Wilco

Wilco

Out of the roots

di Cristian Degano

Sono partiti dalle sorgenti del "roots-rock", dal country e dal folk, per approdare a una formula di rock "universale", assemblato attraverso il songwriting eclettico del leader Jeff Tweedy. Le loro storie raccontano una provincia americana inquieta e oscura. Storia degli Wilco, dalle origini negli Uncle Tupelo a oggi

Gli Wilco, appena dieci anni di attività alle spalle, rivestono un ruolo fondamentale nel panorama musicale contemporaneo, vista l'importanza acquisita in un tempo tanto breve quanto intenso. Diretti discendenti del folk, rappresentano l'anima inquieta e nel contempo salace dell'America d'oggi, il lato oscuro continuamente celato dietro gli ipocriti sorrisi dei politici della White House. La chitarra pellegrina di Woody Guthrie riecheggia nella loro musica, tanto che, con un po' di azzardo, possono definirsi fautori dell'ultima grande rivoluzione del genere: ciò che Bob Dylan era stato negli anni Sessanta e Will Oldham (aka Bonnie Prince Billy) nei Novanta, gli Wilco lo sono per la prima decade del ventunesimo secolo.

Il folk nasce come denuncia dei mali sociali in un'America (quella degli anni Trenta) che conosceva forti disparità sociali e crescente povertà, ma che a ogni modo poteva ancora sperare in un cambiamento politico che sovvertisse quella misera situazione; i Sessanta (con Dylan in testa) rappresentano uno slittamento di quella speranza da un piano concreto, materialistico, a uno ideale, utopico, poetico e visionario. La disillusione generata da quel fallimento avrebbe dovuto attendere oltre vent'anni per essere sostituita da un qualcosa di veramente nuovo e originale, nella fattispecie l'intimismo nichilista e oscuro del tanto geniale quanto discontinuo Will Oldham, ed è da qui che gli Wilco (e in particolar modo il loro leader Jeff Tweedy) partono per cercare di recuperare uno sguardo d'insieme su un mondo che si fatica a comprendere ma a cui si guarda scrutando la propria interiorità.

I due poli di questa lacerante dicotomia (l'interiorità della coscienza tormentata e l'esteriorità della materia politica) sono da sempre ben presenti nel tessuto sonoro degli Wilco, le cui canzoni oscillano perennemente (come un pendolo di faucoultiana memoria) tra momenti narcotici e polverosi e subitanee quanto accese elettrificazioni, spesso sconfinanti nel puro rumorismo dal sapore cosmico (esemplari in tal senso "Misunderstood" da Being There del 1996 e "Less Than You Think" da A Ghost is Born, 2004). Ovviamente c'è molto altro in una serie di partiture che rivelano un eclettismo paragonabile a quello del genio di Minneapolis, Prince; incredibile è infatti la facilità e la classe con cui Tweedy (autore della maggior parte delle canzoni del gruppo) riesce a miscelare un'innata propensione pop per le melodie, una elettiva affinità con il country deviato e outsider (non certo quello accademico di Nashville, bensì quello figlio di Johnny Cash e Gram Parsons) e una postura più classicamente rock (soprattutto dei primi anni 50 e della frontiera desertica ben espressa dai Giant Sand). Il tutto condito con richiami allo spirito del blues e, soprattutto negli ultimi lavori, screziate infiltrazioni elettroniche che rivestono gli ambienti di una cupa coltre ombrosa. Ma andiamo con ordine.

La storia inizia nel 1990, prima quindi che il mondo conoscesse il terremoto del grunge, a Belleville, Illinois, dove il trio composto da Jeff Tweedy, Jay Farrar e Mike Heidorn pubblica il primo Lp "No Depression", sotto il nome di Uncle Tupelo. I semi del futuro sono già tutti contenuti in questo primo lavoro: Hank Williams e Leadbelly fusi con l'hardcore degli Hüsker Dü per ritrarre la vita sonnolenta ma sbandata della piccola provincia americana. Appena tre anni dopo, quattro album e una collaborazione con Peter Buck degli Rem in veste di produttore alle spalle, il gruppo si scioglie. La causa è la rottura del rapporto tra Tweedy e Farrar, che scelgono strade diverse: il secondo si riunisce al batterista Max Heidorn ,che aveva lasciato i compagni dopo la pubblicazione dell'album acustico March 16-20, 1992, dando vita ai Son Volt; Jeff Tweedy invece prosegue con Max Johnston (polistrumentista al violino, banjo, lap steel), John Stirrat (basso) e Ken Coomer (batteria) e forma gli Wilco.

La nuova band pubblica il suo primo lavoro (con l'aggiunta del chitarrista Jay Bennet) nel 1995, e l'album, A.M., segna un ritorno al più classico country-rock (alt.country è stato definito) senza alcun tentativo sovversivo, con un Tweedy che lascia a ogni modo intravedere la propria bravura in pezzi riuscitissimi come "I Must Be High" e "Box Full Of Letters". Un disco che non si può certo definire eccelso, ma che segna un punto di partenza importante: la convenzionalità country qui contenuta verrà negli anni successivi continuamente scardinata. Come vedremo, la carriera del gruppo si può per certi versi considerare come un vero e proprio manifesto programmatico, in cui la regola viene affermata e poi lentamente rovesciata al fine di far aderire allo spirito la lettera (che senza di esso, si sa, uccide), ovvero la forma espressiva all'animo del leader.

Il vero punto di svolta è rappresentato da Being There, imponente doppio composto da ben diciannove pezzi, pubblicato nel 1996 per la Reprise Records (la stessa etichetta sin dai tempi degli Uncle Tupelo di "Anodyne", 1993). Il lavoro, che esprime al meglio le ambizioni e l'incredibile eclettismo di Jeff Tweedy, si apre all'insegna della psichedelia rumoristica con "Misunderstood", dove il soffice e polveroso tappeto pianistico viene innervato da corpose elettrificazioni distorte, in cui si inserisce, dolorosa e tagliente, la voce urlante e rassegnata del cantante; proseguendo incontriamo l'r&b di "Monday", che cede il passo al country classico di "Forget The Flowers", al bluegrass di "Red-Eyed And Blue", al love-pop di "Say You Miss Me". Il secondo disco intraprende sentieri melodici forse più ovattati, in cui ci accostiamo al pop beatlesiano di "Someone Else' Song e, attraverso la mazurca sbilenca di "Why You Wanna Live", cadiamo nel soffice abbraccio di "Dreamer In My Dreams", vero e proprio collage musicale che tocca persino le atmosfere live di un ideale locale jazz-country. Il lungo itinerario attraverso cui si snoda Being There rappresenta un riassunto genealogico delle origini musicali di Tweedy, ma anche una prima presentazione programmatica di quanto avrebbe fatto in futuro, collocandosi a metà strada tra l'alt.country di cui è eccelso rappresentante e il roots-pop imbastardito di elettronica e sofferenza cui gli Wilco avrebbero dato origine negli anni successivi.


Il terzo album, Summerteeth (Warner), vede la luce nel 1999, ed è ancora una volta spiazzante per qualsiasi fan: se in precedenza i riferimenti, pur se contaminati, erano stati mostri sacri della musica americana (i già citati Cash, Parsons e Guthrie), ora l'attitudine dominante è quella di un inglesissimo pop con forti allusioni a Beatles e Kinks, sporcati qua e là da reminiscenze (spesso anche forti, va detto) roots. Tweedy dà qui sfogo alla propria ricerca della melodia, imbastendo un suono estremamente avvolgente e tondo, in cui gli archi e le modulazioni vocali sembrano provenire direttamente, oltre che dall'Inghilterra, anche dalla California di Brian Wilson. Notevole, poi, il fatto che le delicate partiture sonore celino testi di devastante crudezza, trattando temi come l'abuso, la violenza e l'alienazione della routine quotidiana. Summerteeth resta, forse a tutt'oggi, l'album meglio focalizzato degli Wilco, mosso da un intento che ne garantisce unità e coerenza; nonostante ciò, e sebbene la scrittura dei pezzi sia di gran livello, i ben diciassette brani che ne compongono la struttura risultano spesso prevedibili e a tratti ripetitivi. Va detto che almeno tre di questi pezzi sono da annali del pop: "She's A Jar" avvolge nelle spire di una melodia senza tempo, la bellissima "How To Fight Loneliness" (il titolo la dice lunga sul contenuto) è impregnata di disillusione e tristezza springsteeniane, mentre "Via Chicago" ammalia con i suoi slittamenti sonori.


Il loro terzo lavoro si situa in mezzo a due pubblicazioni parallele del gruppo, che in collaborazione con il leader del folk inglese Billy Bragg pubblica "Mermaid Avenue I & II" (rispettivamente nel 1998 e 2000). I due album presentano una manciata di brani che riprendono testi mai musicati da Woody Guthrie (ecco l'omaggio a uno dei propri maestri), inseriti in musiche da loro stessi create, e il risultato, seppur non esente da difetti, è ottimo. Il progetto può considerarsi più opera di Billy Bragg che degli stessi Wilco (come ben testimonia il video pubblicato nel 2001 dal titolo "Man In The Sand") ma, nonostante ciò, la potenza interpretativa di Tweedy emerge in pezzi riuscitissimi come "Hesitating Beauty" dal primo volume e "Remember The Mountain Bed" dal secondo, che colpisce dritto al cuore con un verso dolente e pieno di pathos: "My greeds, desires, my cravings, hopes, my dreams inside me fight: my loneliness healed, my emptiness filled, I walk above all pain". I tempi, però, cominciano a farsi duri.


Il chitarrista Jay Bennet, a causa di dissapori avuti con il resto della band, lascia gli Wilco durante le registrazioni del loro nuovo album (siamo agli inizi del 2001) e, ciò non bastasse, la Warner/Reprise, non approvando il nuovo materiale, scarica il gruppo di fronte al loro rifiuto di rendere la nuova proposta musicale più commerciale. Gli Wilco, non perdendosi d'animo, acquistano dall'etichetta i nastri originali per la modica cifra di 50,000 dollari, dimostrando come la propria indipendenza artistica venga prima di tutto il resto. Intanto comincia a crearsi un alone di leggenda intorno a questo nuovo disco dalle vicissitudini così tormentate (la cosa certo contribuisce ad aumentare l'adorazione dei fan), che circola per un certo periodo su internet (in via, diciamo, informale, ma con l'approvazione della band), prima di trovare rifugio presso la Nonesuch, attuale etichetta degli Wilco e, paradossalmente, anch'essa facente parte del gruppo Warner.


Jeff TweedyFinalmente, all'inizio del 2002, Yankee Hotel Foxtrot (dal nome di un pezzo del Conet Project) viene pubblicato. L'album rappresenta un'ulteriore rottura con il passato, o meglio una sua rielaborazione in una forma totalmente nuova e originale. Ed è quasi un capolavoro.
La prima traccia, "I Am Trying To Break Your Heart", è una straordinaria presentazione di quanto avverrà nei solchi successivi: pop sghembo e claudicante, memore di Giant Sand, ma anche dei Byrds più spaziali, elettronica stesa come un velo sottile, sintesi di dolore e spensieratezza, il tutto condito di una sogghignante ironia che ammanta l'intero lavoro, anche nei momenti più cupi. "Jesus, etc." riannoda il filo con le ballad scritte sinora da Tweedy, aggiungendovi molto altro (archi albionici e stuolo di batteria beachboysiano), "Ashes Of American Flag", forse il culmine del lavoro, vaga insana tra le ceneri dell'infranto sogno americano ("I know I would die if I could come back new"), "I'm The Man Who Loves You" è il più bell'esempio di blues-pop degli ultimi anni e "Reservations" ritorna a rannicchiarsi tra le ombre polverose della provincia americana. La complessità delle partiture sonore di Yankee Hotel Foxtrot è strabiliante e rivela la raggiunta maturità artistica degli Wilco lungo il percorso schiuso da Being There e Summerteeth. Jim O' Rourke (membro dei Gastr del Sol e fautore di una notevole attività solista) si inserisce nella band alla chitarra acustica e dietro il mixer, aiutando con la propria personalità nella riuscita del tutto. Le aspettative nie confronti del gruppo, a questo punto, sono tante, così come il timore che l'album rappresenti il picco creativo dietro a cui si cela l'inesorabile caduta. Ma un altro cambio di direzione, con il fedele Jim O' Rourke ormai membro aggiunto dell'ensemble, è dietro l'angolo, e sarà intriso di sofferenza e disagio mentale.


Nel frattempo, nel corso del 2003, Tweedy pubblica due album al di fuori della sigla Wilco: gli omonimi dei "Loose Fur" (con i fidi O' Rourke e Glenn Kotche) e dei "Minus 5", collettivo pop esistente dal 1993 e guidato da Scott McCaughey.

Bisogna attendere la primavera del 2004 per vedere pubblicata l'ultima fatica del gruppo: A Ghost Is Born, e il fantasma a cui il titolo stesso allude sembra essere proprio quello del leader. Poco tempo prima della pubblicazione ufficiale del disco, infatti, viene diffusa la notizia del crollo psichico di Jeff Tweedy, che viene ricoverato in un centro di disintossicazione a causa di una sviluppata dipendenza da alcol e farmaci contro il dolore; le emicranie e le crisi di panico che nutriva in sé da numerosi anni lo hanno reso schiavo di meschini palliativi che rischiano di distruggerlo. Al di là delle ovvie preoccupazioni di carattere personale, sempre più dubbie sono le speranze riguardo al nuovo album in uscita, concepito e registrato proprio durante il periodo più buio dell'esistenza degli Wilco. Eppure la sorpresa è grande quando, inserito il disco nel lettore, ci imbattiamo in quell'incredibile mutante sonoro che è "At Least That's What You Said": la polvere lasciata nell'impianto dall'ultima traccia di Yankee Hotel Foxtrot è ancora tutta lì, nel piano soffice eppur inquietante così come nella voce di Tweedy, mai così sofferta, mai così immersa in un'atmosfera così narcotica e profonda, priva di quella strisciante ironia che attraversava tutto il precedente lavoro. L'esplosione chitarristica che divide in due il brano, trascinando l'ascoltatore in una lunga, accesissima coda strumentale, riproduce in nuce la tormentata anima del leader, il quale, lungi dal farsi soffocare dalle proprie angosce, ha saputo liberarle generando una musica potente e sincera, indirizzando il caos regnante dentro di sé verso la compiuta forma artistica. "Spiders (Kidsmoke)" è una riuscitissima incursione nel krautrock, come sempre declinato in chiave pop, e "Hummingbird" è Brian Wilson che suona le proprie angosce con John Lennon e Ray Davies.

Ma il climax dell'album (ce ne fosse bisogno) è forse rappresentato dal binomio "I'm A Wheel-Theologians": rock 'n roll fumante la prima, lirismo epico la seconda, in cui un Tweedy più vero che mai intona la propria insoddisfazione nei confronti dei credi precostituiti, incapaci di aderire al proprio ineffabile animo; la chitarra piange letteralmente con il protagonista. La cosmica e, lo ammettiamo, quasi inascoltabile coda di "Less Than You Think" lascia spazio al suggello artistico del lavoro: "The Late Greats", un pezzo che esprime l'inesprimibilità della perfezione, rimando a quell'altro mai presente se non come assenza che Jeff Tweedy ha sempre ricercato, anche a costo del proprio equilibrio.

Alle spalle una serie impressionante di lavori di ottima fattura, manciate di pezzi indimenticabili e una continua sperimentazione sonora, gli Wilco si concedono nel 2005 un doppio live per festeggiare il decennale di attività, ventitré pezzi per un totale di due ore estratte dai concerti tenutisi lo scorso maggio a Chicago. Il titolo (Kicking Television) richiama l'omonima outtake delle sessioni dell'ultimo disco, originariamente pubblicata in un mini-cd allegato alla riedizione dello stesso per il mercato europeo.

Nella primavera del 2007 viene pubblicata la nuova fatica degli Wilco: Sky Blue Sky, un'opera dalle atmosfere più rilassate e dotata di più spiccata omogeneità compositiva. Ritrovato un migliore equilibrio esistenziale e quindi una maggiore serenità, Jeff Tweedy dà vita a un album che si raccoglie in un angolo isolato di mondo, lontano dal clamore dell'hype, dove ritrovare sé stessi attraverso le note di undici splendide canzoni. Testi agrodolci, sognanti e poetici si lasciano trasportare da musiche ora pacificate e scarne (l'omonima "Sky Blue Sky" e "Please Be Patient With Me"), ora elettrificate cavalcate prog-blues ("Shake It Off") o southern ("Walken"), ora riscritture younghiane ("You Are My Face") o dylaniane ("What Light"). Il tutto ovviamente condito con la sublime genialità pop di Tweedy, da sempre elemento aggiuntivo del sound eclettico del gruppo (a cui la definizione di alt.country è sempre andata stretta, oltre a essere ripudiata, come ogni tentativo definitorio, dallo stesso leader).
La band si ritrova nella stessa formazione del tour che, seguito a A Ghost Is Born, aveva dato vita al live Kicking Television, e l'affiatamento tra i suoi componenti è palpabile, così come la capacità di ognuno di contribuire alla riuscita del disco (citiamo ad esempio Nels Cline, dotato chitarrista dalle tendenze avanguardistiche, e Glenn Kotche, il cui versatile drumming riesce e transitare dalla pacatezza alla potenza senza soluzione di continuità).

Con l'eponimo Wilco (The Album), pubblicato nel 2009, Tweedy e soci preferiscono fermarsi a raccogliere i frutti, piuttosto che cercare di gettare ancora una volta nuovi semi. Intitolare un disco con il proprio nome, del resto, è sempre una dichiarazione di intenti: in questo caso è il simbolo più evidente di una band che vuole dimostrare di avere acquistato piena confidenza e fiducia in sé stessa. Wilco (The Album) suona così come il lavoro più conservativo della band americana dai tempi di Being There: lasciatisi ormai alle spalle la vertiginosa successione di due capolavori del calibro di Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, gli Wilco decidono di volgere lo sguardo indietro, riassumendo le tappe della loro avventura in un compendio dall'aria più rassicurante.
Hanno voglia di divertirsi, gli Wilco, di prendere le cose con più leggerezza. L'incedere di "Wilco (The Song)" attinge liberamente alla licantropia londinese di Warren Zevon, corredandola di campane alla Summerteeth e di un gioco di distorsioni, mentre brani come "You Never Know" e "Sonny Feeling" rinverdiscono il canone di Being There, destreggiandosi con un sentore di ottimismo obamiano tra il rotolare del pianoforte, la solarità delle armonie vocali e l'ammiccare sbarazzino dei riff. George Harrison e Tom Petty sorridono compiaciuti sullo sfondo.
Per ritrovare fino in fondo lo spessore della band, però, bisogna rivolgersi a "Bull Black Nova", che prende in prestito le pulsazioni kraute di "Spiders (Kidsmoke)" e le coniuga con una reiterazione ossessiva di note di piano, dando corpo alla fantasia omicida con cui si apriva la classica "Via Chicago" e trasportandola in un'atmosfera tesa e densa di inquietudine, dove la chitarra incide come una lama affilata e fremente: Tweedy si cala nei panni di un assassino in fuga dal proprio delitto, un personaggio uscito da qualche pagina dell'America di Cormac McCarthy, perseguitato da una colpa impossibile da dimenticare e macchiato in maniera indelebile dal sangue che ha sparso.


Nonostante la controversa accoglienza di Wilco (The Album), nel 2011 gli Wilco inaugurano una nuova etichetta discografica, battezzata dBpm, con il loro disco più solido dai tempi di A Ghost Is Born, intitolato The Whole Love. Il prologo, affidato ad "Art Of Almost", ha l'intento più o meno dichiarato di confondere le idee: un flettersi di pulsazioni più radioheadiane che mai, che si dispiegano su vapori di mellotron fino a deragliare nella più classica sfuriata elettrica di Nels Cline. Spiazzante, sì, ma fino a un certo punto, visto che quantomeno dai tempi di "Spiders (Kidsmoke)" è ormai una consuetudine per gli Wilco inserire nei loro album un brano dallo spirito più audace.
Tocca allora al primo singolo, "I Might", dettare il clima del disco, con una sarabanda di chitarre e tastiere in cui fa capolino addirittura un sample di "T.V. Eye" degli Stooges. Quel senso di leggerezza che faceva levitare i brani di Yankee Hotel Foxtrot incontra il gusto della melodia di Summerteeth, ed ecco sbocciare il power-pop a colori sgargianti di "Born Alone" e "Dawned On Me". L'aria si fa più solare e persino i chitarrismi firmati Nels Cline mostrano di saper trovare un nuovo equilibrio. Ma The Whole Love è un disco dall'anima duplice, pensato in origine come un doppio album o addirittura come una coppia di album gemelli. Così, "Rising Red Lung" si srotola su un picking delicato, mentre il sipario di archi di "Black Moon" acquista il senso drammatico di certe pagine del Beck di "Sea Change".
A fare da collante è un ecumenismo pop capace di conciliare il senso estatico di "Sunloathe" (Brian Wilson sognato con gli occhi di Jason Lytle) e la svagatezza ragtime di "Capitol City". Certo, The Whole Love non sfugge ai momenti risaputi, come nella ruvidezza chiassosa di "Standing O". Ma il punto nevralgico del disco è alla fine, nei dodici minuti ipnotici di "One Sunday Morning (Song For Jane Smiley's Boyfriend)". La vocazione cantautorale di Tweedy non si era mai intrecciata così intimamente con l'intraprendenza dei suoi compagni d'avventura come in questo lungo commiato. Un dipanarsi di sussurri in cui ogni strofa rivela una nuova tessitura: ora accarezzata dal pianoforte, ora venata di arpeggi, ora punteggiata di glockenspiel, con un tono crepuscolare che evoca le ombre degli Yo La Tengo di "And Then Nothing Turned Itself Inside-Out".

Se il compito dell'artista è quello di cercare dentro di sé un pur piccolo brandello di bellezza per trasmetterlo ad altri, gli Wilco si possono a pieno titolo definire tali, insaziabili vagabondi della canzone in perenne viaggio e mutazione.

Nel 2014 Jeff Tweedy si presenta da solo con un doppio album di nome Sukiarae: venti brani estrapolati da una lunghissima trafila di ben 90 tra demo e provini assortiti. Chitarre, qualche tastiera, cori e poco altro. Un’autentica saga familiare, giacché oltre al buon Jeff è coinvolto nel progetto anche suo figlio Spencer, batterista solido quanto legnoso e prevedibile. Poco male, comunque, se in sella resta un fuoriclasse come Tweedy, senza dubbio uno dei più ispirati, prolifici e talentuosi autori/compositori della sua generazione.
Se è vero che padre (e figlio) si impegnano a profusione nel dar fondo al proprio baule musicale (estraendo, a seconda dei casi, schegge affilate di glam-rock, ipnotiche litanie psichedeliche, ballate folk arpeggiate in punta di plettro, filastrocche pop in terzinato), è anche vero che in molti, troppi casi si fatica a separare il grano dal loglio e quindi le poche buone sortite dai tanti divertissement svogliati qui presenti.
Troppi episodi girano a vuoto, la sensazione del già visto e sentito (prima, di più e meglio) rischia di prendere il sopravvento. Poche cose incidono davvero: “Wait For Love”, che avrebbe ben figurato in un disco dei Wilco; “Low Key”, midtempo acustico con elettrica effettata; “Pigeons”, ipnotica e trasognata; la nenia in ¾ di “Desert Bell” e “Honey Combed”, arpeggi sussurrati da città fantasma e autostop, profumati di Raymond Carver ed Edward Hopper; l’elegia in stile Woody Guthrie di “Fake Fur Coat”.
Stavolta Jeff Tweedy ha voluto fregarsene di tutto e tutti, di regole e convenzioni, producendo un bozzetto di quotidianità casalinga lasciando gli ascoltatori a sbirciare dallo spioncino della sala prove in cantina. Gli episodi migliori di Sukiarae confermano la sua classe, il suo talento.
Ma c’era davvero bisogno di un’uscita come questa per avvalorarlo?

Ma torniamo ai Wilco: la mattina di venerdì 17 luglio 2015 viene ripresa da tutte le testate specializzate la notizia che la band ha appena diffuso a sorpresa un intero nuovo disco, che per alcuni giorni sarà reso scaricabile in maniera completamente gratuita dal sito ufficiale del gruppo. Nessuno pare fosse al corrente di registrazioni in corso, quindi tutto è stato gestito nella massima segretezza, consentendo così un effetto dirompente. Facile per i Wilco fare una cosa del genere? Mica così vero: una band che al nono album (escludendo live, Ep e collaborazioni varie) ha ancora tutta questa voglia di sorprendere, e di divertire divertendosi (perché è esattamente ciò che si respira fra questi solchi), mantenendosi freschi, curiosi e puri, beh, non si incontra tutti i giorni. Star Wars non è uno scherzo, né tanto meno un cadeuax riempito con anonime rimanenze di magazzino, bensì un disco tanto breve da non far in tempo ad annoiare (undici tracce, senza alcun riempitivo, per complessivi 33 minuti di ottima musica), chitarristicamente intenso (nel caso di “Random Name Generator” - a proposito, complimenti per il titolo - anche moderatamente aggressivo), distante dalle vicissitudini malinconiche dell’esordio solista di Jeff Tweedy, un lavoro che per alcuni versi somiglia ad altre cose già fatte dai Wilco in passato, ma al contempo riesce a suonare diverso da tutte le precedenti esperienze del sestetto americano.
Tante chitarre, melodie a profusione, i tecnicismi mai fini a sé stessi ma accessori al formato canzone, la giusta dose di “stranezze” (più o meno su ogni traccia succede qualcosa di non esattamente prevedibile) e, udite udite, un capolavoro assoluto, “You Satellite”, il brano in grado di raccogliere l’eredità di “Bull Black Nova” e “Art Of Almost” (le altre pietre miliari più recenti), in grado di spostare di nuovo l’asticella verso l’alto, per mezzo di una tensione che avanza attraverso accumuli progressivi, insinuandosi sottopelle come un virus letale. Star Wars (ma in copertina c’è un gatto – della serie conciliamo l’apparentemente inconciliabile - che sul sito ufficiale sbatte pure gli occhi sornione) nella discografia dei Wilco sarà ricordato come il lavoro più beatlesiano di tutti: ad esempio “More…” risulta tanto prodigiosamente lennoniana (che la voce di Tweedy somigliasse così tanto a quella dell’immortale John non ci avevamo mai fatto così caso…), quanto la conclusiva “Magnetized” pare figlia delle miracolose session dei tardi Beatles. Ma è già un prodigio della natura la brevissima iniziale “EKG”, dove appare confermata la costante evoluzione della band che ha saputo meglio di qualunque altra sdoganare l’alt-country agli occhi del mondo, e che qui decide di contaminarsi con oltre quarant’anni di musica, condensando tutto ciò che è accaduto nel rock da Frank Zappa ai Sonic Youth in poco più di un minuto.
I Wilco sanno suonare in molti modi diversi, non lo scopriamo oggi, e stavolta decidono di spaziare dal gioioso pop di “Taste The Ceiling” alle iper melodiche dolcezze di  “Where Do I Begin” (vera meraviglia per le orecchie), dall’alternative rock’n’roll dell’effettata “Pickled Ginger”, alle sorprendenti tracce gemelle “Cold Slope” / “King Of You” (praticamente una canzone divisa in due parti), poi all’improvviso si ricordano delle proprie radici, e con “The Joke Explained” firmano quella che oggi può essere considerata la migliore attualizzazione alt-country possibile.

Già da anni abbiamo terminato gli aggettivi utilizzabili per decantare le qualità dei Wilco, i quali oggi confermano il solito immenso gusto, la solita immensa classe che ne fa una delle band americane più grandi di sempre, probabilmente la migliore degli ultimi quindici anni. Attraverso la strategia scelta per il lancio di Star Wars dichiarano in maniera definitiva che le cose si fanno per la sola voglia di farle, senza bisogno di annunci e senza pomposi proclami. I fan ringraziano felici per il  bellissimo regalo recapitato in queste caldissime giornate di luglio direttamente nel computer di casa.

Contributi di Gabriele Benzing ("Wilco (The Album)", "The Whole Love"), Ariel Bertoldo ("Sukiarae"), Claudio Lancia ("Star Wars")

Wilco

Out of the roots

di Cristian Degano

Sono partiti dalle sorgenti del "roots-rock", dal country e dal folk, per approdare a una formula di rock "universale", assemblato attraverso il songwriting eclettico del leader Jeff Tweedy. Le loro storie raccontano una provincia americana inquieta e oscura. Storia degli Wilco, dalle origini negli Uncle Tupelo a oggi
Wilco
Discografia
 WILCO 
   
 A.M. (Reprise, 1995)

5

 Being There (Reprise, 1996)

7

 Summerteeth (Warner, 1999)

6,5

Yankee Hotel Foxtrot (Nonesuch, 2002)

8

A Ghost Is Born (Nonesuch, 2004)

7,5

Kicking Television (Nonesuch, 2005)

7,5

 Sky Blue Sky (Nonesuch, 2007)

7,5

 Wilco (The Album) (Nonesuch, 2009)

7

 The Whole Love (dBpm, 2011) 

7

 Star Wars (dBpm-Anti, 2015)

7

 Schmilco (dBpm, 2016) 
   
 TWEEDY 
   
 Sukiarae (Dbpm Records/ Anti, 2014)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Box Full Of Letters
(live, da A.M., 1995)

Misunderstood
(live, da Being There, 1996)

I'm Always In Love
(live, da Summerteeth, 1999)

Via Chicago
(live, da Summerteeth, 1999)

Jesus, Etc.
(da Yankee Hotel Foxtrot, 2002)

War On War
(live, da Yankee Hotel Foxtrot, 2002)

Handshake Drugs
(live, da A Ghost Is Born, 2004)

Wishful Thinking
(da A Ghost Is Born, 2004)

Sky Blue Sky
(live, da Sky Blue Sky, 2007)

Bull Black Nova
(live, da Wilco (The Album), 2009)

Born Alone
(da The Whole Love, 2011)
 

Summer Noon (Tweedy)
(da Sukiarae, 2014)

Wilco su OndaRock
Recensioni

WILCO

Star Wars

(2015 - dBpm - Anti)
Il ritorno a sorpresa di una delle band-cardine del rock americano degli ultimi quindici anni

TWEEDY

Sukiarae

(2014 - dBpm Records/ ANTI)
Il leader dei Wilco in libera uscita con un tour de force di ben 20 canzoni

WILCO

The Whole Love

(2011 - dBpm)

Gli Wilco e l'arte di tendere all'assoluto (anche dopo otto album)

WILCO

Wilco (The Album)

(2009 - Nonesuch)
Tweedy e soci alle prese con un variegato compendio della loro carriera

WILCO

Sky Blue Sky

(2007 - Nonesuch)

La ritrovata serenità di Jeff Tweedy in dodici nuovi brani

WILCO

A Ghost Is Born

(2004 - Nonesuch)

WILCO

Yankee Hotel Foxtrot

(2002 - Nonesuch)

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