Wilco

Cavea Auditorium Parco della Musica, Roma (31/08/2026)


E’ la settima volta nella mia vita che mi capita di assistere a un concerto dei Wilco, in diverse fasi della loro carriera. Alcuni restano fra i migliori che io abbia visto in tutti questi anni. Ad ogni occasione li ammiro estasiato, li osservo attentamente, e ogni volta non riesco a capire come riescano a inserire tutto quel caos dentro “Via Chicago”: Jeff Tweedy continua beatamente a tenere i suoi accordi sulla chitarra acustica e a cantare senza badare al frastuono che gli altri cinque compagni imbastiscono accanto a lui, coprendolo completamente. Quando il caos termina, tutti tornano a seguire il leader, riammorbidendo la tensione, ritrovandosi all’unisono in maniera del tutto naturale, come se nulla fosse accaduto in quella manciata di secondi. E tu resti là, così, incredulo. Non può esser vero. Una band irreale.

Per non parlare di quel che accade durante “Impossible Germany”, il pezzo più atteso di qualsiasi loro concerto, una sorta di “Firth Of Fifth” del secondo millennio, oppure nello sviluppo motorik di “Spiders (Kidsmoke)”, oppure – per spostarsi nell’ambito di composizioni più recenti” – nelle evoluzioni da “acoustic” a “noise” di “Bird Without A Tail/ Base Of My Skull”: sono i numerosi motivi che ci spingono a tornare sotto il loro palco, gli stessi di questa calda serata romana che funge da epilogo al più torrido agosto di sempre.
La coda noise di “Handshake Drugs”, la dolcezza di “Hummingbird” e “Jesus, Etc”, le raffinate rotondità di “Theologians” (dedicata stasera al Papa americano), l’incontenibile energia di “Heavy Metal Drummer” e “I’m The Man Who Loves You”, la doppietta conclusiva che ci spinge fin dentro il rock’n’roll (“Monday”/ “Outtasite”), i tanti riferimenti alt-country, lì dove tutto ebbe inizio.

Sì, perché un giorno Jeff Tweedy raccolse le radici del suono della sua terra, il country, e iniziò con pazienza a imbastire il processo di rielaborazione che gli consenti di potervi apporre il prefisso alt-, conducendo quei suoni, gradualmente, verso luoghi lontanissimi, fin oltre la sua stessa idea iniziale, oltre qualsiasi confine stilistico immaginabile. Un processo che partì dall’esperienza precedente, gli Uncle Tupelo, dove erano già presenti sia lui che il bassista John Stirrat, rimasto sempre al suo fianco. Stirrat che stasera si prende il centro della scena per cantare “It’s Just That Simple”, dal primissimo album firmato dai Wilco, “A.M.”, come a voler dire “io c’ero”, già allora.

Poi un giorno Jeff Tweedy incontrò Glenn Kotche e Nels Cline (due fra i più bravi al mondo nei rispettivi strumenti, batteria e chitarra elettrica) e la rivoluzione divenne totale, anche grazie al contributo di Jim O’Rourke, che fece parte della squadra per un periodo. I risultati sono ancora qui davanti ai nostri occhi. Con una sola pecca: sogno di assistere a un set dove poter ascoltare “Bull Black Nova”, “Hotel Arizona”, “Radio Cure”, “At Least That’s What You Said”, “Sky Blue Sky”, “Either Way”, al posto di alcune canzoni oggettivamente meno significative (non scriverò i titoli, non serve) che la band americana continua a eseguire dal vivo, tracce che non rendono completamente giustizia a quello che i Wilco hanno significato, una formazione stellare che ha avuto la stessa portata rivoluzionaria dei Radiohead, dei Beatles, dei Led Zeppelin. Un peccato (quello della formulazione della scaletta) che possiamo perdonargli anche in questa occasione.

Scaletta

  1. 1. Handshake Drugs
  2. 2. If I Ever Was A Child
  3. 3. Via Chicago
  4. 4. I Am Trying To Break Your Heart
  5. 5. California Stars
  6. 6. Evicted
  7. 7. Bird Without A Tail / Base Of My Skull
  8. 8. I'm Always In Love
  9. 9. Box Full Of Letters
  10. 10. Annihilation
  11. 11. Hummingbird
  12. 12. It's Just That Simple
  13. 13. Love Is Everywhere (Beware)
  14. 14. Theologians
  15. 15. Impossible Germany
  16. 16. Jesus, Etc.
  17. 17. Heavy Metal Drummer
  18. 18. I’m The Man Who Loves You
  19. 19. The Late Greats
  20. 20. Spiders (Kidsmoke)
  21. 21. Monday
  22. 22. Outtasite (Outta Mind)

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