“From New York City, Suzanne Vega!”, annuncia una voce fuori campo. Ed è proprio un New York state of mind quello che per due ore si impadronirà del magnifico Parco dell’Ardeatina dove sorge la Casa del Jazz. Perché in scena c’è lei, Suzanne Nadine Vega, portatrice sana dello spirito più autentico della Grande Mela, plasmato in anni di gavetta tra i club del Greenwich Village con la sua chitarra a tracolla e i suoi versi limpidi e raffinati, attorno ai quali ha costruito un songwriting tra i più aggraziati e credibili degli ultimi 40 anni. Ad accompagnarla sul palco, per l’occasione, c’è un chitarrista d’eccezione: Gerry Leonard, già al fianco di David Bowie per le sue ultime opere in sala d’incisione e sul palco, al quale si aggiungerà poi la violoncellista Stephanie Winters.
Suzanne, abito nero, cilindro in testa da chanteuse di cabaret, attacca subito “Marlene On The Wall” ed è un tuffo al cuore, almeno per chi – come il sottoscritto – proprio grazie a quel brano si è innamorato del suo folk-rock di emozioni implose, che accarezza una visione assieme mitologica e malinconica: “Marlene watches from the wall/ Her mocking smile says it all/ She records the rise and fall/ Of every soldier passing/ But the only soldier now is me/ I’m fighting things I cannot see/ I think it’s called my destiny/ That I am changing”. Un testo che – come lei stessa ci raccontò in un’intervista di qualche tempo fa – non ha nulla a che vedere con più celebrati “muri”, riferendosi a un “more anonymous wall”: il muro della sua camera da letto, dove da ragazzina teneva appesa una foto di Marlene Dietrich.
Fa già caldissimo, ma alla temperatura di “99.9 F°” può condurci solo l’incalzante title track dell’album del 1992, con la dolcezza armonica dei vocalizzi che si sposa a scariche elettriche e graffianti riff di chitarra. A chiudere la magica tripletta iniziale, una intensa “Caramel” – uno dei nove oggetti del desiderio di 4 anni dopo (“Nine Objects Of Desire”, 1996) – al passo di una suadente bossa nova alla Astrud Gilberto, illuminata da una radiosa apertura melodica.
È in vena di chiacchiere, e di confidenze, Suzanne. Ci racconta per esempio di uno dei suoi primi grandi amori, quello per un ragazzo che aveva incontrato in un raduno folk quando aveva 18 anni: la storia che ispirò “Gypsy” (da “Solitude Standing”, 1987). Ma guai a crogiolarsi nella melanconia, perché il wit di Vega è sempre in agguato: “C’è un nuovo album! Si intitola ‘Flying With Angels‘… Anche il tour si chiama così. Abbiamo tante canzoni nuove… Ma ora facciamo quelle vecchie, perché le conoscete meglio e le conosciamo meglio anche noi!”. Poi scherza presentando “The Queen And The Soldier”, l’altra prodezza dall’Lp d’esordio: “È una canzone triste, finisce male e per di più è anche molto lunga!”. Arriva sul palco anche Stephanie Winters, che con il suo violoncello accompagna l’intero brano, amplificandone il senso di dolore e contribuendo a creare un’atmosfera sospesa e quasi magica, mentre Leonard pizzica con delicatezza le corde della sua chitarra acustica e la voce di Suzanne diffonde una dolcezza di rara intensità.

Sul palco, incastonato tra i pini con uno spicchio di luna alle spalle, Suzanne Vega è pienamente a suo agio, con il suo ventaglio a mitigare l’afa. Nessuna traccia dell’incredibile timidezza che caratterizzava le sue prime esibizioni. Snocciola pure qualche frase in italiano col sorriso: “Posso avere un capuccino per favore? Dov’è l’aeroporto?”. E racconta di averlo imparato quando a vent’anni veniva spesso in Italia, promettendo di migliorarlo sempre più ogni volta che tornerà qui. “Vedete il mio abito? È nero, non potrei mai vestire di bianco”. E poi ci spiega perché, cantando: “I never wear white/ White is for virgins/ Children in summer/ Brides in the park/ My color is black, black, black/ Black is for secrets/ Outlaws and dancers/ For the poet of the dark” (“I Never Wear White” da “Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles”, 2014). Quindi, è la volta dell’omaggio a Elvis Costello con una vibrante “Lipstick Vogue” dagli accenti dylaniani, ripescata direttamente da uno dei suoi capolavori, “This Year’s Model” del 1978.
Arrivano finalmente anche i brani nuovi, a partire dalla title track di “Flying With Angels”, uno dei suoi tipici soliloqui acustici in punta di chitarra, che tra arpeggi soffusi sussurra speranze di un intervento salvifico in tempi difficili. Suzanne parla di angeli che ci sorreggono e della emozionante visita in Vaticano.
A seguire ecco il fendente folk-rock di “Speakers’ Corner”: “Sembra una canzoncina facile ed easy listening, e invece è molto seria perché parla del primo emendamento della costituzione americana e della libertà di parola“, spiega Vega che ricorre alla metafora dell’angolo riservato agli oratori occasionali per ammonire sui rischi della disinformazione e delle limitazioni alla libertà di parola, quantomai attuali nell’America di Donald Trump: “I guess we better use it now/ Before we find it gone”.
A chiudere il capitolo su “Flying With Angels”, giunge la saltellante “Chambermaid”, omaggio a Bob Dylan che parte dalla sua sempiterna “I Want You”, rielaborando la melodia originale, nonché il testo, sviluppandolo dal punto di vista della cameriera. Molto divertente anche l’aneddoto che Vega ci riserva a proposito di Mister Zimmerman: “Ho aperto un concerto di Bob Dylan in Norvegia nel 2012, finita la mia esibizione nel backstage ho rubato un bacio a Bob che mi ha detto “vorrei rivederti”. Non l’ho più rivisto. È stata la relazione più corta della mia vita. Ma se Bob vuole rivedermi sa dove trovarmi”. E attacca “Left Of Center” con il suo celebre verso “If you want me, you can find me/ Left of center, off of the strip”. Capito Bob?

Un altro tuffo nel passato per chiudere il set principale con la doppietta da “Solitude Standing” (1987): prima l’evergreen autobiografico di “Luka”, in versione più elettrica rispetto all’originale, poi la filastrocca metropolitana a cappella di “Tom’s Diner” che ispirò anche il remix dei Dna. Suzanne si rimette in testa la tuba e si gode l’ovazione meritatissima dei presenti, prima di lasciare il palco.
I bis, oltre al ripescaggio della chicca “Rosemary”, riservano un commosso omaggio al grande maestro newyorkese Lou Reed, colui che in un concerto del 1979 folgorò la giovane Suzanne sulla strada del rock: “Era la prima volta che vedevo un artista affrontare con coraggio temi come la violenza e la disperazione – ci ha raccontato nell’intervista – Capii che avrei potuto scrivere canzoni sugli esclusi, sulla gente della strada, che sarei potuta diventare una folksinger”. Il tributo – avvisa quasi schernendosi – è il suo successo più noto: una sentita e intimista “Walk On The Wilde Side”.
Sembra davvero finita, c’è chi sta per andarsene, e invece rieccola sul palco a chiederci: “Do you want other songs?”. Certo che sì, è il coro generale. Ed è a questo punto che avviene una cosa mai successa a chi scrive. Nel coro delle richieste più disparate, urlo: “In Liverpool” (forse assieme a un altro isolato spettatore). E lei incredibilmente mi accontenta, previo conciliabolo con i suoi compari. “È la seconda parte della storia di ‘Gypsy’ – la introduce – Racconta sempre di quel ragazzo di cui mi innamorai a 18 anni… era di Liverpool”. E attacca quel folk-pop magicamente cantilenato per un quadretto malinconico di una quieta Liverpool domenicale, con una luce tenue e sottile, proprio come la persona a cui Suzanne si rivolge ancora, tanti anni dopo.
Ora non resta che l’epilogo della serata, affidato ai cupi tormenti di “Penitent” (da “Songs In Red And Gray”, 2001). I tre musicisti lasciano il palco tra gli applausi.
Quasi due ore sono volate e perfino il caldo ci è sembrato meno intenso. Sarà l’effetto del New York state of mind?