di magia dedito al sacrificio di gatti e alla cottura di carne umana. In realtà le uniche dichiarazioni sul periodo francese vengono da Mark, che potrebbe aver adottato diverse licenze poetiche per raccontarlo. Al ritorno a Londra una cosa è però certa: Mark Feld è ossessionato dalla mitologia greca, la poetica romantica inglese e soprattutto il fantastico mondo dei libri “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli”. Il suo nuovo soprannome sarà Bopping Elf, elfo danzante, a causa della bassa statura. Ma soprattutto cambia il suo nome, quello artistico, quello con cui è convinto di diventare una star. Mark Feld diventa Marc Bolan, con un cognome preso in prestito dall’amico attore James Bolam e modificato in una singola consonante per evitare gelosie creative e turbolenze nella forza dello stardom.

Introdotto dal produttore americano Jim Economides, Bolan ottiene il suo primo contratto discografico alla Decca da Dick Rowe, passato alla storia come “l’uomo che rifiutò i Beatles” nel 1962. Quando Marc firma per un singolo nell’estate del 1965, la Decca sta rapidamente scalfendo il dominio della Emi con artisti del calibro di Rolling Stones e Zombies. Convinto dal potenziale di Bolan come nuovo Donovan della Decca, Rowe lo assegna alla regia del direttore musicale Mike Leander che sta già lavorando con Marianne Faithfull. A settembre, Marc varca la soglia dei Broadhurst Gardens Studios e registra due brani originali, “The Wizard” e “Beyond The Rising Sun”. Profondamente influenzato dal nuovo folk-pop dylaniano nell’album “Bringing It All Back Home”, “The Wizard” è il primo 45 giri pubblicato da Bolan con la Decca, il vagito (poco) creativo di un neonato pop poet. La stessa Decca decide di cavalcare la storia oscura del mago conosciuto in Francia per promuovere il singolo, seguito dall’altra brevissima fiaba pop “Beyond The Rising Sun”. Nemmeno tre minuti di musica per due brani, che vengono ignorati da critica e pubblico.
Se il disco non vende, le prime esibizioni live non sono certo da ricordare. Bolan si esibisce sullo stesso palco di Donovan all’evento benefico organizzato dalla London School of Economics, Glad Rag Ball. Poi al Pontiac Club a Londra ovest e al programma “Ready, Steady, Go!” a novembre. Nessuno nota questo strambo personaggio che sembra uscito dalle fiabe, con la voce simile a Sonny Bono e che non sa nemmeno bene suonare la chitarra. Eppure Marc è tremendamente convinto che diventerà una star, e per sua fortuna lo è anche Mike Leander che lo porta nuovamente in studio a dicembre – questa volta senza orchestra – per registrare altre quattro canzoni, ancora una volta brevissime. L’acustica “Reality” continua con il tono fortemente dylaniano, mentre “Song For A Soldier” ripete lo stilema di Donovan. Questa volta la Decca non mostra alcun interesse e decide di salutare Marc senza un nuovo singolo tra le mani.
Ma non si molla un centimetro. Il produttore Economides prenota una session in uno studio di registrazione indipendente, chiamando un giovane bassista di nome John Paul Jones. “The Third Degree” è un R&B d’assalto molto vicino a “From A Buick Six” (Dylan), mentre “San Francisco Poet” torna sui passi dei cantastorie europei armati di chitarra acustica. Il primo trova anche la fortuna di uscire come secondo singolo per la Decca nel giugno 1966, ma l’etichetta non lo promuove e per Bolan è un’altra pubblica umiliazione. Ma lui continua a ripetere: “Sarò più grande di Elvis Presley”, prima di sparire nel nulla.

Estate 1966. A 19 anni, Marc Bolan si ritira nel cottage di famiglia a Summerstown, convinto in cuor suo di essere un “natural born loser”. Inizia a scrivere una sua opera letteraria di fantasia chiamata “Pictures Of Purple People”, a metà tra l’universo di Tolkien e quello di C.S. Lewis. Nell’autunno contatta il producer e manager inglese Simon Robert Napier-Bell, presentandosi nel suo appartamento con una chitarra a sei corde. La voce di Bolan è cambiata, è diventata più stridente e meno simile a quella di Dylan che tanto aveva fatto storcere il naso ai critici. Napier-Bell è rapito dal fascino di Marc e d’impulso decide di contattare il primo studio di registrazione disponibile – De Lane Lea Studios a Kingsway – per prenotare subito due ore di session. I due si presentano immediatamente e Bolan registra 14 demo con il suo nuovo stile vocale e soprattutto titoli astrusi come “Hippy Gumbo” e “Pictures Of Purple People”, appunto frutto della sua chiusura privata nell’universo fantasy più spinto. Sono tutti brani quasi embrionali, brevissimi e suonati in maniera impulsiva, ma Napier-Bell è entusiasta. Bolan pure: “Bene, ecco l’album”.

Intermezzo – I figli di John

Tutto ciò che ho fatto è ricreare i John’s Children, almeno quello che volevo fossero i John’s Children quando mi sono unito a loro. Sto scrivendo esattamente la stessa roba che scrivevo in quegli anni. Davvero, non c’è differenza a parte che oggi la roba che scrivo è fortunatamente migliore. E ora so suonare; prima non riuscivo

Marc BolanDopo la registrazione notturna ai De Lane Lea di Kingsway, Napier-Bell è pronto a lasciare la gestione del suo ultimo gruppo, The Yardbirds, per dedicarsi completamente a Marc. Tra adorazione artistica e gelosia sessuale – Bolan frequenta una ragazza di nome Terry Whipman – sceglie il folk-blues orchestrale “Hippy Gumbo” come prossimo singolo che dovrà lanciare il suo assistito nell’iperspazio della musica inglese. Con il nuovo stile vocale da folletto stonato, il brano viene trasmesso live a “Ready, Steady, Go!”, ma ancora una volta non convince alcuna etichetta discografica, in un momento di assoluta abbondanza di popstar.
Nella primavera del 1967, un gruppo inglese proveniente da Leatherhead è il pericolo numero uno per la polizia tedesca, costretta a sedare un incendiario concerto a Düsseldorf e raccogliere letteralmente i pezzi di una sorta di celebrazione della distruzione sonica. Come Pete Townshend, il batterista/chitarrista Chris Townson è un seguace delle teorie artistiche auto-distruttive di Gustav Metzger. I famigerati John’s Children sono in realtà label-mate degli Who per l’etichetta Track di Kit Lambert e Chris Stamp, e con il gruppo mod per eccellenza si esibiscono anche a Ludwigshafen dove spaccano i timpani (e non solo) agli spettatori presenti. La violenza espressa sul palco è talmente forte da scatenare una rissa tra il pubblico, quasi portando gli Who ad annullare l’esibizione come headliner. Su quel palco, con una catena in mano, c’è Marc Bolan. E quella sarà la sua ultima esibizione con i John’s Children.

Ma come ha fatto un folletto fissato con i vestiti a finire in un gruppo di esagitati che si esibiscono nudi sul palco suonando un beat che verrà più tardi suonato dai punk? All’inizio del 1967, Simon Napier-Bell ritorna in studio con Marc per registrare la sua ultima canzone, uno strambo fantasy-boogie intitolato “Jasper C. Debussy”. Ma il brano è ancora troppo astruso per finire su un 45 giri, così al manager di Bolan viene un’idea (apparentemente) geniale: perché non introdurre Marc nei John’s Children, attivi da circa tre anni con un miscuglio di beat supersonico tra gli Who e i Kinks. Il gruppo è votato alla distruzione degli strumenti come Pete Townshend, capitanato dal vocalist Andy Ellison che veste come il drugo di “Arancia Meccanica”. Non certo grandi musicisti, i John’s Children vengono protetti da Napier-Bell, ormai stufo degli Yardbirds. Nonostante i soldi investiti, la band è talmente sconclusionata da essere perfetta per Bolan, che rimpiazza il chitarrista Geoff McClelland. Il problema è che Bolan non è affatto convinto, perché crede fermamente che il passaggio verso la fama mondiale passi per il rimanere un solista.
Napier-Bell corre però come un treno: porta Ellison a casa di Marc per farli provare insieme. Andy è attratto da Bolan, crede che sia la persona giusta per dare una direzione al gruppo. Kit Lambert, boss della Track, accetta di far firmare i John’s Children a patto che Marc diventi il Pete Townshend della band. Nella primavera del 1967, Bolan fa svoltare il gruppo con i suoi versi, fino al singolo “Desdemona” che lancia i John’s Children verso la fama nazionale con il suo pop-beat di matrice shakesperiana e quel verso, “alza la gonna e parla”, che porta a una censura dalla Bbc.

Ma stiamo parlando di un breve intermezzo in questo spettacolo biografico, perché Marc non è a suo agio, con l’atteggiamento della band sul palco, con il fatto che sia Andy Ellison il lead singer. Eppure “Desdemona” è il primo esempio dell’arte sonica di Bolan, una canzone strutturata e minimale che racchiude un autore vero. Dopo le disastrose date in Germania, i John’s Children registrano un altro possibile 45 giri con Marc, “Midsummer Night’s Scene”, dove il beat lascia il passo alla psichedelia elettrica. Purtroppo Napier-Bell decide di metterci mano e rovina il brano, mandando su tutte le furie il gruppo e soprattutto Marc che lascia definitivamente la band.

Atto III – Tyrannosaurus Rex

Marc non era un hippie. La maggior parte degli hippie pratica l’amore libero e prende tanta droga come gli acidi. Lui odiava la droga in quei giorni, e certamente non praticava l’amore libero. No, lui era un mod vestito come un hippie
(Tony Visconti)

Ancora oggi, la gente continua a ignorare tutta quella roba hippie che c’era nel gruppo ai primi anni. Tyrannonsaurus Rex era un concetto completamente differente da quello che oggi sono i T. Rex. Io credo che per un po’ di tempo Marc sia stato un buon hippie
(Steve Peregrine Took)

Marc Bolan - T. RexNato nel sobborgo di Eltham nel luglio 1949, Stephen Ross Porter è di due anni più giovane di Bolan. Al contrario di Marc, Stephen è un ragazzo nervoso, ma condivide con il nostro una grande passione per le storie fantastiche e soprattutto per quelle di Tolkien. Dall’universo del “Signore degli Anelli” ha preso infatti il suo nome d’arte, Steve Peregrine Took, uno dei più fidati compagni di Frodo Baggins. Accomunati dalla passione per i più potenti animali vissuti sulla terra, Bolan e Peregrine Took decidono di formare i Tyrannosaurus Rex, insieme al bassista Ben Cartland.
La prima esibizione del nuovo gruppo è programmata sul palco di Electric Garden, ma è un completo disastro. Marc non demorde: registra ancora nuovi brani e manda gli acetati al disc jockey John Peel che li inserisce nella scaletta del suo nuovo programma “Top Gear” su Radio 1. Peel viene sedotto dalle atmosfere fantasy dei Tyrannosaurus Rex, nel frattempo ridotti in formato duo con i soli Bolan e Peregrine Took. Il dj convince il produttore Bernie Andrews: la band merita una delle prestigiose Peel Sessions – ed è il primo gruppo senza etichetta a guadagnarsi questo privilegio – nell’autunno 1967. Bolan e Took registrano brani come “Child Star” e “Dwarfish Trumpet Blues”, guadagnandosi per la prima volta un colpo di fortuna. Ottengono un contratto discografico per un debut album.

Originario di Brooklyn, Anthony Edward “Tony” Visconti ha iniziato la sua carriera nella musica suonando basso e chitarra elettrica in duo con la futura moglie, Siegrid. Alla metà degli anni 60, viene convinto dal suo stesso editore, Howie Richmond, a diventare produttore discografico per un’azienda chiamata Richmond Organization. Scoperto da un altro produttore inglese, Denny Cordell, Visconti viene invitato a lavorare sulla scena londinese come scopritore di nuovi talenti, facendosi le ossa con artisti come Georgie Fame, Joe Cocker e Procol Harum. Nell’estate del 1967 Cordell unisce le forze con il boss della Essex David Platz per fondare l’etichetta indipendente Straight Ahead/New Breed che confluisce nell’area di mercato presidiata da Emi. Cordell e Visconti rivitalizzano così la vecchia e stagnante casa di produzione Regal Zonophone, che assolda Procol Harum e The Move prima di lanciarsi alla ricerca di nuovi artisti. Tony frequenta spesso i locali più underground della scena inglese, e un giorno si imbatte nel poster di un gruppo chiamato Tyrannosaurs Rex che sarebbe andato in scena al Middle Earth (ex-UFO) davanti a una audience di circa trecento hippie entusiasti.
Visconti è rapito dal fascino di Bolan, ma viene introdotto a Steve Took che gli consiglia di “parlare con il capo”. Marc, con la tipica sfacciataggine di chi è convinto di diventare una star, mente spudoratamente a Tony: “Amico, sei l’ottavo produttore che si avvicina a me nell’ultima settimana. Proprio ieri si è avvicinato John Lennon”. Visconti chiede a Marc di chiamarlo per una session di prova. Bolan e Took si presentano – ovviamente – con un tappeto persiano e tutto l’occorrente per replicare il set acustico andato in scena al Middle Earth. L’entusiasmo di Visconti è frenato da Cordell che non vuole rischiare: accetta di produrre i Tyrannosaurus Rex, ma con un budget minuscolo, appena 400 sterline per il primo album. Tra le varie canzoni registrate c’è “Debora”, che debutta a marzo come singolo durante il programma “Top Gear” di John Peel e che miracolosamente sfiora la Top 30 in Uk. Non male per un produttore al suo esordio, un percussionista che suona i bonghi imprestati e un songwriter che a malapena riesce a suonare tre accordi di fila.

Dopo l’inatteso successo di “Debora”, nell’estate 1968 esce finalmente l’album di debutto, una chicca dell’assurdo dall’estenuante titolo My People Were Fair And Had Sky In Their Hair... But Now They're Content To Wear Stars On Their Brows.
Il disco d’esordio è così il risultato del rigetto avuto da Marc Bolan dopo l’esperienza elettrica con i John’s Children, avendo ripudiato completamente l’utilizzo della chitarra amplificata per abbracciare un freak-folk psichedelico di rara originalità. Con l’utilizzo di strumenti giocattolo come lo xilophono o il gong cinese, “My People Were Fair” approccia i primi ascoltatori di Bolan e Took da un punto di vista tra l’assurdo e l’immaginifico. La stessa voce di Marc è perfetta per accompagnare un sound a metà tra la filastrocca demenziale (“Strange Orchestras”) e le ossessive litanie raga (“Frowning Atahuallpa, My Inca Love”).
“My People Were Fair” è come un’opera di Khalil Gibran in musica, un lavoro allo stesso tempo immediato ed estremamente complesso, come nella gentile melodia orientale di “Child Star”, uno dei brani più riusciti dell’intero disco, insieme alla breve cavalcata infantile “Scenescof” - presa dai diari scritti sulle “persone viola” - e la mistica, inquietante psichedelia indiana “Dwarfish Trumpet Blues”. Paradossalmente le uniche note stonate del disco sono quelle più “normali”, come il country-blues “Hot Rod Mama” e il boogie “Mustang Ford”. Al di là delle apparenze, che dipingono i Tyrannosaurus Rex come degli hippie impenitenti, “My People Were Fair” è un disco molto sottovalutato, che racchiude nel suo cuore più intimo le prime esperienze compositive di Bolan come popstar mondiale. Basta riprodurre la gemma folk “Afghan Woman” o il nah-nah irresistibile di “Debora”, di fatto una delle prime vere esperienze soniche davvero “bolaniane”.
A sorpresa, nell’estate del 1968 il disco d’esordio supera in classifica Pink Floyd e Jimi Hendrix Experience. Il duo Bolan-Took, supportato da John Peel, inizia a esibirsi in location molto più prestigiose dell’ex-UFO, come la Royal Albert Hall. Grazie a un contatto di Tony Visconti, i Tyrannosaurus Rex entrano nelle grazie della Blackhill Enterprises, gestita da Pete Jenner e Andrew King, che vogliono costruire un impero musicale dopo aver preso in gestione i Pink Floyd. “Quello che i Pink Floyd fanno in elettrico, noi lo facciamo in acustico”, dirà Bolan a Jenner. A settembre, “One Inch Rock” è il nuovo rock-and-roll acustico che sfiora la Top 30, prima di alcune esibizioni estive che culminano al festival dell’isola di Wight. La rivista New Musical Express titola: “Tyrannosaurus Rex: mostri del pop si diventa”.

Bisogna dunque battere il ferro, anche perché la penna di Bolan non è mai stata così prolifica. Il duo torna in studio con nuovi strumenti tra cui un kazoo e una batteria di origine africana. Il sound a metà tra la psichedelia freak e l’ode pastorale si rinnova nel successivo Prophets, Seers & Sages: The Angels Of The Ages, che viene pubblicato a distanza di pochissimi mesi, ottobre 1968, sempre per la Regal Zonophone con la produzione di Tony Visconti.
Successivamente reputato come uno dei dischi più sottovalutati dei Tyrannosaurus Rex, “Prophets” continua il percorso intrapreso con “My People Were Fair”, uno scenario acustico tra l’universo di Tolkien e quello di Lewis, zeppo di oscura mitologia tra il celtico e l’orientale. Eppure, il disco presenta armonie folk e pastorali ben più strutturate nel più classico formato “canzone”, come la stupenda malinconia di “Stacey Grove” e l’irresistibile ritmo pop di “Consuela”. Il reverse engineering di “Debora”, nell’iniziale “Deboraarobed", è una sperimentazione di musica al contrario che nemmeno i Beatles hanno ancora provato con convinzione.
Bolan e Took proseguono con le stranezze come in “Scenescof Dynasty”, seguito ideale di “Scenescof” con il semplice accompagnamento percussivo con l’handclapping di lamenti canori. Il songwriting di Marc sta ormai diventando inconfondibile, ad esempio nella indimenticabile ossessione raga “Salamanda Palaganda”. Dalla pastorale “Trelawny Lawn” alla nenia pop “Aznageel The Mage”, le nuove composizioni dei Tyrannosaurus Rex sono una pozione micidiale di nonsense, mistero e ritornelli impossibili da ignorare.

“Prophets” non vende bene, ma il duo continua a suonare in giro per l’Inghilterra e all’inizio del 1969 viene fondato anche il primo Tyrannosaurus Rex Fan Club. Ma Bolan è inarrestabile: a marzo pubblica un libro di liriche romantiche intitolato “The Warlock Of Love” che riceve critiche contrastanti, da Donovan che ne apprezza il lato romantico a Pete Brown che lo trova intollerabile con le sue derive tra gli hippie e Tolkien. La realtà è che all’inizio del 1969 è chiaro a tutti che il sogno hippie è ormai morto e sepolto, rimpiazzato dal revival-blues e soprattutto dall’hard-rock. Bolan è perfettamente conscio di questo cambiamento sonico, ma non vuole ancora tradire i suoi primi ideali, vuole far contento il suo pubblico, pur capendo che c’è bisogno urgente di cambiare.

Atto IV – The Prettiest Star

E ora, dove una volta c’era acqua allo stato solido, c’è il re rettile, Tyrannosaurus Rex, rinato e saltellante

Marc BolanInizio 1969. Marc Bolan e Peregrin Took non sono più soli. Spinti da John Peel e June Child, attuale ragazza di Marc e già musa di Syd Barrett, i Tyrannosaurus Rex hanno un fan club di oltre cento membri da tutta Europa. Ma Bolan ha capito che è ora di cambiare musica, e per questo acquista una nuova chitarra elettrica, strumento abbandonato dopo il rigetto dei John’s Children. Marc non è esattamente un guitar hero, e la sua volontà di dare un nuovo imprinting alle composizioni dei Tyrannosaurus Rex manda Took su tutte le furie. Steve è in realtà sempre stato diverso da Marc, molto più chiuso. Ora è stufo di vivere sotto l’ombra del leader e l’abuso di droghe pesanti non lo aiuta. Le scarse vendite di Prophets hanno amplificato il problema: lo stile hippie del duo rischia seriamente di diventare anacronistico.
Mentre inizia l’ascesa dell’amico David Bowie con “Space Oddity”, il nuovo singolo “Pewter Suitor” viene distrutto dalla critica che non apprezza per nulla i due accordi stridenti e il suo la-la-la ossessivo. Stesso discorso per il successivo “Warlord Of The Royal Crocodiles” che porta Bolan a interrogarsi in una lettera accorata a John Peel. In questo caos creativo nasce Unicorn, uscito a maggio a segnare una riga nettissima tra le atmosfere lo-fi tutte chitarra e bonghi e una produzione più accurata e ricercata sulla scia del wall of sound di Phil Spector.
“Questo album è diviso in due parti – dirà Bolan a Circus magazine – sei tracce solo con chitarra e bonghi, mentre le altre presentano più strumenti. Ho comprato un organo e ho imparato a suonarlo, ora mi interessano tanti altri tipi di suoni. Ci sono venti tipi di percussioni su quest’album, così come un basso e una batteria”. Unicorn, per molti, è il capolavoro dei Tyrannosaurus Rex, perché mescola alla perfezione tre ingredienti base: il vecchio folk tolkeniano, la psichedelia più spinta e un formato canzone spectoriano. È il primo album in cui l’unica star è Marc Bolan, prodotto da Tony Visconti, mentre Peregrine Took è solo un mero compagno di viaggio.
“Cat Black (The Wizard's Hat)” è la summa del disco, che si basa su un tappeto di accordi rock-and-roll ma si evolve sulle note del piano appunto verso il wall of sound cercato da Spector. Stesso discorso nell’iniziale “Chariots Of Silk”, che sfrutta il pattern martellante della batteria e lo mixa con il tamburino tra effetti di overdub sulle due voci di Bolan e Took. I Tyrannosaurus Rex non abbandonano il concetto di mantra in musica – la nenia “She Was Born To Be My Unicorn” e la minimale “Romany Soup” – ma Bolan inizia davvero a comporre musica più intricata, a partire dal progressive-folk “The Pilgrim’s Tale”, passando alla funerea e incomprensibile “Iscariot” fino a “Nijinsky Hind” che omaggia un oscuro ballerino degli anni 20 con una marcia acustica di rara bellezza.

Dopo l’uscita di Unicorn, John Peel trasmette così frequentemente le canzoni dei Tyrannosaurus Rex da ricevere una diffida per “conflitto di interessi”. Incoraggiato da June che è ormai diventata il suo manager, Bolan è sempre più convinto di poter diventare come Clapton, Hendrix o Townshend, ovvero un dio della chitarra elettrica. Verso fine anno, esce il nuovo singolo “King Of The Rumbling Spires” che è una rivoluzione copernicana: è suonato in elettrico con un boogie in twelve-bar e un mellotron che ricorda i King Crimson. Il singolo – manco a dirlo – non ha successo e Took inizia a spazientirsi: vuole partecipare di più come autore e cantante e chiede di registrare suoi pezzi. Questo va contro le regole del duo, che vogliono Bolan a comporre e Took a lavorare sugli arrangiamenti ritmici. Lo stesso Tony Visconti racconterà di aver ascoltato alcuni brani di Steve (definendoli “orribili”), in parte giustificando la scelta che verrà: licenziarlo.
Non ancora ufficialmente separati, Bolan e Took devono onorare un primo tour di sei settimane negli Stati Uniti, dove Unicorn è stato l’unico album finora pubblicato sul mercato. Il giro di concerti è un mezzo disastro, perché Steve è ormai dipendente dagli acidi e non riesce nemmeno ad alzarsi dal letto. Durante alcune date a settembre, Took passa il segno: si spoglia durante un live e inizia a sabotare le esibizioni con ritmi completamente suoi, non programmati. Quello che resterà è una dichiarazione rilasciata alla stampa più tardi, dopo essersi unito ai The Pink Fairies All-Star Motrocycle Club and Rock and Roll Band: “Fondamentalmente, tutto quello che volevo fare era stare seduto sotto un albero di arance, suonando la mia musica al sole, drogato e scavando odori e colori”.

Dopo la rottura con Took, Bolan non ci mette molto a trovare un nuovo compagno di viaggio. Nell’ottobre 1969 appare un avviso sul Melody Maker che dice, più o meno: “vuoi lavorare con i Tyrannosaurus Rex? Cerchiamo un ragazzo giovane e gentile che sappia suonare le percussioni, ad esempio i bonghi, ma anche batteria, un po’ di basso e che sappia cantare. Prego allegare foto. Casella postale 8679”. Ma le oltre trecento candidature pervenute non vengono nemmeno lette, perché nel frattempo Marc ha conosciuto un giovane artista, aspirante musicista, di nome Mickey Finn.
Michael Norman Finn è nato nel Surrey nel giugno 1947 ed è così coetaneo di Marc. Appassionato di Elvis Presley e Gene Vincent, Finn ha frequentato il Croydon College of Art, rapidamente abbandonato per provare a guadagnarsi i primi soldi e comprarsi una motocicletta. Prova all’inizio con il lavoro di modello, poi tenta la carriera artistica lavorando in una boutique votata all’art nouveau a King’s Road. Proprio mentre dipinge i suoi murales, incontra Marc, che gli propone di entrare nel duo. Finn è affascinante e ha un carattere docile e accomodante, ma praticamente sa poco o nulla di musica. A Bolan non importa, perché capisce che il carattere di Mickey è opposto a quello di Took, che non metterà mai in discussione la sua autorità di leader supremo dei Tyrannosaurus Rex. Soprattutto, non dirà nemmeno una parola sulla nuova direzione del duo, che sarà sempre più votato all’elettrico lasciando indietro la schiuma dell’ondata hippie.
Lo stesso Bolan usa sempre più spesso il termine T. Rex per parlare del suo progetto, che sarà più pop e rock’n’roll. Marc e Mickey si rifugiano in Galles per ritrovare armonia dopo il tour negli Stati Uniti: è qui che vengono provate le nuove canzoni per il quarto album degli ancora chiamati Tyrannosaurus Rex. Tornato a Londra, nel gennaio 1970 viene invitato da Tony Visconti a partecipare alle sessioni di registrazione per il nuovo singolo di una delle figure più in crescita sulla scena inglese, David Bowie. Anche Bowie è partito dal folk dylaniano con toni psichedelici, e ha sempre ammirato sia il lavoro che le pose da popstar di Marc. A caccia di un nuovo successo dopo “Space Oddity”, Bowie ha pronte due canzoni: “London Bye Ta Ta” e “The Prettiest Star”. Visconti chiede a Bolan di registrare per il secondo brano una parte di chitarra. La situazione degenera quando June Child attacca il singolo, definendolo “una merda”, elogiando solo la parte del suo protetto. Bowie e Bolan capiscono che è impossibile contenere i rispettivi ego in una sola stanza, e si dicono addio.

Dopo il primo matrimonio con June Child alla fine di gennaio, Bolan torna dal vivo al programma radiofonico di John Peel per presentare “Elemental Child”, brano elettrico del nuovo corso dei Tyrannosaurus Rex. L’approccio di Bolan allo strumento è di stampo hendrixiano, zeppo di distorsioni, ma anche legato in qualche modo a una versione boogie di “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd. Ormai abbandonati i bonghi di Took, Marc compone le sue nuove canzoni per voce e chitarra, con un approccio meno complesso, con strutture semplici e testi più compensibili. Il risultato è A Beard Of Stars, che esce nel marzo 1970 ed è un disco che segna il definitivo passaggio di consegne dai vecchi hippie Tyrannosaurus Rex ai nuovi idoli del pop T. Rex. Proprio per questo l’album è come un piatto dal sapore poco deciso, anche se pur sempre bilanciato bene negli ingredienti.
L’apice è sicuramente l’ultima canzone, “Elemental Child”, che di fatto passa il testimone ai T. Rex con il suo proto-boogie distorto che mai è apparso così marcato nel repertorio finora prodotto da Bolan. In “Pavilions of Sun”, ad esempio, la chitarra introduce il wah-wah di marca hendrixiana per dare una nuova luce elettrica al vecchio ritmo da ballata freak. Così come “By The Light Of The Magical Moon” richiama la struttura folk con una ritmica meno cervellotica e inserti elettrici in overdub. In “A Beard Of Stars” è ancora presente un retaggio lisergico, come nella ballad “A Day Laye” o nella stessa title track che suona il flower-power senza risparmiarsi.
L'album resterà forse più per la sua importanza a livello di metamorfosi sonica che per l’effettivo valore assoluto dei brani, pur presentando alcune composizioni di alto livello come l’oscura “Organ Blues”. Ma tanto basta: è il disco che porta il brucaliffo a diventare una farfalla elettrica pronta a spiccare il volo sul mercato musicale inglese (e mondiale).

Febbraio 1970. Sul palco del Roundhouse di Londra salgono quattro musicisti vestiti come a una festa di carnevale dallo spazio. David Bowie, Tony Visconti, Mick Ronson e John Cambridge hanno da poco costituito i The Hype, primissimo tentativo di incarnare un sound più duro tra lustrini e stivali da pirata. Tra gli spettatori, Marc Bolan è uno dei pochi che applaude la band, ormai convinto che quello sia il futuro della musica e della sua carriera da idolo del pop.
A maggio, l’ultimo album A Beard Of Stars non va oltre il ventunesimo posto nella classifica degli Lp in Inghilterra, ma il successo clamoroso del singolo di Mungo Jerry “In The Summertime” avrà per Bolan un’importanza ancora più evidente. Il pubblico d’Albione fraternizza con lo stile vocale di Mungo Jerry, così come con quello di Ray Davies nella hit dei Kinks “King Kong” o di Bowie in “Black Country Rock”. È una sorta di grande ritirata prima dello tsunami sonico che investirà Londra, il glam. In questo preciso istante, Marc Bolan pensa a una vera rivoluzione: abbandonare il formato a due e ampliare le fila dei suoi scudieri, almeno dal vivo. Durante il tour europeo, nell’estate del 1970, Bolan introduce in scaletta la nuova “Jewel”, che ormai è distante anni luce dal folk psichedelico in nome di un più semplice e grezzo blues-rock’n’roll.

La svolta arriva a luglio, quando ai Trident Studios viene registrato il nuovo singolo “Ride A White Swan”, una filastrocca pacchiana in salsa rock-and-roll condotta con semplicità disarmante da pochi accordi di chitarra elettrica sotto una tempesta in handclapping. Il finale cantilenante di Bolan è a prova di bomba, tanto che qualcuno andrà a scrivere successivamente che “Ride A White Swan ha inavvertitamente generato la mania per il glam-rock”. La favola del cigno bianco dovrà spaccare in due le classifiche inglesi, il suo lancio è previsto per ottobre con la nuova etichetta Fly Records e dovrà per forza sancire la nascita di una nuova superstar del rock inglese.

Atto V – L’alba del guerriero elettrico

Quando ascoltammo quello che avevamo era tutto così eccitante, sapevamo di avere tra le mani una potenziale superstar. Aveva un sound talmente diverso, ed era esattamente quello che ci voleva in quel preciso momento
(David Platz)

Puoi vendere tutti gli album che vuoi, ma finché non realizzi un hit single, non ti senti affatto un artista di successo. Tutto quello che volevo era diventare una star del rock and roll
(Marc Bolan)

Marc BolanSettembre 1970. David Platz è a un passo dal lancio della sua nuova etichetta discografica, la Fly Records, e Bolan sarà uno dei suoi musicisti di punta. Quando entra nell’ufficio di Tony Visconti, Marc legge dappertutto il nome T. Rex e chiede spiegazioni. Visconti gli confessa molto candidamente che scrivere Tyrannosaurus Rex quindici volte in un documento è davvero un lavoro troppo oneroso. Quando “Ride A White Swan” viene lanciato sul mercato come singolo, il pubblico inglese impazzisce. I primi concerti dei nuovi T. Rex fanno il tutto esaurito, seguiti da un pubblico sempre più galvanizzato e rumoroso. Il costo più basso dei biglietti attira ascoltatori più giovani, e l’apparizione a “Top of The Pops” mette la marcia.
Dopo le prime esperienze con Tony Visconti al basso, Bolan capisce che ora ha bisogno di uno specialista in maniera permanente. Come con Mickey Finn, la ricerca dura pochissimo. Dopo un’audizione viene assoldato il giovane Steve Currie che, al contrario di Finn, non vuole far altro che suonare il basso. Currie ammette di non amare particolarmente la musica folk dei vecchi Tyrannosaurus Rex, ma Marc lo rassicura: “Non siamo più un piccolo duo di musica folk, vogliamo spendere il prossimo anno a lavorare duro e spremere la nostra musica. Voglio che sia davvero eccitante”. Dopo aver celebrato il suo ingresso con una bottiglia di whiskey, i T. Rex lo rendono ufficiale nel dicembre 1970, a poche settimane dall’uscita del primo album del nuovo corso, intitolato semplicemente T. Rex.

Con la presenza al basso di Tony Visconti, T. Rex è il primo disco della svolta electric-pop, aperto dal blues-and-roll distorto di “Jewel”. Come già accaduto in A Beard Of Stars, l’album presenta anche una componente acustica – ad esempio, la ballad minimale “The Visit” – ma il piglio compositivo di Bolan non è più votato all’astrusità hippie, bensì alla costruzione di melodie semplici e immediate.
L’handclapping diventa il marchio di fabbrica (l’oscura “Childe”), ma il disco nella sua interezza sembra come incompiuto, abbozzato. Le morbidezze di “The Time Of Love Is Now” e “Diamond Meadows” restano come grezze, figlie di un artista che sta solo preprando la sua uscita dal bozzolo. Se il rock’n’roll ammiccante di “Is It Love” e la nuova versione boogie di “One Inch Rock” aprono le porte del glam, brani come “Seagull Woman” e l’acquerello “Sun Eye” non brillano per incisività. In chiusura c’è “The Wizard”, il brano più lungo mai registrato finora da Bolan con oltre 8 minuti tra distorsioni elettro-acustiche e ritornelli orchestrali firmati da Visconti. Il nuovo corso è servito.

T. Rex non riesce a entrare nella Top 10 inglese, e Bolan si scusa pubblicamente perché l’album è stato scritto prima del furioso sound portato dal vivo con Finn e Currie. Agli inizi del 1971, mentre il singolo “Ride A White Swan” continua a macinare vendite, Bolan non si ferma un momento e continua a scrivere musica originale. Giunge a questo punto della storia il momento di introdurre anche un batterista, per completare la metamorfosi dai Tyrannosaurus Rex ai T. Rex. Introdotto ancora una volta da Tony Visconti, Bill Fifield decide di abbandonare il suo attuale gruppo, i Legend, per registrare subito il prossimo singolo di Bolan, “Hot Love”. Appassionato di arte e rock and roll, Bill Fifield è un batterista dal ritmo semplice, ma tremendamente efficace per il sound che Marc ha intenzione di far esplodere nel Regno Unito. Nell’aprile 1971, dopo l’uscita del trionfale “Hot Love”, i quattro T. Rex vanno per la prima volta in scena a Detroit davanti a una folla impazzita.

Tornato a Londra, Marc Bolan è diventato definitivamente una stella. “Hot Love” è pop-anthem e manifesto del sound bolaniano, la “Hey Jude” dei T. Rex, secondo la critica musicale del tempo. Basata su un template rock’n’roll piuttosto banale, il singolo rappresenta alla perfezione la semplicità classica della coppia Bolan-Visconti, a ritmo di handclapping, tessiture orchestrali e ritornello killer. È con “Hot Love” che Marc restituisce vita al vecchio Elvis, trasportandolo nel rock glitterato del 1971. Proprio durante il tour americano, tra Los Angeles e New York City, viene registrato l’album successivo, che introduce ufficialmente Steve Currie al basso e Bill Legend (come lo chiama Bolan) alla batteria. Lo stesso Visconti dirà in seguito che Electric Warrior è stato registrato come se la band fosse agli studi della Sun agli ordini del boss Sam Phillips. Senza fronzoli o tecniche di registrazione particolari, solo rock’n’roll.
Tornato in patria, Bolan scopre che “Hot Love” è ancora in cima alle classifiche, da tre mesi. Il momento è d’oro, mentre i critici lo paragonano al Re Presley. Dopo una versione della nuova hit a “Top Of The Pops”, un’amica di June, Chelita Secunda, convince Marc a truccarsi per la prima volta. Lo porta nelle boutique più alla moda di King’s Road, dove lo veste da capo a piedi tra lustrini, pantaloni in satin e giacche sgargianti. I già lunghi capelli ricci e la fisicità androgina fanno il resto: nasce la nuova superstar del glam-rock.
Alle sue origini, il glam-rock rappresenta probabilmente quanto di più ortodosso ci sia nel rock’n’roll. Cancella all’improvviso un decennio di battaglie politiche e movimenti underground per incarnare il concetto supremo di rockstar, attraverso il recupero di un sound quasi vintage, ovvero fatto di stile, sensualità e semplicità estrema nella composizione dei brani. Marc Bolan capisce che il nuovo corso del rock passa per gli ascoltatori più giovani, che vogliono canzoni sexy, orecchiabili e senza messaggi profondi. Quando a luglio esce il terzo singolo “Get It On”, il nuovo movimento non può più essere fermato. Il modo in cui i T. Rex rielaborano il rock’n’roll come un boogie sinistro, le armonie di sax e la sezione di archi sull’ennesimo ritornello imperdibile è come la rivoluzione copernicana nei Seventies inglesi. Anche se gruppi come i Rolling Stones omaggiano da tempo i padri fondatori come Chuck Berry, Bolan è l’artista che maggiormente rappresenta un sound primitivo elevandolo sul palcoscenico del glam.

Nemmeno l’improvvisa rottura nel rapporto con John Peel – a cui non piace la nuova direzione elettrica intrapresa – frena Marc, che si muove come Chuck Berry sul palco tra lustrini e giacche sgargianti. “Get It On” è un altro successo imponente e Bolan sente ormai di avercela davvero fatta. Alla fine di settembre, anno 1971, esce il secondo album Electric Warrior, che apre di fatto la stagione glam in undici brani che resteranno scolpiti per sempre nella pietra sonica. Primo disco con i nuovi compari di band, verrà così descritto dallo stesso Bolan: “Per quanto mi riguarda, è il primo album che io abbia mai realizzato. Gli altri erano solo delle idee, ma in questo ho parlato di me, di te, di tutti noi”.
Modestia a parte, Electric Warrior è un capolavoro di semplicità fatta musica, dal bluesy-groove suadente di “Mambo Sun” ai riverberi elettrici di “Rip Off”. Come ha fatto anche John Lennon con la Plastic Ono Band, Bolan torna a un sound onesto, diretto e sensuale, volendo parlare una lingua universale - il rock’n’roll - per farsi ascoltare da tutti. Descritto dallo stesso Marc come un “disco interamente blues”, Electric Warrior è una cascata impressionante di singoli killer, come ad esempio il magistrale ritmo di “Jeepster” che mescola il sound di Howlin’ Wolf con Elvis, sul cantato quasi in falsetto e un testo da pruriti adolescenziali. Se l’iniziale “Mambo Sun” è come un mantra inquietante fatto di “oohs e aahs”, “Cosmic Dancer” è la dolce melodia generazionale infarcita di effetti psichedelici. In sostanza, quello che Bolan fa non è inventare un nuovo genere musicale: si limita a riscoprire la musica primitiva, mettendole addosso un vestito magnifico che tutti vorrebbero almeno una volta indossare.
Diviso in due lati da nemmeno venti minuti, Electric Warrior è l’album che trasforma definitivamente un folletto dell’hippie-folk in una sorta di avatar del trash-rock, capace di prendere una progressione di accordi sacra come il twelve-bar e trasformarla in qualcosa di sfacciatamente pacchiano come nella sporca "Lean Woman Blues". La lingua parlata da Bolan è suadente, come gli acquerelli melodici elettro-acustici “Girl” e “Life’s A Gas”. Ma se Electric Warrior verrà ricordato nella storia della musica è soprattutto per i numeri glam-boogie come “Get It On” e la coda a fiati della scatenata goduria per le orecchie, “The Motivator”.

Mentre il vecchio socio Peregrine Took sprofonda in un vortice nero di droghe e alcol, Bolan è all’apice del successo, tra nuove chitarre e Rolls Royce (usate). Spinti dal nuovo manager Tony Secunda – da poco uscito da una disastrosa gestione delle royalties della band The Move – i T. Rex si siedono al tavolo dei negoziati con la Fly Records, sulla scia del successo di Electric Warrior. Bolan vuole diventare una popstar, punto e basta. Non soddisfacenti, le condizioni della Fly Records portano Secunda a sparigliare le carte, in accordo con lo stesso Marc. Alla fine del 1971 nasce così la T. Rex Wax Co., etichetta homemade, e David Platz si aggiunge alla lista degli ormai ex-amici di Marc Bolan.
In autunno parte il tour promozionale di Electric Warrior con una lunga serie di date in Uk: le giovani fan impazziscono per Marc e ci vuole ogni sera l’intervento degli addetti alla sicurezza per evitare che centinaia di ragazzine armate di forbici provino a tagliargli una ciocca di capelli. Il culto di Bolan cresce incontrollato, tanto che la rivista Jackie riceve quasi mille lettere di fan preoccupati per una presunta malattia terminale del loro idolo.

Atto VI – Metal Guru

L’intera faccenda era Marc Bolan. Non è mai stata i T. Rex. Lui era i T. Rex
(Steve Currie)

Marc BolanInizio 1972. Marc Bolan decide di celebrare il suo nuovo status da superstar del rock con una abbondante dose di cocaina, annaffiata da litri di champagne. Smette di ascoltare i consigli di chi gli sta intorno, e sceglie di rifugiarsi nel suo ego-mondo paradisiaco. La sua immagine è ovunque, su ogni rivista, e non c’è alcun motivo plausibile per non auto-celebrare il raggiungimento del sogno. A marzo, i T. Rex si esibiscono in due concerti all’Empire Pool di Wembley davanti a oltre 16mila fan adoranti. La rivista Melody Maker titola: “La Bolan-mania raggiunge un nuovo apice”. È la prima volta che l’Empire Pool ospita un live di una sola band o artista: il batterista dei Beatles, Ringo Starr, registra le esibizioni con un suo team per farne un film. A gennaio è uscito il nuovo singolo, “Telegram Sam”, il nuovo boogie-beat come se Chuck Berry avesse iniziato a suonare con sax, archi e cori. Nuova ossessione nazionale. Le riviste di settore usano il termine “superstar” ed è ormai confermato che la rexmania non ha nulla da invidiare a una più famosa ossessione per quattro ragazzi di Liverpool. “I T. Rex sono i nuovi Beatles – si legge su alcune locandine durante il tour statunitense agli inizi del 1972 – gli idoli dei ragazzi negli anni 70 e la più grande sensazione pop degli ultimi anni”. La conquista degli Stati Uniti si compie definitivamente alla fine di febbraio con un concerto trionfale alla Carnegie Hall di New York.
In primavera, i T. Rex volano in Francia per iniziare una nuova sessione di registrazione agli Strawberry Studios di Parigi. Bolan vuole sfuggire alle altissime tasse inglesi, rifugiandosi all’ombra della Tour Eiffel dopo il consiglio dell’amico Elton John. Marc arriva agli studi inzuppato di cognac, sbraita contro il suo roadie Mickey O’Halloran e nel frattempo prova i suoi nuovi brani con la band. Uno di quelli registrati a Parigi e “Metal Guru”, un funky-rock’n’roll che ricorda Buddy Holly, ma con l’arrangiamento decadente e sensuale celebrato in Electric Warrior. Il nuovo singolo non verrà ben visto dalla critica, che lo definisce una “brutta copia degli Small Faces” o il lavoro “di un Phil Spector sordomuto”. Marc non la prende benissimo: da quando è diventato una superstar, il suo ego è cresciuto a dismisura, tanto da iniziare a blaterare che gente come i Rolling Stones lo ha copiato. In realtà, quello che i critici musicali iniziano a scrivere nel 1972 è che la musica dei T. Rex, a partire da “Metal Guru” dopo “Telegram Sam”, è diventata subito poco originale. L’unico a non nutrire dubbi è il fan Ringo Starr, autore del film documentario “Born To Boogie” che esce a fine anno con la distribuzione di Apple Corps.

Con il montare delle critiche della stampa di settore, nell’estate 1972 esce The Slider, che viene descritto da Bolan come “il disco più franco e veritiero su di me”. Da molti critici, invece, il disco viene visto come “una versione più pulita e rifinita” di Electric Warrior, molto più vicina a un “collasso artistico totale”. Quello che davvero The Slider compie è un altro attacco al rock più intellettuale, ai barocchismi progressive dell’epoca, per mantenere saldo il credo del recupero primitivo per infiammare gli ascoltatori.
Subito dopo la power-ballad “Mystic Lady”, la magnifica doppietta “Rock On”/“The Slider” è la summa dell’arte bolaniana, condotta dal ritmo boogie-and-roll e infarcita di coretti irresistibili, mugugni sessuali e partiture d’archi. Paradossalmente, The Slider è un disco ancora più accessibile di Electric Warrior. I T. Rex pigiano sull’acceleratore del blues elementare in stile fifties (“Baby Boomerang” e “Rabbit Fighter”) sapendo quando rallentare a ritmi folk-pop come nella siderale “Spaceball Ricochet” o seguendo la più pura delle glam-ballad, “Ballrooms Of Mars”. A dispetto delle critiche espresse dalla stampa di settore, The Slider è il più degno successore di Electric Warrior, un disco che sicuramente ricicla idee già profetizzate – “Buick Mackane”, ad esempio, ha un groove molto simile a quello dell’altro singolo spaccaclassifiche “Children Of The Revolution” – ma che permette a Bolan di celebrare ancora una volta un sound scevro da ogni intellettualismo, diretto e feroce come il rock’n’roll di una volta.

Quasi in contemporanea, esce per la Fly Records la compilation Bolan Boogie, che senza alcuno sforzo profuso scala le classifiche inglesi, accompagnata da un nuovo tour nazionale che manda in tilt migliaia di ragazzini adoranti. L’onda della T. Rexstasy è ormai uno tsunami, e la fama inizia a diventare anche un problema di sicurezza: Bolan comincia a pensare a un improvviso ritiro dai palchi, trasferendosi nella campagna gallese per trovare una sempre più agognata quiete.
Nonostante le 100.000 copie vendute in soli quattro giorni, The Slider non riesce a toccare la vetta delle chart d’Albione, fallendo nel tentativo di capitalizzare al massimo il successo di Electric Warrior. Senza più una vita privata, Bolan inizia a pensare a un ritiro dal mercato nazionale, probabilmente diventato troppo presto vittima del suo stesso successo. Verso la fine del 1972 quello del glam-rock è un “mercato” ormai saturo, con una nutrita schiera di galli variopinti nel pollaio: Elton John, David Bowie, Rod Stewart, Alice Cooper, ma soprattutto il nuovo rivale Gary Glitter. Quando a giugno esce per la Rca l’album “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, è ormai chiaro che il movimento ha un altro principe cosmico. David Bowie piace alla critica, che lo paragona a mostri sacri come Bob Dylan e Beatles. Al contrario di Marc, il fu David Jones ha maturato un sound più vicino alla New York underground, anche se non completamente privo di accento bolaniano.

Mentre montano i primi mugugni tra Currie e Legend - che prendono ancora un salario bassissimo, nonostante il successo della band - Marc torna subito in Francia per registrare il nuovo singolo “Children Of The Revolution”, prodotto a partire dagli stessi ingredienti della formula magica: tessiture d’archi, riff sporchi e cori in falsetto. Sembra quasi che Bolan voglia suonare con l’impeto di un treno a vapore, tanto che il secondo singolo “Solid Gold Easy Action” presenta un irresistibile e isterico shuffle-beat registrato in poche sessioni. A settembre, i T. Rex volano negli States per un disastroso tour di sei settimane, stroncato dalla critica (anche) per l’atteggiamento da rockstar di Bolan che tratta il suo pubblico come una pezza da piedi. Marc introduce nella band la Motown vocalist Gloria Jones, che inizia la sua avventura live con la band a ottobre, al Winterland di San Francisco.
Tornato a Parigi per avviare le registrazioni dell’album successivo, Bolan è ormai completamente perso nel suo ego. Lo stesso Tony Visconti non riesce più a comunicare con lui come un tempo, mentre imperversa la guerra di singoli con gli Slade, la nuova band che fa breccia nel cuore delle adolescenti inglesi. La critica continua ad accusarlo di fare sempre la stessa musica, Bolan è invece convinto che il suo nuovo album sia quasi “gospel”, perché introduce un pianoforte, un sax e tante coriste di colore. La realtà è che Marc è sempre più accerchiato, dedito alla cocaina che, a detta di qualcuno, lo sta trasformando in “quello che ha sempre odiato in Steve Took”.

A cavallo tra il 1972 e il 1973, la guerra a distanza tra Marc Bolan e David Bowie impazza. Il singolo registrato a ottobre da David, “The Jean Genie”, spacca le classifiche e conquista gli Stati Uniti, dove Marc non riusciva a fare breccia. Bowie viene definito dalla critica come una “stella nascente”, mentre Marc risponde con il nuovo singolo “20th Century Boy”, prodotto negli studi Emi durante il tour giapponese. Nonostante il riff pesantissimo, il brano non sfonda oltre il terzo posto in classifica e viene subito superato dall’acida “Drive-In Saturday” del misterioso Ziggy Stardust, che ha ormai definitivamente preso lo scettro del glam-rock internazionale.

Nel marzo 1973, Bolan decide di lanciare la sua prossima carta con l’album Tanx, il disco che aveva descritto come un lavoro “gospel”. Fatta eccezione per la coinvolgente chiusura corale di "Left Hand Luke And The Beggar Boys", Tanx non è affatto un disco gospel. Sicuramente nelle intenzioni di Bolan, che imbottisce il disco di sonorità soul condotte dal sax di Howard Casey. Brani come “Mister Mister” e "Broken Hearted Blues" vengono infatti a rappresentare un parziale allontanamento dallo stilema ideato con Electric Warrior, (probabilmente) per avvicinarsi al nuovo sound del nuovo rivale Ziggy Stardust. Ovviamente Marc non è affatto il tipo che ammetterebbe una cosa del genere, ma la giravolta da glam-soul delle stelle di "Life Is Strange" non può ignorare quello che i critici definiscono “la nuova stella del pop inglese”.
Tuttavia, in Tanx non si capisce bene se i T. Rex facciano meglio a tornare al sound che li ha lanciati nella troposfera dello showbiz musicale. Brani come “Shock Rock”, “Mad Donna” e “Born To Boogie” suonano ormai come delle copie di uno stile, anche se dotati di un sound sempre irresistibile. Alla fine, il brano che riesce a mettere tutti d’accordo è l’iniziale “Tenement Lady”, che armonizza il boogie con il mellotron per trovare un equilibrio tra sogno pop e malinconia psichedelica.

Atto VII – Teenage Dream

Adulazione e cocaina erano esattamente le cose di cui Marc non aveva bisogno
(Jack Green)

Marc Bolan - Elton JohnAlla metà del 1973, il successo ha ormai trasformato radicalmente la psiche di Marc Bolan. Tra singoli ammazza-classifiche, film e ragazzine urlanti che vogliono una ciocca dei suoi capelli, il fu-Marc Feld è sempre più turbato da quella che dovrà essere la sua prossima direzione. Quasi intrappolato in una gabbia sonica da cui non riesce a uscire, Bolan pubblica a giugno il nuovo singolo “The Groover”, che viene però surclassato in classifica dai rivali Slade con “Skweeze Me Pleeze Me”. Il brano è nel classico stile T. Rexstasy, un boogie fulminante suonato a ritmi forsennati, ma non basta questa volta ad arrivare al numero uno, come trascinato in basso da una generale scrollata di spalle. “Perché fare ancora il singolo dei T. Rex?”, si chiede la rivista Sounds. Sul lato B di “The Groover” c’è poi “Midnight”, una svisata hard-rock in stile hendrixiano che giustifica chi inizia a pensare che Bolan voglia espandere il suo sound verso il rock duro, allontanandolo dagli stilemi glam-pop.
Il colpo di scena arriva dopo un bis sul palco della Watford Town Hall nell’aprile 1973, quando Bolan presta la sua chitarra alla Electric Light Orchestra. Marc ha infatti collaborato alla realizzazione del disco “On The Third Day”, prodotto dal chitarrista Jeff Lynne con una particolare vocazione verso un rock sinfonico e progressive. L’esibizione a Watford è sorprendentemente l’ultima apparizione in pubblico dell’anno, mentre la rivista Melody Maker esce con un titolo roboante: “Il glam-rock è morto! Lo dice Marc”.

In realtà, nel 1973 il glam-rock è vivo e vegeto, e gente come Elton John costruisce la propria fortuna omaggiando proprio Bolan. Marc è invece convinto che il suo futuro sarà nella produzione di musica altrui, in Francia – dove si pagano meno tasse – e soprattutto verso un sound meno basato sui singoli e più su partiture complesse da lancio nello spazio. Lo stesso Bolan descriverà questa sua idea di musica come “un super soul interstellare”. Il lider dei T. Rex è ormai maximo, tanto da rinominare la band in Zinc Alloy and The Hidden Riders of Tomorrow, che diventerà un “ensemble cosmico” più che un quartetto rock. Con la nuova incarnazione Zinc Alloy, Bolan diventa un despota in studio, volendo controllare tutto il lavoro a discapito del contributo storico di Tony Visconti. La nuova direzione musicale è verso la black music, con la formazione del Cosmic Choir con Gloria Jones e Sister Pat Hall.
Tra droga e alcol, Marc Bolan non passa un momento al di fuori dello studio di registrazione. Per un periodo, i T. Rex si trasferiscono ai Musicland Studios di Monaco di Baviera per registrare i nuovi brani del prossimo album, tra i mugugni sempre più rumorosi del batterista Bill Legend. Anche June Child declina gentilmente l’invito a trasferirsi in Germania, perché preferisce passare il tempo nel giardino di Eric Clapton a fumare spinelli e ascoltare rock acustico. Sempre più instabile e insicuro, Bolan inizia a pensare che la storia d’amore sia ormai al capolinea. Nell’estate del 1973, il suo rapporto con la vocalist Gloria Jones non si limita al professionale: i due prendono un volo per una vacanza a Nassau, dove Marc si crogiola al sole per avere una pelle più scura. I cambiamenti non sono solo estetici. Ad ottobre viene assoldato il nuovo bassista Danny Thompson e il nuovo amore per Gloria porta Bolan a registrare brani sempre più soul.

Alla fine del 1973, Marc è ormai concentrato solo sulla nuova direzione artistica per i T. Rex, ma la band è chiaramente in uno stato di disgregazione. Dopo aver ricevuto un modesto aumento dopo tre anni di grandi successi, Steve Currie e Bill Legend sono sul piede di guerra. Il batterista lascia a novembre dopo un tour di due settimane tra Giappone e Australia. In realtà, Legend torna a casa per stare con la famiglia, e non verrà più richiamato: Marc è convinto che “non sappia più tenere il tempo giusto”. Contemporaneamente, anche il rapporto con Visconti si dissolve, tra litigi sulle royalties e consigli mai più ascoltati da Bolan, che vuole ormai il controllo totale sulla sua musica. Visconti decide così di accettare la corte di David Bowie per la produzione dell’album “Diamond Dogs”, dopo il clamoroso suicidio andato in scena all’Hammersmith Odeon della creatura glam Ziggy Stardust.

A novembre i T. Rex pubblicano il singolo “Truck On (Tyke)”, che richiama ancora il glam-boogie degli ultimi anni, accompagnato da archi melliflui e cori funky-soul. Pochi mesi dopo, all’inizio del 1974, parte un tour inglese dove Bolan suona ogni sera imbottito di cocaina, annoiato sempre di più dall’isteria collettiva ad ogni concerto. L’abuso di alcolici lo ha fatto ingrassare, tanto che qualcuno della stampa inizia a paragonarlo all’ultimo Elvis Presley. Il suo faccione abbronzato diventa la copertina del nuovo album Zinc Alloy And The Hidden Riders Of Tomorrow, ultimo lavoro con Visconti, che tra l’altro verrà anche accusato delle sue scarsissime performance commerciali. Uscito a febbraio e anticipato dal singolo “Teenage Dream”, “Zinc Alloy” lascia basita la critica che non esita a stroncarlo, accusando Bolan di aver clamorosamente copiato Bowie. In realtà, il personaggio fittizio di Zinc Alloy risale alla fine degli anni 60, ma è indubbio che venga fuori in un momento sbagliato, dopo il “suicidio” di Ziggy.
Pur ottenendo critiche implacabili, il disco sarà in parte rivalutato per la svolta soul che Bolan anticipa rispetto allo stesso Bowie o a Lennon. Dalla sarabanda disco-funk di “Venus Loon”, della vecchia formula dei T. Rex non rimane nulla, mentre la voce di Marc è talvolta completamente sovrastata da quelle di Gloria Jones e Pat Hall. “Zinc Alloy” è il disco in cui parte la nuova era dello “space funk” già annunciato da Bolan, con una sterzata dal boogie-blues verso una soul & disco music (“Galaxy”, “Liquid Gang”, “Interstellar Soul”). Al di là del fatto che non tutti i brani riescono a suonare efficaci – il senso generale è che il disco sia pervaso dal caos – il tentativo di Bolan verrà capito solo dopo, quando anche Bowie e Lennon cavalcheranno questo filone dopo il periodo glam-pop. Canzoni come “Sound Pit” e “Nameless Wildness” potrebbero essere annoverate tra le prime prove di una “bubblegum music”, mentre “Teenage Dream” è a tutti gli effetti un capolavoro pop orchestrale, ultima testimonianza della vecchia amicizia tra un artista e il suo produttore.

Primavera 1974. Marc Bolan organizza i suoi bagagli e lascia il Regno Unito. Dopo una prima sosta in Francia, vola verso la West Coast dove con la nuova compagna Gloria Jones potrà lavorare meglio nel suo nuovo ruolo di produttore di musica soul. Ormai guadagnato lo status di superstar in patria, Marc vuole viaggiare verso nuovi orizzonti sonici, convinto che la vera felicità risieda altrove. La stessa Gloria Jones dirà alla stampa: “È stato un periodo duro. Tutti gli andavano contro perché non volevano un cambio nella sua musica, e questo gli spezzò il cuore. La gente non aveva capito che lui era una persona molto sensibile, un puro di spirito. A quel punto cosa puoi fare? Continuare a produrre la solita musica per fare contenti i fan, o fare musica per assecondare la tua anima? E questo è quello che dovete capire davvero. Marc è un uomo del soul”.
Tra un drink e l’altro, Bolan vive stabilmente a Los Angeles e durante l’estate rispolvera il vecchio progetto Hard on Love per registrare l’album The Beginning Of Doves, che dovrebbe essere pubblicato senza il contributo dei T. Rex. È un momento di assoluta anarchia, perché viene riesumato un altro progetto (già apparso come frammento introduttivo nel primo album T. Rex), “The Children Of Rarn”. I tentativi di Bolan girano però a vuoto, nel tentativo di espandere il suo nuovo “interstellar soul” che suona molto simile alla funkadelia portata avanti da George Clinton nello stesso periodo.

Nell’estate del 1974, il movimento glam vive una seconda giovinezza grazie a band come Showaddywaddy e The Bay City Rollers, che fanno a gara per accaparrarsi il mercato degli adolescenti. La lezione di Bolan e Bowie è ovviamente da ripetere a memoria, in uno scenario musicale che sembra sempre più spaccato tra pop smaliziato e rock duro. Trasferitisi negli States, i T. Rex tentano la conquista del solo mercato a stelle e strisce, come a voler marcare una linea divisoria ben definita con il Regno Unito. Ma il nuovo singolo pop “Light Of Love” non smuove gli animi, e nemmeno le classifiche. Dopo l’addio di Tony Visconti, Bolan diventa unico produttore della band, che firma un contratto con la Casablanca Records per un disco da pubblicare solo negli Usa. All’inizio, l’intenzione è quella di pubblicare una versione di “Zinc Alloy”, ma il management della Casablanca non è d’accordo. Durante il tour americano, Bolan registra nuovi brani descritti come se “Chuck Berry fosse piombato nel 21esimo secolo”.

Tralasciando la solita modestia del leader, Light Of Love viene stroncato dalla critica musicale statunitense. Il disco è un goffo tentativo di conquistare un mercato vastissimo con un sound che dovrebbe aggiornare l’ormai datato stilema glam. Brani come "Precious Star" sono l’ennesima ripetizione del clap-boogie corale, come “Token Of My Love” rappresenta il tentativo di aggiornamento del pop bolaniano con l’inserimento soulful della voce di Gloria Jones. L’addio di Visconti pesa, perché manca quel tocco sgargiante e smargiasso da sempre decisivo negli album dei T. Rex.
Il singolo “Light Of Love” è un pop banale, mentre “Space Boss” prova almeno a inseguire il percorso verso il “soul interstellare” intrapreso con l’incompreso e sottovalutato “Zinc Alloy”. In fondo è qualcosa che capita normalmente a tutti i grandi creatori di canzoni: arriva l’album che segna un tracollo, dovuto a confusioni personali e rotture interne. Light Of Love è ufficialmente l’album che segna la caduta artistica di Marc Bolan, costretto a diluire con l’inserimento di ben tre canzoni prese da “Zinc Alloy”. Forse la traccia più emblematica dell’intero disco è “Think Zinc”, un confusionario metal-techno che mescola il sound delle Supremes con effetti fuzz e fiati. Quasi una sorta di inconscia dichiarazione di impotenza: come avere delle idee, ma non riuscire a metterle in pratica.

Il disco vedrà la nascita di un fratello (quasi) gemello nel Regno Unito. Nel febbraio 1975 esce Bolan’s Zip Gun, che sostituisce i tre brani di Zinc Alloy presenti in Light Of Love con il nuovo singolo “Zip Gun Boogie”, che tenta un nuovo recupero del formato boogie con un cupo riff dal sapore metallico.

Atto VIII – Il dandy del mondo sotterraneo

Ascolta, io sono quello che ha dato origine al punk rock. Noi avevamo questo grande cartello sulla Strip, dove si leggeva “arriva il punk cosmico”. E nessuno lo guardava

Marc ad un certo punto cominciò a considerare grandi decisioni da prendere. Erano decisioni che avrebbero cambiato la sua vita, la sua carriera. Io penso che volesse tornare indietro, alle sue origini
(Jeff Dexter)

Marc Bolan - David BowieSettembre 1974. Prima dell’avvio in Pennsylvania del nuovo tour americano insieme ai Blue Oyster Cult, Marc e Gloria passano una serata a Los Angeles dove vanno a vedere un concerto di David Bowie, che sta portando in giro il suo show di “Diamond Dogs”. Al contrario di Bolan, l’ex-Ziggy Stardust sta proponendo un R&B bianco di grande successo, che culminerà con il disco “Young Americans” e il singolo spacca-classifiche “Fame” nel 1975. La stessa Gloria dirà: “Marc amava la soul music, ma credo che David ci entrò dentro più nel profondo. Cambiò completamente il suo stile, verso l’R&B”. Nell’eterna sfida con Bowie, Bolan non è mai riuscito a cambiare davvero la sua formula magica, con idee che sono rimaste solo nella sua testa. “Nessun credeva in Marc, perché credevano tutti in Bowie”, dirà Donovan in un’intervista. Durante il tour statunitense, i vari gruppi spalla dei T. Rex – tra cui i Kiss – otterranno un livello di gradimento molto superiore. Una notte, in Canada, Bolan non gradisce il silenzio con cui viene accolta “Teenage Dream”: “Qual è il vostro problema? È solo la canzone numero uno in Inghilterra”. Appunto.

L’America è uno spettacolare fallimento. Nessuno compra Light Of Love e questo non fa che aumentare la dipendenza da alcol e cocaina: Marc diventa violento e le litigate con Gloria spesso finiscono con l’uso delle mani. Quando il tour finisce, a novembre, i due si trasferiscono in una grande residenza a Hollywood Hills, per trovare un po’ di pace. Ma l’abuso di alcolici è diventato un problema, perché al posto della birra lager e dello champagne ora volano bottiglie intere di vodka e brandy, in compagnia di gente non proprio sobria come Keith Moon. Il bassista Steve Currie giurerà di averlo visto bere sedici bottiglie di vino rosato in poche ore. Marc è sempre più ossessionato dalla paura di perdere la fama, dopo la disastrosa accoglienza negli States. Dopo l’ennesimo flop del singolo “Zip Gun Boogie” – che viene inserito nella riedizione inglese di Light Of Love, Bolan’s Zip Gun – decide di prendersi un periodo sabbatico e di adottare un basso profilo, girando tra Los Angeles, Londra e Francia in compagnia di Gloria e dell’inseparabile bottiglia.

Nel gennaio 1975 un altro membro storico dei T. Rex, Mickey Finn, lascia la band. Si dice che sia stato lo stesso Bolan a licenziarlo. Per Marc è un periodo orribile, surclassato dal successo della nuova stella mondiale, Elton John. Il disco Bolan’s Zip Gun fallisce l’aggancio alle classifiche anche in Inghilterra, ipotesi impensabile fino a quel momento. Tornato in pianta stabile negli States, senza più una band, Marc deve guardarsi dall’abuso di droghe che gli sta procurando innalzamenti sempre più pericolosi nella pressione sanguigna. I dottori trovano che il suo ritmo cardiaco sia equiparabile a quello di un settantenne, degradato da una continua ossessione per il lavoro in studio e dal vivo. Quando Gloria ammette di avere qualcosa da dirgli, Marc pensa subito alla sua sentenza di morte. Invece i due aspettano un bambino, e qualcosa cambia radicalmente nel suo spirito.

Pur continuando con brandy e cocaina, Bolan torna a Parigi dove trova l’unico superstite dei T. Rex, Steve Currie, insieme al nuovo batterista Davy Lutton e al tastierista Dino Dines. Con questa nuova incarnazione della band decide di lanciarsi in quella che lui stesso definisce una “teenage punkoid opera” intitolata Billy Super Duper. Le sessioni di registrazione sono però un disastro, spostate successivamente a Monaco di Baviera nella primavera del 1975 e continuamente interrotte dalle crisi psico-fisiche di Marc. Tornato a Londra per far nascere il figlio in patria, con il nuovo gruppo dei T. Rex pubblica il singolo “New York City”, che ricicla il riff di “One Inch Rock” per presentare al pubblico un nuovo “poema boogie”. Il brano ottiene anche un discreto successo, restando per otto settimane al 15esimo posto nella Uk singles chart, ma il piccolo tour inglese che segue in estate è un flop. La T. Rexstasy è un fenomeno ormai lontano anni luce: Bolan è solo una vecchia superstar che è tornata sulla terra con un botto fragoroso e inatteso.
Eppure, la pur sempre nutrita schiera di fan gli restituisce all’improvviso la voglia di tornare in pista. Nonostante lo scarsissimo successo negli Stati Uniti, i T. Rex possono ancora contare sull’amore dei vecchi fan inglesi. Ad agosto, la nuova band inizia a registrare agli Scorpio Studios di Londra, addirittura invitando alcuni fan assembrati fuori ad assistere alle prove. Una delle canzoni incise è “Silver Lady”, che uscirà come nuovo singolo a settembre con il nuovo titolo “Dream Lady”. Il brano, dal nuovo sound funky-disco, viene presentato al pop-show televisivo “Supersonic”, in cui Marc diventerà un ospite fisso. Descritto al pubblico come prima opera del “T. Rex Disco Party”, “Dream Lady” non riesce a bissare il relativo successo di “New York City”. La maggior parte di critica e pubblico ha ormai abbandonato Marc, che si consola con la nascita di Rolan Seymour Feld Bolan alla fine di settembre 1975.

La paternità porta Marc a tornare con la mente alla sua infanzia, mentre si prepara il grande ritorno dei T. Rex con l’uscita di un nuovo disco e la gestazione del più esteso tour inglese dal 1971. Agli studi Scorpio vengono così provate nuove canzoni dal sapore nostalgico, che andranno a comporre quella che Bolan intitola The London Opera. Parallelamente c’è il progetto Billy Super Duper, che viene partorito come un’opera di fantascienza in musica che riporta in auge il mai sopito “The Children Of Rarn” mescolandolo con “Arancia Meccanica” e “2001: Odissea nello Spazio”. Almeno secondo quello che dice Bolan, che parla alla stampa di una fantomatica “esperienza audio-video di tre ore” per introdurre al mondo uno “street punk intergalattico”. Tra la fine del 1975 e gli inizi del 1976, entrambi i progetti restano nella mente di Marc, che torna sul mercato discografico per la Emi con Futuristic Dragon, nella nuova incarnazione dei T. Rex, che vede l’unico superstite Steve Currie al basso, Davy Lutton alla batteria e Dino Dines alle tastiere.

Introdotto da una svisata proto-noise, Futuristic Dragon mantiene la promessa di Bolan al suo pubblico: restare sui banchi della scuola dell’immaginazione con un libro aperto sul futuro della musica alla metà degli anni 70. “Jupiter Liar” suona sì come “Telegram Sam”, ma con un approccio meno glitter e più accentrato su una sorta di blue-eyed soul. Nella intrigante “Chrome Sitar” Bolan ribatte il ferro della power-ballad orchestrale, ma lo fa con ritrovata efficacia, richiamando l’R&B bianco sperimentato già da Bowie. Accompagnato dalla voce di Gloria Jones, l’album è una immersione nella funky-disco music, dalla combo basso-sax di “All Alone” alla verve poliziottesca “Calling All Destroyers”. Bolan firma due pop-ballad delle sue – “New York City”, in salsa bowiana, e la meno convincente “Dreamy Lady” che richiama il romanticismo da dancefloor – e con Futuristic Dragon piazza un colpo che dimostra almeno un tentativo sincero di andare oltre i vecchi T. Rex.
Snobbato dalla critica del tempo, il disco merita invece un ascolto per la direzione intrapresa dalla musica ballabile verso la fine dei Seventies. Proprio come il suo dragone futuristico, Marc Bolan è un artista che pensa sempre a quello che propone, come nell’ennesimo ritornello imperdibile di “Sensation Boulevard”.

Tra gennaio e la primavera del 1976, il nuovo tour dei T. Rex si rivela un flop. Al di là dei nuovi abiti discutibili di Bolan, l’alchimia tra i nuovi membri della band non regge il confronto. Ma soprattutto è colpa di Marc, che non smette di bere un attimo e spesso dimentica le parole delle sue stesse canzoni durante i live show. Durante una serata di San Valentino al Withernsea Pavilion, Bolan non sopporta il vociare del pubblico e sbotta all’improvviso: “Come vi potete aspettare che io suoni mentre voi ve ne andate in giro mangiando fottuti hamburger?”. Scatta una invasione di palco, Bolan getta la chitarra a terra e tira un pugno contro un vetro, mentre si dice che una intera bottiglia di champagne sia volata verso il suo camerino, lanciata da un fan “adorante”. A Manchester, un altro fan gli tira un pugno in faccia urlando: “Bowie è molto meglio di te!”. Alla stampa verrà detto che l’occhio nero che ne è conseguito è solo a causa di un incidente dovuto alla folla dei fan. A Londra l’atto finale, il più triste: l’ex-divinità del glam inglese davanti a un pubblico di poche centinaia di spettatori, che sembra un “pupazzo obeso” agli occhi dei suoi stessi compagni di band. Nonostante le dichiarazioni roboanti alla stampa, il nuovo tour è un disastro totale, tanto che le ultime date in Scozia vengono addirittura cancellate. Ed è un peccato, perché l’album Futuristic Dragon è uno dei migliori della sua discografia, con il singolo “London Boys” – che doveva far parte della London Opera – che viene snobbato dalle classifiche pur essendo un grande ritorno del sound dei T. Rex con arrangiamenti degni dell’era Visconti.

Marc Bolan - Siouxsie SiouxPreso da una nostalgia improvvisa per il vecchio sound rock’n’roll, Bolan chiede a Jeff Dexter di prenotargli il più economico studio di registrazione a Londra, per tornare subito a lavorare nella primavera del 1976. Mentre l’amico-rivale David Bowie è ormai una star mondiale con il suo tour planetario di “Station To Station”, Bolan sembra aver esaurito il suo percorso nel “soul interstellare”. In questo preciso momento nella storia di Marc Bolan nasce il suo ultimo manifesto artistico: scritto e registrato in nemmeno dieci minuti, “I Love To Boogie” è il ritorno al sintetico furore del rockabilly che aveva partorito la T. Rexstasy all’inizio del decennio. Il recupero è talmente sentito che “I Love To Boogie” viene immediatamente accusato di plagio, essendo molto simile a “Teenage Boogie” registrato negli anni 50 da Webb Pierce. Nell’estate del 1976 il brano raggiunge il numero 13 nella classifica dei singoli, mentre a dicembre esce Vixen, il disco di Gloria Jones prodotto da Bolan.
Spinto dal suo management, Marc introduce nuovi membri nei T. Rex, a cominciare dal batterista Tony Newman e dal bassista Herbie Flowers che hanno già lavorato nel tour di “Diamond Dogs” con David Bowie. Con un nuovo look più dark, Bolan porta il rock’n’roll americano “Laser Love” al programma tv “Supersonic” e commenta così il nuovo movimento punk che sconvolge Londra alla fine del 1976: “Questa cosa del cosiddetto punk-rock non vende. I ragazzi non lo vogliono”. Salvo poi dichiarare all’inizio del 1977: “Mi considero il più vecchio statista del punk. Il padrino del punk, se preferisci”.

Per non mancare l’appuntamento con le public relations, i T. Rex organizzano un evento di lancio del nuovo album Dandy In The Underworld alla mecca punk, il Roxy Club di Covent Garden, il 2 marzo 1977. Tra il pubblico ci sono membri di Sex Pistols, Damned e Generation X, ovvero i gruppi che stanno rivoltando l’Inghilterra con il loro furore sonico in semplici accordi velocissimi.
Quando sale sul palco del Roxy Club, Marc Bolan sembra un altro: dimagrito, sobrio da alcol e droghe. Con una nuova giacca fatta a mano, il dandy del mondo sotterraneo si presenta davvero all’universo punk come un padrino. “Questo sarà il mio anno”, dichiara alla stampa di settore. Uscito ancora per la Emi, Dandy In The Underworld è in effetti un ritorno in grande stile al rock’n’roll primordiale, trascinato dal successo di “I Love To Boogie”, che permette a Bolan di tornare sotto i riflettori come padre putativo del punk-rock. Dal tribal-blues di “Crimson Moon” al rock apocalittico di “Teen Riot Structure”, il nuovo lavoro mette alle spalle definitivamente il progetto interstellar soul per un autentico recupero di una maggiore immediatezza compositiva.
In mezzo, ottime canzoni come “Visions Of Domino” – che riprende i vecchi arrangiamenti di Tony Visconti – e l’irresistibile “Jason B. Sad”, ultima incarnazione dello spirito di “Telegram Sam” e “Get It On”. Anche se escluso dalla tracklist iniziale, l’inno “Celebrate Summer” è forse la canzone più rappresentativa del nuovo corso di Bolan, che canta: “Hey, piccolo punk, dimentica quella merda e celebra l’estate con me”. Tra accordi surf e grezza velocità newyorkese, Bolan vuole mettere la firma sulla costituzione del movimento punk.

Epilogo – If I could have grown

Sarebbe stato bello incontrarci ancora una volta, come una coppia di cinquantenni
(John Peel)

Marc Bolan - Gloria JonesIl tour promozionale di Dandy In The Underworld restituisce al panorama musicale inglese un artista quasi rinato, lontano dagli eccessi alcolici dei live statunitensi. Marc Bolan può sopravvivere alla sua vecchia fama, insinuandosi tra le pieghe delle nuove sonorità punk grazie al recupero di hit come “Jeepster” e “Get It On”. Al posto di birra e brandy ci sono ora acqua frizzante e limonata, mentre si parte in tour con i ragazzacci Damned all’inizio della primavera del 1977. Anche se le vendite del disco non sono eccezionali, Bolan è un musicista appagato, dedito alle verdure e al rock’n’roll. Il successo del tour di “Dandy” lo porta addirittura a sconfinare nel suo mai sopito ego, tanto che dirà alla stampa di poter spazzare via band come Queen, Led Zeppelin e The Who.
Agli inizi di settembre, Bolan abbraccia l’amico e rivale David Bowie nel corso del suo show “Marc”agli studi televisivi Granada di Manchester. I due registrano dal vivo il breve R&B distorto “Standing Next To You”, con la telecamera che fissa alla fine Marc che dice al pubblico: “Grazie e arrivederci”. A poche settimane dal suo trentesimo compleanno, Marc Bolan è al settimo cielo: ha quasi terminato uno dei suoi anni più prolifici e l’amata Gloria sta per tornare a casa dagli Stati Uniti.

Il 15 settembre 1977 è un giorno ordinario nella vita di Marc Bolan. Deve farsi impiantare un ponte dentale, così si reca dal suo dentista e lo convince a dividere una bottiglia di vino rosso per l’occasione. È felice perché nel pomeriggio rivedrà prima Gloria e poi Jeff Dexter in un locale chiamato Speakeasy, tra i più celebri covi musicali a Londra. Ma Bolan è già visibilmente ubriaco, nonostante gli ultimi tentativi di restare sobrio. Dexter avvisa il proprietario di Morton’s, uno dei suoi ristoranti preferiti: sarebbe arrivato un Marc incapace perfino di mangiare.“ È stata una serata meravigliosa – dirà successivamente Gloria Jones – con tutti i nostri più cari amici presenti. Mi alzai per andare a suonare un paio di canzoni al piano e tutti ne volevano ancora. Marc mi ripeteva quanto mi amasse e io facevo altrettanto. Tutti abbiamo passato una splendida serata”.
Nonostante abbia sempre a disposizione un servizio taxi privato, alle 4 del mattino del 16 settembre 1977 Bolan decide di tornare a casa in maniera autonoma. È ancora buio e le strade sono deserte tra South Kensington e Fulham: ci vorranno nemmeno 20 minuti per tornare a casa. Gloria e Marc aprono la Mini 1275 GT viola e la cantante si mette al volante, dato che lui non ha mai preso una patente o imparato a guidare, troppa paura. Qualche minuto prima delle 5, due macchine attraversano Putney Bridge. La seconda è dell’amico Richard Jones, che a un tratto vede nel buio come un lampo, poi uno schianto e una nuvola di fumo che sale nella quasi alba di Londra. La Mini 1275 GT è completamente distrutta, finita fuori strada contro un albero. Gloria Jones respira, anche se ha un piede incastrato. Il problema è il lato del passeggero, che si è completamente accartocciato nello schianto. Quando Richard Jones vede Marc nel suo vestito di lycra arancione non riesce ad avere alcun dubbio: Marc Bolan è morto.

La polizia di Barnes dichiara ufficialmente il decesso alle 7.30 del mattino, passando il bollettino alle radio. Nello stesso giorno in cui muore anche la diva Maria Callas, i titoli dei giornali inglesi recitano in prima pagina: “Marc Bolan ucciso in un incidente d’auto”. Mentre le indagini sull’incidente prendono ovviamente di mira Gloria, che guidava visibilmente alterata dall’alcol, iniziano a girare strane voci. La Mini 1275 GT è stata controllata pochi giorni prima, tenuta in garage con le gomme cambiate. Successivamente, arriva una scoperta inquietante: una delle gomme aveva un livello di pressione enormemente più basso del normale, nonostante l’intero veicolo fosse stato “scrupolosamente” controllato.
Mentre Gloria è in ospedale con la faccia devastata, il 20 settembre 1977 viene organizzata la cerimonia di saluto a Mark Feld, ai cancelli del Golders Green Crematorium. Ci sono amici, familiari, fan e tante star, da David Bowie a Rod Stewart. Tonnellate di fiori portati da Elton John, Gary Glitter, Keith Moon e soprattutto un grande cigno bianco costruito con centinaia di crisantemi. “In vita, in morte, in amore”. La fine del sogno del ragazzo del Ventesimo secolo.

Opere postume

C’è così poco tempo per tutti noi. Devo essere capace di dire quello che voglio, velocemente ed al maggior numero possibile di persone

Marc BolanLa tragica morte di Marc Bolan crea una voragine nel panorama musicale inglese alla fine degli anni 70. Dai vecchi amici glam ai nuovi adepti punk, la celebrazione di una stella spentasi troppo presto continua negli anni seguenti. Il primo recupero è datato 1981, quando per l’etichetta Cherry Red esce l’album You Scare Me To Death, prodotto da Simon Napier-Bell. Il disco è come una realtà aumentata, perché aggiunge diverse parti suonate in elettrico a una serie di registrazioni effettuate in acustico dal solo Bolan agli studi De Lane Lea nel 1966. La psichedelica “Eastern Spell”, come la frenesia dylaniana di “I’m Weird” o la schizoide “Hippy Gumbo” tracciano l’alba dei Tyrannosaurus Rex, quando tutto era un continuo Tolkien, hippie e percussioni drogate. Dal country-blues “Observations” alla struggente melodia pastorale di “The Perfumed Garden Of Gulliver Smith”, l’album è un ritorno a un sound che sembra ormai lontano anni luce. Uniche eccezioni, le iniziali “You Scare Me To Death” e “You've Got The Power”, rivisitate in studio e più vicine al trash-soul and roll degli ultimi anni prima dell’incidente.

L’anno successivo esce Billy Super Duper, questa volta a nome Marc Bolan & T. Rex per l’etichetta di casa Marc on Wax. Di fatto è il primo album di inediti pubblicato dopo la morte di Bolan, confezionato dai leader del fanclub inglese John e Shan Bramley a partire da studio outtake e demo casalinghi registrati tra il 1972 e il 1977. I brani più recenti – come il rock’n’roll “21st Century Stance” e l’insospettabile stornello medievale “Foxy Boy” – avrebbero dovuto comporre il successore di “Dandy”, da intitolare “Jack Daniels”. Più interessante il recupero di brani registrati nel corso degli anni 70, dai numeri funk (o interstellar soul) “Billy Super Duper” e “Depth Charge” – che avrebbero dovuto comporre la mai partorita rock opera di Bolan -  all’ennesimo killer-riff di “Buick MacKane & The Babe Shadow”. Il disco è sicuramente il più valido tra le opere postume, perché rappresenta quel bivio che Marc trovò in vita, tra la sua passione per il soul bianco e la naturale predisposizione per il rock’n’roll statunitense.

Nel 1983 la Marc on Wax pubblica il terzo disco intitolato Dance In The Midnight, ancora una volta prodotto dalla coppia di fan John e Shan Bramley da vecchie registrazioni e demo tra gli inizi e la metà degli anni 70. Si parte con l’inconfondibile ritornello glam-pop della title track, con la coda orchestrale che apre alla toccante star-ballad “Everyday” prima del soul and roll pacchiano “Saturday Night”. La chicca del disco è la tenebrosa sinfonia per archi “Metropolis”, a dimostrazione di quanto valida sarebbe stata l’incursione dei T. Rex nei territori della rock opera.
Sul secondo lato, il disco prosegue sui territori glam – “All My Love” e la rilettura “Fast Blues (Easy Action)” – per concludersi degnamente sulle struggenti note di piano in “Down Home Lady”.

Marc Bolan ha ispirato così tante persone, a prendere una chitarra in mano e formare una band
(Tony Visconti)

Marc Bolan - T. Rex

Cavalca il cigno bianco

di Mauro Vecchio

Dalla venerazione per Elvis Presley agli esordi folk, dai fasti glam-rock, di cui fu indiscusso precursore alla testa dei T. Rex, alle incursioni nel soul. Un percorso accidentato, costellato di grandi hit, eccessi e delusioni, fino al tragico epilogo. Storia dell’ascesa e caduta di una superstar del XX secolo, di nome Mark Feld
Marc Bolan - T. Rex
Discografia
 TYRANNOSAURUS REX
 
   
 My People Were Fair And Had Sky In Their Hair... But Now They're Content To Wear Stars On Their Brows (Regal Zonophone, 1968)

6,5

 Prophets, Seers & Sages: The Angels Of The Ages (Regal Zonophone, 1968)

7

Unicorn (Regal Zonophone, 1969)

7,5

 A Beard Of Stars (Regal Zonophone, 1970)

6,5

   
 T. REX 
   
 T. Rex (Fly, 1970)

6

Electric Warrior (Fly, 1971)

 9

 Bolan Boogie (Fly, 1972)

 

The Slider (T. Rex, 1972)

8

 Tanx (Emi, 1973) 6
 Zinc Alloy And The Hidden Riders Of Tomorrow (T. Rex, 1974) 6,5
 Light Of Love (Us-Only) (Casablanca, 1974) 5
 Bolan’s Zip Gun (T. Rex, 1975) 5
Futuristic Dragon (Emi, 1976) 7
 

Dandy In The Underworld (Emi, 1977)

7
   
 MARC BOLAN (POSTUMO) 
   
 You Scared Me To Death (Cherry Red, 1981)6
 

Billy Super Duper (Marc On Wax, 1982)

6,5
 Dance In The Midnight (Marc On Wax, 1983) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
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