Hunky Dory

David Bowie

Hunky Dory

1971 (Rca)
glam-rock

Lo sguardo sognante, i biondi capelli lunghi raccolti tra le mani. Una posa da diva del cinema muto. Greta Garbo. Un’immagine senza tempo, una vecchia foto ritoccata, dal sapore di fine Ottocento. Ambiguità, sofisticatezza. Così David Bowie, a un passo dalla consacrazione “glam” di “Ziggy Stardust“, ci offre il primo dei suoi capolavori. L’ex pupillo di Lindsay Kemp, l’ex-hippy che ha cantato lo sbarco sulla luna con una fortunata ballata spaziale (“Space Oddity”), il proto-glam-rocker di un disco oscuro e controverso come “The Man Who Sold The World” si trova a un punto cruciale della sua carriera e della sua vita: ha da poco cambiato manager, licenziato il fido Kenneth Pitt in favore dello scaltro Tony Defries (artefice del suo successo ma anche fonte di innumerevoli problemi futuri), e il matrimonio con Angela Barnett (che gli ha da poco regalato il piccolo Zowie) è un forte sostegno per le sue scelte professionali.

Ispirato dai fermenti culturali londinesi e dal nascente fenomeno “glam“, all’inizio del 1971 Bowie matura un’estetica che ha nell’ambiguità e nel trasformismo le armi più affilate; per adempire agli ultimi obblighi contrattuali con la sua vecchia casa discografica, sotto lo pseudonimo di Arnold Corns (un omaggio all’Arnold Layne di barrettiana memoria) fa uscire un paio di singoli; per l’occasione, con una trovata in pieno stile warholiano, cede il ruolo di frontman al suo eccentrico stilista Freddi Buretti e pubblica una manciata di canzoni (tra cui una versione prototipo di “Moonage Daydream” e la allusiva sin dal titolo “Man In The Middle”), già grondanti trasgressione e voglia di stupire; anche se la risonanza è minima, questo è di certo un preludio agli avvenimenti che l’anno seguente stravolgeranno la sua carriera.

Contrariamente a queste premesse, il futuro Ziggy non userà nessuna maschera per realizzare il suo primo grande lavoro: “Hunky Dory” è un disco di David Robert Jones, ormai consapevole dei propri mezzi espressivi e pronto per il grande passo. L’album così nasce da un momento di forte ispirazione, coadiuvato da fortunate collaborazioni; dopo l’esperienza degli Hype nel 1970, Bowie richiama a sé l’eccellente chitarrista Mick Ronson, che porta con sé a mo’ di dote il bassista Trevor Bolder e il batterista Mick “Woody” Woodmansey: i futuri Spiders From Mars; orfano di Tony Visconti, andato a sostenere il (luccicante) astro nascente Marc Bolan, vuole dietro la console l’esperto Ken Scott, reduce dal trionfo di “All Things Must Pass” di George Harrison. Suona chitarra, sax e piano, finché l’abilità glielo consente (come ironicamente afferma nelle autografe note di copertina); per le parti più elaborate c’è un ospite d’eccezione, Rick Wakeman degli Yes (a cui viene data carta bianca), i cui magici svolazzi sulla tastiera impreziosiranno ulteriormente le composizioni. Ma la parte del leone la fanno gli arrangiamenti orchestrali di Ronson, che oltre a saper graffiare come nessuno con le sei corde è anche un pianista e musicista raffinato (ruolo purtroppo ancora sottovalutato). Il risultato è uno degli album più ambiziosi di Bowie.

“Hunky Dory”(slang per “tutto bene”), è una sorta di manifesto musicale e una summa delle doti di interprete e compositore dell’artista inglese. La prima parte del disco (rispettando l’originale partizione del vinile) è votata a una specie di “classicismo” che trova naturale espressione nella ballata, con arrangiamenti ricchi, per lo più basati sul piano, a impreziosire una scrittura di per sé impeccabile: almeno tre canzoni sono considerate tuttora dei “must” del catalogo bowiano. Si inizia con “Changes”, fortunatissimo brano pop dal ritornello indimenticabile, da sempre considerato un inno al trasformismo, ma in realtà una riflessione agrodolce sui cambiamenti critici della vita; la hit “Oh You Pretty Things” sotto una veste musicale disimpegnata nasconde un testo dagli oscuri riferimenti nietzschiani; dopo l’interludio per soli piano e chitarra di “Eight Line Poem”, ecco “Life on Mars?”, il “classico dei classici”.

Musicalmente è un tributo (ai limiti della parodia) a Frank Sinatra, fortemente caratterizzato da un arrangiamento orchestrale che manifesta grandeur a ogni nota e da un’interpretazione vocale da manuale; contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di una canzone a tema “spaziale”: il titolo fa riferimento a uno show televisivo, e il testo è un visionario susseguirsi di immagini della società dei consumi (Lennon, Mickey Mouse, Ibiza) vista attraverso gli occhi di una ragazza che fugge dalla realtà e trova riparo nella finzione di un film.

La successiva “Kooks”, uno dei momenti più gradevoli, è un affettuoso e tenero omaggio al piccolo di casa, un motivetto molto orecchiabile guidato da un piano vaudeville e sottolineato da elementari interventi di tromba di Trevor Bolder; chiude la facciata “Quicksand”, perla segreta e preziosissima del canzoniere bowiano, una dolce ballata acustica che nel testo, coi suoi riferimenti ad Aleister Crowley e alle sue amare meditazioni filosofiche, rivela uno dei lati più oscuri del futuro Duca Bianco. La sottile inquietudine lasciata nell’ascoltatore viene spazzata via, all’inizio della seconda parte, dalla freschezza di “Fill Your Heart”, unica cover del lotto (scritta dall’americano Biff Rose, una delle maggiori ispirazioni di quel periodo), che si avvale di un delizioso arrangiamento tutto incentrato sul piano di Wakeman.

Le tre canzoni successive sono cruciali, sia nell’economia del disco, sia per il loro significato.”Andy Warhol”, “Song For Bob Dylan”, “Queen Bitch” (con la dedica “some V.U. white light returned with thanks”) sono più che tributi, sono già qualcos’altro: l’assimilazione e la rilettura delle lezioni dei Grandi. La prima è un’ironica e dissacratoria descrizione del guru della pop-art, in chiave acustica e quasi amatoriale, con un testo tra i più divertenti di Bowie: l’intento è evidentemente affettuoso (le note di copertina originali recitano “Andy Monument”), ma a quanto si sa il destinatario ha gradito poco la canzone (preferendo, secondo la leggenda, le eccentriche calzature di Ziggy Stardust!). Il brano esplicitamente dedicato a Robert Zimmerman è un’invocazione sotto forma di gradevole folk-rock: l’autore ritiene che Dylan stia perdendo il suo ruolo guida e, se da un lato lo invita a tornare sui suoi passi, dall’altro implicitamente si candida a colmare questa sorta di “vuoto di potere”. La musica di “Queen Bitch” riporta subito alla mente i Velvet Underground (l’imitazione della voce di Lou Reed è palese), ma in realtà, sin dal titolo, siamo già in territori glam: Bowie si rivela così figura chiave del rock, introducendo la lezione dell’allora misconosciuto (non per lui: già nel 1966 aveva avuto in dono dal suo vecchio manager un promo di “Velvet Underground & Nico“) del gruppo newyorkese, superandola e rimodellandola a sua volta: la strada è pronta per i fasti di “Transformer”.

Ma “Hunky Dory” non finisce di stupire, con la chiusura affidata sinistramente a “The Bewlay Brothers”, oscuro folk psichedelico dalla struttura circolare e claustrofobica, memore di Syd Barrett e degli incubi acustici del precedente “The Man Who Sold The World”. Il testo, forte di liriche criptiche, è incentrato sul particolare rapporto tra Bowie e il fratellastro Terry, malato di schizofrenia e già da allora soggetto a cure psichiatriche (morirà suicida a metà anni 80, a lui sarà dedicata “Jump They Say” del 1993).

Punto di partenza di un percorso musicale da lì a poco esaltante, “Hunky Dory” è probabilmente il disco più rappresentativo del Bowie artista, presentando tutti gli elementi chiave del suo far musica in una veste “pop” (warholianamente parlando) elegante ed efficace. Ma “Hunky Dory” soprattutto mette in luce l’abilità acquisita del suo autore nel riscrivere il vocabolario del rock utilizzando forme già note, allo stesso tempo inconfondibilmente marchiate dalla sua impronta, dando vita a un universo artistico unico che per molti ha rappresentato (e rappresenta ancora) un faro nella notte. E, non di meno, è un album ancor oggi piacevolissimo da ascoltare, frivolo e profondissimo, magniloquente, ossequioso, irriverente e ruffiano. Signore e signori, David Bowie.

27/10/2006

Tracklist

  1. 1. Changes
  2. 2. Oh! You Pretty Things
  3. 3. Eight Line Poem
  4. 4. Life On Mars?
  5. 5. Kooks
  6. 6. Quicksand
  7. 7. Fill Your Heart
  8. 8. Andy Warhol
  9. 9. Song For Bob Dylan
  10. 10. Queen Bitch
  11. 11. The Bewlay Brothers
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