Negli anni mi è accaduto più volte di assistere a un concerto di Patti Smith, persino di incrociare uno dei suoi tanti tour in giro per l’Europa, e di trovarla straordinaria sempre: per la bellezza delle canzoni, per il carisma, per la vocalità unica che il tempo non scalfisce, per la credibilità delle parole e di quegli sguardi ad altezza d’orizzonte e di persona che sembrano voler intercettare ciascuno dei presenti.
Non ero mancato neanche alla tappa bergamasca del tour celebrativo di “Horses“, con Lenny Kaye in formazione, con la cavalcata sing-a-long di “Gloria”, le improvvisazioni su “Redondo Beach” e il tributo ai Television. E quella stessa New York è stata l’immaginario portante anche del set milanese del 29 luglio, una New York sospesa fra beat generation e punk, che è rimasta solo Patti a rappresentare adesso che Tom Verlaine e Lou Reed ci hanno lasciati: non la grande mela ma il suo verme visionario e sottopelle, nutrito di humus decadente ed europeo e di tanfo ferroso da subway.
Non c’è stato tempo per la cover di “Walk On The Wild Side”, ma poco importa. La libertà e l’urgenza espressiva sono sempre quelle della cravatta sciolta sotto l’occhio ancora innamorato di Mapplethorpe per la copertina di “Horses”. Una cornice di senso, che senza dubbio rende il personaggio, la musicista e l’essere umano Patti Smith un esempio di impegno civile tra i più significativi della storia del rock, in questo live è emersa con una nettezza di contorni particolare.
Più che un concerto, dunque, un momento di pura empatia. Vuoi per il contesto, che era quello della celebrazione dei 50 anni di Radio Popolare, con un pubblico in totale consonanza, legato tanto alla tradizione della sinistra meneghina, quanto a tutto un sottobosco giovanile progressista, la cui presenza, agevolata dal biglietto a 15 euro, è stato uno dei valori aggiunti della serata; vuoi per il fatto che si trattava della data conclusiva di un tour europeo ricco di soddisfazioni, che ha prolungato l’onda lunga della celebrazione di un altro cinquantenne con tutta la vita davanti come il summenzionato “Horses”; vuoi perché accanto a sé Patti aveva entrambi i figli avuti da Fred “Sonic” Smith: Jackson, emozionato ma impeccabile alla chitarra, e Jesse Paris, cantautrice e attivista per l’ambiente, nonché fiera oppositrice di Trump, che supportava alle tastiere il fido Tony Shanahan, per lo più impegnato nel consueto ruolo di bassista. E non poco ha influito sulla riuscita della serata il set, applauditissimo, di una delle più brave e preparate cantautrici italiane di ultima generazione, Marta del Grandi.
Su tutto infine aleggiava la notizia fresca e inattesa della scomparsa di Glen Hansard. Telegramma emotivo che ci ha visti sgomenti di attaccamento alla musica e alla vita stessa, come sempre accade dopo la scomparsa di una persona cara, quando gli istanti si fanno tutti ultimi e la presenza dell’altro improvvisamente cessa di essere scontata.
Questo denso sostrato emozionale ha racchiuso il concerto in un’ora e mezza di abbraccio. L’artista, noi del pubblico e un mondo fuori: da guardare con la speranza, irrazionale, infondata, ma non per questo meno vera, di poterlo un giorno accogliere, e che non sia lui invece a toglierci di mezzo insieme alle nostre illusioni, troppo ingombranti per poter stare stare in un reel.
Le canzoni sono correlative a questo afflato. “Dancing Barefoot” suona come un richiamo ancestrale in principio di rito. “Ghost Dance” torna ad assumere lo spirito e le intenzioni originarie di quando Patti trasformò una danza di rivalsa e di fantasmi in canto di perdono e speranza, mentre si avvicinava il 1979, allora anno dell’infanzia. Food from the father, tayi, taye aye/ We shall live again, intoniamo insieme all’officiante, proiettando quel “noi” in una dimensione senza tempo, né aspettative. Prima o poi qualcuno vedrà inabissarsi il carico di individualismo e di odio che avvelena questi anni e sarà per lui che avremo cantato. Anche per lui. In quest’ottica sembra trasfigurarsi in riflessione sulla natura umana anche la poetica di risentimento di “Revenge”, capolavoro dal talora sottovalutato “Wave”, e l’orologio da polso del testo sembra segnare il procedere di un tempo collettivo.
Poi arriva la sequenza dedicata a Jim Morrison. Si cambia città ma non si cambia America. Il Re Lucertola arriva in sogno: “Vagavo in una foresta quando incontrai una statua di marmo, un marmo così bianco che abbagliava. La statua raffigurava Prometeo incatenato, ma al suo interno c’era Jim Morrison ed urlava ‘break it up! break it! break it up!’, finché il marmo si frantumava e ne veniva fuori Jim, che spiccava il volo muovendo le sue grandi ali bianche”. La versione di “The Crystal Ship”, gioiello del primo album dei Doors, diventa in questo contesto una metafora sulla fragilità del delirio umano di onnipotenza, da cui egli si libera infrangendo le spoglie titaniche in cui questo mondo di capitali e di click lo tiene imprigionato. Così il sogno, così “Break It Up!”, che segue alla cover dei Doors in una sorta di siparietto tematico.
“Nine”, il più site-specific dei brani di Patti Smith, originariamente dedicato a un compleanno di Johnny Depp, e una intensa cover di “Falling Slowly” cantata da Tony Shanahan sono l’omaggio a Glen Hansard. Il resto è un abbraccio commosso fra Tony e Patti e le parole che lei pronuncia come in un soffio: “C’era un vecchio capitano, che vagava per l’Irlanda in cerca della sua nave, benché fosse passato molto tempo da quando l’aveva smarrita. Un giorno però l’avvistò da lontano sul Mare d’Irlanda. Era dorata, rivestita interamente di verdi trifogli. Non i suoi occhi la videro, ma il suo cuore. E andò ad esalare il suo ultimo respiro su quella nave meravigliosa, solcando non il mare, ma le nuvole fluttuanti nel cielo, fino alla Via Lattea, da una galassia all’altra. Vide luoghi magnifici, ma ciò che desiderava era rivedere la sua isola splendente di verde smeraldo. Ancora una volta: l’Irlanda e il volto di sua madre, che gli aveva dato la vita”. Brividi.
Anche “Fireflies”, “Summer Cannibals” e “Beneath The Southern Cross” nascono in un contesto di elaborazione di un lutto, tutte e tre provenienti da “Gone Again”, l’album uscito dopo la morte di Fred, tra gli ultimi pezzi scritti insieme al marito. Ed è tangibile anche per noi l’emozione di Patti nel suonarli sul palco insieme ai figli, davanti a un pubblico che è più una sorta di famiglia elettiva, con testimone la luna piena che la “sacerdotessa” invoca più volte durante il live, invitandoci anche a un brindisi condiviso ancestralmente con lei una volta tornati a casa.
Quando parte “Peaceble Kingdom”, dedicata ai bambini palestinesi, la “famiglia” agita bandiere da più parti, e la purezza dell’indignazione è un respiro unico. Patti introduce “Because The Night” come la canzone dedicata “all’amore della sua vita”, Fred.
L’altro è la gente. “People Have The Power” arriva puntuale a ricordarci chi siamo. E che rimanere umani non è retorica.