Quest’anno, per la preview di luglio (ormai regolarmente dedicata all’hard rock e al metal), l’AMA Festival ha giocato sull’“ora o mai più”, organizzando una due giorni con nomi dal peso storico indiscutibile, ma che ormai hanno varcato abbondantemente la terza età biologica e artistica. Sia Klaus Meine e Rudolf Schenker degli Scorpions che Alice Cooper (che si è esibito il giorno dopo) sono nati nel 1948. Il che, da un lato, mostra un commovente attaccamento del pubblico a figure totemiche che al pubblico stesso hanno dedicato con affetto sincero tutta la loro vita, dall’altro è prova di una preoccupante assenza di ricambio generazionale per una certa platea. Ha, comunque, funzionato? In parte.
Sicuramente, promossi i Saxon (anche loro non giovanissimi, ma era impossibile farci caso) che hanno compresso in poco più di un’ora tutta una serie di loro classici (“Motorcycle Man”, “Heavy Metal Thunder”, “Denim And Leather”, “Power And Glory”, “And The Band Plays On”…), sparati a volume e intensità pazzeschi da un muro di 16 amplificatori posti alle loro spalle. Il bello è che fanno sembrare tutto normalissimo: arrivano, vedono, fresano le orecchie del pubblico. A Biff Byford, eroe proletario inglese, basta il microfono e qualche sguardo per incutere rispetto come un ammiraglio fermo sulla prua di un galeone. E, poi, quando chiudono con la doppietta “Crusader” e “Princess Of The Night”, sono brividi veri dietro il collo.

Puntuale alle 21.30, dopo un breve filmato di presentazione, inizia il main event. La scenografia è sontuosa, con l’enorme immagine di un sole che sorge, mentre parte l’arpeggio che introduce “Coming Home”, i cinque appaiono in mezzo al fumo e Klaus Maine inizia a cantare.

Togliamoci subito via il dente, lui i suoi 78 anni li dimostra tutti: fisso dietro al microfono, quasi ci si appoggiasse, voce incerta – le sue difficoltà sono evidenti. Evidente, però, anche l’amore del pubblico che sopperisce, cantando spesso al suo posto. Altra pasta Rudolf Schenker, che pare il nonno fisicato e abbronzato di qualche film d’azione americano. In generale, quattro quinti del gruppo funzionano alla grande: Matthias Jabs macina riff con un sorriso divertito e l’aria di chi se l’è spassata nei peggiori bar di Caracas, Paweł Mąciwoda al basso tiene il punto senza nessuna sbavatura, Mikkey Dee dietro alle pelli è semplicemente mostruoso e ruba la scena a tutti (d’altronde, è un tizio che, per una vita, ha suonato “Overkill” quasi tutte le sere).
Non stupisce che un buon terzo della scaletta sia composto da divagazioni strumentali e che ogni assolo sia allungato al massimo.

Va detto che, di fronte al dovere, Maine non si tira indietro e, oltre ai rock quadrati marchio Scorpions come “The Zoo”, “Bad Boys Running Wild” e “Big City Nights”, affronta anche le ballate più difficili – non parlo tanto di “Wind Of Change” (che personalmente odio, ma che sabato sera cantavo all’unisono con tutti gli altri), bensì di “Still Loving You”, che, per quanto doverosa, francamente non me l’aspettavo, visto lo stato del cantante. La resa è stata, comunque, dignitosa.
Decisamente meglio, comunque, l’encore, con due classici clamorosi come “Blackout” e “Rock You Like An Hurricane” a chiudere un concerto che sa di prossimo addio ed è sicuramente giusto così.
Da segnalare anche, su un palchetto posto all’altro lato del parco, il concerto di alcuni artisti della scuderia Go Down, tra cui i Juxebox ’74, con il loro rock innervato di soul, e i fantastici Mad Dogs, band marchigiana di rock punkizzato che, su uno spazio in miniatura, ci regala l’energia che gli Scorpions esprimevano in tempi migliori.
(Foto di Giovanni Zonta)