Attorno al 28 agosto, prima data del nuovo tour dei CSI, si concentrava da mesi un’attesa spasmodica. Amatissimi dal loro pubblico negli anni Novanta, non si esibivano tutti quanti insieme dall’estate del 1998: in un gruppo fatto di personalità così forti e diverse tra loro, che per cinque anni ha fatto la storia della musica alternativa italiana, lo scioglimento arrivò implacabile a partire dalla fine del ’99, lasciando i fan ammutoliti. Da allora, 28 anni sono passati e sono tanti: i membri del Consorzio Suonatori Indipendenti nel frattempo hanno preso strade diverse, sono diventati ottimi musicisti, produttori e scrittori, collaborando anche tra di loro ma sempre e solo in assetto parziale. Giovanni Lindo Ferretti ha affettuosamente definito di recente i CSI “un’accozzaglia di personalità che funziona”: immaginarseli di nuovo insieme come dei “Geniali dilettanti in selvaggia parata”, per citare il testo di “Linea gotica”, non può che emozionarci ancora.
Chi sognava di rivederli nel 2026 con le categorie alle quali siamo abituati oggi, magari su un mega-palco con dei maxischermi, rimarrà deluso. Il tour In viaggio passa per luoghi dal forte significato simbolico, magari non propriamente pensati per dei concertoni. Questo vale ancor di più per l’inaugurazione del 28 agosto, con replica il 29 agosto, sull’Appennino bolognese, a Marzabotto, nel Parco Storico di Monte Sole. Un luogo bellissimo dal punto di vista naturalistico dove però la storia grida ancora: qui nel 1944 i nazifascisti uccisero per rappresaglia in modo sistematico più di 775 civili. Se si va a visitare il sacrario di Marzabotto e si leggono i nomi delle vittime, per lo più bambini, donne e anziani, si rimane sopraffatti dal dolore.
Questo luogo è stato fortemente voluto dai CSI per il loro tour e, come vedremo, ha un senso preciso all’interno del concerto, determinando però tutta una serie di piccoli e grandi problemi che è doveroso segnalare. Il palco di Montesole è una struttura fissa in legno, con il bosco alle spalle; è molto originale, tanto che Guido Harari l’ha usato come sfondo per l’immagine del gruppo, ma è piccolo e “imbucato”, adatto a concerti di dimensioni limitate con spettatori che stanno presumibilmente seduti. Davanti al palco la collina costituisce una sorta di anfiteatro naturale: in sostanza, vede bene chi sta in alto, parecchio in alto, perché la pendenza non compensa quel palco così infossato. In basso, solo il pubblico in transenna e forse chi si trova in seconda fila ha una buona visibilità dello spettacolo; per il resto, bisogna lasciare spazio all’immaginazione… Altro problema: “pogare” in pendenza non si può! Chi si trova davanti rimane schiacciato. Bisognerebbe spiegarlo gentilmente a chi si è fatto largo a spallate sin dal primo brano del concerto.
Infine, le caratteristiche della location non hanno favorito il bilanciamento del suono, che nelle prime file, e almeno per i primi brani, non era apprezzabile. Ne hanno risentito soprattutto la chitarra di Massimo Zamboni, la voce di Ginevra di Marco e il basso di Gianni Maroccolo, non amplificati al pari degli altri strumenti. Col progredire del concerto e spostandosi verso la collina, la situazione comunque è nettamente migliorata.
Una volta compreso che questo non era uno spettacolo istituzionale, semmai più simile a un happening – come l’ha definito Francesco Magnelli – e che il parco di Monte Sole, tra l’altro illuminato dalla luna piena, era parte integrante di questo spettacolo, è stata tutta un’altra musica.
Colpisce l’amore per i CSI da parte del pubblico: ci sono tanti 50-60-70enni, ma anche giovani coppie con bambini al seguito e adolescenti. C’è chi ha visto nascere la band, chi li conosce grazie ai genitori e ai fratelli; chi li ha scoperti da poco, chi li segue come naturale conseguenza dei CCCP: è bello constatare che quasi tutti conoscono a menadito tutte le canzoni. In attesa dell’evento, c’è chi legge, chi dorme e chi chiacchiera. L’atmosfera è effettivamente da happening festoso; quando poi, verso le 21,15, la gente si è ormai alzata in piedi e l’impazienza comincia a farsi sentire, si presenta sul palco Gianni Maroccolo… E viene da pensare: “Adesso fa come faceva Guccini, ci dice di stare tutti seduti, altrimenti non si comincia”. Ma questo, evidentemente, non è un concerto di Guccini. E non è neppure una replica del live “In quiete”, dove i CSI suonavano in cerchio in versione unplugged e il pubblico era seduto. Maroccolo annuncia: “Ci sono altre 400 persone in fila per entrare, portate pazienza perché finché non arrivano tutti non iniziamo”. Ne conseguono applausi di solidarietà e altrettanti mugugni. Del resto almeno cinquemila persone si sono mosse in auto, in navetta e anche a piedi per raggiungere Monte Sole: sebbene la località sia ben segnalata e i parcheggi predisposti per tempo, i mezzi in viaggio sono davvero tanti, con inevitabili rallentamenti e le frizioni delle auto sono state messe a dura prova nei tratti in pendenza. Per i CSI, questo e altro!
Eppure, lo spirito di Guccini e del suo adorato Appennino in qualche modo si palesa: i CSI si preparano a salire sul palco con l’intro di “Noi non ci saremo”, nella loro versionescabra e apocalittica, come apocalittici saranno i temi di quasi tutto lo spettacolo. Il pubblico è caloroso e impazzisce di gioia con “In viaggio”, che apre il set nella modalità elettrica presente in “Ko de mondo”.
I membri della band, almeno in questa prima data, interagiscono poco tra di loro anche perché il palco è fatto in modo tale che ciascuno è posizionato, volente o nolente, in una sorta di nicchia, nascosto da pali. Da molti punti chi vede Giorgio Canali e Gianni Maroccolo non riesce a vedere Massimo Zamboni sul lato opposto: la visibilità è innegabilmente ridotta. E forse ha davvero senso cambiare più volte punto di osservazione durante il concerto per cogliere e apprezzare diversi punti di vista.
Con “A tratti” la band sembra trovare l’equilibrio perfetto, il ritmo dei tom arriva alla pancia ed è liberatorio stare in mezzo alla gente sulla collina cantando a squarciagola: “Non fare di me un idolo mi brucerò/ Se divento un megafono m’incepperò/ Cosa fare non fare non lo so/ Quando dove perché riguarda solo me/ Io so solo che tutto va ma non va/ Non va, non va, non va, non va”. E la mente corre anche al film “Tutti giù per terra”, quando Valerio Mastandrea, durante il funerale dell’amata zia, toglie il freno a mano dal carro funebre e lo lascia libero di correre giù, inseguito dai familiari inebetiti. Di Valerio Mastandrea e Davide Ferrario, non a caso, sentiremo parlare prossimamente in relazione al viaggio in Mongolia di Ferretti e Zamboni…
I momenti più toccanti della serata sono certamente quelli legati al tema della guerra. Del resto a Marzabotto tutti noi che partecipiamo al rito della musica stiamo poggiando i piedi sulla “Linea Gotica”. Nel brano che dà il titolo al capolavoro del 1996 Ferretti si mantiene volutamente roco, mentre declama: “E scegliersi la parte dietro la linea gotica/ Comandante diavolo, monaco obbediente/ Giovane staffetta, ribelle combattente/ La mia piccola patria dietro la linea gotica/ Sa scegliersi la parte”. Così come è doloroso ascoltare “Cupe vampe” trent’anni dopo e constatare che nulla è cambiato: “Ci fotte la guerra che armi non ha/ Ci fotte la pace che ammazza qua e là/ Ci fottono i preti, i pope, i mullah/ L’Onu, la Nato, la civiltà”.
Nella scaletta, messa a punto da Gianni Maroccolo, è stato inserito anche il brano “Montesole”, che non è propriamente dei CSI bensì dei PGR ma suona perfetto, visto il luogo in cui ci troviamo: interpretato in duetto da Ferretti e Ginevra Di Marco, si conferma un canto di pace di una mitezza straordinaria. Palpitanti anche le esecuzioni di “Esco” e di “Ongii”, dove i riff della chitarra elettrica di Zamboni toccano davvero le corde dell’anima, così come la cover di Franco Battiato di “E ti vengo a cercare” che qui, tra la luna e le montagne, suona più intensa che mai.
Ma a sorprendere per la potenza sonora e la capacità di coinvolgere il pubblico, sono soprattutto altri due brani: “Unità di produzione” e “Forma e sostanza”, critiche spietate e disperate all’alienazione dei regimi totalitari ma anche alla società dei consumi. Entrambi i brani riescono a costruire in modo eccellente un vero muro del suono, con il basso di Maroccolo pesantissimo che sembra provenire dalle viscere dell’Appennino e le tastiere ipnotiche di Magnelli che stregano il pubblico.
Persino il finale, affidato a “Buon anno ragazzi”, è crudo e disincantato: i musicisti, come facevano tanti anni fa, abbandonano il palco ripetendo ossessivamente “Nessuna garanzia per nessuno”, senza fronzoli e celebrazioni. Eppure qui, cedendo alla nostalgia del live “In quiete”, sarebbe stato bello sentire Ferretti presentare la band: la chitarra melodiosa di Zamboni, la chitarra “disturbata che disturba” di Canali, il pianoforte di Magnelli, il capo Gianni Maroccolo, la voce femminile di Ginevra e, in questo caso, la batteria di Simone Filippi.
Lasciamo Marzabotto con un piccolo desiderio/rimpianto: ci piacerebbe assistere ad altri concerti del tour per cogliere appieno la bellezza di questi geniali dilettanti in selvaggia parata, in rapporto alle caratteristiche dei luoghi prescelti di volta in volta per l’evento. Siamo sicuri che non mancheranno altre sorprese.