Dissonanze Festival 2026

Auditorium Parco della Musica, Roma (12-13/09/2026)


Per raccontare il significato dell’edizione 2026 di Dissonanze si deve partire da un presupposto sfidante: la Fondazione Musica per Roma decidendo di ospitare all’interno dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone un Festival di questo tipo si è posta il chiaro obiettivo di sdoganare la musica elettronica e il djing all’interno di uno dei massimi templi italiani della musica colta. L’idea non giunge certo isolata: negli ultimi anni l’Auditorium ha ospitato molti eventi legati al circuito electro, e la Cavea in diversi casi si è trasformata in una vera e propria discoteca all’aperto, grazie agli show realizzati da artisti come Jamie XX, Paul Kalkbrenner o Fred Again.. Ma con Dissonanze il discorso è diverso, diviene ben più profondo. La preziosa struttura nei giorni di sabato 12 e domenica 13 settembre è stata interamente dedicata e parzialmente ridisegnata a uso e consumo del Festival. Oltre al ben noto anfiteatro della Cavea, sono stati allestiti ulteriori due palchi open, posizionati nella zona in alto, alle spalle delle gradinate della Cavea stessa, dove è stata predisposta anche un’area food & drink. Viene naturale chiedersi per quale misterioso motivo uno spazio simile non venga utilizzato più spesso, con un maggior numero di eventi all’aperto programmati durante la stagione estiva.

Le performance del cartellone di Dissonanze iniziano presto, a mezzogiorno, e si chiudono a mezzanotte in punto, in orari umani. Per evitare che nelle prime ore l’area resti semi-deserta, è stata predisposta la vendita di alcuni biglietti e prezzo ridotto con ingresso obbligato entro le 13. Non male come idea, almeno per chi ha voglia di trattenersi l’intera giornata, magari sfruttando gli ampi spazi relax all’ombra, alcuni persino provvisti di sdraio. La situazione è piacevole, avulsa dalle rigidità che spesso ingessano l’esperienza Auditorium. La possibilità di muoversi senza limitazioni conferisce un grande senso di libertà: è possibile seguire una parte di un set dalla transenna, e magari dopo mezz’ora spostarsi in tribuna per osservare l’effetto da lontano. Si può zigzagare fra un palco e l’altro, testando anche gli artisti meno conosciuti. E allora viene spontaneo chiedersi: ma perché tale set up organizzativo non diventa una costante? La strada è questa: finalmente qualcuno a Roma ha capito che la Capitale possiede persone, spazi, idee, partnership utili per affermarsi come moderno hub artistico e musicale di livello europeo, accorciando le distanze nei confronti di Londra, Berlino, Barcellona, Parigi, Torino, giusto per citare i casi scuola.

Per due giorni Roma diventa così il centro del mondo nel circuito electro, sfruttando in particolare due nomi – Björk e Peggy Gou, i più attesi della prima giornata – in grado di fungere sia da calamita per il pubblico che da cassa di risonanza per acquisire visibilità internazionale, basti notare nei giorni successivi quanti siti e pagine social oltre frontiera hanno rilanciato il particolarissimo set impostato da Björk. L’elfo islandese accompagna il pubblico in un viaggio imprevedibile attraverso suoni, ritmi e mondi musicali eterogenei, un’esplosione di energia e contaminazioni eclettiche, basata su un ricercato mix di ritmi afrocentrici e club music. Tradizioni africane, folklore nord-europeo, percussioni tribali, ma anche mondi elettronici sperimentali, mutuati da Marina Herlop e Arca (con tre tracce risulta l’artista più rappresentata), ma anche Fakemink, Underscores e Kelela, fino alla conclusiva “Berghain” di Rosalia. Novanta minuti senza alcun confine di genere, durante i quali Björk segue l’inesauribile curiosità musicale che l’ha resa celebre. Il palco è trasformato in una piccola foresta e lei si presenta con un abito dotato di luci fluorescenti, in grado di creare effetti scenografici durante la performance. Look completato da una maschera a rete che lascia appena intravedere il volto.

Dopo Björk arriva il momento di Peggy Gou, l’unico durante il quale lo spazio della Cavea dev’essere sbarrato per eccesso di pubblico. Peggy Gou, dj, influencer, donna copertina, donna ovunque, non ha difficoltà a far ballare tutti con una selezione house oriented, nella quale non manca la sua hit più famosa, “(It Goes Like) Nanana”. Ma il set più esplosivo della giornata lo mette a segno Kelly Lee Owens, producer gallese di stanza a Berlino, da anni affermata realtà grazie a dischi apprezzatissimi da pubblico e critica. La Owens alterna pezzi propri e una manciata di superclassici, fra i quali l’acclamata versione remix di “Everything In Its Right Place” dei Radiohead, “Treat Each Other Right” di Jamie XX e un omaggio alla stessa Björk, che salirà poi sullo stesso palco per lo slot successivo.
Nella giornata inaugurale meritano menzione anche i Nubiyan Twist, trascinante collettivo soul-jazz-afrobeat che in questi anni ha ospitato nei propri dischi una moltitudine di star, da Nile Rodgers e Sean Kuti, da Fatoumata Diawara a Joe Armon-Jones. Fra gli altri protagonisti vanno citati Tony Humpries, uno che negli anni Ottanta e Novanta ha creato remix per moltissime stelle, da Janet Jackson ai Cure, e che ancora oggi porta il suo carisma in consolle, e l’energica dj e producer olandese Carista.

Il giorno successivo altra vagonata di nomi importanti, a iniziare dal duo tedesco Session Victim che, protetto da una tenda (sono da poco passate le 16 e il sole è ancora alto), propone il proprio marchio di fabbrica: house music a tratti suonata con consolle, synth e basso, con il bassista che sfoggia una t-shirt con la scritta Dischord Records, tanto per non celare il proprio background “alternative rock”.
Chloé Caillet e Job Jobson dono due dj quotatissimi, e occupano i rispettivi slot da novanta minuti senza sbavature nella Cavea, mentre nel Park Stage (sì, sembra di star proprio in mezzo a un parco, il terzo palco è invece un po’ più nascosto e non a caso si chiama Hidden Stage) l’attenzione è catalizzata dal super funky b2b condotto da Moodymann e Marcellus Pittman. Un dj set denso di blackness con qualche concessione al white funk di Jamiroquai e Red Hot Chili Peppers. In chiusura effetto stadio garantito grazie alla proposizione di “Seven Nation Army” dei White Stripes: chissà se sanno perché è così amata qui in Italia.

La serata della domenica prosegue con la propulsiva Detroit Techno suonata live dai fratelli Burden, gli Octave One, e con l’ipnotico dj-set di uno dei pochi italiani in cartellone, Donato Dozzy, sul quale è il caso di spendere due parole. Magari non è il l’hype di Dissonanze 2026, ma il suo si rivela l’unico dj-set davvero radicato nella contemporaneità, composto da brani molto recenti, pur se di autori per lo più misconosciuti: scelta che dimostra quanto Dozzy sia uno dei pochi davvero concentrati sull’ascolto in tempo reale dei prodotti dei colleghi, senza restare imprigionato nelle confortevoli selezioni basate sul passato. Nella Cavea Stage l’appuntamento principale della seconda giornata è con due colossi del circuito elettronico mondiale, Floating Points e Daphni, protagonisti di un b2b seguitissimo.
Per la chiusura c’è una scelta iconica, Sama’ Abdulhadi, dj fra le più apprezzate della generazione più recente, palestinese, una chiusura che va ben al di là del disimpegno da dancefloor, una chiusura che vuol essere momento di denuncia e messaggio di pace.

L’esperimento Dissonanze può quindi dirsi completamente riuscito e sintetizza quanto la situazione che ruota intorno all’organizzazione degli eventi musicali nella Capitale sia mutata negli ultimi tempi, anche grazie alle iniziative impresse dalla Fondazione Musica per Roma, che – come scrivevamo, in particolare negli ultimi due anni – ha scelto di dare sempre più spazio alla musica elettronica, riconoscendola fra i linguaggi più importanti e innovativi della scena contemporanea. L’Auditorium Parco della Musica intitolato a Ennio Morricone ha progressivamente rafforzato la propria programmazione dedicata a questo mondo, assumendo così un ruolo di apripista: portare la musica elettronica in un rispettato luogo della cultura significa intercettare un pubblico giovane, dinamico e cosmopolita, significa aprirsi alle nuove generazioni, riconoscendo valore artistico a un linguaggio che oggi è protagonista non solo nei palcoscenici di tutto il mondo ma nella quotidianità di ciascuno di noi. Fenomeni globali come quelli ospitati nel cartellone di Dissonanze non si sono limitati a riempire la Cavea, ma hanno contribuito a rafforzare il ruolo di Roma nella geografia del turismo musicale, vista anche la notevole percentuale di pubblico straniero. Un successo legato anche alla capacità di reinterpretare in modo nuovo gli spazi progettati da Renzo Piano. Portare nella Cavea artisti come quelli presenti nella line-up di Dissonanze significa riconoscere pieno valore culturale a un genere musicale troppo spesso ancora associato a stereotipi sbagliati, oppure considerato fenomeno esclusivamente legato ai club e alla dimensione underground.
Trasformare le cupole e i giardini pensili nei palcoscenici di Dissonanze significa aprire spazi istituzionali a nuovi linguaggi e a nuovi modi di vivere la musica. L’elettronica può ora finalmente sentirsi libera di uscire dai confini nei quali è stata a lungo relegata, per entrare nel cuore di uno dei più importanti luoghi della cultura in Europa, in una dimensione aperta, condivisa, capace di dialogare con la città. E’ importante custodire la grande tradizione musicale, ma lo è anche intercettare i cambiamenti, sperimentare nuovi linguaggi, offrire spazio ai ritmi e agli artisti che stanno provando a costruire il futuro. Speriamo ci lascino godere più spesso gli spazi dell’Auditorium in questo modo. Speriamo che Dissonanze torni ogni anno più forte e più grande. Insieme a Spring Attitude e Videocittà forma un tris vincente che sta trasformando il volto di Roma nel settore dei grandi eventi musicali, mentre l’effetto trascinamento consente a tante piccole realtà di continuare a crescere. Attraverso Dissonanze è stato posto un nuovo tassello fondamentale. Sono fermamente convinto che l’edizione 2026 sarà ricordata a lungo, come uno dei più importanti eventi legati alla musica elettronica mai ospitati nella Capitale.


(Foto di Claudio Lancia)

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