DAVID BOWIE - Rock’n’Roll Star!

2024 (Parlophone)
art-rock, glam-rock, pop

Quando spunta l’ennesima pubblicazione postuma di un artista scomparso, la prima preoccupazione del fan munito di sensibilità è chiedersi se l’autore avrebbe voluto veder diffuso quel materiale, rimasto – forse giustamente – per tanti anni nel cassetto. La domanda sorge molto spontanea anche nel caso di questo monumentale cofanetto dedicato al periodo Ziggy Stardust di David Bowie, intitolato poco originalmente “Rock ‘n’ Roll Star!”. Sarebbe piaciuto, al vecchio Duca Bianco, veder gettato in pasto al suo pubblico questo gigantesco bloc-notes zeppo di demo, outtake, versioni alternative, registrazioni con gli Arnold Corns, prove nell’allora casa di Bowie, la Haddon Hall, sessioni della Bbc e performance live più o meno incompiute? Verrebbe da pensare di no, ma Bowie è sempre stato così imprevedibile che anche l’ipotesi contraria non suonerebbe così assurda. Non resta, allora, che approcciarsi a questa raccolta con l’occhio dell’archivista, di colui che può attingere da questo materiale grezzo altri tasselli affascinanti da aggiungere al mosaico sterminato della sua eredità.

Il box contiene cinque cd più un Blu-Ray, con 29 brani inediti. Il periodo coperto coincide con l’intera saga dell’alieno androgino: dai primi demo del 1971 fino alle session vere e proprie dell’Lp-capolavoro “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (assieme all’inseparabile chitarrista Mick Ronson, a Trevor Bolder al basso e a Woody Woodmansey alla batteria), più brani registrati per la Bbc e alcuni pezzi live. Una celebrazione dell’anima più rock e glam del dandy londinese, all’apice dell’era dei dudes, i neo-fricchettoni che, all’alba dei 70’s, trasformarono i raduni eco-pacifisti dei cugini hippie in un trionfo del travestitismo e dell’ambiguità sessuale, tra lustrini e paillettes, piume e rimmel, stivali e tutine spaziali.
A delinearsi, attraverso la miriade di brani e frammenti sonori raccolti, è soprattutto l’evoluzione dell’enigmatica figura di Ziggy, l’ alieno androgino dalle movenze sgraziate e dai capelli color carota, truccato come una drag queen. È lui “l’uomo che cadde sulla terra”, il messia (“a leper messiah”) di una rivoluzione rock che dura una stagione sola, il tempo che passa tra la sua ascesa e la sua caduta (“the rise and fall”). E in questa parabola c’è tutta la rappresentazione dell’arte di Bowie: la messa in scena del warholiano “quarto d’ora di celebrità”, l’edonismo morboso di Dorian Gray, la parodia del divismo e dei miti effimeri della società dei consumi e, non ultimi, i presagi di un cupo futuro orwelliano. Ma nella parabola di Ziggy sembra compiersi anche un’evoluzione filosofica, testimoniata anche dalla riproduzione del taccuino di appunti allegata al cofanetto: da inquietante superuomo nietzschiano del rock a icona pansessuale, libertaria e inclusiva, che fa l’amore col suo stesso ego e si immola allo stardom, finendo fagocitata dai fan adoranti. Tutto fa gioco, del resto, perché come ha ricordato l’ex-moglie Angela, “la cosa che più interessava a David era fare scalpore”.

Con il primo disco si finisce subito scaraventati in una stanza d’hotel di San Francisco dove Bowie abbozza alla chitarra il demo di “So Long 60s”, che sembrerebbe veramente uno scarto ripreso dal cestino, se non contenesse in embrione la melodia di uno dei capolavori di “Ziggy Stardust”: “Moonage Daydream”. Già più compiute le versioni di altre tracce che sarebbero confluite nel disco: “Hang On To Yourself” e “Ziggy Stardust”, strimpellate in versione acustica senza la potenza elettrica della chitarra proto-punk di Mark Ronson, un buffo abbozzo di “Soul Love” interrotto dalle considerazioni di Bowie che chiede l’aggiunta di sassofoni e archi all’arrangiamento, una “Star” pennellata al piano così come una già magnifica “Lady Stardust” e una “Starman” che trasuda tutta la sua grandezza melodica anche in questa spartana versione simil-country.

Il secondo e il terzo cd includono soprattutto registrazioni radiofoniche, alcune delle quali già edite nella raccolta “Bowie At The Beeb”. Si tratta in gran parte di brani di “Hunky Dory” e “Ziggy Stardust”, più una suggestiva “Space Oddity” acustica, incisa il 22 maggio del 1972 al Johnny Walker Lunchtime Show, che rinnova una volta di più la magia vocale di un interprete fuori categoria. Spicca poi una bella cover di “Waiting For The Man” dei Velvet Underground, a rinsaldare le affinità elettive con la band dell’amico Lou Reed.
Nel quarto disco, invece, oltre alle ennesime demo e outtake, brillano le versioni originali su 45 giri della stessa “Starman” (presente sul terzo cd anche con la leggendaria performance a Top of The Pops nel 1972) e di uno dei migliori best kept secrets di quella stagione bowiana, la straniante “John, I’m Only Dancing”. Anche se a scaldare il cuore è soprattutto la struggente interpretazione (inedita) di “My Death” di Jacques Brel, registrata dal vivo a Boston.

È però il quinto disco il cuore della raccolta, grazie ad alcune preziose tracce inedite. Tra queste vanno menzionate la crepuscolare e commovente ballad elettroacustica “Shadow Man” – all’altezza delle più fortunate compagne finite nella tracklist di “Ziggy Stardust”, così come la più nobile delle sue outtake, “Velvet Goldmine” (poi ripescata in successive ristampe del disco) – ma anche la versione uptempo di “I Can’t Explain” degli Who, che in seguito Bowie avrebbe rallentato per l’album di cover “Pin-Ups”, una tiratissima “Looking For A Friend”, eseguita con una strampalata backing band di nome Arnold Corns, e il rock’n’roll bislacco di “It’s Gonna Rain Again” e “Holy Holy” (con Ronson già sugli scudi), mentre una intimissima “Lady Stardust” svela sfumature diverse rispetto alla versione nota, enfatizzando il pianoforte di Ronson e le inflessioni vocali di Bowie, dolenti e cariche di pathos.

Vale la pena acquistare questo box a 112 euro “senza costi aggiuntivi”? Sicuramente no per chi scrive, ma forse sì per i collezionisti e i fan più accaniti. In ogni caso, anche solo fruendone nell’ascolto in streaming, si potrà coglierne il suo (unico) senso: quello della testimonianza grezza di un’epoca intera. Uno zibaldone di appunti, intuizioni geniali e scarabocchi schizzati su un bloc-notes, che però può ben servire da cartina di tornasole per decifrare un’evoluzione artistica cruciale, unita al più dissacrante dei messaggi indirizzato al mondo del rock. Perché attraverso quella farsesca e magniloquente messinscena, David Robert Jones si faceva beffe degli stereotipi machisti tutti sangue & sudore, in un profluvio di polvere di stelle. Falso e fatale, contraddittorio e ingannevole come la vita stessa. Alla faccia del mito della sincerità del rocker.

21/05/2026

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