Atmosfere più rilassate e una maggiore compattezza compositiva e produttiva caratterizzano questo atteso sesto lavoro della compagine guidata da Jeff Tweedy, alla prima prova in studio con la stessa formazione che aveva furoreggiato sui palchi di mezzo mondo in seguito all’uscita di “A Ghost Is Born”.
“Sky Blue Sky” è un’opera per certi versi spiazzante, lontana anni luce tanto dal pop sbilenco e geniale di “Yankee Hotel Foxtrot” quanto dall’esuberanza eclettica di “A Ghost Is Born”: tutto qui appare più misurato, pacato e potremmo dire modesto, non c’è voglia di strafare, di continuare a stupire cercando novità sonore aliene al background artistico della band (e soprattutto del leader Tweedy); si fa il punto della situazione, ci si raccoglie in un angolo di mondo isolato dal clamore dell’hype e si sciorina una serie di dodici bellissime canzoni. Semplicemente.
Tweedy mostra nei testi un ritrovato equilibrio esistenziale, osserva la tempesta appena passata e canta il sollievo per esserne uscito (“Oh I Didn’t Die/ I Should Be Satisfied/ I Survived/That’s Good Enough For Now”), descrive la solitudine dell’amore così come la risolutezza necessaria all’artista per strappare quel piccolo brandello di bellezza che è il fine dell’arte (“If You Feel Like Singing A Song/ And You Want Other People To Sing Along/ Just Sing What You Feel/ Don’t Let Anyone Say It’s Wrong”).
La musica si presenta come un complicato mosaico multicolore, che di primo acchito mostra semplicemente un’immagine, ma che a distanza ravvicinata (fuor di metafora, dopo diversi ascolti) ci mostra una serie infinita di dettagli, ceselli e rifiniture che ci permettono di penetrare l’anima in essa celata. Tastiere, chitarra e batteria duellano agonisticamente: camminano per mano nei momenti pacati e si impennano bruscamente in roboanti cavalcate prog-blues (“Shake It Off”), si calano forsennate nel southern-rock (“Walken”) e scrivono il pezzo mancante di “Blood On The Tracks” (“What Light”), oppure reinterpretano il verbo younghiano riportandolo a Woody Guthrie (“You Are My Face”). Due perle acustiche (l’omonima “Sky Blue Sky” e “Please Be Patient With Me”) testimoniano la capacità di Jeff Tweedy di ricamare melodie sognanti e dal sapore crepuscolare, in cui pochi accordi appena accennati accompagnano leggiadri le parole fin verso l’interno dell’animo. Il tutto viene ovviamente stemperato in quella sublime attitudine pop che da sempre imbastardisce il sound roots della band.
Se è vero che la tradizione rivive attraverso la complessa interazione di conservazione e innovazione che alcuni grandi interpreti sanno offrire, gli Wilco si pongono tra le prime file di quei grandi nomi che hanno saputo e sanno rinnovare la musica americana, riportandola alle proprie origini, ma filtrandola attraverso istanze di modernità che la rendono vivo e presente sguardo sul mondo di oggi: “And If The Whole World’s Singing Your Songs […] Just Remember What was Yours is Everyone’s From Now On”.
16/05/2007
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