Grazie al successo mondiale di “The Odyssey“, il kolossal con cui Christopher Nolan ha riportato sul grande schermo il poema di Omero, è riesplosa la fascinazione per il viaggio di Ulisse. In realtà il re di Itaca non ha mai smesso di navigare anche tra le note. Negli ultimi sessant’anni il suo mito è riaffiorato nelle forme più diverse: dal rock psichedelico dei Cream alla canzone d’autore italiana di Dalla e Guccini, dall’art-pop di Suzanne Vega alle atmosfere esoteriche dei Dead Can Dance, dal pop dei Franz Ferdinand alle contaminazioni mediterranee di Vinicio Capossela.
A volte Ulisse è il protagonista, altre è soltanto un’ombra evocata attraverso altri personaggi del poema omerico, come Penelope, Calipso, Tiresia o le Sirene. In ogni caso, più che un personaggio, è diventato spesso un vero e proprio archetipo: l’uomo che parte, si perde, in cerca della conoscenza e continua a inseguire un ritorno a casa che, forse, non coincide mai davvero con la meta finale. Ripercorriamo, allora, il mito di Ulisse attraverso questa selezione con relativa playlist.
Cream – “Tales Of Brave Ulysses” (1967)
In “Tales Of Brave Ulysses”, i Cream trasformano l’Odissea omerica in un viaggio psichedelico. Pubblicata nel pieno della Summer of Love, la canzone – con testo a cura di Martin Sharp – coniuga le immagini delle Sirene e della navigazione con il linguaggio visionario dell’acid rock lisergico. Dopo un inizio surreale, con il basso a indicare la retta via melodica che di lì a poco prenderà forma, Eric Clapton usa l’effetto wah wah da par suo, in impennate nervose solistiche che subito si placano in mezzo ai molteplici e bruschi stop che Ginger Baker impone con il suo fragoroso stile. Il mito diventa quasi un’esperienza sensoriale, tra colori acidi, flutti immaginari e tentazioni senza tempo.
Steely Dan – “Home At Last” (1977)
Nascosta tra i capolavori di “Aja“, è una delle più raffinate riletture dell’Odissea nella storia del rock americano. Walter Becker e Donald Fagen trasformano il ritorno a Itaca in una metafora della sopravvivenza dopo un lungo viaggio. Nel disco gli Steely Dan lasciavano trasparire tutta la loro rassegnazione disincantata al lifestyle della Los Angeles dei 70’s, la città dove si erano trasferiti lasciando la loro East Coast: una giungla d’asfalto in cui si deve “sgusciare come vipere tra le strade suburbane” (“Deacon Blues”). Una sensazione che si rinnova in “Home At Last” (“I know this superhighway/ This bright familiar sun/ I guess that I’m the lucky one”), ovvero l’Odissea rivisitata in chiave shuffle, con il piano sugli scudi e un beat funky.
Lucio Dalla – “Itaca”(1971) / “Ulisse coperto di sale” (1975)
Anche Lucio Dalla si è lasciato irretire dal mito di Ulisse. “Itaca” – inclusa nel suo terzo Lp, “Storie di casa mia” (1971) – ribalta la prospettiva omerica: la vicenda non è narrata infatti attraverso lo sguardo di Ulisse, ma dal punto di vista dei suoi marinai, uomini comuni che, dopo anni di guerra, peregrinazioni e sofferenze, desiderano soltanto di fare ritorno a casa. Dalla spiegò di aver voluto spostare l’attenzione dall’eroe celebrato nei libri di scuola a chi è costretto a seguire le ambizioni dei grandi condottieri. In questa prospettiva, Itaca diventa il simbolo degli affetti, della vita quotidiana ritrovata e del bisogno universale di raggiungere un approdo sicuro.
Quattro anni dopo, nel secondo capitolo della trilogia con Roberto Roversi (“Anidride solforosa”, 1975), Dalla torna sul personaggio di Ulisse da una prospettiva più intima. La rievocazione del mito guerriero dell’Odissea è lo spunto per una riflessione sul tema dell’eterno ritorno, in cui però “tutto è scomparso, tutto cambiato”: “Una mano di calce bianca/ Sulle pareti della mia stanza/ Cielo giallo di garbino/ Occhio caldo di bambino/ Tiro il sole fin dentro la stanza/ Carro di fuoco che corre sul cuore/ Perché ogni giorno è sabbia e furore/ E sempre uguali non sono le ore”. Un testo graffiante di Roversi che – scandito da solenni arrangiamenti orchestrali e secchi cambi di ritmo – lascia un senso di desolazione e amarezza.
Suzanne Vega – “Calypso” (1987)
Anche Suzanne Vega si è cimentata con il mito omerico, spostando tuttavia lo sguardo dall’eroe alla donna che deve lasciarlo andare. Nell’Odissea, Calipso è la figlia di Atlante che vive nell’isola di Ogigia, dove Ulisse approda dopo un naufragio. L’Oceanina lo salva e se ne innamora, trattenendolo per anni con la promessa dell’immortalità, mentre lui continua a desiderare il ritorno a Itaca da Penelope. “Calypso” (da “Solitude Standing”, 1987) immagina proprio l’istante in cui, costretta dagli dèi, la ninfa accetta di lasciarlo partire. Il brano è raccontato in prima persona e restituisce tutta la malinconia della protagonista che rievoca l’arrivo di Ulisse, salvato dalle onde, la passione vissuta con lui e gli anni trascorsi tentando invano di trattenerlo. Il ritornello, con l’insistente ripetizione di “I let him go”, costituisce il cuore emotivo del brano: Calipso comprende che neanche una dea può costringere qualcuno a ricambiare i propri sentimenti, soprattutto quando il suo cuore appartiene a un’altra. Per questo il finale è di una struggente dolcezza: mentre Ulisse salpa verso casa, Calipso resta sola sulla riva, pronta ad affrontare la solitudine (“In the dawn he sails away to be gone forever more/ And the waves will take him in again/ But he’ll know their ways now/ I will stand upon the shore/ With a clean heart and my song in the wind”). In meno di 4 minuti, Suzanne Vega trasforma un episodio epico in un’intima riflessione sull’amore, sulla rinuncia e sulla capacità di lasciare andare chi si ama davvero.
Roberto Vecchioni – “Ulisse e l’America” (1984)
Per Roberto Vecchioni, invece, Ulisse è soprattutto una figura letteraria, un alter ego dell’uomo moderno sospeso tra il desiderio di partire e quello di trovare finalmente un approdo. Paragonando il mito greco all’idea di un America promessa, il professore riflette sul viaggio come metafora della vita e della ricerca della propria identità. Un po’ sulla falsariga del suo celebre “Velasquez” di “Elisir”. Il viaggio diventa dunque una condizione esistenziale permanente, raccontata con il gusto per il dialogo fra mito e contemporaneità che attraversa gran parte della produzione del cantautore milanese. L’America non rappresenta tanto un luogo reale quanto un orizzonte ideale, la terra promessa in cui proiettare desideri, speranze e possibilità di rinascita. Come Ulisse, ogni individuo è chiamato ad affrontare il mare aperto dell’esistenza, tra ostacoli, dubbi e continue ripartenze, senza perdere la spinta verso ciò che ancora non conosce. Con il suo linguaggio poetico e ricco di suggestioni, Vecchioni celebra il valore del sogno, della libertà e della curiosità, invitando a considerare il viaggio più importante della meta e a non smettere mai di inseguire il proprio personale approdo.
Francesco Guccini – “Odysseus” (2000)
Quella di Francesco Guccini è probabilmente l’analisi più colta della canzone italiana dedicata a Ulisse. La sua “Odysseus” si confronta con le grandi riletture dell’eroe omerico, dialogando con l’Ulisse di Dante, con la “Itaca” di Kavafis e con la “A Zacinto” di Ugo Foscolo. Il protagonista non è solo l’eroe del ritorno, ma un uomo destinato a inseguire per tutta la vita l’inquietudine del viaggio: “La via del mare segna false rotte/ ingannevole in mare ogni tracciato/ solo leggende perse nella notte/ perenne di chi un giorno mi ha cantato”. Nella prima parte, Ulisse ricorda con nostalgia il tempo precedente alla guerra di Troia: “Non appartenevo al mare… l’anima mia che è contadina, un’isola d’aratro e di frumento”. È l’immagine di un uomo legato alle proprie radici, alla sua Itaca “petrosa”, evidente richiamo al verso foscoliano “Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”. In questa figura si riflette anche lo stesso Guccini, da sempre legato al mondo contadino e ai paesaggi dell’Appennino emiliano.
Ma il richiamo dell’avventura è irresistibile. Così Ulisse racconta: “Le navi costruii di forma ardita/ concave navi dalle vele nere/ e nel mare cambiò quella mia vita”. Se nell’antichità il mare rappresentava il pericolo del naufragio, in Guccini diventa metafora del dubbio esistenziale e della necessità di mettersi in discussione. Il suo Ulisse conserva anche la determinazione dell’eroe omerico: “Andavo come spinto dal destino/ verso una guerra, verso l’avventura/ e tornare contro ogni vaticino/ contro gli dèi e contro la paura”, citando indirettamente così la guerra di Troia dell’Iliade e le successive avventure dell’Odissea. Nella parte finale del brano, Guccini fa sua l’idea foscoliana che soltanto la poesia è capace di rendere eterno ciò che è contingente donando l’eternità all’eroe greco (“Chi un giorno mi ha cantato… Donandomi però un’eterna vita/ racchiusa in versi, in ritmi, in una rima/ dandomi ancora la gioia infinita/ di entrare in porti sconosciuti prima”).
Francesco De Gregori – “Il canto delle sirene” (1987)
Nel suo brano del 1987, Francesco De Gregori si sofferma soprattutto sul potere evocativo e sulle sue seduzioni, narrate nell’episodio dell’Odissea in cui Ulisse si fa legare all’albero della nave per resistere al canto delle sirene. Queste ultime diventano il simbolo di tutte le illusioni che promettono felicità e conoscenza assoluta, mentre il linguaggio resta volutamente enigmatico e allusivo, come nelle sue pagine migliori: “Non sarà il canto delle sirene/ Che ci innamorerà/ L’abbiamo sentito bene/ L’abbiamo sentito già/ E nemmeno la mano affilata/ Di un uomo o di una divinità/ Non sarà il canto delle sirene/ In una notte senza lume/ A riportarci sulle nostre tracce/ Dove l’oceano risale il fiume/ Dove si calmano le onde/ Dove si spegne il rumore”. Il mito riaffiora soltanto in filigrana, senza mai trasformarsi in semplice esercizio narrativo.
Dead Can Dance – “Ullyses” (1988)
Nel repertorio dei Dead Can Dance il mito classico assume i contorni di un rito iniziatico. Tra percussioni ancestrali, cori liturgici e atmosfere sospese, “Ullyses” utilizza il viaggio dell’eroe come metafora della trasformazione spirituale. Epilogo di “The Serpent’s Egg” (1988), uno dei capolavori di Lisa Gerrard e Brendan Perry, il brano rappresenta una delle interpretazioni più mistiche dell’immaginario omerico, perfettamente inserita nell’estetica senza tempo del duo anglo-australiano. Un’intensa ballata, elegante giostra di archi e tastiere, come una danza rinascimentale diretta da un Perry spettacolare, che alterna vocalizzi nello stile di Gerrard (ma col suo timbro acido) a un canto profondo, dolce e avvolgente.
Enrico Ruggeri – “Ulisse” (1996)
Il protagonista immaginato da Enrico Ruggeri nel 1996 nel concept “Fango e stelle” pare molto più vicino all’Ulisse di Dante che a quello di Omero. È un uomo incapace di fermarsi, spinto da una curiosità quasi ossessiva e da un bisogno inesauribile di esplorare ciò che ancora non conosce. La vicenda dell’inafferrabile eroe viaggiatore diviene dunque l’ennesimo pretesto per mettere a nudo le proprie contraddizioni. “Sono già via/ Scrivo da questo mare, sono già via/ Non si farà legare l’anima mia/ Fatta di roccia più dura/ Perché l’anima è un concetto senza età/ Senza famiglia né bandiera”, canta Ruggeri. Anche musicalmente il brano alterna momenti lirici e improvvise accelerazioni rock, quasi a tradurre in suono l’irrequietezza dell’eroe.
Vinicio Capossela – “Nostos”/ “Calipso”/ “Vinocolo”/ “Le sirene”/ “Dimmi Tiresia” (2011)
Lasciato a riva ciò che restava del suo (già esiguo) senso della misura, nel 2011 Vinicio Capossela si imbarca in una debordante “Marina Commedia” dal titolo “Marinai, profeti e balene”. Opera epica, anzi “ciclopedica”, suddivisa in due tomi-cd – “uno oceanico (ispirato soprattutto da Moby Dick di Melville, ndr), l’altro omerico e mediterraneo” – in bilico tra musica e letteratura. Un musical teatrale, più che un album, lungo un’ora e mezzo e traboccante 19 canzoni, intrise di miti, poesia e salsedine. L’attrazione oscura del mare, metafora dell’imperscrutabilità del fato, trascina Capossela in una sorta di trance oceanica permanente. Un’odissea letteraria e, inevitabilmente, metafisica. Il secondo disco “omerico” rivisita il “Goliath”, l’Aedo, le Sirene di Ulisse e il “Nostos”, il sentimento da cui è nata la moderna Nostalgia, che colpiva i marinai in viaggio. Per Capossela, Itaca non è un luogo geografico, ma una condizione dell’anima: dopo il viaggio, nessuno torna davvero identico a com’era partito. Sempre all’interno del suo universo marino, Capossela sbeffeggia un Polifemo ubriaco, tradotto in geniale neologismo (“Vinocolo”) e dedica un brano alla ninfa che trattiene Ulisse sull’isola di Ogigia. Calipso diviene la personificazione della seduzione, del tempo sospeso e della tentazione di rinunciare al viaggio. Una rilettura poetica che guarda al mito attraverso immagini ricche di richiami mediterranei. Nel disco, Capossela porta in primo piano anche uno dei personaggi più enigmatici dell’Odissea: l’indovino Tiresia. Il dialogo con il veggente nella splendida “Dimmi Tiresia” diventa una riflessione sulla memoria, sul destino e sul peso della conoscenza, temi che attraversano tutta la sua produzione.
Neffa – “I viaggi di Ulisse” (2003)
In una fase di profonda trasformazione artistica, Neffa sceglie Ulisse come simbolo del cambiamento personale. Lontano dalle suggestioni epiche, il mito diventa qui una metafora della ricerca di una direzione e di un’identità, dimostrando come la figura dell’eroe continui a parlare anche alla sensibilità della canzone italiana contemporanea: “Ulisse dove vai? Quando ti fermerai?/ Che stai cercando ancora in questo mare che oramai non ti ama più?/ Dove ti porterà la tua curiosità?/ La voglia di capire di cose che ai mortali non competono”, canta il rapper.
Franz Ferdinand – “Ulysses” (2009)
Alex Kapranos, leader degli scozzesi Franz Ferdinand, trasporta invece l’eroe greco nelle notti metropolitane del XXI secolo. “Ulysses”, singolo d’apertura di “Tonight: Franz Ferdinand” (2009), utilizza il nome del protagonista dell’Odissea come simbolo di smarrimento, desiderio e trasgressione. Il viaggio non si svolge più sul mare, ma tra club, tentazioni e fughe dalla quotidianità. Una rivisitazione edonista e metropolitana del mito omerico. Curiosità: sulla cover del singolo “Ulysses” è rappresentato lo stesso Kapranos “morto” sulla strada di Brooklyn.
Beck & Phoenix – “Odyssey” (2023)
L’incontro tra Beck e i Phoenix dà vita a un brano luminoso e immediato. Pubblicato il 21 giugno 2023, è un singolo stand-alone, uscito per promuovere il Summer Odyssey Tour, che vedeva i due artisti come co-headliner. Il brano è stato descritto come un “erede più raffinato” di “Once In A Lifetime” dei Talking Heads ed è caratterizzato, nel complesso, da un’atmosfera molto energica e vivace. Il richiamo all’Odissea è soprattutto simbolico. Tra synth dal gusto anni Ottanta e melodie pop, “Odyssey” utilizza il viaggio come metafora della libertà e della continua ricerca di nuovi orizzonti, dimostrando ancora una volta quanto il mito di Ulisse continui a essere sorprendentemente attuale.
Eleni Karaindrou – “Ulysses’ Theme” (1995)
Con le sue partiture essenziali e malinconiche, Eleni Karaindrou è riuscita a dare una colonna sonora inconfondibile al cinema di Theo Angelopoulos. Il tema composto per “Lo sguardo di Ulisse” (1995) è una meditazione strumentale sul viaggio, sull’esilio e sulla memoria, capace di evocare l’eroe omerico con la sola forza della musica, tra fisarmonica, archi e silenzi. Il film venne dedicato al nostro Gian Maria Volonté che morì d’infarto durante le riprese e venne sostituito da Erland Josephson.
James Blake, Travis Scott e Ludwig Göransson – “When I’m Home” (2026)
L’ultima tappa di questo lungo itinerario musicale coincide con il ritorno dell’Odissea al cinema grazie a Christopher Nolan. Il brano dei titoli di coda di “The Odyssey”, interpretato da James Blake e Travis Scott sulle musiche di Ludwig Göransson, riprende fin dal titolo il tema del ritorno a casa, chiudendo idealmente un percorso artistico che da quasi tremila anni continua a reinventare il viaggio di Ulisse attraverso linguaggi sempre diversi. Tra gli autori del brano figura anche lo stesso Nolan. La colonna sonora di Göransson – già autore delle musiche del precedente film di Nolan, “Oppenheimer” – accompagna il racconto epico del regista inglese, fondendo l’orchestra moderna con strumenti e timbri ispirati alla tradizione del Mediterraneo antico. Cetre, lire, flauti e percussioni evocano così l’universo omerico, reinterpretato però attraverso una sensibilità cinematografica contemporanea.
