Claudio Fabretti

David Bowie. Forever and Ever

Titolo: David Bowie. Forever and Ever
Autore: Claudio Fabretti
Editore: White Star (2025)
Pagine: 208
Prezzo: 28,50 € 

Bowie è l’epitome di tutte le contraddizioni del rock. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché dello stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker

Le parole di Claudio Fabretti, scritte a pagina otto di “David Bowie. Forever and Ever” (White Star, 2025), sono esplicative e da incipit di una narrazione che scava nella sterminata carriera del Duca Bianco senza la pretesa di ricalcare sentieri già tracciati da eoni e da mezzo mondo negli ultimi trent’anni almeno.
E’ un volume innanzitutto fotografico, con gli scatti ben collocati tra le parole dell’autore, a “muoversi” da specchio di un racconto che dalle (timide) origini punta a emancipare ulteriormente l’evoluzione artistica e sonora di una delle figure più iconiche del Novecento. Un aggettivo, quest’ultimo, sempre più abusato, ma che con Bowie diventa pressoché necessario, data la vastità delle influenze generate nel corso di cinque decadi e probabilmente verso l'infinito e oltre attraverso dischi, abiti, pensieri, iniziative e trovate quasi sempre in netto anticipo su tutto. E' un approccio avanguardistico che lo ha reso, talvolta a sua insaputa o contro le sue stesse ambizioni, un’autentica divinità, un faro in lontananza, insomma un musicista imprendibile.

Tra i primi sguardi di un Bowie ancora bambino e ignaro di diventare un giorno, suo malgrado, l’alieno dall'occhio androgino che tutti conosciamo, e le pose da rockabilly in compagnia dei King Bees, i primissimi spunti di “David Bowie. Forever and Ever” offrono uno spaccato conciso di un esordio in linea di massima tutt’altro che scoppiettante, perché quando David Jones non era ancora David Bowie il fascino per gruppi come Who e Kinks generava performance ai limiti dello scimmiottamento. Non è un caso, quindi, che Fabretti tenda a concentrarsi subito su svariate sliding doors, come l’incontro “salvifico”, risalente al 14 luglio 1967, con il mimo-ballerino Lindsay Kemp, figura chiave per il performer marziano che dai primi anni 70 in poi finirà per stravolgere letteralmente gli stilemi del rock.

Il piccolo Zowie, gli abbracci con il fido Mick Ronson, che Fabretti indica come “contraltare perfetto per Ziggy Stardust”, i primi travestimenti: il racconto mostra un Bowie per molti aspetti inedito, in particolare il padre giovane e premuroso che fuori porta ambisce a essere “pittore” egocentrico di una nuova tela pop. Nelle prime curve della parabola Bowie, non può che emergere anche il legame con gli americani Lou Reed e Iggy Pop, presenze che alimentano la genesi di canzoni come “Queen Bitch”, ispirata appunto dal soggiorno del Duca nella Bowery di New York. Su “Hunky Dory” Fabretti scrive: “La sua influenza sul pop inglese si farà sentire nei decenni, con uno stuolo di adepti (Marc Almond, Kate Bush, Eurythmics, Blur e Suede, tra i tanti), mentre Boy George (Culture Club) lo definirà ‘il disco che ha cambiato la mia vita’”.
La successiva nascita di Ziggy, nato dall’incontro/scontro di numi tutelari come Vince Taylor e The Legendary Stardust Cowboy, nonché dal teatro kabuki, arricchisce le pagine più variopinte del libro. E non avrebbe potuto essere altrimenti. Tant’è che Fabretti accende luci a intermittenza sulle copertine dei primi memorabili Lp, sui significati e sui significanti di un’estetica fisiologicamente connessa alla musica, come mostra la cover di “Pin Ups”, che vede Bowie assieme alla modella Twiggy - già citata in "Drive In Saturday" come “Twig The Wonder Kid” - immortalati all’epoca da Justin de Villeneuve in una foto che li ritrae entrambi “truccati come maschere cerulee con espressione enigmatica e straniante”.  

Sulla genesi del volume l'autore spiega: "È stata un’idea della casa editrice, in occasione del decennale della scomparsa. Sono soliti pubblicare volumi fotografici sulle rockstar e la ricorrenza è stata così lo spunto per far partire il progetto, che è nato come una sorta di storia illustrata di David Bowie che non si limitasse alla biografia ma cercasse, in modo sintetico, di analizzare anche le sue opere principali. Il fatto che io avessi scritto diversi articoli su di lui su OndaRock ha attirato la loro attenzione, a conferma di come l’informazione online sia ormai cruciale anche in campo musicale. Ovviamente ho subito accettato con entusiasmo, trattandosi di uno dei miei autori preferiti in assoluto".

L’intuizione di inserire a mo’ di stralci aneddoti e dichiarazioni dello stesso Bowie risulta azzeccatissima sia ai fini critici che meramente cronistici. Un esempio? Per spiegare i motivi che si celano dietro la composizione e le scelte a monte di un album, tanto inatteso quanto controverso, come “Young Americans”, Fabretti lascia più volte la parola al Duca: “Ero entusiasta di lavorare con John (Lennon, ndr) e lui amava stare con la mia band, perché suonavamo vecchi brani soul e cose stile Stax. John aveva un’energia speciale”. E ancora la paranoia degli anni losangelini, la fuga dal Nuovo Mondo per disintossicarsi, l’opportuna aristocrazia di un personaggio come “Thin White Duke”, l’ennesimo partorito dalla mente (e dalla pancia) della rockstar inglese, e le foto da insospettabile pantofolaio: sono solo alcuni dei segni tangibili sparsi tra le pagine di un volume che ha la peculiarità di entrare e uscire dal palco a seconda dell’occasione, finendo così spesso e volentieri per intrufolarsi in casa Bowie con l’intento di far emergere un quadro d’insieme sul mito decisamente singolare.

"Avendo già avuto modo di occuparmi spesso di Bowie per OndaRock, disponevo già di una possibile 'mappa' da cui partire. Come dicevo, si tratta uno dei miei artisti preferiti di sempre, quindi avevo molte chiavi di lettura personali nate dai miei ascolti e dalle mie recensioni. In più, ho cercato di ricostruire principalmente il percorso mentale del Duca Bianco – un po’ sulla falsariga del docufilm “Moonage Daydream” – attraverso i suoi dischi e le sue canzoni, tentando di mettere insieme le varie tessere di un puzzle enigmatico come la sua arte, specchio di una personalità molto inquieta e complessa. Come ricordo nell’introduzione, lo stesso Bowie diceva: 'L’opera d’arte è compiuta solo quando il pubblico vi aggiunge la propria interpretazione, è proprio in quel grigio spazio intermedio che risiede il suo senso'. Ho cercato quindi di riempirlo attraverso la mia visione della sua musica cercando anche di mettere a fuoco le diverse fasi della sua carriera, spesso contraddistinte da personaggi che hanno rappresentato una sorta di diaframma che ha frapposto tra sé e il mondo, ma anche le testimonianze più verosimili della sua personalità. E ho provato anche a smontare alcuni luoghi comuni su di lui, a partire da quel camaleontismo di facciata che spesso gli è stato attribuito. Il suo io cangiante riflette semmai l’ansia di percorrere e precorrere i tempi, di smantellarsi e ricostruirsi costantemente, alla ricerca di un sé autentico. Con una continuità identificabile in quel marchio 'rock’n’Bowie' percepibile in ogni sua opera, oltre che nella propensione a spingersi oltre i limiti creativi, a infrangere le regole, anche in studio di registrazione. La mia analisi comunque non ha pretese di interpretazioni autentiche o verità assolute. Una delle cose più affascinanti di Bowie è proprio il fatto che le sue opere si prestano a tante interpretazioni, tutte sempre suggestive. In ogni caso, le mie fonti principali sono state quelle dei suoi biografi riconosciuti come più 'ufficiali', da Nicolas Pegg a David Buckley fino al nostro Francesco Donadio. Oltre ovviamente ai contenuti di OndaRock", aggiunge Fabretti.

Se il primo tempo della carriera di Bowie è però un film dalla sceneggiatura sorprendente, complessa e stracolma di genialate, il secondo diventa, come ben noto, via via più “scontato”, con il musicista e l’uomo che raggiungono finalmente il performer visionario, superandolo a destra in più occasioni. Si tratta di una fase delicata e tutt’altro che semplice da spiegare, che Fabretti sviscera senza mai cadere nella trappola della bastonatura a buon mercato. Lo dimostra a chiare lettere quando si imbatte nel periodo di “Tonight”: “È consapevole di non essere più riuscito a mantenersi all’avanguardia, neanche di quel pop da classifica che in quegli anni in Uk viveva di nuove stelle come Marc Almond, Culture Club, Bronski Beat e Frankie Goes To Hollywood - per tacere di realtà rock come Police, Dire Straits, Smiths e Cure - mentre sull’altra sponda dell’Oceano imperversavano fenomeni come Michael Jackson, Prince e Madonna. Alla metà degli 80’s, Bowie sembra aver smarrito la via: dovrà attendere il nuovo decennio per tornare a realizzare album all’altezza dei suoi standard. Eppure la sua creatività non si è spenta. A testimoniarla sono due ottimi singoli pubblicati nel 1985, come 'Absolute Beginners' e 'This Is Not America' (con Pat Metheny)”.

C’è poi il Bowie attore, che l’autore fotografa in tutta la sua versatilità, con buona pace di critici un po’ cazzoni che tante volte l’hanno bollato come rockstar prestata al cinema, bypassando con una certa ingenuità le innate potenzialità attoriali di Bowie, sottile mercante d’arte a tutto spiano e di conseguenza personaggio tutt’altro che di facile o immediata lettura anche in ambito cinematografico.
L’uscita di scena spettacolare del Duca Bianco non può, infine, che essere l’ultimo capitolo di un testo rivolto tanto ai neofiti quanto ai fan più navigati. Una natura duplice che fa il pari con quella altrettanto mutevole insita nei due occhi più androgini della storia della musica.

06/12/2025

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