Grandaddy - Jason Lytle

Elettro-country in lo-fi

di Marco Delsoldato

La musica dei Grandaddy riesce nell'impresa di combinare Neil Young con i Kraftwerk. Grazie a un sound che è insieme teso e malinconico, tradizionale e d'avanguardia. Un'avventura musicale nata a Modesto, nella provincia americana

"Modesto è una città anti-spettacolare. Da questo punto di vista noi siamo suoi figli legittimi". Così ha risposto il chitarrista Jim Fairchild a una domanda sulla città originaria dei Grandaddy. Chi non conosce Modesto la immagina come uno di quei piccoli agglomerati urbani tranquilli, dove chiunque incontri per strada lo saluti, perché se non è un tuo amico poco ci manca. E nascere in un luogo simile può, forse, far sfuggire dalla frenesia che contraddistingue le grandi città del secondo millennio. Sarà stato questo aspetto, sommato a molti altri, a permettere a cinque ragazzi "normali" di formare uno dei gruppi più interessanti del nuovo panorama indie americano? Possibile, anzi probabile.

Era il 1992 quando Jason Lytle (voce e chitarra), Kevin Garcia (basso) e Aaron Burtch (batteria) formarono l'embrione del gruppo. Un album auto-prodotto nel 1994, il grezzo Complex Party Come Along Theories, di cui furono stampate solo 200 copie, "e l'anno successivo i Grandaddy divennero il gruppo che oggi conosciamo: ai tre membri originari ai aggiunsero, infatti, il tastierista Tim Dryden e il chitarrista Jim Fairchild. Le sonorità sono vicine al lo-fi di stampo "pavementiano", ma con una maggiore cura per la melodia che si mischia a istanti ruvidi e aspri. I due Ep Machines Are Not She del 1995 e A Pretty Mess By This One Banddel 1997 (poi riuniti dalla V2 nel cd The Broken Down Comforter Collection) testimoniano chiaramente l'approccio musicale della band, dove la semplicità è solo apparente, con gli schizzi delle chitarre e della tastiera spesso folli.

Le premesse sembrano ottime e quando, nel 1998, esce il primo "vero" album sono immediatamente confermate. Under The Western Freeway è un piccolo gioiello che riesce ad unire Neil Young ai Pavement e alla scena indie statunitense degli anni '90. Dall'acustica "Nonphenomenal Lineage" alla malinconia della strumentale title track, passando per la graffiante "A.M.180" e per la distorta "Summer Here Kids", si incontra un disco con un sottofondo sonoro sempre leggero, pur circondato da atmosfere a tratti rabbiose.

Il clamore suscitato dal successo ottenuto sorprende il gruppo: "Era il nostro primo album, per di più con un'etichetta importante. Avevamo delle aspettative, ma erano davvero piccole. Non abbiamo mai pensato di fare qualcosa di così facile o di moda da poter sperare in chissà quale successo. E la sorpresa dipende proprio da quali sono le tue aspettative. La nostra unica speranza era che qualcuno potesse apprezzare la nostra musica, non molto di più". E sono molte le persone ad apprezzare l'album, tanto da far diventare i Grandaddy un fenomeno di culto. Fenomeno che aumenta clamorosamente le sue proporzioni nel 2001, con l'uscita di The Sophtware Slump.

Il percorso, già affascinante nei lavori precedenti, diventa ancora più ammaliante e intrigante. L'iniziale dichiarazione d'amore verso gli esseri umani, con un incitamento a non cedere al progresso delle nuove tecnologie, raggiunge livelli d'intensità altissimi. L'evoluzione del suono è innegabile, ma le caratteristiche della band non mutano. Fairchild dichiara: "Questo è il nostro linguaggio, non c'è dubbio. Per quanto possiamo evolverci, non credo che ci allontaneremo troppo dalle coordinate fin qui espresse. La scrittura di Jason sta migliorando a vista d'occhio. Ora alcuni elementi sono più nitidi, i particolari meglio definiti, i significati più centrati. I testi rimangono molto semplici e continuano a muoversi su due livelli: uno più diretto all'orecchio di chi ascolta, l'altro più interessato ai grandi temi. E credo che queste siano anche le caratteristiche principali della nostra musica, con il lato intimista e minimale che si sposa con aperture melodiche più ampie e maestose". E sull'ipotesi che esista un legame con una certa dimensione pop, Fairchild è molto chiaro: "Non penso che esistano molti punti di contatto con il concetto moderno di pop-music, perché non abbiamo elementi ingannevoli né facili ammiccamenti". Ed è tutto vero, scrittura e suono sono più maturi, creando un perfetto connubio in cui domina un senso di disorientamento che si diffonde per tutto l'album. Dalla struggente desolazione di "Jed The Humanoid" alla commozione che regala il pianoforte di "Underneath The Weeping Willow", è un delirio di semplici illusioni, con una nostalgica malinconia sempre presente e mai eccessiva. Episodi come"Miner At The Dial-A-View", "Jed's Other Poem" e la conclusiva "So You'll Aim Toward The Sky" raggiungono picchi emozionali raramente rintracciabili nell'attuale panorama musicale, grazie all'unione fra chitarre ed elettronica "disturbante".

A chi li ha paragonati a un misto fra Neil Young e Kraftwerk, Jason Lytle ha risposto: "Chissà. mi viene in mente 'Trans Am' di Neil Young. Lì sembrava che lui stesso avesse invitato i Kraftwerk in session. Questi nomi possono essere dei riferimenti per dare l'idea della miscela presente nella nostra musica. In questo caso posso essere d'accordo. Non sono disposto a citare alcuna influenza precisa, ma è innegabile che sia attratto dalla possibilità di fondere il suono delle canzoni americane tradizionali con quello tecnologico dell'elettronica. Anche se, nel nostro caso, l'elettronica è più un elemento di disturbo, o al massimo di arricchimento dell'insieme. Mi piace sentire che effetto fa associare certe sonorità apparentemente aliene a un impianto rock convenzionale. Sono molto attratto dall'indescrivibilità di certi suoni, dal mistero che celano. Così come, dall'altra parte, sono ancora interessato alla pura espressività umana. Voci e chitarre hanno ancora una grande forza. L'elettronica aggiunge il mistero".

Sumday (2003) è invece un disco di transizione. Non c'è più la variabile impazzita, non c'è più il fascino dell'imperfezione e della spontaneità; rimangono, tuttavia, le straordinarie doti di songwriter di Lytle e canzoni come "El caminos in the west", "Saddest vacant lot in all the world" lo dimostrano. Il resto del disco scorre via, all'insegna di un indie pop di buona fattura, ispirato tanto dai Beach Boys quanto da Neil Young, con picchi quali il brano d'apertura, "Now it's on", la già citata "El caminos in the west", la stralunata "Stray dog and the chocolate shake", con quella tastierina che fa tanto. Grandaddy!

Excerpts From The Diary Of Todd Zilla (2005) è un corposo Ep, costruito attorno a una fumoso concept.
C'è stavolta il solo Jason Lytle, mente del gruppo ma in questo caso anche unico braccio, se si eccettua l'aiuto di Aaron Burtch, come sempre alla batteria.
"Pull The Courtains" vede i(l) Grandaddy nella migliore forma. Cantabili ma ruvidi, come si conviene. E per l'occasione si rispolvera la tastierina di "The Sophtware Slump", lasciata in soffitta da quel momento fino a oggi. "At My Post" è ricca di colori e atmosfere diverse, con quel dolce coretto di "Aaah" e quell'andamento fra l'indolenza post-rock e l'indolenza dell'America di provincia.
Permeate di malinconia sono invece la ballate "A Valley Son (Sparing)" e "Cinderland". A distinguersi, insieme a "Pull The Courtains", è "Florida". Il testo è ottimo, nella migliore tradizione scazzona e surreale di Jason Lytle. La musica è una specie di ironico hard-rock spaccone e tiratissmo, condito da tastiere e fisarmonica, con tanto di delirante assolo heavy nel mezzo. Se poi non bastasse, c'è il dolce finale di "Goodbye?", tutta crepuscolo e chitarra acustica.

Just Like The Fambly Cat (2006) dovrebbe segnare la fine della band, eppure non ha i connotati dell’addio: le sensazioni sono (quasi) quelle passate, le impressioni pure e il mezzo passo falso di Sumday dimenticato. Il concetto di base è la continuità. Il pop deviato e sintetico, intenso anche quando rasenta la leggerezza pura: spesso gli ingredienti ci sono, con il doveroso intimismo disponibile a farsi illuminare da una luce abbagliante. Non siamo ai livelli di The Sophtware Slump, va ammesso, tuttavia la distanza non è eccessiva come era lecito temere.
La vaga irrealtà di base convince ("Summer…It’s Gone") quanto l’esaltazione dell’effimero in un’estetica pop di fasulla introspezione ("Elevate Myself"), dipanando la squisitezza delle melodie in arrangiamenti adulterati e ricercati. Inevitabile, allora, notare come la cifra stilistica sia rappresentata da una delicatezza a parte e volutamente irrazionale, persuasiva e accogliente anche quando afflitta in sé stessa ("Real View Mirror", il miglior episodio del lotto).
Di rimando alcuni riferimenti annunciati dallo stesso Lytle (su tutti gli Electric Light Orchestra) in realtà evidenziano un approccio e non la resa concreta sul campo. Non hanno cambiato le regole, i Grandaddy, il gioco è sempre fra synth, distorsioni e attuazione personale (ma palese) della forma canzone, anche facendo una smorfia alla dilatazione ("Guided Down Denied"), senza rinnegare l’attitudine da artigiani della bassa fedeltà.
E se il rischio della svagatezza propositiva viene evitato con abilità ("The Animal World"), la carenza principale potrebbe rintracciarsi in alcune incertezze che, quando non volute, appassiscono le tinte in chiaroscuro utilizzate. Tuttavia, queste sono solo eccezioni, non i fili conduttori di un disco lucido e consolatorio per chi rimpiangeva certi Grandaddy. Non un miracolo, ma quello era già stato fatto, e bissare era oggettivamente impresa impossibile.

Sciolta la band, dopo un lungo periodo di crisi, Jason Lytle si è spostato dalla natia Modesto in una sperduta casetta di legno nelle cime del Montana e ha composto in circa sei mesi il suo primo Lp da solista, Yours Truly, The Commuter (2009), un lavoro in gran parte ispirato anche se non eccezionale, permeato da un'atmosfera di rilassatezza e serenità.
A prevalere, come accadeva in "Sumday", sono le canzoni soavi e lente. L'unico pezzo movimentato e rock è la piacevole "It's The Weekend". I momenti migliori del disco sono però l'opener e title track "Yours Truly, The Commuter", soave ballad introdotta da una dolce tastierina dove il quarantenne di Modesto canta "I was left for dead" ("ero dato per morto", si intende musicalmente parlando), la solare "Brand New Sun" che ha un incipit molto simile a quello di "Who'll Stop The Rain" dei Creedence Clearwater Revival e un finale in crescendo emozionantissimo, "Furget It", brano minimale accompagnato da un accordo di piano che piano piano ti entra nell'anima, e la sognante e conclusiva "Here For Good", nella quale il musicista proclama il suo intento di fare, per mezzo della sua arte, del bene, in primis a se stesso, ma anche a chi lo ascolta.
Si sbadiglia, invece, in episodi come la poco originale "Birds Encouraged Him", la lamentosa "You're Too Gone", la noiosa "Rollin' Home Alone" e "The Ghost Of My Old Dog", dedicata a un pastore australiano che fu investito da una macchina. Piacevoli ma non entusiasmanti le altre tracce, tra cui "This Song Is The Mute Button", che è introdotta dal secondo movimento della celeberrima settima sonata di Beethoven.

In definitiva, si tratta di un discreto album con alcuni pezzi ottimi ma che non ha lasciato del tutto soddisfatto il suo autore, e a cui farà seguito un disco più duro e caotico.

Nel frattempo è possibile scaricare gratuitamente dal suo sito ufficiale l'album natalizio di Jason Lyltle. Il disco si intitola "Merry X-Mas 2009" ed è composto da 7 brani improvvisati al pianoforte.

Alla fine del 2012 – mentre è in corso una reunion live dei Grandaddy foriera forse di un seguito discografico – Jason Lytle pubblica il suo secondo lavoro solista Dept. Of Disappearance (2012), concepito ancora una volta nel suo buen retiro nell’ameno stato del Montana.

 Qui Lytle sembra avere trovato una sorta di pace esistenziale fatta di camminate nei boschi, musica e beata solitudine, tanto che un pezzo come “Get Up And Go” contiene, nelle sue liriche più che essenziali e nella sua melodia ottimisticamente ariosa, un incoraggiamento che suona come un proclama di ritrovata serenità: “get up and go, / you can do it, / everything is gonna be all right”. Come se il “Dipartimento Della Scomparsa”, per il quale Jason dichiara di lavorare nel brano che dà il titolo al disco, non fosse che la realizzazione di un desiderio covato per anni da un musicista che non ha mai nascosto la sua timidezza e il suo desiderio di introspezione.

 Rispetto al precedente lavoro solista – e ai dischi dei Grandaddy – Dept. Of Disappearance non prevede particolari sterzate. Sostanzialmente ogni nota è suonata e arrangiata in quasi totale autarchia dal musicista californiano, mentre lo stile è quello che conosciamo: cantilenanti sinth analogici e pianoforte a strutturare ogni canzone in larghi crescendo ipnotici, l’acustica dalle radici folk alternata con un’elettrica satura, la garbata voce alla Neil Young raddoppiata e triplicata dai cori, vaste aperture paesaggistiche e rallentamenti improvvisi, sofferta introspezione e desiderio di raccontare. Il tutto insieme alla consueta agrodolce, onirica e a tratti scabra commistione di suoni elettronici e tradizione cantautorale, che si diverte ad accumulare citazioni più o meno subliminali, dagli Electric Light Orchestra ai Radiohead, dai Kraftwerk ai Pink Floyd, passando per la tradizione della psichedelia americana.

 Difficile indicare un episodio più riuscito dell’altro, fra dieci pezzi che risentono senz’altro di una marcata ripetitività, ma che al contempo offrono un’idea di solida e suggestiva compattezza in grado di resistere al rischio della noia. Se dovessimo sceglierne un paio, indicheremmo forse la solenne dolcezza pianistica di “Somewhere There’s A Someone” e l’estenuata complessità atmosferica della citata “Last Problem Of The Alps”, mentre convince meno la interminabile suite “Gimme Click Gimme Grid”, che chiude l’album con una sferzata di ambizione decisamente fuori contesto.

 
In definitiva “Dept. Of Disappearence” è un disco valido ma privo di punti salienti, piacevole ed ispirato ma forse anche un po’ piatto, fedele testimone comunque del fatto che Jason Lytle non ha esaurito la sua spinta creativa.



Contributi di Matteo Lavagna ("Sumday"), Nicola Minucci ("Excerpts Fom The Diary Of Todd Zilla"), Paolo Agnoletto ("Yours Truly, The Commuter"), Andrea Cornale ("Dept. of Disappearance")

Grandaddy - Jason Lytle

Elettro-country in lo-fi

di Marco Delsoldato

La musica dei Grandaddy riesce nell'impresa di combinare Neil Young con i Kraftwerk. Grazie a un sound che è insieme teso e malinconico, tradizionale e d'avanguardia. Un'avventura musicale nata a Modesto, nella provincia americana
Grandaddy - Jason Lytle
Discografia
  GRANDADDY 
   
 Complex Party Come Along Theories (1994)

6

 Machines Are Not She (Ep, 1995)

6,5

 A Pretty Mess By This One Band (Ep, Will, 1996)

6,5

 The Broken Down Comforter Collection (1/2, 1996)

6,5

Under The Western Freeway (Will, 1997)

7

 Signal To Snow Ratio (Ep, V2, 1999)

6

The Sophtware Slump (V2, 2001)

7,5

 Sumday (V2, 2003)

5

 Excerpts From The Diary Of Todd Zilla (Ep, V2, 2005)

6

 Just Like The Fambly Cat (V2, 2006)

6,5

   
 JASON LYTLE 
   
 Yours Truly, The Commuter (Anti-, 2009) 6,5
 Dept. Of Disappearance (Anti-, 2012)6,5
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