Storia del rock

Kraut-rock

La rinascita della Germania

di Valerio D'Onofrio, Valeria Ferro

Genesi del krautrock

Quando si parla di kraut-rock ci si riferisce a quella variegata scena musicale nata nella Germania degli anni Sessanta, un paese ancora alle prese con le conseguenze disastrose della Seconda Guerra Mondiale e diviso in due da un algido muro. Tra il 1967 e il 1977, l’obiettivo che una nuova generazione di musicisti si stava ponendo era quello di trascendere il recente passato di una patria in cui stentavano ormai a riconoscersi, al fine di creare una proposta musicale altamente iconoclasta, che potesse essere sinonimo di una nuova era. Inconsapevoli del ruolo che stavano rivestendo, i protagonisti del kraut-rock hanno creato una pagina irripetibile della storia della musica rock. Se c'è stata una vera opposizione, una reale alternativa alla "dittatura" della musica anglofona, questa è certamente nata in Germania.

Negli anni Sessanta in Germania abbiamo avuto un conflitto generazionale molto particolare. La generazione prima di noi aveva sperimentato il nazismo e la guerra. Dopo la guerra c’è stato un clima politico completamente diverso, ma in molte istituzioni, l’odore del vecchio era ancora presente. I bambini hanno chiesto ai loro genitori informazioni sulla guerra e sul nazismo e, soprattutto, il ruolo che loro avevano avuto; gli studenti hanno chiesto lo stesso ai loro insegnanti, ed è stato difficile ottenere risposte adeguate. Tra i giovani, gli artisti e gli studenti delle università c’era questo forte desiderio di libertà. Da questa situazione è nato un grande attrito tra il vecchio e il nuovo, che si è concluso in una rivoluzione culturale. Gli Amon Düül erano una parte di questo.
(John Weinzierl, Amon Düül II)

germania anno zeroLa situazione politico-sociale della Germania del dopoguerra è estremamente complessa e contraddittoria. Alla metà degli anni Sessanta, la musica tedesca è dominata dal cosiddetto genere "Schlager", un pop inoffensivo intriso di arrangiamenti di facile presa e melodie orecchiabili, un esperimento già perfezionato dal ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, che aveva investito energie e denaro nell'industria musicale per i suoi fini di propaganda politica. Di fatto, il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta di cui si legge oggi è qualcosa di molto lontano da ciò che stava accadendo nelle strade e le uniche persone che ne beneficiavano erano, molto spesso, le stesse che si trovavano al potere durante il nazismo. In questo contesto molto peculiare, probabilmente unico, si crea il substrato su cui nasce il rock sperimentale tedesco (kraut-rock e kosmische musik): una nazione che nel giro di pochi decenni esce sconfitta da ben due guerre mondiali, da lei stessa provocate; un profondo senso di colpa e il bisogno di espiazione nato dall'essere stato il popolo creatore della più crudele e sanguinaria dittatura che la storia europea ricordi, oltre che essere stati la causa del più terrificante genocidio della storia umana: l’Olocausto. Tutte responsabilità che pesano sulle spalle dei propri padri, nonni, insegnanti e connazionali. I protagonisti del kraut-rock vivono la loro infanzia in una Germania ridotta in macerie; i loro primi anni di vita non devono essere stati molto diversi dall'infanzia del bambino protagonista del capolavoro neorealista di Roberto Rossellini, "Germania anno zero". È evidente quanto queste caratteristiche messe insieme non siano riscontrabili altrove e quanto, con ogni probabilità, non lo saranno mai più; questo rende il contesto storico, sociale, culturale e politico assolutamente unico.

Quando si parla della musica tedesca degli anni Settanta si usano indistintamente due termini: uno è proprio il sommario "kraut-rock" - un vocabolo coniato dalla rivista Melody Maker - secondo il gergo anglosassone in voga all’epoca nell’indicare il popolo tedesco ("Kraut"). Un termine che nasconde un malcelato e snobistico senso di supponenza, ricalcato sarcasticamente poi dai brani omonimi dei Faust e di Conrad Schnitzler. L’altro è invece "kosmische musik": la "musica cosmica", che deve il suo nome a una storica doppia antologia pubblicata nel Natale del 1972, un epiteto che però pare alquanto fuorviante quando viene accostato a gruppi come Can, Faust e Neu!, i quali di cosmico nel loro suono non hanno proprio nulla.
Forse la definizione generica di "rock sperimentale tedesco" sarebbe quella che meglio compendia il suono di ognuna delle band presenti sul territorio germanico, premettendo che seppur tutte queste formazioni abbiano costantemente mantenuto uno spiccato gusto per l’artigianato e per l’improvvisazione a oltranza, stando sempre al riparo dalle smanie commerciali, non tutte hanno raggiunto il medesimo risultato artistico e musicale. Al contrario: la parola d'ordine del kraut-rock è proprio la diversità.

Karlheinz StockhausenCosa può far entrare in un unico calderone gruppi tanto diversi tra loro? Cosa può accomunare gli incubi post-atomici dei Faust, il misticismo laico/religioso dei Popol Vuh, le avventure cosmiche dei Tangerine Dream e di Klaus Schulze, il motorik beat dei Neu!, i deliri anarchici degli Amon Düül e i viaggi lisergico-spaziali degli Ash Ra Tempel? Forse soltanto tre elementi: in primis, come già accennato, le condizioni geografico-politico-culturali insite nella Germania del Dopoguerra, un periodo talmente caratterizzante da essere stato in grado di dare vita a un movimento non riconducibile per genealogica musicale ad alcuna esperienza anglofona (un dato unico, se si pensa al resto della cultura occidentale). Come secondo elemento, è essenziale la voglia di assoluta libertà, di essere pionieri di un nuovo modo di intendere l'arte e la musica. Arte che nasce libera, non colonizzata. Arte ribelle e anarchica, non restauratrice di antichi splendori nazionali, che guarda esclusivamente al futuro, mai al passato.
Un terzo elemento è l'influenza del gigante dell'avanguardia Karlheinz Stockhausen: il perentorio allontanamento dalle consuetudini del rock passa anche attraverso l'esperienza di questo musicista straordinario. È difficile per noi comprendere l’importanza della personalità e della musica che questo compositore moderno e rivoluzionario ha in quegli anni. Per i giovani tedeschi di allora, Stockhausen è un modello da imitare, un catalizzatore, l’emblema stesso della nuova Germania: innovativo, colto, estremamente moderno e sperimentale, con uno sguardo al futuro tanto profondo da essere, ancor oggi, di difficile lettura. Le sue lezioni di musica, che si svolgono presso la storica scuola di Darmstad, sono ambitissime e seguitissime da una serie di fedeli proseliti. Molti dei krautrocker le ascoltano, in particolare i Can sono tra i suoi più fervidi studenti, così come Ralf Hutter e Florian Schneider dei Kraftwerk. In quelle aule a Darmstad succede qualcosa di unico e forse irripetibile: musicisti rock frequentano gli stessi ambienti che avevano contribuito a formare compositori del calibro di Pierre Boulez, Luciano Berio, Bruno Maderna, Iannis Xenakis e altri. I musicisti tedeschi non sono gli unici a frequentare le lezioni di Stockhausen; anche i Jefferson Airplane e i Grateful Dead le seguono per sei mesi, nel 1966, presso la University of California, e ne rimangono altamente impressionati.

Tutti questi fattori tengono insieme esperienze tanto "diversamente" sovversive, ed è interessante notare come le stesse visioni si possano rintracciare nei film contemporanei di Rainer Werner Fassbinder, Werner Herzog e Wim Wenders, tanto per citare i tre registi più rappresentativi del Nuovo cinema tedesco, che collaboreranno a più riprese con i musicisti del kraut-rock. Wim Wenders filma infatti alcuni concerti degli Amon Düül II a Monaco e Rainer Werner Fassbinder li omaggia perfino con un cameo nel film "Die Niklashauser Fart", oltre a includere i Kraftwerk di "Radioactivity" in due pellicole come "Berlin Alexanderplatz" e "Chinese Roulette", mentre Werner Herzog lavora coi mistici Popol Vuh nelle sue colonne sonore; una formazione tra l’altro guidata dallo sciamanico Florian Fricke, suo vecchio amico dai tempi della scuola. Questi registi andranno anche oltre, firmando una propria dichiarazione (il cosiddetto Manifesto di Oberhausen) in cui auspicano la rinascita di un Nuovo cinema tedesco, libero dalle leggi del mercato e dall'estetica del passato.
Insomma, è senza dubbio possibile tracciare una ideale linea di collegamento fra il kraut-rock di cui trattiamo in questo articolo, con il violento neorealismo e l’impetuosa ironia della Nuova Oggettività (Otto Dix, Christian Shad, George Grosz) e con gli ineluttabili destini dei claustrofobici film kammerspiel degli anni Venti (Friedrich Wilhelm Murnau, Georg Wilhelm Pabst, Lupu Pick), espressione delle tremende condizioni imposte dopo la Grande Guerra alla Repubblica di Weimar e della funesta crisi del ’29. Inquietudine, rassegnazione e nichilismo mirabilmente dipinti da Erich Maria Remarque in "Drei Kameraden" ("Tre camerati"). Un'eredità culturale che, entrata in contatto con la cultura in lingua inglese – portata dalle truppe occupanti inglesi e americane – ha fatto sì che, per quanto negli anni 60 e 70, anche in Germania passassero le canzoni di Doors, Beatles, Rolling Stones, Jefferson Airplane, Frank Zappa e 13th Floor Elevators, questo apporto musicale d'oltremanica e oltreoceano non venisse accettato passivamente, limitandosi a obliterare il passato e a creare una colonia capace solo di imitare i modelli esterni, ma spingesse semmai ad andare alla ricerca di sound diversi, unici, peculiari, diretti al nuovo, al futuro.

La Germania era veramente in una brutta situazione: era stata così stupida e irresponsabile da avere iniziato due guerre e poi perderle. Ma permettetemi di fare un appunto, c’era una cosa positiva: non aveva più nulla da perdere. Aveva perso tutto.
(Edgar Froese, Tangerine Dream)

Conny PlankPoliedrico e nichilista per definizione, il kraut-rock è una (non)scena al confronto della quale "Sister Ray" dei Velvet Underground pare un gioco da ragazzi (parafrasando il kraut-guru Julian Cope, autore del saggio "Krautrocksampler"). Ne costituiscono il collante soltanto i tecnici e produttori Dieter Dierks e Conny Plank, oltre che il mecenate e giornalista Rolf-Ulrich Kaiser, ed è proprio quest’ultimo il discografico e critico rock per antonomasia della scena sperimentale tedesca, colui che al celebre Festival di Essen del 25-29 settembre 1968 accanto ai nomi più blasonati - Frank Zappa, Alexis Korner e Brian Auger - presenta anche una serie di gruppi conterranei che non trovavano spazio nei canali ufficiali. Proprio durante quelle cinque giornate la stampa inglese utilizza per la prima volta il termine spregiativo di "kraut-rock" - ispirandosi al brano degli Amon Düül "Mama Düül Und Ihre Sauerkrautband Spielt Auf" - salvo poi riconoscerne l’intrinseco valore artistico, tanto che proprio la Gran Bretagna diventerà successivamente la cassa di risonanza del nuovo rock tedesco, grazie anche all’insistente programmazione di John Peel sulle onde radiofoniche della Bbc.

Nel presente lavoro sono inclusi tutti i musicisti le cui esperienze sono riconducibili alla Germania degli anni che vanno dal 1966 al 1977; ne restano fuori quei musicisti tedeschi invece troppo vicini alla cultura musicale anglofona e quindi lontani dal substrato culturale kraut. Si è scelto, per la non facile classificazione qui adoperata, di individuare un gruppo da ritenere come embrione di tutto il movimento, se non altro per motivi temporali (Psy Free) e di cercare di trovare punti di convergenza in tutte le band successive. Questi trait d'union possono essere rintracciati nell'approccio più legato all'avanguardia (Faust, Can), alla musica elettronica (Kraftwerk, Cluster), ai ritmi ossessivi (Neu!), alla musica cosmica (Tangerine Dream) o agli aspetti più mistico-religiosi (Popol Vuh). Vedremo anche i musicisti kraut che hanno intrapreso fortunate carriere soliste. Infine, saranno trattati tutti quei gruppi che, pur inseriti in un contesto kraut, sono comunque fortemente debitori di una tradizione anglofona (in particolare, prog e jazz-rock); da qui nascono quattro capitoli sul kraut-folk, kraut-prog, kraut-jazz e kraut-rock psichedelico. L'ultimo capitolo è, infine, dedicato agli album dimenticati del genere, molto spesso introvabili, alcuni dei quali veri reperti storici.

  • Gli inizi
    • Psy Free


Edgar FroesePer dare vita al kraut-rock ci volevano tutte le premesse sopracitate. Ma ci voleva anche un'idea, una voglia di essere unici, un desiderio di suonare rock ma in modo totalmente diverso da quanto avveniva nel resto del mondo. Questo inseguimento alla sperimentazione più estrema mette anche in discussione il concetto stesso che il musicista dovesse vendere i propri dischi: l’idea di dover piacere, di avere un pubblico a cui dare conto sembra quasi volgare. È interessante notare quanto questa rivoluzione nasca quasi improvvisamente. Due anni prima della nascita del movimento, nel 1965, alcuni dei suoi più famosi protagonisti si trovavano a suonare in contesti in cui era assolutamente inimmaginabile pronosticare quello che poi sarebbe successo. Edgar Froese – futura mente dei Tangerine Dream – fa parte di un gruppo giovanile che ­propone classici brani rock'n'roll; Holger Czukay, prossimo leader dei Can, pur partecipando alle lezioni di Stockhausen, suona semplice musica da ballo, mentre il leggendario Klaus Schulze suona con i Les Barons cover dei Rolling Stones.
La data di nascita della kosmische musik è il 1967, anno in cui ha origine il trio dei Psy Free, formati da Klaus Schulze (batteria), Joachim Schuhmann (tastiere) e Alex Conti (chitarra). I Psy Free sono l'embrione di quelli che poi diverranno i futuri corrieri cosmici: in pratica il primo vero gruppo kraut-rock. Ritenendo addirittura offensiva l’idea di farsi pagare, suonavano per ore gratuitamente nei più svariati locali di Berlino, tra cui in particolare lo storico Zodiak. Della loro musica non esistono registrazioni live né album, ma la loro era una miscela tra la sperimentazione di Stockhausen - legata alla più libera improvvisazione - e la psichedelia americana e britannica.
I Psy Free si sciolgono nel 1969, anno in cui Schulze va a far parte dei Tangerine Dream. Il seme era già piantato. Per diventare grande, però, questa musica aveva bisogno di case discografiche indipendenti che non pensassero esclusivamente al profitto, di luoghi adatti in cui suonare e di mecenati pronti a scommettere in questa straordinaria avventura. Per nostra fortuna, il destino ha voluto che, da lì a poco, tutte queste condizioni si realizzassero.

  • Lo Zodiak Free Arts Lab


zodiacCome già accennato, la multiformità del kraut-rock è inevitabilmente collegata anche alla vasta rete di città attive nella produzione avanguardistica, in gran parte situate tra Francoforte e Düsseldorf, ma una menzione speciale si può fare anche per Monaco, terra d’origine di Amon Düül II e Popol Vuh, oltre che per la Colonia dei Can. In particolare, la Berlino divisa in due dal muro rappresenta la base operativa di una sorta di circolo di artisti che componevano musica sperimentale, alcuni dei quali passano da una formazione all’altra, scrivendo diverse pagine del rock tedesco. Tra questi musicisti ne ricordiamo due in particolare, Hans-Joachim Roedelius (Kluster, Cluster, Harmonia) e Conrad Schnitzler (Tangerine Dream, Kluster), che nel 1968 fondano a Berlino il già citato Zodiak Free Arts Lab, un club che diventa il nodo cruciale della musica elettronica in Europa, un ponte strategico tra la musica psichedelica e d'avanguardia, traendo ispirazione da un’idea concertistica di John Cage. Questo importante club viene creato nel grande retrobottega di un teatro: proprio come un perfetto yin e yang, una metà della stanza viene dipinta di bianco, mentre l'altra viene dipinta di nero con gli strumenti, gli altoparlanti e gli amplificatori posizionati tutto intorno. Il locale propugna con fermezza le idee che tutta l'arte deve essere libera e che le canzoni sono considerate borghesi e, nonostante la sua esistenza non duri che pochi mesi, dà i natali a numerosi artisti elettronici influenti come Kluster e Tangerine Dream. Questi ultimi, soprattutto, vi suonano per ore e ore improvvisando, anche per notti intere.

  • Rolf Ulrich Kaiser, Timothy Leary e le etichette del kraut-rock


Una tappa fondamentale della nascita del kraut-rock è tuttavia l’istituzione della sua etichetta fondamentale, ovvero la Ohr (Orecchio), promossa dall’estroso Rolf-Ulrich Kaiser nel 1970 e nota per il palloncino posto in allegato alle edizioni originali. Il suo slogan - "Macht Das Ohr auf" (aprire le orecchie) - viene ideato, con una certa dose di umorismo, dal grafico Reinhard Hippen: si tratta infatti di un sottile gioco linguistico sulla parola d'ordine "Macht Das Tor auf" (aprire il cancello) che compare a quel tempo nel logo dell'edizione del tabloid "Bild" della Berlino Ovest, incorniciato da un filo spinato che allude proprio alla Porta di Brandeburgo. Kaiser crede molto alla sua realtà discografica e ingaggia due geniali tecnici del suono come Dieter Dierks e Conny Plank, i quali per gli standard tedeschi del tempo, erano due personaggi decisamente all’avanguardia. In pochissimo tempo “Ruk” recluta per la sua Ohr circa trenta artisti: tra di loro ci sono band di prima classe come Tangerine Dream, Guru Guru, Popol Vuh e Ash Ra Tempel, oltre che alcuni nomi meno conosciuti come Emtidi, Hölderlin, Wallenstein e Witthüser & Westrupp. Senza l’illuminazione di Kaiser probabilmente non saremo qui oggi a parlare di kraut-rock: mentre nel 1969 gli Amon Düül II sono costretti a pubblicare il loro primo disco, "Phallus Dei", con un’etichetta inglese, la Liberty, la maggior parte dei grandi album successivi ha potuto contare su un’etichetta garante di assoluta libertà, fattore fondamentale per la futura pubblicazione di opere eccezionali.
Altre due realtà discografiche cruciali che emergono dalla Ohr sono la Brain (Cervello) dei transfughi Bruno Wendel e Gunther Korber: i due si associano alla Metronome diventando i maggiori rivali della label-madre. L’altra realtà discografica, più sfortunata, è la Pilz (Fungo) - nata a Berlino sempre per mano di Rolf-Ulrich Kaiser, come serbatoio per i gruppi folk esclusi dalla Ohr - che si dimostra più favorevole a pubblicare le proposte psichedeliche.

timothy_learyUn altro personaggio che accende inconsapevolmente la miccia di questo movimento, portando all’estremo le idee di Kaiser, è il santone lisergico Timothy Leary, ovvero, secondo Richard Nixon, "l’uomo più pericoloso del mondo".
Evaso dal carcere con l'aiuto di militanti hippie, si rifugia in Svizzera – paese della casa farmaceutica Sandos - dove il dottor Albert Hoffman aveva per primo sintetizzato l'Lsd. Proprio lì, Leary viene accolto da una variopinta comunità formata dal pittore Walter Wegmuller, dal poeta Sergius Golowin e dal grafico R.H. Giger (quello di "Alien"). Nel 1972 vi arriva anche il tedesco Hartmut Henke, bassista degli Ash Ra Tempel, in veste di osservatore per conto di Rolf-Ulrich Kaiser, talmente elettrizzato dall'idea di mettere in musica le vibrazioni acide di Leary da creargli ad hoc un'etichetta nuova di zecca (Die Kosmichen Kuriere), ribadendo nel nome i concetti cosmici della musica che intendeva promuovere. Se in primo luogo i messaggi psichedelici venivano cifrati o tagliati con grandi dosi di umorismo, con i "corrieri cosmici" qualcosa cambia: Kaiser, infatti, vede ora gli allucinogeni come una sorta di salvezza per il genere umano, mentre l'atmosfera giocosa e allusiva dei primi atti kraut-rock viene lasciata da parte a favore di una accesa propaganda lisergica.
Con tre etichette che portano la sua firma, Rolf-Ulrich Kaiser può essere a ragione considerato come il più autentico "Garibaldi del kraut-rock": colui che ha saputo unire la variegata scena sperimentale tedesca. Non a caso, proprio con la scomparsa di "Ruk" dalle scene, si cominciano a perdere le tracce anche del kraut-rock. Nel 1975, infatti, dopo essere stato oggetto di una campagna diffamatoria promossa da molti dei musicisti che aveva contribuito a lanciare a livello internazionale - accusato di aver pagato le band non in denaro ma in stupefacenti - Kaiser si ritira dalla vita pubblica e taglia ogni legame con la società, trovando esilio a Colonia assieme alla compagna cartomante Gille Lettmann: la "ragazza delle stelle" che compare negli ultimi due dischi del super-gruppo dei Cosmic Jokers. Nello stesso anno, il kraut-rock sta emettendo i suoi ultimi respiri: dopo alcuni anni di discreta notorietà – culminata nel "periodo berlinese" di David Bowie – il Rock sperimentale tedesco comincia a scivolare inesorabilmente verso l’oblio, con l’eccezione dei Kraftwerk, i quali però virano verso sonorità più pop. Nel frattempo, Kaiser e la Lettmann si trasferiscono nella più completa solitudine in una piccola città del Sauerland: il nostro mondo non è più il loro. O forse viceversa.

Il kraut-rock verrà rimosso dalla storiografia musicale sino alla metà degli anni Novanta, quando il genere riappare, ma superficialmente collocato dentro quel serbatoio omnicomprensivo che viene etichettato per comodo come "progressive rock". Il silenzio dura fino al 1995, anno in cui Julian Cope dà alle stampe un libretto intitolato "Krautrocksampler", un breve ma fondamentale compendio della storia del krautrock, in cui l’ex-leader dei Teardrop Explodes presenta, con sincera passione, quasi adolescenziale, tutte le band più importanti del rock sperimentale tedesco degli anni Settanta: sottolineando come il kraut-rock sia stato, prima di tutto, un "fenomeno soggettivo britannico, basato sul modo in cui esso fu percepito in Gran Bretagna piuttosto che sull’effettiva scena musicale tedesca dalla quale si sviluppò".

  • Sperimentazioni post-atomiche – L’avanguardia kraut-rock

Non esiste gruppo più mitico dei Faust.
(Julian Cope, "Krautrocksampler")

Nel kraut-rock sperimentale troviamo tre band molto diverse tra loro che, per ragioni differenti, prendono prepotentemente le distanze dal passato e che quindi sono riconducibili solo marginalmente a passate esperienze musicali. Rientrano in questa triade i Faust, che sono forse il gruppo-emblema di tutto il movimento; i Can, che portano l'avanguardia di Stockhausen all'interno del kraut-rock, e i Guru Guru che pur essendo quelli più vicini a un contesto rock - hendrixiano, in questo caso - ne prendono talmente le distanze da diventare vera avanguardia.

FaustI Faust sono il gruppo da cui vogliamo cominciare, quello osannato a più riprese da Julian Cope, il quale nel suo saggio asserisce con entusiasmo che siano stati coloro che più di ogni altro ha incarnato l'essenza stessa del movimento kraut-rock, quello probabilmente più libero (o del tutto svincolato) dalle influenze del mondo musicale anglofono. Estremamente sperimentali e innovativi, praticamente sconosciuti fino a non molti anni fa anche agli addetti ai lavori, i Faust hanno coniato un nuovo linguaggio musicale capace di conciliare la potenza wagneriana, la ricerca estrema di Stockhausen, l'elettronica descrittiva, la psichedelia, l'avanguardia e la canzone ora barrettiana ora velvettiana, la musica concreta e l'espressionismo teatrale, l'arte del collage e il viaggio lisergico senza Lsd.
I Faust sono stati unici: non c’è la descrizione dell’uso delle droghe dei Velvet Underground, non ci sono le spiagge dorate della California, non ci sono hippie o figli dei fiori. Ma anche all'interno della Germania restano un caso a parte. Manca in loro l’interesse per l’universo tipico dei corrieri cosmici tedeschi o il connubio tra musica e religione dei Popol Vuh. I Faust sono molto più focalizzati sulla psiche, sulle nevrosi e le paure dell’uomo del ventesimo secolo. Con i loro percorsi nella moderna società post-industriale, negli incubi della guerra atomica hanno realizzato una delle pagine più nobili che la storia del rock ricordi.
Tutto inizia nel 1971, quando un tale di nome Uwe Nettelbeck - anche associato alla violenta Banda Baader Meinhof - si propone come produttore e manager della band, riuscendo a far strappare ai Faust un contratto con la Polydor senza neanche farli suonare una nota, convincendo l’ignara etichetta di avere tra le mani i nuovi Beatles. La Polydor, galvanizzata dall’idea, includerà nella sua proposta di pubblicazione anche la fornitura dell’equipaggiamento, un tecnico del suono e una sistemazione pagata per un anno intero. Inizialmente con una formazione a sei elementi: Werner "Zappi" Diermaier (batteria), Hans Joachim Irmler (tastiere), Arnold Meifert (percussioni), Jean Hervè Peron (basso), Rudolf Sosna (chitarra) e Gunter Wuesthoff (sassofono) realizzano così il loro album d'esordio, ancora oggi ammantato di leggenda. La copertina trasparente dell'album – raffigurante la radiografia di un pugno chiuso – gioca sia sul nome del gruppo che sull'incubo della guerra nucleare, vera e motivata ossessione della generazione vissuta negli anni della Guerra fredda. Anche un personaggio come John Peel, il più famoso disc-jockey dell’underground inglese, si innamora subito della copertina, e del vinile trasparente.

Appena vidi la copertina e il vinile trasparente di 'Faust', decisi che dovevo averlo.
(John Peel)

Faust - albumIl loro primo album "Faust" (1971) inizia con "Why Don’t You Eat Carrots?" che contiene una delle intro più distruttive e allo stesso tempo descrittive che si possano immaginare, scivolando brutalmente su alcune note echeggianti "Satisfaction" dei Rolling Stones e "All You Need Is Love" dei Beatles. Un'elettronica furiosa come mai si era sentita prima dipinge, come in un quadro, le folate di radiazioni nucleari: sia il mondo che la musica come li conosciamo sono distrutti da questa intro. "L’idea era di non copiare nulla che accadesse nella scena rock anglosassone", avrebbe rivelato in seguito Uwe Nettelbeck. E si sente.
Il vecchio mondo cerca di resistere e riemergere dalle ondate distruttive, ma viene subito spazzato via dalla imponente furia devastatrice. Ed ecco i Faust in un bunker post-atomico, mentre un piano zappiano ci introduce in un’atmosfera da cabaret. Tutto continua con trombe, chitarre, fiati alla "Lumpy Gravy", rumori, riprese di folate radioattive, dialoghi in tedesco, cori goliardici. L'inizio dei Faust non è solo musica, è anche visione, racconto, magnifica sublimazione della realtà o della eventuale realizzazione di una possibile realtà. Si continua con "Meadow Meal", in cui trova spazio un'inattesa jam rock-blues che si perde in una terrificante pioggia radioattiva che sotterra del tutto ogni residuo della nostra civiltà. Il finale è il grande capolavoro "Miss Fortune": un po' musica tribale, un po' musica cosmica, che alterna fredda elettronica a un finale a due voci poetico e commovente che trova nel "Are we supposed to be or not to be?" e nella sua risposta "Nobody knows if it really happened" uno dei vertici massimi della musica popolare.

Di fronte a tanta grandezza non era facile per i Faust ripetersi. Il successivo "So Far" (1972) rimanda almeno dalla copertina all'unico gruppo da cui i Faust sembrano essere stati influenzati, i Velvet Underground di "White Light/White Heat". Stavolta i brani sono nove, la durata media è ovviamente minore. Si va dai ritmi compulsivi di "It’s A Rainy Day, Sunshine Girl", che gli Stereolab riprenderanno con "Anémie", agli arpeggi folk di "On The Way To Abamae", alla demenziale "No Harm", fino al capolavoro dell'album, l'elettronica oscura e senza speranza di "Mama Is Blue".
Nello stesso anno i Faust pubblicano insieme al compositore minimalista Tony Conrad "Outside The Dream Syndicate", che però viene pubblicato dopo il loro terzo album, "The Faust Tapes". La genesi del loro terzo lavoro è problematica: notati dal leggendario John Peel, i Faust vengono scritturati addirittura dalla Virgin. Il problema è che hanno tanto materiale inedito ma non un vero e proprio album. La decisione è a un tempo folle e geniale; pubblicare tutti i brani e gli abbozzi di brani insieme in un unico grande calderone diviso apparentemente in 26 pezzi. La promozione dell'album non è da meno; viene venduto al prezzo bassissimo di 0,49 centesimi. Questo fa sì che i Faust vendano quasi centomila copie, cifra stratosferica che probabilmente nell'anemico mercato di oggi li porterebbe in vetta alle classiche. Ma nel 1973 non bastò a farli entrare nelle chart, anche a causa del prezzo troppo basso dell'album.
L'operazione si rivela comunque fortunata: in tanti ora conoscono il gruppo. E "The Faust Tapes" resta un album geniale, con la sua sperimentazione estrema, nella quale troviamo di tutto: dalle citazioni del jazzista Lennie Tristano ai germi della new wave, dalla pura free-form alla musica concreta, dal minimalismo ai dialoghi nonsense.

Ancora nel 1973 esce "Faust IV", album che riprende formati musicali più classici; a molti all'epoca appare come un tentativo di normalizzarsi. Un punto di vista che non tiene conto di quanto i Faust riescano a dare nobiltà al formato "canzone". Si va dalla barrettiana "The Sad Skinhead" alla splendida ballata "Jennifer", fino al lungo trip psichedelico stile "Ummagumma" di "Just A Second" – di cui anni dopo sarà disponibile la versione definitiva di 11 minuti – allo psych-folk di "It's A Bit Of A Pain", alla delirante "Picnic On A Frozen River" e soprattutto alla incredibile suite "Krautrock", che dà vita a una sorta di versione elettronica dei Velvet Underground. Brano-emblema stesso del genere, "Krautrock" è un mix tra suite elettronica, viaggio lisergico, rumori cosmici, destrutturazione, incubo sonoro. Dodici minuti folli, con cui i Faust si auto-celebrano come padri del rock tedesco. 
"Faust IV" è però un tonfo commerciale inaccettabile per la Virgin, che conseguentemente nega ai Faust la pubblicazione del loro quinto album. La loro avventura, momentaneamente, finisce. Torneranno molti anni dopo con Lp sempre di ottimo livello, quali: "Rien" (1995), "You Know Faust" (1996), "Faust Wakes Nosferatu" (1997), "Ravvivando" (1999).

can_01Simili ai Faust per irriverenza e audacia sperimentale, i Can iniziano la loro avventura nel 1968, quando i due ex-allievi di Stockhausen - il polacco Holger Czukay (basso) e Irmin Schmidt (piano) - incontrano a Colonia Jaki Liebezeit (batteria) e il giovanissimo Michael Karoli (chitarra), fondando un collettivo senza idee precostituite e per giunta privo di un vero e proprio leader. Tuttavia, proprio come i Faust con Nettelbeck, il quartetto ha presto la fortuna di incontrare il suo mecenate, ovvero Vohwinkel, un ricco proprietario di un castello fuori città (lo Schloss Norvenich), che gli concede a titolo gratuito l’uso di alcune stanze che poi diventano la loro base operativa degli "Inner Space".
Trovato un luogo in cui plasmare la propria poliedrica musica, la band trova la sua sigla in "Can", che nella sua accezione anglosassone più nota significa "lattina" o "potere" (verbo), ma che allude anche ad "anima" in turco e "sentimento" in giapponese e può rimandare perfino all’acronimo di "Comunismo Anarchia Nichilismo". Messi insieme i pezzi, i Can ingaggiano infine come cantante lo scultore afroamericano Malcolm Mooney, con cui nel 1969 realizzano un’edizione privata dello psichedelico "Monster Movie", in sole 600 copie stampate su etichetta Music Factory. Nel 1970 rilasciano inoltre alcune colonne sonore, riunite poi col titolo appropriato di "Soundtracks". Proprio in quest’ultimo disco, in quattro brani si può sentire per la prima volta la voce diabolica del nuovo vocalist, il giapponese Damo Suzuki: un musicista di strada incontrato un giorno per caso fuori da un locale di Monaco e ingaggiato quella stessa sera, dopo l’abbandono della band di Mooney sotto consiglio insistente del suo psicologo (a suo dire, il gruppo sarebbe stato infatti pericoloso per la sua salute mentale). L’afroamericano è il Syd Barrett dei primi Can e gli ex-compagni sono devastati dalla sua partenza. Per alcuni mesi, dal dicembre 1969 al maggio 1970, rimangono quindi fermi, fino all’incontro con il busker giapponese. 

Andai dal tizio e gli dissi: ‘Questa sera teniamo un concerto davanti a qualche migliaio di persone. Vuoi cantare?’. E lui: ‘Ok, non ho altro da fare’. E così venne con noi. Non facemmo nessuna prova. (…) All’inizio cantò in maniera concentrata e drammatica, con un’intensità da meditazione giapponese e un fare calmo. E poi, all’improvviso, scattò come un samurai, afferrò il microfono e cominciò a fare mosse d’arte marziale e a urlare contro il pubblico. Gli spettatori si innervosirono, ci fu un principio di rissa, e poi lasciarono in massa il locale. Rimasero una sessantina di entusiasti, metà americani (uno dei quali era David Niven) e metà tedeschi, e per il resto della serata suonammo per loro. Fu bellissimo.
(Holger Czukay)

Con la folle figura del giapponese Suzuki in primo piano, i Can vivono la loro più avvincente stagione: con lui scolpiscono la loro prima pietra miliare, il colossale doppio Lp "Tago Mago" (1970), il cui titolo riprende uno scritto del celebre satanista Aleister Crowley, rasentando spaventosamente le idee di musica globale teorizzata da Stockhausen. Vi includono contorte sperimentazioni metafisiche ("Halleluhwah"), terrificante elettronica ("Aumgn"), latrati orientali ("Oh Yeah"), l’avanguardia di John Cage e molto altro ancora, in un album contrassegnato da un atteggiamento apertamente nichilista verso tutte le strutture musicali, con una distruzione violenta dell’umano senso di armonia perpetuata dalla prima all’ultima traccia. Ha ragione Julian Cope quando scrive che "Tago Mago" "suona solo come se stesso, e come nessuno prima o dopo".

Due anni dopo, i Can ci riprovano con più fortuna commerciale con "Ege Bamyasi" (1972), ponendo in copertina una lattina warholiana che racchiude molto meno acido lisergico e più idee concrete, seppure sia ancora forte la suggestione in episodi come la decadente alienazione di "Sing Swan Song" e il funk-psichedelico di "Vitamic C". Questa ricetta multi-vitaminica verrà poi meglio rifinita per "Future Days" (1973), in cui è ormai lampante come la musica dei Can avesse perso molte delle intuizioni dei primi giorni, a favore di una maggior coesione di fondo, in una serie compatta di melodie sperimentali ("Moonshake") e sussurri embrionali ("Spray"), quasi a metà tra il sonno e la veglia, trovando una sonorità trasversale che deriva dalle lezioni di Stockhausen ma che approda qui in una nuova dimensione a espansione variabile. Il paesaggio malignamente esoterico dei due album precedenti cede il posto a una esuberanza di fenomenici ritmi afro-beat miscelati a un ambient iperuranico, anche a causa di una serie di eventi che sconvolgono il nucleo dei Can: dall’ulcera perforata di Michael Karoli ai disastrosi problemi finanziari della band ma, soprattutto, l’adesione ai testimoni di Geova di Damo Suzuki, che sposa la sua devota moglie abbandonando la band dopo la pubblicazione di “Future Days”. 

Il successivo “Soon Over Babaluma” (1974) fa da simbolico spartiacque tra la parte più sperimentale della carriera dei Can e quella segnata da un sound decisamente più ortodosso: molto emblematica di questo iato è l’esotica “Come sta la Luna”, una ballabile litania rivolta alle domande di Galilei.
Con il successo inglese, la band perde lo smalto ma ottiene un contratto con la Virgin per "Landed" (1975) e per la raccolta di inediti "Unlimited Edition" (1976).
Nel 1976 i Can riescono perfino a entrare in classifica con il kraut-funk di "Flow Motion" (1976), mentre per "Saw Delight" (1977) si trincerano nell’ambiente della world music grazie all’aggiunta della sezione ritmica dei Traffic (Rosko Gee e Reebop Kwaku Baah).
La loro storia si conclude al termine degli anni Settanta con "Out Of Reach" (1978) e con l’omonimo "Can" (1979), uscito quando il gruppo si è ormai già sciolto. Da allora, nel mezzo delle proprie carriere soliste, c’è stata una sola reunion ufficiale a tutti gli effetti per "Rite Time" (1989), con il ritorno sulle scene del redivivo Malcolm Mooney.

guru_guruPiù lunga ma meno fortunata è invece la storia dei Guru Guru: iniziata nel lontano 1967, quando il futuro leader della band Marcus “Mani” Neumeier (batteria) e Uli Trepte (basso) si staccano dal trio di supporto alla pianista svizzera Irene Schweizer per dar vita ai Guru Guru Groove, le cui recitazioni free-jazz li portano a farsi conoscere sul palco del Festival di Essen nel settembre dello stesso anno. In una vecchia cascina dell’Odenwald, la band vive in quel periodo assieme a una serie di amici, conoscenti e musicisti, di cui il batterista Mani Neumeier è l’indiscusso "guru". Proprio intorno a lui ruota non solo tutta la musica (lo ricordiamo, inoltre, anche come l’inventore del cosiddetto tamburo “gonfiabile” Mani-Tom), ma anche le dinamiche lisergiche di quella anarchica confraternita. Nei primi mesi del 1970, il loro cantante abbandona la band e viene rimpiazzato da Ax Gernich, il primo chitarrista degli Agitation Free: pochi mesi più tardi, con questa formazione e col nome accorciato in Guru Guru, la band registra l’album di debutto "UFO" (1970): un "disco volante" pubblicato dalla leggendaria etichetta Ohr tra grandi dosi di follia psichedelica e rantoli vocali ("Stone In"), aggressività viscerale ("UFO"), spettri di Jimi Hendrix ("Girl Call") e underground tipicamente berlinese ("Der LSD/Marsch"), con l’intento dichiarato sulle note di copertina di preparare la razza umana all’imminente sbarco di una forma d’intelligenza extraterrestre.

Questo minaccioso proclama sarà seguito, un anno più tardi, dal secondogenito "Hinten" (1971), un disco composto anch’esso da quattro lunghi pezzi improvvisati, da cui si scorge però un’inedita ironia, evidente nel sedere posto beffardamente in copertina (come da titolo) e nei testi apparentemente senza senso, in quattro brani di oltre dieci minuti di improvvisazioni spazio-lisergiche e anarchia psichedelica. L’avanguardia dei Guru Guru, partita dalle improvvisazioni hendrixiane di Ax Gernich e dalle sinusoidali onde percussive del suo leader Mani Neumeier, approda qui a una nuova dimensione di grunge primordiale, capace di pietrificare l’ascoltatore come lo sguardo di Medusa.

Con "Känguru" (1972) le cose tuttavia cambiano definitivamente. Nel marzo del 1972, il trio si reca per una settimana negli studi di registrazione assieme al tecnico del suono Conny Plank per produrre il terzo album, nel quale i musicisti suonano triangolarmente una musica meticolosa e raffinata, con l’aggiunta di una inedita componente melodica, mescolando con saggezza le influenze di Pink Floyd, Jimi Hendrix e Frank Zappa, e restando sempre in equilibrio tra l’R&B e il più lisergico acid-rock. L’estroso produttore trasforma in "Kängaru" la materia grezza del trio in un diamante scintillante: il suo contributo alle tastiere (non accreditato) ha saputo, inoltre, arricchire notevolmente il suono dei Guru Guru che, già attraverso l’epifania di "Hinten", si erano resi conto che una mentalità politica radicale non doveva mancare di un preciso senso dell’umorismo, manifestando apertamente quest’idea in un brano come "Immer Lustig" ("sempre divertente"), un freak-rock a mano libera con cadenze itineranti, tra presentazioni circensi, sviluppi blues e intermezzi spaziali.

Con la defezione di Trepte, "Guru Guru" (1973) perde notevolmente spessore in favore di brani più convenzionali, la cui strada viene proseguita lo stesso anno con un nuovo contratto internazionale per la Atlantic in "Don’t Call Us We Call You", privando il gruppo di una specifica connotazione tedesca a favore di un jazz-rock di maniera, inaugurando peraltro un lungo periodo di incertezze e precarietà d’organico. La fuoriuscita di Genrich (sostituito da Conny Veit, dai Gila) lascia poi i Guru Guru in balia di una formazione sempre più instabile e senza una chiara direzione artistica. La band decide di sospendere l’attività per qualche tempo, con Neumaier che collaborerà con gli Harmonia di "De Luxe", ma sarà anche impegnato a effettuare svariate jam session negli studi di Conny Plank, poi incise su disco in "Mani und Seine Freunde" (1975).
Da "Tango Fango" (1976) in avanti, la storia dei Guru Guru è inestricabilmente legata a quella degli umori sonori del suo leader Mani Neumeier, con un’attività sporadica che continua tutt’oggi, tra pochi dischi di gruppo, tante antologie e una discreta serie di iniziative soliste.

 


tangerinedreamI Tangerine Dream sono la trascendentale creatura del pittore, scultore e musicista Edgar Froese, uno dei "corrieri cosmici" più ispirati di tutto il kraut-rock. Questo poliedrico artista dapprima forma la cover-band degli Ones nel 1965 ma, dopo svariati concerti privati – i più noti dei quali per Salvador Dalì, in Spagna – nel settembre del 1967 cambia il nome della sua band in Tangerine Dream, omaggiando in tal modo i Beatles di "Lucy In The Sky With Diamonds" che cantano "tangerine trees and marmalade skies”. Nonostante una formazione iniziale abbastanza instabile, il gruppo ha modo di farsi notare allo Zodiak di Berlino, dove diviene celebre soprattutto per un concerto improvvisato durato ben sei ore.
Nell’autunno del 1969 la formazione viene tuttavia completamente rifondata da Froese, che per il Festival di Essen chiama a sé Conrad Schnitzler – proprietario di un night-club berlinese, già componente dei Kluster – e un giovane Klaus Schulze (futuro Ash Ra Tempel), entrambi impiegati part-time, insieme ai quali, sotto la guida dello studioso di musica contemporanea professor Kessler, Froese si dirige verso la strada del rock elettronico, divenendone uno dei più influenti precursori.

Nel 1969, ho incontrato Klaus a Berlino. Era un pessimo batterista, ma aveva quella sorta di pazzia che stavo cercando. Questo è quanto è successo con i Tangerine Dream nel corso degli ultimi 10 anni. Le persone che hanno fatto parte della band vi sono entrate perché avevano questa sorta di follia. Questo è quello che penso: è il genere di musica che non si può creare se si è assolutamente normali.
(Edgar Froese)

"Electronic Meditation" (1970) è il primo capitolo della saga dei Tangerine Dream e di un catalogo discografico che, per quantità, trova pochi eguali nella storia. Anche se risulta appartato in un mondo proprio rispetto al resto della produzione del gruppo, si tratta un album che anticipa alcuni ingredienti chiave del suono dei Tangerine Dream. Considerata la risposta tedesca a "A Saucerful Of Secrets" (come viene specificato anche sulle note di copertina), questa meditazione elettronica viene recitata dai mantra acidi della chitarra di Froese e dall’originalità da neofita dei violini di Schnitzler, in una sorta di oscuro concept-album del ciclo vitale dell’uomo, prima e dopo la morte, iniziando proprio dalla Genesi dell’apertura fino alla Resurrezione dell’ultima traccia.
Già dalla copertina, con una bambola decapitata racchiusa nei marchingegni di un sintetizzatore, si capisce che si ha a che fare con un album del tutto peculiare: registrato in una fabbrica in affitto a Berlino Ovest nell’ottobre del 1969, utilizzando solo un duplice registratore Revox. Il disco sposa in un unico prodotto atmosfere free-jazz, musica elettronica e rock psichedelico, passando da strumenti convenzionali come la chitarra, l’organo, la batteria e il violoncello ai vari dispositivi eseguiti da Froese (organo Farfisa, pianoforte elettrico), fino a suoni più casuali come vetri rotti, pergamene a fuoco e piselli secchi scossi in un setaccio. Un demo esce da queste sessioni e viene consegnato a Rolf-Ulrich Kaiser, che ha appena fondato la Ohr Records: il discografico è estremamente entusiasta della loro musica e offre ai Tangerine Dream la possibilità di produrre un album, a condizione che accogliessero il suo suggerimento per il titolo e il disegno di copertina. I Tangerine Dream accettano questa offerta, anche se il nome del disco, "meditazione elettronica", risultava piuttosto fuorviante, dato che non un solo strumento elettronico vero e proprio è stato utilizzato al suo interno.

Conflitti personali e divergenze artistiche pongono fine al terzetto originale, mentre la seconda formazione composta dal solito Froese con il batterista Christopher Franke (ex-Agitation Free) e il tastierista Steve Schroeder, si fa conoscere in un famoso concerto per sei flipper amplificati, sui cui suoni la band dà sfogo alla più eclettica sperimentazione. Questo trio è l’artefice del passaggio dal rock del primo album alla kosmische musik di "Alpha Centauri" (1971). Album che si contende, insieme ad "Affenstunde" dei Popol Vuh, il titolo di primo disco di musica cosmica. In questo lavoro, intitolato come la costellazione più prossima al nostro sistema solare - evocata nel disegno di copertina della moglie di Froese - vengono iniettate maggiori dosi di elettronica. Per quanto possa sembrare strano, la svolta del gruppo verso sonorità più elettroniche avviene proprio grazie all’abbandono di Schulze, il quale sarebbe diventato poco dopo uno dei guru dell’elettronica, mettendo da parte le percussioni a favore di tastiere e sintetizzatori. Se le meditazioni elettroniche dell’anno prima erano più che altro viaggi psichedelici all’interno della mente - come si evince dal titolo di uno dei brani, "Journey Through A Burning Brain" - trip che solo marginalmente si avvicinavano al cosmo, con "Alpha Centauri" lo spazio diventa il vero e unico protagonista. È come se Froese smettesse di guardare il cosmo dalla Terra per guidare una navicella, superare l'atmosfera per addentrarsi nello spazio, e da lì descriverlo. "Alpha Centauri", pur non superandole del tutto, va oltre le spiccate sonorità psichedeliche degli esordi e crea la prima vera colonna sonora dell’Universo, dando così origine alla musica cosmica.
Negli anni a seguire lo sguardo andrà sempre più oltre riuscendo a descrivere, insieme allo Schulze solista, gli spaventosi abissi dello spazio profondo. Il lunghissimo finale (22 minuti) di "Alpha Centauri" è, in un certo senso, il manifesto fondativo della nuova kosmische musik. È il primo lungo brano dei Tangerine Dream con un'assoluta mancanza di ritmo, caratteristica fondamentale che preannuncia i rivoluzionari album successivi. È questo il nuovo suono che descrive l’oscurità dello spazio: luogo ostile, freddo e inospitale. I cori finali, accompagnati da sintetizzatori maestosi e raccapriccianti allo stesso tempo, danno un’aria religiosa al brano, come se a cantare fossero preti di una nuova religione che celebra gli infiniti spazi dell’Universo.

Ma il vero incubo doveva ancora arrivare: Conrad Schnitzler se ne va per formare i Cluster e al suo posto subentra Peter Baumann. In questo modo Froese crea la formazione "classica" dei Tangerine Dream e determina una vera svolta.
"Zeit" (1972) spinge ancora oltre l'acceleratore verso una musica fredda e integralista. Eccoci di fronte quattro suite cupe e claustrofobiche che superano radicalmente ogni concetto di ritmo e che conciliano i dettami minimalisti con la sperimentazione elettronica di Stockhausen.

La storia dei Tangerine Dream continua senza ripetersi: se “Atem” (1973) chiude una sorta di trilogia iniziata con “Alpha Centauri”, in cui spicca la marziale title track, negli anni successivi si giunge a sonorità molto diverse. Gli album della Virgin - "Phaedra" (1974) e "Rubycon" (1975) - introducono infatti l'elemento ritmo e rappresentano una svolta verso un'elettronica meno rigida e più suadente: insieme diventano una sorta di manuale per la nuova musica elettronica che ha fatto e fa tutt'ora scuola a più generazioni di musicisti.

Sempre nel 1974, i Tangerine Dream diventano gli assoluti protagonisti di un evento unico, quando vengono chiamati a suonare nella cattedrale francese di Reims assieme a Nico; un’incoronazione cosmica a cui partecipano quasi seimila persone, le quali però tengono un comportamento poco rispettoso verso la struttura religiosa, portando Papa Paolo VI a decidere di bandire da allora in poi qualsiasi esibizione di musica popolare nelle chiese cattoliche. Il giorno successivo, il giornalista del New Musical Express, Chris Salewicz, riferisce di aver parlato con Padre Bernard Goureau, che era rimasto così sconvolto da asserire che la cattedrale necessitava di una immediata purificazione, mentre il critico musicale statunitense Lester Bangs, anch’egli impegnato, tra gli altri, col New Musical Express, dichiara invece di aver visto Dio al concerto dei Tangerine Dream. Al di là dei punti di vista, ciò che rimane certo è che soltanto la Chiesa Anglicana avrebbe in seguito invitato i Tangerine Dream a suonare simbolicamente nella cattedrale di Coventry, ricostruita dopo gli attacchi nazisti, ma il giorno seguente un giornale inglese avrebbe riservato alla band un’enorme prima pagina: "Quaranta anni fa sono venuti con le bombe, oggi sono tornati coi sintetizzatori".

Dal live "Ricochet" (1975), registrato quell’anno proprio durante il tour europeo tra cattedrali e teatri, i Tangerine Dream iniziano a prediligere l’utilizzo cinematografico delle loro opere, a cominciare da "Sorcerer" di William Friedkin (1977): da quel momento la musica di Froese & C. ha inglobato elementi sempre più convenzionali, diluiti in una successione discografica che conta pochi eguali per quantità, superando ad oggi i cento titoli.

ash_ra_tempel_01Al pari dei Tangerine Dream, gli Ash Ra Tempel sono stati una delle prime band della scena sperimentale tedesca. Le loro origini risalgono al 1967, quando a Berlino il giovanissimo chitarrista Manuel Göttsching tenta la strada del rock con il compagno di classe e bassista Hartmut Enke, in un duo denominato dapprima come Bomb Proofs, poi Steeple Chase Blues Band. Un viaggio a Londra nell’agosto del 1970 convince la band a dedicarsi al rock a tempo pieno, dividendo per un periodo una sala prove con gli Agitation Free e i Tangerine Dream: è proprio con il batterista di questi ultimi, Klaus Schulze, che la coppia forma gli Ash Ra Tempel.
Nel 1971 la band registra il primo omonimo album per la Ohr, con l’ausilio del tecnico del suono Conny Plank, un abilissimo catalizzatore di idee e figura fondamentale della scena kraut-rock di quegli anni. Il disco viene rilasciato con un’ontologica copertina raffigurante una doppia porta di ingresso al tempio egizio del Sole (Ra), con al suo interno il celebre poema beat di Allen Ginsberg, "L’urlo". Così, il trio si presenta sulle scene con un breviario di musica elettronica tedesca, un capolavoro di acid-rock con due soli brani in 45 minuti non-stop di inceppamenti cosmici a luci stroboscopiche ("Amboss") ed estatici affreschi interstellari ("Traummaschine"), ispirati agli stimoli visivi del libro di William Grey Walter “The Living Brain”. Non c’è alcun senso di montaggio, ma tutto pare comunque molto fluido e organico: ancestrali immagini entrano nella testa dell’ascoltatore come nubi temporalesche, lasciandolo inerme dentro a una claustrofobica gabbia musicale che lo intrappola mentalmente in un luogo da cui sarà difficile fare ritorno.

Dopo il primo album, Klaus Schulze preferisce andarsene per la sua strada e dedicarsi alla sua carriera solista, venendo sostituito da Wolfgang Muller, anche lui ex-Steeple Chase: ufficialmente schierati ancora come un trio ma con qualche ospite di supporto (tra cui il controverso cantante John L.), gli Ash Ra Tempel incidono “Schwingungen”  (1972), altra molecola fondamentale della musica cosmica tedesca, in un continuum logico con il debutto, anche se in apparenza tutto è più tranquillo e meno strutturale. L’apporto di Wolfgang Muller al sound del gruppo – grazie all’aggiunta di voce, vibrafono e sassofono – è il medium di un’esperienza mistica più terrena, sotto il velo di Maya di un falso senso di sicurezza che viene smascherato già nel primo lato del disco (composto dalla duplice suite di "Light And Darkness") mentre nella seconda facciata si dipana la ribollente "Suche & Liebe", che secerne un effetto lenitivo dopo l’atmosfera psicotica precedente, in un modo molto vicino al gran finale di “A Saucerful Of Secrets” dei Pink Floyd: si tratta di una visione più serena, ma non meno potente, con la musica che lentamente va alla deriva attraverso una ciclone interstellare di vibrafoni e pulsante elettronica che virano poi dritti verso un climax paradisiaco di cori celesti e orgiastiche melodie. 

Nel 1973, con il successivo "Seven Up", entra nel tempio delle ceneri di Ra anche il lisergico vocalist e strumentista Timothy Leary, sperimentando nel primo numero della nuova etichetta di Kaiser (Kosmichen Kuriere) un suono decisamente più orientato verso l’acid rock, soprattutto a causa delle interpretazioni vocali del santone dell’Lsd. Sette sono i brani esattamente come sette sono i livelli di coscienza teorizzati da Leary; il titolo pare, inoltre, si riferisca proprio al fatto che il fuggiasco fosse solito mettere Lsd nei bicchieri di Seven Up degli ignari musicisti.

Rosi MullerNello stesso anno avviene un’altra imprevedibile svolta: con "Join Inn" (Ohr, 1973) viene reintegrato nel nucleo anche Schulze, mentre l’ingresso nella band della poetessa e cantante Rosi Müller, la giovane musa che diverrà per anni inseparabile compagna di Göttsching, contribuisce alla formazione di un album dai toni più mistici e sognanti, ancora una volta suddiviso in due dilatate e antitetiche suite. Tuttavia, una serie di problemi stavano minando gli equilibri interni della band e quando Göttsching, la Müller e Harald Grosskopf registrano il sottovalutato "Starring Rosi" (1973), è ormai evidente la transizione verso un suono completamente diverso, che mantiene i suoi connotati cosmici ma ingloba melodie chitarristiche sempre più consistenti. È questo il caso di “Inventions for Electric Guitar” (1975), con cui Göttsching sotto la vecchia sigla Ash Ra Tempel inizia una fase di carriera per certi versi solistica, influenzato dal colto minimalismo americano di Terry Riley e Steve Reich.
La discreta notorietà della band attirerà l’attenzione della Virgin, da sempre attenta alle nuove proposte oltre-Manica, che scrittura Göttsching ma insiste affinché la sigla venga accorciata in Ashra. È lui l’indiscusso custode del Tempio di Ra: la sua presenza è preminente negli album targati Virgin, in primis in "New Age of Earth" (1977), un ibrido di pop elettronico e meditazioni new age, ma anche in "Blackouts" (1977) e "Correlations" (1979). "Walking The Desert" (1990) è l’ultimo album con la nuova sigla per qualche tempo, poi la produzione successiva viene contrassegnata essenzialmente da colonne sonore e incisioni dal vivo.

L’influenza di Timothy Leary è anche evidente in due album che anticipano la nascita dei corrieri cosmici per antonomasia, ad opera dei Cosmic Jokers. Il primo atto è incentrato sulla figura del poeta Sergius Golowin e del suo "Lord Krishna Von Goloka" (1973), direttamente dalla lisergica corte di Timothy Leary. Jurgen Dollase e Jerry Berkers dai Wallanstein, Klaus Schulze, il duo Witthüser & Westrupp e Jork Mierke accorrono in accompagnamento allo svizzero, in una suite in tre parti di folk cosmico, sordida elettronica ed enigmatico rock, su etichetta Kosmichen Kuriere, al suo secondo numero dopo "Seven Up" degli Ash Ra Tempel. Si tratta di un album intriso di misticismo ed estasi, portati ecletticamente in musica per creare una cornice ultraterrena adatta al bellissimo viaggio cosmico del mastro di cerimonie Sergius Golowin, che col suo racconto sospinge l’ascoltatore lontano dalle smanie materialiste del nostro piccolo mondo.
È sempre il santone dell’Lsd Timothy Leary a generare indirettamente un altro album atipico, "Tarot" (1973), opera basata sui dipinti del pittore gitano Walter Wegmuller, dedicati ai tarocchi; dall’opera di Sergius Golowin rimangono Jurgen Dollase, Jerry Berkers e Westrupp, mentre si aggiungono Harald Grosskopft, Hartmund Henke e Manuel Göttsching dagli Ash Ra Tempel, il tecnico Dieter Dienks e Rosi Müller, in un disco molto più potente di quello dello svizzero. Si tratta di due Lp con un totale di 21 brani basati sui rispettivi arcani maggiori: un recitativo tedesco molto enfatico avvolge alcune delle tracce, ergendosi su possenti sfondi mobili di space-rock tra innesti psichedelici e trip blues direttamente dalla copertina lussuosa dipinta dallo stesso Wegmuller, rendendo questo lavoro uno tra i dischi più sorprendenti e visionari del panorama kraut-rock, il prologo perfetto per l’epica galattica dei Cosmic Jokers, con cui Rolf-Ulrich Kaiser entra in scena di persona.

I Cosmic Jokers sono un supergruppo "a tema" che riunisce Manuel Göttsching (Ash Ra Tempel), Klaus Schulze (Tangerine Dream, Ash Ra Tempel), Jürgen Dollase e Harald Grosskopf (Walleinstein) oltre all’onnipresente tecnico del suono Dieter Dierks. Le sessioni ufficiali hanno luogo nei primi mesi del 1973, negli studi quadrifonici di Dierks a Stommeln (Colonia), con un modus operandi molto simile ai trip acidi dei Grateful Dead: nelle intenzioni avrebbero dovuto essere degli spunti per alcuni progetti futuri, ma il lungimirante Kaiser effettua un lavoro di “taglia e cuci” à-la William Burroughs, senza neppure informare i musicisti coinvolti, e mette insieme alcune lunghe suite.
Nel 1974, nel giro di un solo anno, il discografico rilascia ben cinque album per la stessa collana, che nel frattempo aveva cambiato nome da "Kosmische Kuriere" a "Kosmische Musik": il primo atto è "The Cosmic Jokers", probabilmente il lavoro meglio riuscito del conio, capace di bilanciare nelle due lunghe facciate di "Galactic Joke" e "Cosmic Joy" gli impulsi dei diversi musicisti, in una specie di lunghissimo prototipo di "dub music". Il secondo, "Galactic Supermarket" (1974), anch’esso pesantemente criticato al momento della sua uscita, è ancora contraddistinto dalle stesse guerre stellari, mentre le sinfonie allucinogene di "Planeten Sit-In", al contrario degli album precedenti, vengono canalizzate in brani più brevi, legati insieme in un flusso cosmico continuo. Gli ultimi due dischi vedono l’ingresso della fidanzata di Kaiser, Gille Lettmann, osannata come Sternenmädchen ("ragazza delle stelle") in "Sci-Fi Party" e "Gilles Zeitschiff"; proprio in quest’ultimo si narra come Timothy Leary sia riuscito a sfuggire alla Cia e del suo incontro con gli Ash Ra Tempel. A Kaiser non va però bene come a Leary: quando i musicisti si accorgono della pubblicazione del loro materiale, decidono di avviare una pesante causa contro il discografico, che porta alla rapida sparizione del medesimo dalla scena e alla chiusura della sua Ohr.

wallenstein_02Jürgen Dollase e Harald Grosskopf dei Cosmic Jokers scrivono un altro importante capitolo del kraut-rock coi Wallenstein, una delle storiche band dello space/prog-rock tedesco, nata dal loro incontro con il bassista olandese Jerry Berkers e con il chitarrista americano Billi Barone. Nel 1971, dopo aver ultimato le registrazioni del primo Lp sotto nome "Blitzkrieg", vengono a conoscenza di un gruppo inglese omonimo e ripiegano su Wallenstein, noto generale della Guerra dei Trent’anni, intitolando però con il primo nome il loro Lp d’esordio ("Blitzkrieg", 1972). Prodotto dal lungimirante Dieter Dierks, il disco si compone di quattro lunghi brani quasi interamente strumentali: un incantesimo sinfonico con furiose sezioni heavy-rock che perde d’efficacia soltanto quanto subentrano le voci. Il secondo "Mother Universe”"(1972), con l’anziana nonna di Dollase in copertina, viene largamente segnato dai tentativi di Rolf-Ulrich Kaiser di forzare la band verso un sound più canonico, ai limiti del folk.
Un anno più tardi, soprattutto per queste pressioni, Berkers decide di abbandonare i Walleinstein e viene sostituito da Dieter Maier: a questo punto, influenzati dalla recente esperienza coi Cosmic Jokers, Dollase e Grosskopf incidono su disco la loro personale idea di rock cosmico in "Cosmic Century" (1973), un album che contiene tuttavia una serie di brani molto più accostabili al prog-rock sinfonico che alla kosmische musik, specie nei dieci minuti di "Silver Arms". Il successivo "Stories Song & Symphonies" (1975) deraglia quasi sui binari del jazz-rock, ma a uscire di strada sono i Wallenstein, che si separano lo stesso anno, con Barone che torna repentinamente negli Usa.

  • I corrieri solitari: i solisti del kraut-rock
    • Klaus Schulze
    • Günter Schickert
    • Deuter
    • Edgar Froese
    • Holger Czukay
    • Achim Reichel


klaus_schulze_01Klaus Schulze
è stato l'autore dalla carriera solista più importante e prolifica dei musicisti assimilibili al kraut-rock. Dopo le esperienze con Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, Schulze supera gli aspetti psichedelici e lisergici che erano comunque sempre presenti nella prima musica cosmica per volgere lo sguardo in modo deciso verso lo spazio profondo. Se i primi Tangerine Dream e gli Ash Ra Tempel avevano guardato le stelle immaginando viaggi spaziali, Schulze riesce per la prima volta a dare una sensazione quasi percettiva dello spazio profondo. Schulze è il primo a rompere davvero l'oblò dell'astronave in cui i primi corrieri cosmici erano rimasti saldamente intrappolati, buttandosi nudi e privi di tute spaziali nell'oscurità e nel freddo assoluti. Schulze volge lo sguardo in luoghi bui e silenziosi dove non è presente nulla che ricordi le esperienze umane, superando perfino la volta celeste della musica rock.

Nella mia musica non c’è mai stato un riferimento speciale né univoco. All’inizio degli anni Settanta ascoltavo il rock di quel periodo, perché era molto semplice da capire, ma le mie opere non avevano nulla a che vedere con quei suoni. Io stavo sperimentando delle sonorità che tendevano a svelare nuove frontiere dell’arte. A parte le opere di Mozart, di Beethoven, di Schubert, di Bach, di Grieg e di Rossini, per me è realmente difficile ascoltare una musica che non sia la mia. È un riflesso inconscio, che mi allontana dai consumatori abituali che continuano a operare il banale distinguo fra i titoli di breve durata del pop e le opere di lunga durata, identificate nella musica classica.
(Klaus Schulze)

L'obiettivo è quello di creare una musica per la mente, non per il corpo, che ambisce a essere immortale, non l’effimera moda di una breve stagione. Il suo esordio "Irrlicht" (1972) è una monumentale opera per trenta elementi, una sinfonia quadrifonica per orchestra e macchine elettroniche, che resta nella storia come il manifesto stesso della musica cosmica, nonché il suo lavoro più compiuto. La potenza wagneriana delle sue composizioni, per esempio nell’aria di sortita "Satz Ebene", è quasi stordente e mostra una capacità descrittiva mai udita nella musica cosmica. La potenza si disperde per tramutarsi in impotente disperazione nel finale "Exil Sils Maria".
"Cyborg" (1973) si mantiene su ottimi livelli e non sfigura di fronte a un lavoro tanto imponente. Stavolta sono presenti dodici violoncelli, trenta violini, quattro flauti, oltre alla strumentazione elettronica. Vi troviamo quattro suite di venti minuti che si accostano alla glaciale elettronica di "Zeit" dei Tangerine Dream.

Negli anni successivi Schulze continuerà a produrre album di ottimo livello come "Blackdance" (1974) e "Moondawn" (1976), alternandoli ad altri più deludenti come "Body Love" (1977), creando perfino una sua etichetta, la Innovative Communication, e una propria scuola di musica elettronica. Nel 1978 tornerà ad alti livelli col colossale "X" (due ore e trentotto minuti), ribadendo gli aspetti cosmici ma con una struttura maggiormente sinfonica e magniloquente. Il 1979 è la volta di "Dune" con la collaborazione alla voce del leggendario Arthur Brown.
Tuttavia, nel prosieguo di carriera, la quantità dei dischi del maestro elettronico tedesco diventa addirittura esagerata, venendo alimentata, peraltro, da una serie infinita di raccolte e cofanetti autocelebrativi.

Günter Schickert, attivo inizialmente come tecnico del suono e roadie di Klaus Schulze, si dedica dalla metà degli anni Settanta alla sua carriera solista, dopo aver collaborato con l'ex-Ash Ra Tempel in "Home Session" (1975). I suoi primi due album – "Samtvogel" (1975) e "Uberfallig" (1979) – esplorano le esperienze acide del kraut-rock, con particolare attenzione agli effetti eco della chitarra, strumento del quale sperimenta ogni tipo di sonorità, lasciando da parte i sintetizzatori e percorrendo una strada d’avanguardia già tentata da Manuel Göttsching ("Inventions For Electric Guitar”) e, più recentemente, sia da Glenn Branca che dai pionieri della musica industrial.

george_deuter_01Viene spesso dimenticato, quando si parla di kraut-rock, anche il nome di Georg Deuter, che negli anni in cui l'Universo sembrava la meta prediletta di gran parte dei musicisti elettronici, cercava invece di trovare quello stretto spazio che collega la musica orientale con quella occidentale, diventando un pioniere di quella che verrà chiamata new age. Il suo esordio, "D" (1971), contiene chiare influenze raga ("Krishna Eating Fish and Chips"), scherzi cacofonici ("Der Turm/Fluchtpunkt"), ambient con percussioni tribali ("Atlantis"), fino alla complessa suite elettronica "Babylon", che è una tipica sperimentazione elettronica tra Stockhausen, Can e Tangerine Dream.
Il successivo "Aum" (1972) si arricchisce ancor di più di spiritualismo orientale e rappresenta il suo lavoro più compiuto. I suoni ambientali aiutano Deuter a immergerci in un paesaggio, ora marino, ora rupestre. Le percussioni tribali, libere su un delicato tappeto sonoro segnano uno dei momenti più alti dell'album ("Offener Himmel I"), come anche le varie sperimentazioni raga ("Morning Glory", "Phoenix") rappresentano pagine molto originali della scena tedesca e legittimano Deuter come uno dei padri fondatori della musica new age. Successivamente Deuter si trasferisce in India dove approfondirà ancor più gli aspetti orientali e new age, ma allontanandosi ormai in modo definitivo dalla scena del kraut-rock.

Anche Edgar Froese, padre della musica cosmica, è artefice di una carriera solista, vissuta più che altro come pausa tra le svariate pubblicazioni dei Tangerine Dream. Tra i suoi lavori spicca "Aqua" (1974) che continua la strada già intrapresa con "Phaedra" (1974), poi proseguita con "Rubycon" (1975), in particolare nel brano "Panorphelia". Il successivo "Epsilon In Malaysian Pale" (1975) contiene due lunghi brani di circa 16 minuti che accentuano l'aspetto meditativo e intimista, specialmente nella title track, rispetto all'elettronica cosmica e ci offrono un nuovo aspetto della musica di Froese.

Il bassista dei Can, Holger Czukay, è autore di una poco nota carriera solista che ha origine nel lontano 1968, anno della registrazione di "Canaxis 5", pubblicato nel 1969 a nome Technical Space Composer's Crew. Registrato con la collaborazione di Rolf Dammers alla produzione, "Canaxis 5" – oltre a rappresentare il vero esordio di Czukay – è un caso unico all'interno dell scena tedesca di quegli anni. Ci troviamo di fronte a una manipolazione di canti pre-registrati della tradizione vietnamita, modificati e sovrapposti a registrazioni elettroniche che gli conferiscono una potenza evocativa tale da trasformarsi in un grido straziante che richiama le sofferenze del popolo vietnamita durante la lunga guerra nel paese asiatico.

Nella stessa terra di mezzo tra visioni cosmiche e meditazione orientale, troviamo un altro viandante alle prese con uno strano "viaggio verde" ("Die Grune Reise", 1971). Stiamo parlando del factotum Achim Reichel, storico fondatore dei Rattles, la risposta tedesca ai Beatles. Alla fine degli anni Settanta, Reichel torna dal servizio militare completamente cambiato, rilasciando il suo disco d'esordio solista. A leggere i titoli delle tracce, l'album sembrerebbe quasi esser stato concepito come una colonna sonora per un film religioso: più simile alle opere soliste di Manuel Göttsching che alle cosmiche cacofonie degli Amon Duul II, questo canzoniere psichedelico porta tuttavia i segni evidenti dei tempi, seppur molta della musica odierna sia chiaramente debitrice della follia di Reichel.

Eravamo alla ricerca di un nuovo modo di vivere insieme in modo libero e creativo. Conoscevamo il tipo di vita che la società industriale ci proponeva; mangiare, crescere, invecchiare, morire, come delle amebe. Noi volevamo altro.
(John Weinzierl)

Sul fronte anarchico-tribale, gli Amon Düül non trovano eguali per carica e suggestione. Leader e promotore di questa fondamentale band è l’iconico Christoph Carrer, chitarrista, sassofonista, violinista e cantante con una fede cieca nel jazz di John Coltrane e di Ornette Coleman, in scena dalla metà degli anni Sessanta con piccole formazioni in compagnia di Edgar Hoffman e Christian Burchard degli Embryo. Tuttavia, dopo aver visto un concerto di Jimi Hendrix, Chris fa letteralmente a pezzi i suoi dischi e decide di convertirsi al rock, sfruttandone però le svariate interazioni con l’espressività del jazz e la follia psichedelica del periodo hippie.
In una comune politico-artistica di Monaco di Baviera Carrer si allea coi primi compagni e sceglie il nome programmatico di Amon Düül, fondendo nella sigla concetti solari egizi e quelli lunari turchi e sperimentando una musica improvvisata e tribale sullo stile degli inglesi Hapshash & The Coloured Coat. Nell’estate del 1968 Karrer e Rogner si recano infine a Londra, dove incontrano la sibilla luciferina Renate Knaup-Krotenshwanz, che finisce per unirsi alla comune.

In occasione dello storico Festival di Essen del settembre 1968 emergono i primi dissidi, che dividono di fatto il gruppo in due fazioni: la prima, rivoluzionaria e politica, viene guidata da Rainer Brauer e Ulrich Leopold, dal cui raggruppamento emergono anche alcuni personaggi curiosi come i terroristi della "Frazione Armata Rossa", Andreas Baader e Gudrun Ensslin; la seconda, più interessata alle vicende artistiche e musicali, fa invece capo a Chris Karrer e Peter Leopold, e sceglie la carriera rock a tempo pieno.
La storia estemporaneo-discografica della fazione degli Amon Düül I dura a malapena fino al 1971. L’unico risultato musicale è una interminabile seduta in studio di ben 48 ore, i cui nastri rabbiosi e deliranti vengono spalmati su ben quattro album di folk-rock psichedelico imbastardito con la musica tradizionale teutonica e slava: "Psichedelic Underground" (1969), "Collapsing" (1970), "Paradieswarts Düül" (1970), il doppio "Disaster" (1972), con quest’ultimo che sfrutta chiaramente la fama nascente degli Amon Düül II.

Amon Duul IINello schieramento degli Amon Düül II, capeggiato dal polistrumentista Chris Karrer, si raggruppano la cantante Renate Knaup-Krötenschwanz, Falk Rogner (tastiere), Johannes Weinzierl (chitarra), Christian "Shrat" Thierfield (bonghi, violino), l’inglese Dave Anderson (basso), Dieter Serfas (percussioni) e Peter Leopold (batteria). La loro ignoranza tecnica viene bilanciata da una grande spavalderia improvvisativa, che suscita subito l’interesse della Liberty/United Artists.
"Phallus Dei" (1969) nasce così, rivoluzionario sin dall’oltraggioso titolo, brutale nell’impatto sonoro, un trip acido e terrificante spalmato su supporto vinilico, tra improvvisazioni collettive ed esorcismi naif. La rivoluzionaria produzione di Olaf Kubler dietro le quinte garantì inoltre alla band la massima libertà di espressione, con due ospiti d’eccellenza: Christian Burchard (Embryo) e Holger Trutzsch (Popol Vuh).
L’incubo inizia con la primitiva "Kanaan", dove viene recitato il Padre Nostro in greco, con le risate maniacali della Knaup che si riverberano in un’entropia satura di effetti spaziali, scanalature estasianti e dissonanze alla Stockhausen. Il mellotron cerbero che apre la porta a "Dem Guten, Schönen, Wahren" ci fa poi proseguire questo viaggio da incubo tra falsetti spiritati e violini maligni; il trinomio rassicurante del titolo ("la bontà, la bellezza, la verità") cela al suo interno la raccapricciante storia di un pedofilo e della sua esecuzione. In seguito, il satanismo psichedelico di "Luzifers Ghilom" si evolve in diversi macabri passaggi sul canto scat di Chris Karrer, mentre la Menade del kraut-rock, Renate Knaup, evoca poi la notte dell’Inquisizione in "Henriette Krötenschwanz", mettendo al rogo quella che pare una versione stregata di "White Rabbit" dei Jefferson Airplane. I venti minuti della title track coprono infine tutto il secondo lato del disco, in una improvvisazione sardonica e strutturata che si sposta dall’urlante space-rock del preludio ai patemi tribali dell’intermezzo, fino alla parte conclusiva, in cui la voce di Chris combatte col tentacolare violino elettrico come se fosse Ercole con l’Idra di Lerna.
Musicalmente, gli Amon Düül II offrono una sorta di rock psichedelico, una sarabanda demoniaca in gran parte ostacolata da inceppamenti percussivi e da un malato senso dell’umorismo, con un tripudio di parti di chitarra grezze, violini sabbatici e le voci infestate dalla bella Renate Knaup, tutti ingredienti presenti anche nel secondo album "Yeti" (1970), un conturbante doppio Lp con in copertina l’ex-percussionista Wolfgang Krischke – morto di ipotermia dopo essere svenuto in un bosco sotto l’effetto dell’Lsd venendo poi dilaniato dagli animali – in un’allegoria fotografica della Grande Mietritrice.
Se il primo lato viene dominato dai 14 minuti della rappresentativa suite "Soap Shock Rock", diabolicamente in bilico tra Kosmos e Chaos, nel secondo disco live suona le trombe dell’Apocalisse la tortuosa "Sandoz In The Rain", che vede le due formazioni Amon Düül riunite per l’ultima volta: alcuni flauti luciferini affiorano dalla nebbia acustica che dà anima alla traccia, la cui dedica è tutta per la società farmaceutica svizzera che per prima creò l’Lsd.

Nel 1970 Anderson se ne va con gli Hawkwind e gli Amon Düül II perdono un importante tassello: se il suo spirito è ancora presente nel doppio "Tanze Der Lemminge" (1971), in "Carnival In Babylon" (1972), a dispetto del titolo, la danza infernale sembra quasi mettersi a sedere, in un disco di tanto rock e poco caos. Questo quarto album porta a compimento quel che "Tanz Der Lemminge" aveva appena accennato, snellendone ulteriormente la struttura delle canzoni, che si fa sempre più coincisa, e virando verso sonorità più tradizionali: non a caso, è il disco del successo in Gran Bretagna, anche grazie alla battente programmazione radiofonica che John Peel offre a “All The Years Round”.
Ma i membri della band hanno molte divergenze sui futuri sviluppi della loro musica e le tensioni crescono in fase di registrazione: di conseguenza, l’album risente di queste indecisioni, perdendo qualcosa della freschezza e della spontaneità dei lavori precedenti, ma acquistando qualcosa in termini di compattezza, oltre a una certa malinconia di fondo. Tuttavia, sono indubbiamente finiti i tempi dei doppi Lp farciti di improvvisazioni, e le connessioni con i primi due album si possono ormai contare su una mano sola.
Per il primo tour americano del 1972 la band perde nel frattempo altri pezzi importanti, ma con "Wolf City" (1973) rientrano Meid e Rogner, in un altro disco non straordinario ma ancora solido, tenuto insieme dalla splendida "Surrounded By The Stars", nonostante nel resto dei brani sia lampante la perdita di ispirazione.
Nel 1974 "Vive la Trance", l’ultimo per la United Artists, porta infine a compimento un percorso di semplificazione e mercificazione del suono, in balia di una formazione ormai instabile e frequenti concessioni alle mode inglesi del momento. 

Negli anni Settanta, dopo il deludente "Hijack" (1974) e il buon "Made In Germany" (1975), la Knaup va a far parte dei Popol Vuh, lasciando Karrer e Weinzierl da soli e in piena crisi artistica: con "Pyragony X" (1976) e "Almost Alive" (1977) gli Amon Düül II superano la doppia cifra nel loro catalogo discografico, ma si sciolgono poco dopo. Il resto è storia superflua, scandita da qualche tiepida reunion e trascurabili carriere soliste.

agitation_freeMeno longevi degli Amon Düül II, ma dotati della stessa carica tribale e anarchica, gli Agitation Free prendono forma nel 1967 dall’unione di due piccole formazioni beat berlinesi, guidate rispettivamente da Lutz Ulbrich (chitarra) e Micheal Gunther (basso). Inizialmente, sotto la sigla Agitation, si fanno conoscere soprattutto negli ambienti psichedelici, riproponendo i famosi Light Show dei Pink Floyd, assieme al batterista Christopher Franke ma soprattutto al vocalist John L., noto non tanto per le sue discutibili qualità vocali, ma per la sua bizzarra usanza di presentarsi nudo sul palco col pene colorato.
Allontanato lo scomodo cantante, alla fine degli anni Sessanta gli Agitation Free conoscono il maestro artistico e compositore Thomas Kessler, che li spinge verso un free-rock d’ispirazione elettronica ed etnica, in bilico tra jazz e world music. Nel 1971, finalmente la formazione si stabilizza: Burghard Rausch sostituisce Franke (unitosi ai Tangerine Dream), mentre si aggrega al progetto anche l’esperto di musica elettronica Michael Hoenig.

Grazie al finanziamento del Goethe Institute, la band può recarsi in Medio Oriente, rientrando con una serie di nastri registrati coi musicisti locali: il risultato di questa autoctona interazione è "Malesch" (1972) – termine egizio che invita a prendere con filosofia le avversità – un album molto diverso dal resto del rock tedesco contemporaneo, edito dalla Vertigo con vorticosi richiami psichedelici e sequenze elettroniche tenute insieme da una strumentazione etnica, come se i Grateful Dead si fossero trasferiti da Haight-Asbury al Cairo e fossero stati pronti a rapirti in un affollatissimo Suq, tra muezzin al sintetizzatore ("You Play For Us Today", "Pulse"), tempeste di sabbia funk ("Ala Tunk") e danze del ventre psichedeliche ("Sahara City"). Con un secondo chitarrista aggiunto (Stefan Diez), la band finalizza in seguito il camaleontico "2nd" (1973), spostando il baricentro etno-cosmico verso le sonorità elleniche (soprattutto per l’uso dei bouzouki), oltre a includere incubi alla Edgar Allan Poe ("Haunted Island"), psycho-trance per oranti ("Silence Of The Morning Sunrise") e fantasmi di Jerry Garcia ("Laila"). Nel 1974, l’abbandono prematuro di Hoenig segna inesorabilmente le sorti degli Agitation Free.

floh_de_cologneLa trattazione dell’anima più anarchica del kraut-rock non si ferma qui. Non si possono, infatti, ignorare i pur misconosciuti Floh De Cologne, originati da un gruppo teatrale studentesco di Colonia e da subito accostati alla satira rock del Frank Zappa sprezzante censore del malcostume. Guidati dal batterista e cantante Hans-Jorg Frank, unico punto fermo di tutta la loro storia, i Floh de Cologne sono tra i primi a esordire con "Vietnam" (1968), un album provocatorio sin dal titolo, anche se poco accessibile a chi non parla il tedesco. Con un gesto altrettanto polemico, i proventi del disco vengono donati a un'organizzazione a sostegno del popolo vietnamita, mentre la partecipazione alle cinque giornate di Essen contribuisce a diffondere la fama del gruppo, raccogliendo soprattutto il favore del fervente popolo studentesco. Il loro "Fliessbandbabys Beat Show" (1970) è il primo disco in assoluto dell’etichetta Ohr, un repertorio di rock e cabaret che contiene, tra le altre, anche una ironica guida in 19 punti su come darsi alla politica, mentre con il successivo "Rockoper Profitgeier" (1971), stampato su vinile rosso, i Floh De Cologne perfezionano il loro stile: tra teatro e rock, Fugs e Mothers of Invention, puntano il dito verso "gli avvoltoi del profitto" in un disco di sarcastici proclami espressi in titoli come "Der Kapitalismus Stinkt" (il capitalismo puzza) o "Wir Brauchen Keine Millionäre" (non abbiamo bisogno di milionari).
La loro miglior annata è tuttavia il 1973, anno in cui registrano il doppio album live "Lucky Streik" con il geniale tecnico Dieter Derks, seguito dall’oltraggioso "Geyer-Symphonie", un concept-album in tre movimenti sugli affari sporchi del magnate dell’industria e criminale di guerra Friederich Flick (morto nel 1972), in un ambizioso guazzabuglio di satira, blues, jazz, rock e cabaret. Da qui in avanti la loro musica perde in abrasività e carica sovversiva, guadagnando una compattezza quasi progressive: "Mumien" (1974) è un altro concept-album, questa volta sul colpo di stato cileno, ma l’abbandono dell’organista e paroliere Gerd Wollshon dopo "Tilt" (1975) manda in crisi la band, il cui ultimo atto degno di menzione prima dello scioglimento è la folle rilettura di Cappuccetto Rosso di "Rotkäppchen" (1977).

checkpoint_charlieConsiderati come i "rivali" dei Floh De Cologne, i Checkpoint Charlie (dal nome del celebre posto di blocco nel muro di Berlino) sono uno dei gruppi più radicali e meno convenzionali della scena kraut. Formatisi già nel 1967 da Bremner Malte e Walten Werner (chitarra), Heß Werner (batteria), Krebs Joachim (organo), Linder Harald (basso) e Trotha Uwe (voce), esordiscono con il pionieristico "Grüß Gott Mit Hellem Klang" nel 1970. L'album è formato per la maggior parte da un insieme di declamazioni politiche urlate a squarciagola con momenti di esplosioni sonore di rara potenza. La missione artistica dei Checkpoint Charlie sta a metà tra i collettivi anarchici già menzionati del kraut-rock e, almeno in parte, quello che negli Usa avrebbero fatto, appena un anno dopo, i fautori del psych-rock più estremo e tribale; i Cromagnon con il loro unico album "Orgasm", seppur con obiettivi e ambizioni totalmente differenti.

  • Scorci dal cosmo: il kraut-rock mistico 
    • Popol Vuh
    • Kalacakra
    • Yatha Sidhra
    • Between
    • Baba Yaga


popol_vuh_02Quando si parla di aspetti mistico-religiosi, il primo nome che affiora nella mente è certamente quello dei Popol Vuh, i massimi esponenti del kraut-rock più sublimato dal sacro e dalla filosofia orientale. Florian Fricke, già critico e regista cinematografico, è riuscito nell'arco di pochi anni (dal 1971 al 1973) a portare la musica occidentale a livelli tali da legittimare la dichiarazione di Cope che di "Hosianna Mantra" dice: "Non ho mai sentito nulla nel genere". La loro musica è molto distante dall'elettronica sperimentale dei Faust, dai demoniaci Amon Duul o dai monoliti cosmici schulziani. Fricke cerca una via di congiunzione tra le varie culture, filosofie, religioni, orientali e occidentali, cercando di creare una musica che possa contenerle e che non sia di genere o di "parte", sia in grado di parlare all'intero genere umano, di qualsiasi fede, religione, paese di provenienza. Questa idea nasce però successivamente al primo album, lo storico "Affenstunde" (1971), storico in quanto può ritenersi tra i primissimi lavori di musica cosmica mai realizzati, non intendendo in questo modo l'esordio dei Tangerine Dream "Electronic Meditation" (1970) ancora autenticamente cosmico.
"Affenstunde" è interamente elettronico, una sperimentazione che supera quasi del tutto i tratti psichedelici ancora presenti nei primi Tangerine Dream e rivolge il suo sguardo verso il cosmo. L’album viene definito da Fricke come la descrizione del momento in cui "l’essere umano diventa un essere umano e non è più una scimmia": uscito nel 1968, il film di Stanley Kubrick "2001 – Odissea nello spazio" è stato sicuramente un’influenza diretta sull'opera, soprattutto se si considera che, al momento del rilascio della pellicola, Fricke era ancora un critico cinematografico per importanti testate come "Süddeutsche Zeitung" e "Der Spiegel". Questo dato è più che evidente sul secondo lato del disco, dove la title track viaggia attraverso l’entropia primordiale, con il moog che quasi accenna alla colonna sonora dell’ungherese György Ligeti, con il risultato di un finale trascendente ed edificante.

Ma questa non era la vera strada che interessava a Fricke. "In Den Garten Pharaos" (1971), registrato in parte in una chiesa, è il disco della svolta. L’elettronica dei Popol Vuh mostra per la prima volta le vere aspirazioni del leader, che guarda all’Oriente e al misticismo più che agli immensi vuoti dell’universo. La presenza molto più massiccia di percussioni frenetiche crea intense atmosfere tribali, invocanti paesaggi antichissimi. Non a caso Julian Cope descrive quest’album come un trip di Adamo ed Eva, probabilmente anche per l’influenza esercitata su Florian dalla moglie Bettina. Il rumore dell’acqua, la sensazione di trovarsi in uno dei magnifici giardini dei faraoni egizi, il canto funesto di ambigue sacerdotesse, il suono primitivo delle tablas sono tra gli elementi che rendono la fase elettronica dei Popol Vuh molto distante dalle coordinate sonore dei Tangerine Dream o di Klaus Schulze. "In Den Garten Pharaos" è un solenne inno alla natura e a una spiritualità pagana, forse panteista, mentre le religioni occidentali o orientali qui hanno ancora poco a che spartire.

Popol Vuh - Florian FrickeL'aspetto mistico-religioso viene affrontato sempre nello stesso anno con "Hosianna Mantra" (1972) definito dallo stesso Fricke "una messa per il cuore". Lo sciamano tedesco dice addio al cosmo, all'antichità, abbandona ogni velleità elettronica, poco adatta al clima mistico-religioso che vuole ricreare, cambia strumentazione e propone una musica incentrata su pianoforte e strumenti acustici: chitarra elettrica, oboe, clavicembalo e violino. Dopo aver venduto il suo moog a Klaus Schulze, ingaggia anche la soprano giapponese Djong Yun e il giovanissimo chitarrista Conny Veit. L’idea che ha in mente è rivoluzionaria: fondere sonorità religiose culturalmente differenti, creare un clima mistico, contaminare gli strumenti classici con la chitarra elettrica di Veit. Esperimenti del genere erano già stati proposti, ma i risultati erano stati molto più immaturi (per esempio, la "Mass In F Minor" degli Electric Prunes). Dentro troviamo Oriente e Occidente legati in modo inscindibile, classicismo e innovazione, cristianità e induismo, modernità e antichità, strumenti classici e strumenti rock. Tutto quello che sembra opposto qui coincide, perché per Fricke anche nell'apparente diversità ci sono tratti comuni che devono essere esaltati, perché ogni religione ha una cosa in comune: l'amore. "Hosianna Mantra" è davvero un album unico, tanto grandioso e complesso da rendere difficile la prosecuzione sulla stessa strada da parte di altri musicisti.

La storia dei Popol Vuh continua negli anni, pur senza raggiungere tali vertici, con album di tutto rispetto, tra i quali spiccano le collaborazioni con il regista Werner Herzog per le colonne sonore di "Aguirre" (1974), "Coeur De Verre" (1976), "Nosferatu" (1978) - diviso in due album, "Bruder Des Schattens" e "Nosferatu" – e "Fitzcarraldo" (1982). Tra questi, Fricke continua la sua ricerca nei testi sacri con la trilogia "Seligpreisung" (1972), "Einsjager Und Siebenjager" (1973) e "Das Hohelied Salomos" (1974). Con "Letze Tage – Letzge Nächte" (1976), un disco al quale partecipa anche Renate Knaup degli Amon Düül II, l’ispirazione mistica di Fricke pare tuttavia ormai essersi esaurita.

kalacakraL’influenza dei Popol Vuh è enorme anche nelle piccole formazioni del kraut-rock. I Kalacakra, per esempio, sono un duo auto-didatta e multi-strumentista formato da Claus Rauschenbach e Heinz Martin, che dà vita nel 1972 a "Crawling To Lhasa", un album auto-prodotto e rilasciato in sole 1.000 copie, concepito nel loro appartamento in affitto a Duisburg e poi partorito negli studi di Willy Neubauer a Düsseldorf. Il moniker dalla coppia, Kalacakra, si riferisce a una delle principali divinità tantriche del Buddhismo, la cui traduzione è “ruota del tempo” (e appare nel mandala di copertina), mentre la loro allarmante psichedelica raga-rock imprime le sue radici nel folk e nel blues, tra sproloqui orientali, miraggi chitarristici e tecniche di registrazione relativamente lo-fi, strizzando l’occhio alla Third Ear Band ma anche ai Popol Vuh, e prendendo inoltre molta della follia del duo Clark-Hutchinson, come nella ballata negromantica di "Naerby Shiras", che rievoca la catastrofica peste nera.

yatha_sidhraUn’altra mistica "one-shot band" dalla Germania, gli Yatha Sidhra, sforna invece "A Meditation Mass" nel 1974, oggi una rarità discografica. L'ensemble, il cui nome originale era Brontosaurus, si forma allo scadere degli anni Sessanta grazie ai fratelli Rolf (chitarre, sintetizzatore, piano, voce) e Klaus Fichter (percussioni), Peter Elbracht (flauto) e al francese Jean-Michel Boivert (basso), poi sostituito da Matthias Nicolai. Tuttavia, nel 1973 la formazione decide di stravolgere completamente la propria direzione musicale, cambiando anche il proprio nome nel più solenne Yatha Sidhra e iniziando a lavorare alla ieratica suite "A Meditation Mass", suscitando con un’esibizione dal vivo anche l’interesse del prodottore e musicista Achim Reichel (AR & Machines), che sottopone loro un contratto per la rinomata Brain Records. Si tratta di un crescendo di quattro parti olisticamente collegate: un'illuminante suite scorre infatti come un continuum completo dall’inizio alla fine del disco, offrendo una metamorfica combinazione di criptico kraut-rock, musica ambient e sapori orientali.

Lo stesso retrogusto mistico si può ritrovare nei Between, il cui nome programmatico si riferisce al semplice fatto che la musica di Peter Michael Hamel (tastiere, voce), Robert Eliscu (oboe), Roberto Detree (chitarra, arpa), Cotch Black (congas), Duru Omson (flauto, percussioni) e Fabian Arkas (elettronica) si trova "nel mezzo" di un celestiale connubio tra la "musica popolare" e la "musica colta". Il sestetto esordisce con "Einstieg" (1971), annunciando con esso l'orientamento musicale a venire, una mescolanza di diversi fattori acustici ("Song For Two"), musica da camera ("Memories") e sperimentazione ("Flight Of Ideas").
Con i primi due album, "Einstieg" (1971) e "And The Waters Opened" (1973), i Between portano avanti le loro improvvisazioni acustiche, ma i viaggi di Peter Hamel fanno aprire le porte della coscienza e inondano il suono del gruppo di una certa spiritualità cosmogonica, canalizzata in un disco puro contro la superficialità del mondo. Con "Dharana" (1974) siamo davanti a un lavoro che segna un nuovo passo nel lancio della world music: una sacra simbiosi poi raffinata per "Hesse Between Music" (1975), un concept-album, sempre improvvisato, tra recitazione e meditazione. "Contemplation" (1977) e "Silence Beyond Time" (1980) rappresentano poi il canto del cigno dei Between, prima della fervente carriera solista di Peter Michael Hamel sulla scia del minimalismo di Terry Riley.

I Baba Yaga sono la contemplativa creatura del duo composto da Ingo Werner (tastiere) e dall’iraniano Nemat Darman (percussioni, sitar, santur), dal nome di un personaggio dell’immaginario fiabesco russo. Il loro album di debutto "Collage" (1974), registrato negli studi di Dieter Dierks a Colonia, è fondamentalmente un medley di improvvisazioni etniche e trattamenti elettronici, con un risultato altamente esoterico paragonabile a certi atti letterari di Aldous Huxley ("Moksha"). Il secondo album omonimo, rilasciato nello stesso anno dell’esordio, si evolve verso certe tendenze progressive tra Cressida e Greenslade, anche grazie alla collaborazione con gli ospiti Bernd Weidmann (basso, voce), Jürgen Dyrani (chitarra), Winfried Schreiber (chitarra) e Joska Fledermutz (batteria); si tratta di un disco in cui il cambiamento si verifica a pieni polmoni, in un mix aerodinamico di prog-rock e avant-folk, complicato dagli interventi del pianoforte elettrico e del sintetizzatore, oltre che dall’uso massiccio delle percussioni.


KraftwerkPer quanto riguarda il kraut-rock elettronico, i Kraftwerk non avrebbero bisogno di presentazioni, essendo una delle più influenti formazioni della scena tedesca di tutti i tempi. Il primo capitolo della creatura sintetica dei due "music worker" Ralf Hütter e Florian Schneider è un progetto con gli Organisation, materializzatosi in alcuni bozzetti registrati da Conny Plank, che finiscono in un raro e dimenticato Lp ("Tone Float", 1970). Dopo qualche sventurata esibizione, il duo decide però di cambiare registro e allestire i propri studi di registrazione privati, i Kling Klang di Dusseldorf: l’idea di base è quella di rivisitare e commercializzare gli insegnamenti di Karlheinz Stockhausen, applicandoli alla musica rock ed elettronica. Così, dopo un cambio programmatico di sigla (Kraftwerk = centrale elettrica), con l’ausilio del percussionista Klaus Dinger, alla fine del 1970 è pronto il primo Lp omonimo: un album di strumenti acustici filtrati elettronicamente non proprio straordinario, ma che riesce comunque a entrare nella top 10 tedesca. Con l’uscita temporanea di Hütter dalla band, in seguito Schneider prova in tutti i modi a tenere in corsa i Kraftwerk con l’aiuto di Klaus Dinger e Michael Rother e inizia a lavorare al secondo album. Con il ritorno di Ralf, questi ultimi vengono però allontanati dal progetto e vanno a formare i Neu!, mentre Ralf e Florian proseguono nella loro classifica formazione a due, con solo qualche ospite occasionale come contributo esterno.
Alla fine del 1971 "Krafwerk 2" entra a sorpresa ancora nelle classifiche tedesche, nonostante non abbia proprio l’aspetto sonoro di un disco da grande pubblico, ma è con "Ralf Und Florian" (1973) che la klingklangmusik dei Kraftwerk trova la propria naturale direzione in un redditizio tecno-pop, merito anche della celebre copertina in cui il duo appare quasi come una vecchia coppia sposata in un ritratto di famiglia. L’edizione originale vede invece sul retro di copertina il cibernetico duo all’interno dei Kling-Klang, nonostante l’album fosse stato registrato con Conny Plank negli studi di Monaco, Colonia e Düsseldorf, ma i due “music worker”, con l’aiuto del grafico Emil Schult, volevano così rafforzare il concetto di “self-made men”. La direzione del tecno-pop è annunciata anche dai titoli dei brani, divisi tra visioni robotiche ("Elektrisches Roulette") e prodromi di musica techno a progressione algebrica ("Tanzmusik"), dove si può scorgere il senso robotico ed estatico dei futuri Kraftwerk, anche se manca l’elegante malinconia che ha dato poi peso alle loro future composizioni.

Un altro incredibile grande loro successo avviene con il quarto album "Autobahn" (1974), entrato nelle classifiche di mezza Europa. Il tema è quello della monotonia del viaggio in autostrada, dove sul sedile posteriore possiamo sentire i contributi del minimalista Wolfgang Flür, un percussionista di formazione accademica, e Klaus Roeder, che suona la chitarra e il violino come veicolo di texture complementari agli strati elettronici di base forniti da Ralf Hütter e Florian Schneider sui synth e sulle varie tastiere, tra visioni pastorali ("Morgenspaziergang"), radiazioni luminose ("Kometenmelodie") ed elettronica dilatata ("Autobahn"), ponendo sempre in primo piano la dualità tra l’uomo e la macchina, tra i fasti della vecchia Europa e la moderna società industriale, sulla strada del minimalismo di Philip Glass e La Monte Young che deraglia sui nuovi binari pop.

KraftwerkDa qui in avanti la storia dei Kraftwerk è all’insegna del look in giacca e cravatta, con un'abile campagna promozionale fatta di pose robotiche, eleganza altezzosa e un lessico da corso base di elettronica. Con il celebre album "Radio-Activity" (1975) i Kraftwerk sono ufficialmente in quattro, inglobando nel loro nucleo anche il percussionista elettronico Karl Bartos e Wolfgang Flür. "Trans-Europe Express" (1977) sostituisce poi l’autostrada con la ferrovia, ma è ormai chiaro quanto i Kraftwerk abbiano preso una strada molto diversa dal resto del rock contemporaneo tedesco, che tuttavia getterà le basi per tutti i successivi sviluppi delle ibridazioni tra elettronica e popular music. Dopo le visioni robotiche di "The Man Machine" (1978) e quelle cibernetiche di "Computerworld" (1981), negli anni Ottanta l’attività diventa sempre più intermittente. Nel 2009 Florian lascia infine i Kraftwerk nelle mani di Ralf, ufficialmente per stanchezza, sostituito dal video-operatore Stefan Pfaffe.

I tre polistrumentisti Conrad Schnitzler, Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius - prima di diventare i più conosciuti Cluster - formano i Kluster nel 1969. I loro due album – "Klopfzeichen" (1970) e "Zwei-Osterei" (1971) – sono primordiali esperimenti proto-industriali con una genesi perlomeno divertente: a corto di soldi per poter pubblicare l’album, i Kluster fanno infatti ricorso alla sovvenzione di una chiesa cattolica che li paga alla curiosa condizione di poter scrivere i testi. I Kluster accettano, sia per l'assoluto bisogno di soldi, sia per il disinteresse nei confronti dell'aspetto testuale.
E così, il primo Lp del gruppo, "Klopfzeichen", si articola tra frammenti di accordi e declamazioni ecclesiastiche, a costruire un disco talmente strano che la stampa tedesca lo definisce "progressivo, fatto da una chiesa progressiva". Dagli altri nastri della stessa session vengono ricavati i brani di "Zwei-Osterei" (1971), che è fondamentalmente un bizzarro monologo di un predicatore cattolico con sottofondi di avanguardia estrema e ben poco accessibile.
Nel frattempo, Schnitzler si impegna su vari fronti, tra i Tangerine Dream e le prime apparizioni live dei Kluster accanto a Jimi Hendrix. In questo periodo pubblica in edizione privata “Kluster & Eruption”, terzo Lp del gruppo che, di fatto, è un progetto del solo Schnitzler, tanto che Roedelius e Moebius annunciano la scissione.

clusterCambiato il nome in Cluster e assoldato il celebre manipolatore di suoni Conny Plank, il duo esordisce con l'omonimo "Cluster" (1971) che segna l'inizio del passaggio dai suoni ostili e industriali degli inizi a quelli che diventeranno negli anni fondamentali per la genesi della musica ambient e per la crescita della musica elettronica. "Cluster", con i suoi tre brani senza titolo, resta comunque uno degli album più duri e inaccessibili del kraut-rock, in uno stile ancora in fase di sviluppo, anche se ben accolto dalla stampa tedesca dell’epoca, che lo include tra i 10 migliori album dell’anno.
Lasciato Plank al solo ruolo di produttore, la band pubblica il successivo "Cluster II" (1972), che mostra un grande passo in avanti verso la strada del nuovo ambient/ambient drone. I sei minuti iniziali di "Plas" ricordano i primi Suicide e il post-rock cupo dei Labradford, mentre i dodici minuti di "Im Suden", con i suoni aridi e asciutti della chitarra, rimandano alle peggiori nevrosi dei Faust.

Dopo il 1972 i Cluster collaborano con Michael Rother dei Neu! e formano gli Harmonia. A questo punto il duo si trasferisce in un piccolo paesino di campagna, Forst, dove allestisce uno studio di registrazione privato, i cui nastri lì incisi verranno poi meglio rifiniti negli studi di Plank. Dopo la breve esperienza con gli Harmonia, dove più che altro "incontrano" per la prima volta ritmo e melodia, i Cluster tornano con "Zuckerzeit" (1974), smussando gli spigoli grazie anche alla collaborazione con Rother, nelle vesti di coproduttore. I suoni qui appaiono molto più ammorbiditi - "Zuckerzeit" vuol dire "Tempo dello zucchero" - ma pur nel suo più semplice impatto, anche questo album è da segnalare in quanto ancora una volta i Cluster si mostrano avanti rispetto ai loro tempi. Brian Eno ritiene "Zuckerzeit" uno degli album che più lo ha influenzato.
Arricchito il loro armamentario di batteria elettronica e chitarra hawaiana, abbandonate le lugubri sonorità dei primi anni e assunto ormai un tono a metà tra l'ironico e il pastorale, i Cluster sono pronti per nuove strade. Emblematici di questo nuovo corso sono i due brani "Hollywood" e "Caramel", che rendono facile l'accostamento con "Autobahn" (1974) dei Kraftwerk.
Rimasti di nuovo in due, i Cluster con "Sowiesoso" (1976) aprono una nuova svolta verso atmosfere molto più ambient e rilassate, un dato che si evince fin dalla copertina. L'influenza di Rother è ormai evidente e tutto sembra avvicinare i Cluster a Brian Eno. Ecco infatti la loro storica collaborazione, immortalata nell'album “Cluster & Eno” (1976) splendido esempio di ambient ormai libero e maturo. In quest'album suonano anche il bassista dei Can, Holger Czukay, e il compositore d'avanguardia, Asmus Tietchens, alle tastiere.

lilientalLiliental è, infine, il nome del progetto parallelo di Dieter Moebius dei Cluster, alla ricerca di qualcosa di più innovativo in termini di musica elettronica. Moebius invita per l’occasione due illustri membri dei jazzisti Kraan: il bassista Helmut Hattler e il sassofonista Johannes Pappert. A questa inedita band si unisce anche Conny Plank. Lo scopo di questo unicum discografico omonimo, datato 1978, è quello di sofisticare l’atmosfera verso un ambient elettronico che vira verso l’oscurità, avvalendosi di chitarre distorte, percussioni esotiche, conturbanti fiati e splendidi passaggi di sintetizzatori, tra minimalismo meditativo ("Stresemannstrasse") e sperimentazione elettronica ("Adel", "Wattwurm").  Dopo questo episodio, Dieter Moebius e Conny Plank lavoreranno insieme su molti altri album sotto alla sigla Moebius & Plank, mettendo sempre l'accento sulla componente elettronica in due album come “Rastakraut Pasta” (1980) e "Material" (1981), collaborando inoltre con Mani Neumeier dei Guru Guru per "Zero Set" (1983).

  • I palpiti industriali del krautrock - il motorik beat
    • Neu!
      • Dalla scissione dei Neu!
        • Harmonia
        • La Düsseldorf
        • La! Neu?

Era una protesta contro la società dei consumi, ma anche contro i nostri colleghi della scena kraut-rock che avevano un gusto completamente diverso.
(Klaus Dinger)

neuSeparatisi per divergenze, il batterista Klaus Dinger e il chitarrista Michael Rother provenienti dai Kraftwerk, creano un nuovo tipo di suono – il motorik beat – che risulta talmente innovativo al momento della sua creazione e talmente influente per la musica degli anni a venire da poter essere tranquillamente definito rivoluzionario grazie ai ritmi accelerati e alla ossessività industriale. Le pulsazioni martellanti danno in effetti l’impressione di essere prodotte più da una macchina che da un uomo, per questo sono definite motorik beat. Da questo punto di vista i Neu! sono la perfetta colonna sonora di una società industriale che si appresta a diventare post-industriale. Per quanto le influenze con i gruppi storici del kraut siano presenti, i Neu! restano pur sempre un caso a parte. Dinger e Rother non guardano affatto all’universo, la loro musica non può quindi definirsi cosmica in senso stretto, a cominciare dalla loro scelta di una grafica scarna. Guardano al nuovo (Neu), e il nuovo – come ci insegna La Monte Young – non deve essere per forza bello e piacevole, può anche essere orribile, ma proprio in quanto nuovo deve interessarci. Il nuovo è in questo caso il ritmo ossessivo sempre uguale a se stesso, il rumore metallico di un martello pneumatico o di una sega circolare. In loro coesistono due anime: quella di Rother, che traccia una strada di mezzo tra la musica cosmica e la psichedelia precorrendo la musica ambient. L’altra, espressa da Dinger è più dinamica e aggressiva, arrivando addirittura a precorrere la musica punk, in particolare nel loro terzo album.

Il loro esordio – "Neu!" (1972) – viene definito da Julian Cope "di una bellezza a cui non ci si abitua mai". Nei vari brani è possibile riconoscere chiaramente l’esperienza dei Faust, da cui i componenti del gruppo traggono l’interesse per l’industria che aliena, snatura e umilia l’uomo ("Negativeland"), dei Popol Vuh, che sono rintracciabili nei brani più meditativi ("Weinensee" e "In Gluck"), dei Pink Floyd di "A Sacerful Of Secrets" ("Weinensee") con le lunghe scorribande psichedeliche e, infine, della musica cosmica (Tangerine Dream e Klaus Schulze) che viene però modificata e resa ritmica e pulsante. In "Hallogallo" e "Negativeland" – i due brani manifesto dei Neu! – un basso e una batteria formano un tappeto continuo: un ritmo che accelera e rallenta periodicamente viene lacerato (soprattutto in "Negativeland") da una chitarra dura, distorta che apre la strada a trent’anni di rock futuro (Cope li descrive come un mantra pop-rock).

Dopo un esordio tanto potente i Neu! – durante la registrazione di "Neu!2" – si trovano di fronte a un grosso problema: la fine del budget a disposizione della loro etichetta. I nostri sono quindi costretti a trovare, come dice Dinger, "una soluzione pop per un problema pop". Il primo lato dell'Lp è pronto e contiene brani molto più dediti al motorik beat che alla psiche cosmica di "Weinensee". "Für Immer" col suo ritmo motorik inarrestabile è in pratica una rivisitazione di "Hallogallo", "Spitzenqualitat" e "Gedenkminute (Für A + K)" – la prima sempre con un incessante ritmo di batteria e la seconda con le angoscianti campane a morto (quasi da ambient isolazionista) – esplorano territori più oscuri. "Lila Engel" è una splendida e delirante litania proto-punk, nonché uno dei brani fondamentali dei Neu!, uno di quelli che traccia strade ancora sconosciute ai contemporanei. Per completare la seconda facciata dell'Lp, l'idea è quella di accelerare o rallentare i nastri di registrazioni pre-esistenti. Cope dice di essere di fronte a una "presa per il culo" e in effetti non è semplice stabilire se questa fosse la vera versione o se ci si trovasse di fronte a una crisi di ispirazione. Proseguendo si passa dalla onirica “Neuschnee” alla lancinante “Super” con le loro versioni modificate. “Neuschnee” ha solo una versione accelerata (78 giri) mentre “Super” ha anche una versione rallentata (78 e 16 giri).

La doppia anima dei Neu! non riesce a trovare, temporaneamente, una sintesi e i due si separano, formando uno gli Harmonia, l'altro i La Düsseldorf. Bisogna aspettare il 1975 per far ritrovare a Rother e Dinger il gusto compromesso, quello che ha reso leggendari i Neu!. Ecco la pubblicazione di un altro grande album, "Neu! 75”. In sintesi, ripropongono di nuovo un album diviso in due. Stavolta però la divisione è totale; il lato A va al chitarrista Michael Rother, il lato B al batterista Klaus Dinger. Le due facciate sono totalmente differenti. Rother continua con suoni lenti e introspettivi seguendo sulla strada degli Harmonia e dei Cluster, Dinger con il kraut-punk degli La Düsseldorf. Il lato A di Rother è davvero splendido: sono tre brani di cui uno, "Seeland", potrebbe essere il migliore in assoluto dei Neu! insieme a "Negativeland" del primo album. È musica meditativa, un vero viaggio onirico che commuove e lascia sospesi in un trip senza tempo. "Seeland" è una summa delle due anime dei Neu!, che propone l'unione tra il classico ritmo ossessivo, loro marchio di fabbrica, e il piano, creando un insieme di antico e moderno. "Leb' Wohl" abbandona ogni ritmo per una musica ambient che ha come sottofondo il rumore del mare e la voce sussurrata di Rother.
Nel lato B siamo davvero agli antipodi: il suono si fa duro e indigesto, a iniziare proprio dalla voce. Siamo in pieno territorio proto-punk, prima che dei Sex Pistols si avvertisse persino il sentore. L'influenza di "Neu! 75" sul rock futuro è praticamente incalcolabile.
Dopo il 1975 Rother e Dinger si separano per intraprendere strade diverse. Troppo differenti erano le loro ambizioni e le loro personalità. Tornano insieme nel 1986 per il quarto capitolo della loro discografia con "Neu! 86", che è poco più di un’appendice alla loro fantastica carriera.

Come già accennato, dalla scissione delle due anime dei Neu! sono nati gli Harmonia e i La Düsseldorf. Separatosi da Dinger, Rother chiede asilo ai Cluster del duo Moebius e Roedelius, che ritiene adatti alle sue scelte musicali. Così viene a formarsi il trio degli Harmonia, definito da Brian Eno "la più importante rock band di sempre". Il loro esordio "Musik Von Harmonia" (1974) è una riuscita fusione degli stili dei Neu! e dei Cluster. Si va dalla maestosità cosmica di "Sehr Kosmisch", alle cavalcate alla Neu! di "Dino" e "Veterano", dalle placide atmosfere di "Ahoi” alla delirante marcetta elettronica di "Sonnenschein".
Il disco successivo “Deluxe” (1975) non mantiene i livelli dell'esordio, anche se il brano "Monza", che ricorda stranamente i Neu! di Dinger, merita una segnalazione.
Da non perdere la collaborazione degli Harmonia con Brian Eno che si trova nell'album "Tracks And Traces" pubblicato nel 1976 ma che raccoglie registrazioni live del 1974.

la_dsseldorfQuando Michael Rother se ne va con gli Harmonia, Klaus passa definitivamente alla chitarra e confluisce nei La Düsseldorf assieme a suo fratello Thomas (percussioni), a Harald Honietzko (basso) e all’assistente di studio di Conny Plank, oltre che a Hans Lampe (elettronica). Il primo Lp omonimo (1976) rappresenta una naturale evoluzione del suono dei Neu!. Un disco di quattro brani elettro-rock che vogliono rappresentare i diversi aspetti della città di Düsseldorf, modellando artigianalmente le sonorità klingklang dei Kraftwerk ("Silver Cloud") e qualche spolverata dei Velvet Underground ("Düsseldorf").
I La Düsseldorf offrono poi qualche tiepida concessione al kraut-pop in "Viva" (1978), un disco che ottiene un discreto successo di pubblico grazie a due singoli come "Rheinita" e "Cha Cha 2000".
Da questo punto in poi la band di Klaus Dinger imbocca una china discendente: la fama culmina nel terzo e ultimo "Individuellos" (1980), un’opera che però incespica su sonorità molto più melodiche, grazie anche al contributo del pianista Andreas Schell. Proprio dopo il suicidio di quest’ultimo, il gruppo si scioglie. Nel 1985 Dinger riunisce il materiale per il quarto album nel postumo “Neondian”, pubblicandolo a suo nome, mentre anche suo fratello scaglia il suo dardo "solitario" con Für Mich (1982).
Nel 1996 avviene, infine, l’effimera rinascita dei La! Neu?, una sigla che somma le concezioni musicali dei Neu! e dei La Düsseldorf, non aggiungendo però nulla di nuovo alla storia dei due gruppi, entrambi fondamentali nella definizione della cosiddetta Neue Deutsche Welle di inizio anni Ottanta.

  • Allucinazioni acustiche: il folk cosmico
    • Emtidi
    • Dom
    • Witthüser & Westrupp
    • Hölderlin
    • Bröselmaschine


emtidiNel kraut-rock, il folk appare un esempio emblematico di quanto le influenze anglosassoni fossero soltanto marginali, dando vita a un genere inedito, capace di miscelare armonie acustiche e divagazioni elettroniche condotte da strumenti non convenzionali per il rock. Gli Emtidi, in particolare, hanno saputo incarnare alla perfezione questa nuova frontiera del folk. Il duo formato da Maik Hirschfeldt (chitarra, flauto, voce) e dalla canadese Dolly Holmes (tastiere, voce), già collaboratrice della Incredible String Band, era inizialmente ispirato dal folk classico di Donovan e Bob Dylan, tuttavia sviluppa poi uno stile personale e atipico, molto lontano dalle sonorità inglesi. Nel 1970 registra il primo Lp ("Emtidi", 1970), un disco di folk piuttosto canonico, in cui spicca soltanto l’eretica "Space Age", con uno strano finale al sintetizzatore. Il suo curioso stile spinge tuttavia la coppia dal mecenate discografico del kraut-rock Rolf-Ulrich Kaiser, che la manda a registrare nel santuario di Dieter Dierks. Ne scaturisce così il secondo e ultimo album, "Saat" (1972), un inaudito folk con tendenze cosmiche ed elettroniche, con grandi momenti delle tastiere e della voce, in cui l’emblema del cambio di rotta rimane l’idilliaca "Touch The Sun", un paradiso multi-dimensionale di folk elettronico.

Tra i capolavori dimenticati del genere, un nome che spicca è indubbiamente quello del quartetto multi-nazionale dei Dom, i cui membri provengono da tutti gli angoli del vecchio impero austro-ungarico. Il loro unico album "Edge Of Time" (1970) è una disarmante mistura di acid-folk cosmico e space-rock, anche se non manca qualche incursione nell'elettronica e nella drone music. Il leit-motiv dell'album si basa su un bad trip, un viaggio malvagio in grado di alterare le percezioni della mente e quelle del tempo. Un viaggio perlopiù strumentale, scosso stavolta da sussurri e gemiti spettrali. Il disco dei Dom trova molte analogie con gli atti del kraut-rock più sperimentale, sviluppandosi in quattro segmenti lunghi, che in realtà costituiscono un'unica odissea nello spazio senza interruzioni.

witthser__westruppUn altro duo, questa volta di folk cosmico/circense, è quello formato dal chitarrista Bernd "Barnelli" Witthüser (titolare di un piccolo club di Essen e tra i finanziatori del celebre Festival di Essen del 1968) e dal poli-strumentista Walter Westrupp. Il primo Lp dal bizzarro titolo "Lider von Vampiren, Nonnen und Toten" ("Canti di vampiri, suore e morti") è un lavoro semi-serio a nome di Witthüser sulla letteratura vampiresca: un disco di enorme valore collezionistico in quanto uscito nella prima tiratura Ohr con il palloncino allegato. Tuttavia, è con il secondo Lp "Trips und Träume" (1971) che la coppia attira l’interesse del pubblico, spinta soprattutto dal paragone mediatico con l’Incredible String Band: si tratta di un disco folk quasi recitato in tedesco, formato da brani dai titoli tipicamente hippie e da trip psichedelici, in cui spicca l’inno allo spinello di "Nimm Einen Joint, Mein Freund" ("prenditi un joint, amico mio"), ricavato direttamente dal "Don’t Bogart That Joint" dei Fraternity of Man, in seguito figurati nel cast di "Easy Rider". L’irriverente "Der Jesuspliz" (1971), sottotitolato "Musica dal Vangelo", prende poi l’abbrivio da un testo che sostiene legami semiseri tra la Bibbia e la droga, e si caratterizza ancora per la scelta del tedesco recitato, tra momenti di ortodosso folk acustico di "Nehmet Hin und Esset" e i blasfemi tripudi psichedelici di "Beasuch Aus Dem Kosmos”. In "Bauer Plath" (1972) sono invece presenti come ospiti i Wallenstein, virando con questa collaborazione verso un progressive-rock più convenzionale, mentre il doppio "Live '68-'73" (1973) sigilla la storia del duo, uscendo peraltro quando la coppia si era già separata. Alla fine degli anni Settanta, Bernt Witthüser troverà perfino la fama in Italia come Barnelli (l’altra metà di "Otto") nella trasmissione "L’altra domenica" di Renzo Arbore.

holderlinBen più numerosi sono invece gli Hölderlin; una formazione a sei, composta originariamente dalla cantante olandese Nanny DeRuig, dai fratelli polistrumentisti Joaquim e Christian Grumbkow, da Michael Bruchmann (batteria), Peter Gaseberg (basso) e Christoph Noppeney (violino, flauto). Gli Hölderlin sono uno dei primi gruppi prog-folk insieme a Witthüser & Westrupp, i quali hanno prodotto uno dei più sorprendenti esordi del genere, per poi scomparire a causa del fallimento della loro etichetta. Il primo album della band è un omonimo (1972): una miscela bilanciata di rock, jazz e folk, tra madrigali medievali e influenze etniche, il tutto cosparso di un po’ di idealismo hippie ("Wetterbericht") e grandi arrangiamenti progressivi ("Traum"), tra cui spiccano sicuramente le scorribande delle tastiere.
I problemi iniziano quando il loro produttore Rolf-Ulrich Kaiser cerca di forzare la band verso un approccio più "cosmico". Ci vogliono quasi tre anni e molti conflitti giuridici per sbarazzarsi del contratto, ma alla fine sotto il nuovo nome Hoelderlin (in tedesco la pronuncia di "oe" è la stessa della "ö"), la band esce con il secondo Lp omonimo nel 1975, un disco molto più romantico, con potenti echi di King Crimson e Genesis. Nel 1976 gli Hoelderlin pubblicano "Clowns And Clouds", inserendovi molti elementi teatrali e surreali. Un anno dopo, tuttavia, Christian ha un forte crollo mentale, non riuscendo più a combinare il lavoro con la band con la sua vita familiare. Il chitarrista spagnolo Pablo Weeber si unisce quindi agli Hoelderlin, che pubblicano nel 1977 l'album "Rare Birds", ma l’incantesimo si era già esaurito. "New Faces" (1979) e "Fata Morgana" (1981) macchiano infine indelebilmente il sound della band con un rock melodico molto più manieristico. 

brselmaschineUn'altra folk-band del tutto caratteristica è quella dei Bröselmaschine, che viene fondata dal chitarrista e scrittore Peter Bursch, fortemente ispirato dalla musica popolare americana di Bob Dylan, Joan Baez e Joni Mitchell. La prima line-up dei Bröselmachine è del 1968, e include Jenni Schücker (flauto e voce), Willi Kissmer (voce e chitarra), Lutz Ringer (basso) e il poli-strumentista Mike Hellbach. Il primo album omonimo del 1971 si compone di una serie di brani cantati in inglese, esprimendo un folk fortemente impregnato di chitarre blues, influssi orientali, testi eccentrici e sinfonie folcloristiche. Il quintetto si scioglie lo stesso anno dopo la pubblicazione del primo album e il secondo "Bursch" maniene soltanto Bursch e Kissmer dalla formazione originale, ricostruendo sotto al nome di "Peter Bursch Und Die Broselmaschine” una nuova e numerosa line-up, in cui spiccano il percussionista Mani Neumeier (Guru Guru) e il batterista Jan Fride (Kraan).

  • Guerra alla Gran Bretagna - il kraut-prog
    • Xhol Caravan
    • Embryo
    • Grobschnitt
    • Novalis
    • Eloy
    • Mythos


xhol_caravanLontano dalla corte inglese dei Re Cremisi, il progressive nel kraut-rock ha saputo regalare molti momenti interessanti, soprattutto grazie alle numerose contaminazioni etniche e jazz concesse a un genere che, per eclettismo, non ha mai avuto rivali, ma che nel rock sperimentale tedesco trova nuove sinapsi e una dimensione – se possibile – ancora più multiforme. Detto questo, si deve comunque ammettere che se il kraut-folk ha avuto caratteristiche molto peculiari e originali, queste appaiono meno evidenti nel kraut-prog, dove l'influenza della musica d'oltremanica appare, in vari casi, tanto forte da far perdere una delle caratteristiche fondamentali che erano state premesse nell'introduzione, cioè la libertà assoluta rispetto alla "dittatura" anglofona.
Agli albori del kraut-rock, alla metà degli anni Sessanta, gli Xhol Caravan si formano nella città termale di Wiesbaden (in Assia), con il nome Soul Caravan, che lascia trapelare molto sul loro soul-rock d’impostazione americana, con tanto di due sassofonisti (Hansi Fischer e Tim Belbe) e due cantanti (James Rhodes e Ronnie Swinson). Nel 1967 esordiscono su disco con "Get In High" (1967), in un repertorio molto debitore della scena Motown americana.
A questo punto, con il rock psichedelico che si stava diffondendo come un virus sul terreno inglese, la band decide di abbracciare il nuovo credo e cambiare il proprio nome in Xhol Caravan, licenziando i due cantanti e dando vita a una psichedelia sui generis, vivacizzata dall’uso del sax e dai disturbi eclettici propri del progressive-rock. "Electrip" (1969) prende vita tra farneticamenti freak ("Raise Up High"), allucinazioni etniche ("Walla Mashalla") e musica sperimentale à-la Frank Zappa ("Electric Fun Fair"): un documento storico di transizione verso quello che diventerà l’originalissimo kraut-rock.
Per evitare d’esser confusi coi canterburiani Caravan, la band decide in seguito di accorciare la sigla in Xhol, perdendo assieme a parte del suo nome anche il sassofonista Hansi Fischer, che si unisce agli Embryo. Nel 1970, rimasti in quattro, gli Xhol passano alla Ohr per “Hau Ruk”, spostando il loro baricentro verso la libera improvvisazione. L’ultimo "Motherfuckers Gmbh & Co.Kg" (1972) esce con la band ormai in frantumi, rispolverando alcuni vecchi nastri. La copertina rappresenta proprio una scatola di bobine: assieme a quelle, anche la storia degli Xhol Caravan destinata a prendere inesorabilmente polvere in soffitta, assieme a molti altri gruppi dimenticati del kraut-rock.

embryo1Più fortunata l’epica formazione kraut-prog degli Embryo, paragonata dalla stampa tedesca dell’epoca a un biglietto aereo senza destinazione. Una similitudine azzeccatissima per quella che è una delle prime band di world music senza frontiere, osannata perfino da Miles Davis. Caposaldo dell’intera storia del gruppo è il polistrumentista Christian Burchard, che da bambino a Hof incontra per la prima volta il batterista Dieter Serfas, con il quale poi fonda gli Amon Düül II e suona in "Phallus Dei". Il nucleo originale degli Embryo nel primo disco ("Opal", 1970) è abbastanza numeroso e comprende, oltre al vocalist Christian Burchard, Ralph Fischer (basso), Edgar Hofmann (fiati, percussioni), il futuro Ten Years After John Kelly (chitarra), oltre a una numerosa schiera di ospiti tra cui spiccano Robert Detrée (motocello – una specie di violino stridente home-made) e Lothar Meid (basso). Si tratta di un disco non facilmente etichettabile, grazie anche alla combinazione di molti talenti di diversa provenienza, sotto l’humus di un rock con un certo gusto per il free-jazz.
Il resto della carriera è segnato dalla stessa frenesia creativa, frutto di diverse suggestioni: "Embryos Rache" (1971), registrato con una formazione rimaneggiata e senza chitarra, nasce all’insegna dell'etno-jazz ("Revenge") e di isterie freak ("Tabarinman’s Return"), aggregando perfino un proclama antifranchista ("Espana Si, Franco No") che provoca l’annullamento di alcune date spagnole. In "Father Son And Holy Ghosts" (1972) le tastiere scompaiono, in favore dell’inserimento del flautista americano Dave King e del sitarista Sigfried Schwab: ancora una volta i pezzi vengono costruiti su lunghe jam strumentali, sotto l’egida della contaminazione musicale tra Oriente e Occidente, frutto dei frequenti viaggi di Burchard e del suo crescente interesse verso le tradizioni arabe e indiane.

I successivi "Steig Aus (This Is Embryo)" (1973) e "Rocksession" (1973) vengono rilasciati dalla Brain, perdendo in originalità rispetto ai primi album, mentre "We Keep On" (1973) raccoglie alcune registrazioni effettuate con il negasuram (un oboe indiano) dell’americano Charlie Mariano. Giunta a questo punto, la storia degli Embryo si riduce a quella di Christian Burchard e Roman Bunka, di volta in volta accompagnati da vari musicisti, ma frequentemente anche in duo.
Dopo "Surfin" (1975) gli Embryo decidono di fondare la propria etichetta, la April/Schneeball, con l’intento di garantirsi una maggior libertà d’espressione ma, nei risultati, questa scelta si traduce in una discografia più leggera, sotto l’egida del jazz-rock e con qualche contaminazione etno-funk, specie nell’inserimento della cantante anglo-ghanese Maria Archer e del percussionista Trilok Gurtu, che rompono i confini sonori di "Apocalypso" (1977), spingendoli prepotentemente verso l’India.
Durante la sua lunga carriera, Christian Burchard ha suonato insieme a una sessantina di musicisti, provenienti da ogni parte del mondo (persino in un'orchestra afgana).
Nel 1979 la band inizia perfino un tour di nove mesi in autobus per l’India: una vicenda che è stata documentata dal film "Vagabunden Karawane" e nel doppio Lp "Embryo’s Raise", l’ultima prova notevole di questa longeva band, che continuò per decenni a esplorare ogni angolo del mondo, rimaneggiandone le tradizioni all’interno della propria musica.

grobschnittMeno attivi sul fronte discografico rispetto al vasto catalogo degli Embryo, i Grobschnitt sono invece una delle live band più popolari del kraut-rock. Formata da Stefan "Wildschwein" Daneliak (voce e chitarra ritmica), Gerd "Lupo" Kühn (chitarra), Bernhard "Bär" Uhlemann (basso, flauto), Hermann "Quecksilber" Quetting (tastiere), Axel “Felix” Harlos (percussioni) e Joachim "Eroc" Ehrig (batteria, effetti). Nel 1972 esordiscono su Brain con il disco omonimo, sotto la supervisione di Conny Plank, in due brani lunghi e due più brevi, tra melodie recitate in tedesco, arrangiamenti di matrice progressiva ("Sun Trip") e un’ironia pungente nei testi che strizza l’occhio a Frank Zappa.
Un altro disco in bilico tra musica e performance teatrale, il secondo "Ballermann" (1974), un concept-album sul viaggio di Ballermann dal Sahara allo spazio, passato alla storia per le due facciate improvvisate di "Solar Music", che offriranno alla band molte future variazioni concertistiche sul tema. Il successivo "Rockpommel’s Land" (1977) viene accolto dalla stampa dell’epoca come un capolavoro, ed è ancora un concept-album: questa volta inerente un ragazzo annoiato che intraprende un viaggio verso la terra immaginaria del titolo, con tanto di copertina alla Roger Dean dipinta dal misconosciuto tedesco Heinz Dofflein.
Nonostante le ottime recensioni, lo stile dei Gobbschnitt ha però gradualmente perso in abrasività e in "Merry-Go-Round" (1979) la loro musica si è già notevolmente alleggerita, anche se la band rimane in scena per tutti gli anni Ottanta.

novalisPionieri del rock romantico tedesco, anche se fin troppo influenzati dalla musica britannica, i Novalis (nome che deriva – guarda caso – dall’alter-ego di un poeta del primo Romanticismo, Karl Friedrich Von Hardenberg) - si formano nel 1971 ad Amburgo, quando, in cerca di una band, Jürgen Wentzel (voce, chitarra acustica) e Heino Schünzel (basso) inseriscono un annuncio sul giornale, un appello al quale rispondono Lutz Rahn (organo) e Hartwig Biereichel (batteria). Dopo l'uscita di un primo album ("Banished Bridge", 1973) dai romantici riverberi crimsoniani, Wentzel abbandona il gruppo, abdicando al ruolo di vocalist in favore di Heino e lasciando la sua chitarra a Carlo Kerges.
I successivi due dischi, "Novalis" (1975) e "Sommerabend" (1976), mostrano poi lo sviluppo dello stile del gruppo, fortemente calibrato in un mix sinfonico di progressive-rock, musica classica e accenni al folk, iniziando a usare il tedesco nella parte testuale e trovando un carismatico leader nel nuovo vocalist: l’austriaco Fred Mühlböck. Proprio sulla scia della sua potente e inconfondibile voce, si inserisce la stagione migliore dei Novalis con i dischi concettuali di "Brandburg" (1977), "Vielleicht Bist Du Ein Clown?" (1978) e “Flossengel” (1979), quest’ultimo fondamentalmente un concept-album sull’oceano e sulla caccia alle balene.

eloy_01A Hannover, nel 1969, ha invece inizio la storia degli Eloy: nome prelevato dal romanzo di Herbert George Wells "La macchina del tempo", dove gli Eloi – senza y – sono creature gentili e pacifiche che conducono una vita dedita al divertimento. Membro fondatore è il chitarrista Frank Bornemann, che con Eric Schriever (cantante), Helmuth Draht (batteria, flauto), Wolfgang Stöcker (basso) e Manfred Wieczorke (organo) dà vita a una creatura hard-rock, fortemente debitrice del sound inglese. L’esordio con l’album omonimo (1971) non è dei più felici, e porta anzitempo a un divorzio dalla label e a inevitabili contrasti all’interno del gruppo: Frank Bornemann, infatti, non era troppo felice della direzione politica che la band stava intraprendendo, sostenendo che affari di stato e musica non dovessero interagire.
Dopo due anni di pausa, Frank Bornemann si auto-promuove quindi cantante e Fritz Randow sostituisce l’amico Helmuth Draht alla batteria, dopo che questi rimane seriamente ferito in un incidente stradale. Con questa rimaneggiata formazione e un contratto per la Harvest, si definisce anche un nuovo stile: "Inside" (1973) sembra un’opera uscita dalla mente di un’altra band, figlia di un cosmico space-rock progressivo, al crocevia tra i primi Hawkwind e i Pink Floyd di "Meddle". Una combinazione vincente di canzoni prog-sinfoniche ("Land Of Nobody") e qualche bisbetica jam session ("Future City"). La stampa dell’epoca paragona da subito Frank Bornemann a un "Ian Anderson senza flauto" (lo stesso leader avrebbe in seguito affermato di aver voluto imitare il famoso flautista in quel periodo), ma è l’onnipresente organista Wieczorke a dominare il disco coi suoi umori.
Il successivo "Floating" (1974) viene realizzato negli stessi studi in cui gli Scorpions stavano registrando "Fly To The Rainbow" e risente di questa vicinanza anche stilisticamente, componendosi infatti di un hard-rock molto più multiforme, con gli istinti kraut-rock sedati e tenuti sotto controllo a favore di accordi più sviluppati in stile sinfonico. Una maggiore qualità del suono porta, inevitabilmente, a un disco che pur nel generale equilibrio cercato, propende inevitabilmente verso jam spaziali più nitide rispetto all’album precedente.
Nonostante la perdita di originalità, il quarto "Power And The Passion" (1975), concept-album saturo di monologhi parlati, e il quarto "Dawn" (1976), con cui Bornemann ricostituisce il gruppo per la terza volta, spingono gli Eloy in prima linea nel rock tedesco. L’ultimo album interessante rimane "Ocean" (1977), altro concept-album, questa volta sul mito di Atlantide. Successivamente, Bonemann rinnova più volte l’organico ma non lo stile, mentre la fortuna degli Eloy gradualmente si esaurisce.

Vale la pena di ricordare i Mythos, band che darà successivamente vita al gruppo kraut-jazz dei Morpheus. Difficilmente etichettabili, con il loro esordio "Mythos" (1972), hanno segnato uno strano punto di congiunzione tra il prog-rock dei Jethro Tull, influenze della musica raga, sino a momenti heavy-psych molto energici.

  • Improvvisazioni cosmiche - il kraut-jazz
    • Annexus Quam
    • Dzyan
    • Limbus
    • Anima Sound
    • Exmagma
    • Morpheus


Anche se il jazz ha trovato maggior fortuna all’interno della Repubblica Democratica Tedesca, nella Germania dell’Ovest possiamo comunque annoverare alcune formazioni influenzate dal jazz-rock di ispirazione a volte vagamente canterburiana e altre dal free-jazz più estremo, meritevoli d’attenzione.

annexus_quamCominciamo dagli Annexus Quam, un’originalissima kraut-band di jazz-rock sperimentale che nasce nei dintorni di Düsseldorf nel 1967 con il nome Ambition Of Music, per poi ampliare il proprio organico fino a inglobare ben sette musicisti, facendosi conoscere per i suoi vivacissimi live. Nel 1970 la formazione si fissa con i poliedrici Uwe Bick (batteria, percussioni), Jürgen Jonuschies (basso), Werner Hostermann (clarinetto, organo), Peter Werner (chitarra, voce), Hans Kämper (chitarra, trombone), Ove Volquartz (sassofono) e Harald Klemm (flauto), che esordiscono su disco per la Ohr con "Osmose", un album di elettronica psichedelica a sfumature jazz in stile Keith Tippett, con eccentricità sonore offerte come contorno, per non dimenticare la prevalenza degli strumenti a fiato (perlopiù flauto e tromba). In questa opera c’è anche molto dei primissimi Pink Floyd ("Osmose III"). L’epitome dell’intero album rimane, però, la suite che copre tutta la seconda facciata, la tenebrosa "Osmose IV", diciotto minuti di claustrofobica cosmic-fusion.
Dopo questo primo album nato all’insegna della libera improvvisazione, il secondo assume un’aria più equilibrata, grazie soprattutto a una formazione ridotta a cinque elementi e le frequentazioni dei festival jazz. "Beziehungen" (1972) nasce quindi nella luce di un approccio stilistico piuttosto free-jazz, legato all’estro dei singoli componenti e non più sotto l’egida dell’armonia collettiva. Dopo questo album, dei musicisti si perdono le tracce.

dzyanNello stesso anno, inizia a Francoforte sul Meno la storia degli sfortunati Dzyan, con un nome preso da un antico testo tibetano sulla creazione. Inizialmente in formazione a cinque, nel marzo dello stesso anno la band registra il primo disco omonimo edito dalla piccola etichetta Aronda. Un concept-album sulla genesi, che porta in scena una musica jazz-prog di stampo inglese, tra Gentle Giant e King Crimson, con la voce molto "soul" del cantante Jochen Leuschner. Senza riscuotere alcun successo, questa band si sfalda quasi subito, e un nuovo gruppo con lo stesso nome viene formato dal bassista Reinhardt Karwatky, che con Eddie Marron (chitarra e voce) e Peter Ginger (batteria) registra il più innovativo "Time Machine" (1973). Senza la voce di Leuschner, il muro sonoro ha quindi modo di infittirsi e acquisire spessore, tra perizie chitarristiche ("Magika") e granitici sassofoni ("Kabisrain"), in quattro brani di rock psichedelico e jazz-fusion in cui spicca l’impetuosa title track. L’ultimo loro Lp - "Electric Silence” (1975) - si discosta dal rock e prende infine la strada già aperta dalle improvvisazioni della Third Ear Band, con molto sitar, mellotron e invocazioni etno-psichedeliche, spaziando dalla nenia oppiacea di "Khali" fino ai sentieri selvaggi di "The Road Not Taken".

limbusUn’altra piccola leggendaria band della scena tedesca è quella dei Limbus, la cui storia inizia confusamente a Heidelberg nel 1968, con una formazione di cui si conosce molto poco – salvo una certa predisposizione alla libera improvvisazione. Definiti superficialmente dalla critica come "una versione etnica dei Cluster", pubblicano il loro primo album "Cosmic Music Experience" (1969), che esce col titolo "Limbus 3" per richiamare la formazione triangolare dei polistrumentisti: Odysseus Artner, Bernd Henninger, Gerd Kraus. Per il secondo atto, "Mandalas" (1970), si unisce infine a questa formazione poliedrica anche Matthias Knieper, dando vita a un disco di improvvisazioni psico-etniche e capricci esotici. Si tratta di un'opera difficile e molto radicale: i venti minuti di "Plasma" e i dieci di "Dhyana" ben esemplificano lo spirito del quartetto, perso tra divagazioni amelodiche e sproloqui di kazoo, percussioni, fiati, organo ed effetti elettronici – il tutto sempre all’insegna dell’improvvisazione free-jazz.

Il duo formato dalla coppia Paul e Limpe Fuchs e noto col nome Anima Sound dà invece alle stampe nel 1974 "Stürmicher Himmel" per la Ohr: una sorta di avanguardia acustica, atonale e organica, che cerca di fondere il free-jazz più estremo con la musica concreta di Pierre Schaeffer. Dopo gli iniziali muggiti delle vacche, si arriva all’entrata in scena delle percussioni. Cinque soltanto sono i brani, ognuno dei quali può essere suddiviso in altri frammenti che non tolgono continuità a un flusso tanto meditativo quanto allucinogeno, non privo di colpi di scena, in una totale libertà d’espressione già intuibile dal nudo posto in copertina.

exmagmaDal nome simile ai francesi Magma (i "kobaiani" per antonomasia) gli Exmagma si distinguono da qualsiasi altra band kraut-rock per avere creato un jazz-rock assolutamente libero nella forma e nelle strutture. Il batterista Fred Braceful nasce a Detroit, ma vola in Germania con l'esercito degli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta, dove costruisce la band con Thomas Balluff Wolgang (tastiere) e Andy Goldner (basso, chitarra, sax). I loro album - "Exmagma" (1973), "Goldball" (1974) ed "Exmagma 3" (1975) - rimandano a sonorità più assimilabili al jazz-rock canterburiano o agli italiani Area che alla scena kraut.

I Morpheus, originari della regione tedesca della Westfalia, hanno registrato un solo album, "Rabenteuer" (1976). Uniscono l'anima free-jazz di una parte della band con quella più vicina al jazz-rock (dei musicisti provenienti dal gruppo prog-rock con influenze raga dei Mythos). L'album è un ottimo esempio di jazz-rock elegante e perfettamente suonato, ricco di improvvisazioni e divagazioni fusion, molto lontano dal rock tedesco più sperimentale ma non privo di interesse e originalità.

  • Visioni allucinogene: il kraut-rock psichedelico
    • Walpurgis
    • Curly Curve
    • Gila
    • Brainticket


Tantissimo kraut-rock è stato influenzato dalla musica psichedelica americana e britannica: basterebbe ricordare i primi Tangerine Dream o gli Ash Ra Tempel che hanno superato di gran lunga l'influenza iniziale per raggiungere lo status di veri pionieri. I prossimi quattro gruppi, influenzati dallo psych-rock, sono rimasti più fermamente all'interno dei suoi confini, creando una pagina interessante di psichedelia tedesca, pur senza raggiungere le vette dei gruppi maggiori.

walpurgisCominciamo quindi dai Walpurgis, la cui storia è una delle più brevi e originali del kraut-rock: i due chitarristi Jerzy Sokolowski e Ryszard Kalemba fuggono dalla Polonia comunista alla fine degli anni Sessanta, rifugiandosi a Berlino Ovest, dove allestiscono insieme al batterista Manfred Stadelmann un gruppo specializzato in psichedelia americana, con un repertorio costituito da cover dei Grateful Dead e dei Quicksilver Messenger Service. Nel 1972, nonostante i dubbi di Rolf-Ulrich Kaiser, sulla spinta dell'interesse discografico di Frank Oeser, il trio riesce ad approdare alla Ohr, con la quale pubblica il suo unico album: "Queen Of Saba", assieme al flautista George Fruechtenicht e al tastierista Jürgen Dollase (Wallenstein). Sei brani di rumorosa psichedelica d’ispirazione americana, caduta nelle fauci del blues più cosmico ("Daily") e frequenti divagazioni hard-rock ("My Last Illusion").

curly_curveUn’altra delle band psichedeliche di culto all’interno del panorama underground berlinese è quella dei Curly Curve, fondata nella Berlino Ovest del 1968 dal bassista già Tangerine Dream, Kurt Herkenberg, dopo il suo incontro con Hans "Hansi" Wallbaum (batteria), Alex Conti (chitarra), Chris Axel Klöber (tastiere) e Heiner Pudelko (voce). La prima line-up viene tuttavia presto soppiantata dall’inserimento dei nuovi chitarristi e cantanti (Hanno Bruhn e Martin Knaden) nel primo album omonimo del 1973: disco di grintoso blues-rock guidato dalle tastiere e intervallato da brevi momenti elettronici, in otto brani in lingua inglese e dai contorni piuttosto sfumati.
L'album riceve molteplici consensi e quest’incoraggiamento mediatico porta la band a preparare un secondo capitolo discografico. Otto nuovi brani vengono quindi registrati nel 1974 ma, nonostante le buone recensioni, i Curly Curve non sono in grado di ottenere un altro contratto che possa garantirne la pubblicazione, abbandonando il materiale per sette anni. Nel 1981, con un’edizione limitata promossa dal collezionista Kurt Wehrs, vede finalmente la luce il vecchio demo della band, opportunamente intitolato "Forgotten Tapes" e distribuito in sole mille copie. Un po’ alla volta la formazione si sfalda, i vari componenti si dedicano ad altri progetti fino a quando Kurt Herkenberg viene trovato morto in circostanze misteriose nel 1983, anno in cui i Curly Curve chiudono definitivamente i battenti.

gila1Tra i nomi più originali del kraut-rock non ci si può dimenticare dei Gila; formati dal chitarrista Conny Veit (quello di "Hosianna Mantra"), da Daniel Alluno (batteria e percussioni), Fritz Scheyhing (tastiere, mellotron ed effetti elettronici) e Walter Wiederkehr (basso), sono una formazione capace di fondere sorprendenti alchimie rock con nuove sperimentazioni psichedeliche. La loro musica è inquadrabile dentro il grande calderone della psichedelia cosmica che guardava sia ai primi Pink Floyd che agli Ash Ra Tempel, senza però tralasciare mai sonorità più tipicamente acid-rock-blues che ricordano più Jimi Hendrix.
Il loro esordio - "Free Electric Sound” (1971), diviso in sei brani - può intendersi come un lungo trip acido senza soluzione di continuità.
Nel 1972 registrano il loro secondo album "Night Works", che però viene pubblicato solo nel 1999. Il 1973 è l'anno del loro ultimo lavoro, "Bury My Heart At Wounded Knee”, che vede la partecipazione di Florian Fricke dei Popol Vuh e che abbandona le sonorità acid degli inizi per una svolta psych-folk. Il titolo è ripreso dal libro – pubblicato nel 1970 – dello scrittore e storico statunitense Dorris Alexander ‘Dee’ Brown; nelle pagine di questo libro si esponevano senza retorica e pregiudizi il tema e le vicende della conquista dei territori dei coloni bianchi a scapito dei pellerossa. Lo scopo del libro è quello di chiarire una volta per tutte quanto grave e drammatico fosse stato lo sterminio perpetrato ai danni degli indiani d’America, della loro cultura e della saggezza dei loro secolari territori. Tant’è che Wounded Knee è proprio uno dei luoghi in cui si consuma, il 29 dicembre del 1890, un vero e proprio massacro dei pellerossa.

Ascoltare solo una volta al giorno. Il tuo cervello potrebbe danneggiarsi. Hallelujah Records non si assume nessuna responsabilità.
(Note di copertina dell'album “Cottonwoodhill”)

brainticketI Brainticket sono solitamente inseriti nell'ambito del kraut-rock pur essendo di origine belga, anche se la formazione composta da Joel Vandroogenbroeck (organo, tastiere, flauto, voce), Ron Bryer (chitarra), Werni Fröhlich (basso), Cosimo Lampis (batteria), Wolfgang Paap (percussioni, tabla), Dawn Muir (voce) e Hellmuth Kolbe (tastiere ed effetti sonori) è una vera comune aperta a musicisti di varie nazionalità. Resta leggendaria la nota di copertina dell’album d'esordio "Cottonwoodhill" (1971), vero colpo di genio della loro etichetta discografica: "Ascoltare solo una volta al giorno. Il tuo cervello potrebbe danneggiarsi. Hallelujah Records non si assume nessuna responsabilità". A causa di questa frase l'album è stato persino vietato in diversi paesi governati da regimi di destra (Spagna, Portogallo e Grecia). Parliamo di un Lp psichedelico molto originale, parecchio acido, con espliciti riferimenti sessuali, che vede nella suite ripetitiva, divisa in tre parti, "Brainticket part I-II-III" il suo delirante vertice. La loro carriera continua con i successivi "Psychonaut" (1972) e "Celestial Ocean" (1973).

  • Il krautrock dimenticato
    • Sand
    • Epitaph
    • Frumpy
    • Ardo Dombec
    • Thrice Mice
    • Zweinstein
    • Seesselberg
    • Brave New World
    • Association
    • Wolfgang Dauner
    • Os Mundi
    • Out of Focus
    • Sameti
    • Siloah
    • Gäa
    • Satin Whale
    • Necronomicon
    • Electric Sandwich
    • German Oak

Credere che tutti i gruppi teutonici dei primi Settanta suonassero kraut-rock è un errore.
(Julian Cope)

Passando al setaccio il panorama tedesco degli anni Settanta, accanto a formazioni più sintomaticamente kraut-rock troviamo anche una serie di gruppi più manieristicamente votati al rock tradizionale di matrice anglosassone, come i Jane, i Birth Control o gli Scorpions, solo per addurre gli esempi più noti. Per essere equanimi, in quel ginepraio di nomi riconducibili all’essenza anti-conformista e avanguardista del "kraut-rock", abbiamo scelto di stilare un piccolo e marginale elenco che si pone l’obiettivo di riportare alla luce gli album più dimenticati del panorama germanico coevo, quelli che per un motivo o per l’altro non hanno riscosso la stessa fortuna dei loro conterranei, pur manifestando gli stessi fermenti compositivi e ottenendo lo stesso risultato in termini di impatto sonoro e snobismo rispetto ai gusti dei media, molti anni prima che l’etichetta "indie" andasse di moda.

sandIniziamo dai Sand, provenienti dalla piccola città di Bodenwerder (Bassa Sassonia) e formati per mano di Johannes Vester (voce, synth, chitarra) e dei fratelli Ludwig (batteria, organo) e Ulrich Papenberg (basso, percussioni), questi ultimi ispirati inizialmente dai Pink Floyd e dal rock psichedelico inglese. Dopo una breve parentesi concertistica a Colonia, nel 1971 Vester si trasferisce a Berlino per studiare psicologia seguito dai fratelli Papenberg. Proprio in quel periodo, Klaus Schulze stava sviluppando uno speciale processo di registrazione assieme all'ingegnere Manfred Schunke chiamato Artificial Head Stereo Sound, il quale doveva dare l'illusione di un suono proveniente da ogni dove, come il noto dolby surround. Schulze aveva già incontrato il gruppo in un concerto a Colonia e scelse di prenderlo sotto la propria ala protettrice, facendolo registrare nei suoi studi con le sue nuove tecniche, imprimendo la propria impronta cosmica in un disco in bilico tra gli Ash Ra Tempel e i Cosmic Jokers. Nasce così l’unicum discografico dei Sand: "Golem" (1974), un album che però lascia insoddisfatti gli stessi membri del gruppo che se ne sentono violati. La band si scioglie, così, a pochi giorni dopo l’uscita del disco, Vester avvia una breve carriera solista sotto l’infinita insegna di Johannes Vester and His Vester Bester Tester Electric Folk Orchestra.

Altri due gruppi che danno vita a un curioso episodio di progressive teutonico sono gli Epitaph e i Frumpy. Gli Epitaph si formano a Dortmund nel 1969 per mano di Cliff Jackson (voce, chitarra), Bernd Kolbe (basso, mellotron, voce) e Jim McGillivray (batteria). Le prime sessioni per il loro album di debutto omonimo (uscito nel 1971 per la Polydor) vengono registrate in uno studio inglese ma, per ragioni sconosciute, sono state completate ai Windrose Studios di Amburgo, con l’aggiunta di un quarto membro: Klaus Walz (voce). Nel 1972, gli Epitaph partoriscono il loro secondogenito, "Stop Look And Listen", nell’algida Berlino, con cinque tracce stilisticamente simili al loro debutto. Trattasi di un melodico hard-rock/progressive decisamente grintoso, con forti rimandi al blues nella title track.

Ad Amburgo inizia anche la storia dei Frumpy, trio composto da Inga Rumpf (voce), Karl-Heinz Schott (basso) e Carsten Bohn Bandstand (batteria), costituitosi nel 1965 come City Preachers, per poi cambiare sigla e fede musicale nel 1970, quando registra "All Will Be Change" con il fondamentale supporto strumentale del tastierista francese Jean-Jacques Kravetz, il quale introduce elementi classicheggianti all'interno del rock-blues della band.
Il secondo Lp "Frumpy 2" (1972) definisce lo stile del gruppo: uno strano prog-rock in bilico tra jazz, rock e folk, in quattro suite di media lunghezza, con alcuni eccellenti inserti classicheggianti eseguiti sempre dalle tastiere. Alcune divergenze tra i componenti portano in seguito a una momentanea rottura dopo "By The Way" (1972).
L’intera storia dei Frumpy si consuma nel giro di pochi anni e, già dai primi mesi del 1973, Kravetz, Schott e Rumpf costituirono assieme ad altri musicisti una nuova formazione, denominata Atlantis.

ardo_dombec_01Sempre nella fervente Amburgo erano di stanza anche altri due gruppi molto caratteristici. Uno di questi era il quartetto formato da Harald Gleu (chitarra e voce), Helmut Hachmann (sax e flauto), Michael Ufer (basso) e Wolfgang Spillner (batteria) sotto il curioso nome di Ardo Dombec. Il suo stile è fondamentalmente un rock progressivo à-la Colosseum, truccato dalle ampie possibilità cromatiche offerte dal jazz, con la preminenza del sax di Hachmann in quasi tutti i brani, spesso controbilanciati dalla chitarra di Gleu. L’album omonimo viene registrato poco prima dello scioglimento del gruppo nel 1971, per poi essere rilasciato con una copertina-gelato al curioso gusto di "vaniglia, sangue e cactus", in otto "palline" in apparenza altrettanto gustose, ma che sono condite da testi aspri e metaforici, come l’agghiacciante "Supper Time", capace di trasportare in musica la paura endemica degli animali verso gli avvoltoi.

Un altro gruppo amburghese che ci sentiamo di segnalare è quello dei Thrice Mice, un sestetto capitanato dal polistrumentista Wolfgang Buhre, molto influenzato dallo stile di Ian Underwood dei Mothers of Invention nel suo modo di suonare il sax. Il loro album omonimo vede la luce nel 1971 in quattro brani, ognuno dei quali si basa su un proprio tema, sempre sotto l’egida di un progressive-rock plasmato da un infinito carosello di strumenti: il classicismo di "Vivaldi", la filosofia idiosincratica di "Jo Joe", il western-jazz di "Pancy Desiree" (ispirato a un romanzo di Joachim Ringelnatz) e la sinistra sensualità di "Torekov", circa le esperienze di alcuni membri della band con una ragazza finlandese.

zweistein_01I fan più accaniti del kraut-rock già sapranno che uno degli album più ricercati è, senza dubbio, "Trip – Flip Out – Meditation" dei Zweinstein (epiteto che omaggia Einstein), duo formato dalle sorelle Suzanne e Diane Doucet sotto mentite spoglie, che nel 1970 dà vita a un leggendario triplo Lp con un titolo che – stando a quanto si dice – allude alle tre fasi dell’esperienza lisergica. Si tratta di un album che sfugge a ogni catalogazione, snodandosi in oltre cento minuti di suoni inquietanti e collage sonori, musica concreta e sperimentazioni psicotiche, in un’atmosfera atonale e surreale, ben lontana dall’ammiccante singolo promozionale ("I’m a Melody Maker", eseguito con amici) e fomentata anche dalle varie storie che circolano attorno alla sua composizione. Le sorelle compongono l’intero Lp nel corso di quattro mesi tra Monaco e Praga su un registratore portatile a nastro, ultimando gli effetti con il fondamentale aiuto dell’ingegnere Peter Kramper nella città bavarese. Susanne Doucet negli anni precedenti la pubblicazione dell'album aveva iniziato una carriera da popstar di discreto successo; nel 1964 la sua versione tedesca di "Be My Baby" delle Ronettes raggiunge le vette delle classifiche tedesche. L'estremismo dell'album "Trip – Flip Out – Meditation" a un certo punto la preoccupa e non volendo ostacolare la sua carriera con un simile progetto, quando la Philips la contatta per la produzione dell'album, decide di celare il suo nome usando lo pseudonimo di Jacques Dorian.
Negli anni, iniziano a circolare varie leggende metropolitane su "Trip – Flip Out – Meditation", in particolare quella sulla supposta storia d’amore tra Suzanne e il produttore Wolfgang Kretschmar che, innamorato dell’artista, l'avrebbe fatta incidere per la Philips per poi venir licenziato dall'etichetta. Si è invece rivelato fondato il fatto che George Harrison sia stato uno dei primi a ricevere una copia dell’album, consegnatagli a mano direttamente dalle sorelle nella sua tenuta fuori città.

Un altro curioso caso di kraut-rock "in famiglia" è quello dei dimenticatissimi fratelli Seesselberg (Eckart e Wolf); è del 1973 il loro "Synthetik 1", un tetro lavoro di sublimazione elettronica, ostruzione dei sensi e avanguardia intimidatoria, stampato in sole 1.000 copie e capace di plasmare una musica allucinante e implacabile, altrettanto stravagante da raggiungere facilmente le atmosfere claustrofobiche di Conrad Schnitzler e dei Kluster. L'album è composto da nove pezzi, in cui non vi è alcun ritmo ma solo una lunga turbolenza astrale ed elettrica: tutto è imperscrutabile, un luogo oscuro in cui la natura viene letteralmente eterizzata per mezzo del sintetizzatore.

Una realtà altrettanto distopica è quella creata dai Brave New World, gruppo dalla vita molto breve e di stanza ad Amburgo, formato da musicisti tedeschi e irlandesi. Risale al 1972 il loro "Impressions On Reading Aldous Huxley", una sorta di concept-album basato sulle letture de "Il mondo nuovo" del celebre fanta-scrittore. Essendo quasi interamente un album strumentale, il sestetto ha saputo creare un suono eloquente, capace di combinare diversi stili: ne è un fulgido esempio "Alpha Beta Gamma Delta Epsilon... Ford", canzone che anticipa di qualche anno le vicende del futuro rock in opposition.

Sul fronte più propriamente jazz vogliamo invece ricordare in particolare tre nomi. In primis, gli Association, un gruppo multi-nazionale atipico, con una formazione instabile di musicisti tedeschi e olandesi. Questi nel 1970 danno vita a un disco interamente strumentale, "Earwax". La loro musica si aggira come un ladro nei territori del jazz e del rock, rubando un po’ a entrambi, come nell’apertura tortuosa di "Spider" o nel bizzarro free-jazz di "Hit The P. Tit". Molto carismatico è il chitarrista Toto Blanke, che spalma su vinile uno spettacolo unico nel suo stile, ma in copertina affiora il nome del batterista fiammingo Pierre Courbois: è proprio lui il catalizzatore compositivo di questo corrosivo ensemble jazz-rock, le cui folate ritmiche donano alla band un suono particolarmente fragoroso.

Altro nome da evidenziare è quello di Wolfgang Dauner (pianoforte, clavinet, effetti) che, coadiuvato per l’occasione da Eberhard Weber (contrabbasso, violoncello, chitarra) e Fred Braceful (percussioni, voce), dà vita all’intrigante “Output” (1970), in cui si fondono jazz ed elettronica. Il futuro fondatore dell’United Jazz + Rock Ensemble e degli Et Cetera registra un disco carico di provocazione e umorismo, già visibile nell’elettrica e villosa copertina, in una scoppiettante miscela di rock, free-jazz, musica etnica e avanguardia.

Non hanno nulla da invidiare a Dauner in termini di originalità nemmeno gli Os Mundi, un progetto di Udo Arndt (organo, chitarra, voce), Chris Busse (batteria), Dietrich Markgraf (sax) e Andreas Villain (basso) che sfocia nella messa latina del primo album "Latin Mass" (1970), umoristica eucarestia satura di momenti teatrali e fantasmi dei Vanilla Fudge. Il loro secondo album - “43 minuten!” (1972) - risulta più definito, inglobando una line-up che esemplifica il meglio della scena jazz-rock tedesca in un disco molto simile per evocazione agli atti musicali dei vivaci Annexus Quam.

Dall’eclettica Baviera, segnaliamo poi gli Out of Focus di Moran Neumuller (voce e fiati), Hennes Herring (organo Hammond), Remi Dreschler (chitarre) e i fratelli Klaus e Stefan Spöri Wisheu (batteria e basso), che nel 1971, dopo un discreto esordio con "Wake Up" (1970), danno vita a un disco omonimo comparabile in qualche modo ai primi vagiti del progressive britannico, ma che evolve gradualmente verso certe tendenze jazz-rock alla Soft Machine, con forti connotazioni politico-sociali e qualche cenno folk. Si tratta di un album indubbiamente molto passionale, anche se non manca qualche grande momento, come l’alienante litania di "Blue Sunday Morning", una narcotica ballata kraut-folk.

Rimanendo nella Baviera coeva, ricordiamo anche la storia dei Sameti, una band nata da ben due costole degli Amon Düül II (precisamente, quelle di Dieter Serfas e Christian “Shrat” Thiele) assieme a Walter Bratengeier (chitarra) e Klaus Götzner (batteria). Il primo omonimo "Sameti" (1971) vede la luce per la Brain in un infinito trip psichedelico condotto dal lunghissimo brano "Anotherwaytosee Improvisation" con ospiti Robert Eliscu (Popol Vuh, Between) e Jürgen Benz, in un sound chiaramente influenzato dai cerimoniali sabbatici degli Amon Düül II. Nel 1974 il secondo album "Hungry For Love" vira verso un rock decisamente più tradizionale e pone fine all’effimero progetto dei Sameti.

Vicina a quella dei succitati Amon Düül, la breve storia della tribù hippie dei Siloah, che dura appena il tempo di rilasciare due album – "Siloah" (1972) e "Sukram Gurk" (1972). Lavori che, partendo dal folk, attraverso una decisa componente etnica, hanno rappresentato uno dei momenti più gioiosi e leggeri, lontani dall'avanguardia più intellettuale o dal kraut mistico più meditativo.

Anche Günter Schickert figura tra i nomi di culto all'interno del kraut-rock dimenticato. Il suo primo album "Samtvogel" (1974) mostra tutto il talento di un abile manipolatore del suono. Schickert ha saputo plasmare una musica elettronica rudimentale e misteriosa, fatta di echo guitar e melodie alienanti, costruite ciclicamente su densi strati che suonano ancora del tutto unici, fuori dal tempo e da ogni catalogazione.

Amico di Schickert e grande solista del kraut-rock, Klaus Schulze ha lasciato il segno anche come batterista nei Code III, improvvisando un quartetto assieme a Manfred Schunke (elettronica), Apama Chakravarti (harmonium, tambura, voce) e Ed Key (voce, strumenti vari). Il loro unicum discografico "Planet Of Man" (1974) è un oscuro concept-album sulla vita della Terra, formato da tre lunghe tracce che presentano un tripudio di interferenze cacofoniche e virulente vibrazioni sullo sfondo. E' un continuo ululato elettro-acustico, scandito talvolta da voci robotiche e prodotto con la nuova tecnica kunstkopf (testa artificiale), una forma di registrazione pensata per ottimizzare al meglio l'esperienza dell'ascolto in cuffia.

Più sacri – almeno nel nome, evocando la dea greca della terra – i numerosissimi Gäa. Si formano nel 1973, quando Helmut Heisel (chitarra), Peter Bell (basso) e Stefan Dörr (batteria), amici sin dai tempi della scuola, incontrano Günther Lackes (tastiere), Werner Frey (chitarra, voce) e Werner Jungmann (congas). Dopo essersi esibiti in lungo e in largo in una serie di concerti, i Gäa ottengono un contratto discografico dall'etichetta Kerston e nel 1973 si mettono al lavoro per il loro primo album nello studio di Alfred Kersten, in pessime condizioni di registrazione. Da quelle stressanti sessioni emerge tuttavia il loro clamoroso disco di esordio, rilasciato nel 1974 col titolo di "Auf Der Bahn Zum Uranus": una vera rarità per i collezionisti, prima della riedizione in cd del 1992. L'opera rappresenta una splendida pagina del rock tedesco, inglobando importanti elementi psichedelici ("Tanz Mit Dem Mond") e progressivi (“Mutterherd"), con alcune velature cosmiche e frustate hard-rock.

satin_whaleGli stessi ingredienti li possiamo assaporare anche nel rock "cetaceo" (aggettivo riferito al nome scelto dal gruppo) dei Satin Whale da Bonn, formati da Thomas Bruck (basso), Gerald Dellmann (tastiere), Dieter Roesberg (chitarra) e Horst Schoffgen (batteria), una band di hard-rock spaziale a striature jazz, con frequenti cambi di tempo e duelli all’ultimo sangue tra l’organo Hammond e la chitarra elettrica. Il loro primo Lp viene inciso nel 1974 per la Brain, col titolo "Desert Places", in cinque lunghi brani affogati in certe acque pinkfloydiane. Il disco viene praticamente registrato live in studio e la popolarità dei Satin Whale trova la sua apoteosi in un tour di supporto ai Barclay James Harvest nel 1974. In seguito registrano altri cinque dischi mediocri, suonando fino all’inizio degli anni Ottanta, quando il kraut-rock entra in collisione con la Neue Deutsche Welle.

Sempre sul fronte dell’hard-rock più psichedelico, è del 1972 il primo e unico Lp dei Necronomicon, "Tips Zum Selbstmord" ("consigli per il suicidio"), un disco disperatamente cupo, ma allo stesso tempo molto coinvolgente. Provenienti da Aachen, al confine con l’Olanda, furono influenzati fin dal loro nome dall’opera letteraria dello scrittore visionario Howard Phillips Lovecraft. Guidati dai chitarristi e vocalist Walter Sturm e Norbert Breuer, prediligono languide atmosfere dark, chitarre elettriche acide, cori mefistofelici e una granitica sezione ritmica, in un miscuglio di progressive-rock, psichedelia americana e tendenze proto-punk, reso unico anche dalla loro totale estraneità ai compromessi col business discografico. L’album, infatti, è stato autoprodotto e stampato in sole 500 copie.

In quegli stessi anni a Bonn era attiva anche un’altra singolare formazione, quella degli eclettici Electric Sandwich. Formati alla fine del 1969 da un gruppo di quattro studenti: Klaus Lormann (basso), Jorg Ohlert (chitarra, mellotron), Wolf Fabian (basso) e Jochen Carthaus (voce). Il loro primo e unico album omonimo è stato registrato negli studi di Dieter Dierks e poi edito dalla Brain nel 1973, in una baraonda senza fine di improvvisazioni freak, con qualche eccentrico accenno al folk e al blues, oltre ad alcune pericolose scorribande del mellotron (“Material Darkness”) e latenti epigoni del progressive bipolare dei Pavlov’s Dog (“I Want You”).

Dimenticatissimi, infine, anche i German Oak, che nulla però avevano da invidiare alle formazioni più blasonate. Si tratta di una band fondata da una piccola comunità di cinque hippie: Wolfgang Franz Czaika (chitarra), i fratelli Ullrich (percussioni) e Harry Kallweit (basso, voce), Manfred Uhr Warlock (organo) e Norbert Luckas (chitarra, effetti). Tra i deliri dei Magma e quelli dei Guru Guru, il loro primo sforzo vinilico autoprodotto viene pubblicato nel 1972 a Düsseldorf: il disco viene registrato in un bunker per poi essere rilasciato in poche copie con un ritratto stilizzato di un soldato del Reich in copertina, esorcizzando in tal modo la rabbia per la Seconda guerra mondiale verso i propri parenti e genitori. La musica riflette questa bellica kunstlerschuld in modo molto oscuro, detonando in pesanti chitarre distorte e rumori elettronici che riverberano direttamente dal rifugio anti-atomico. 
Con il secondo album "Niebenlungenieg" (1972) siamo ancora dinanzi a un tripudio di improvvisazioni soniche basate sulla "Canzone dei Nibelunghi" che aveva già ispirato Richard Wagner. Chissà, fosse vissuto cent’anni più tardi, magari anche Wagner avrebbe suonato kraut-rock.


Bibliografia

Krautrocksampler. Guida personale alla Grande Musica Cosmica dal 1968 in poi – Julian Cope – 2006 – Fazi
The Prog Side of the Moon.  Suoni e leggende del rock europeo. Anni '70 – Cesare Rizzi – 2010 – Giunti
Solchi Sperimentali, una guida alle musiche altre - Antonello Cresti - Crac Edizioni

Guida alla musica pop – Rolf Ulrich Kaiser – 1975 - Mondadori
La musica rock-progressiva europea – Al Aprile, Luca Mayer – 2009 – Calypso
Il krautrock e la musica cosmica – Enrico Bassi – 1991 – Ed. Musica DiagonaleProg.
Una suite lunga mezzo secolo - Donato Zoppo – 2011 – Arcana
The crack in the cosmic egg. Encyclopedia of Krautrock, Kosmische musik & other progressive, experimental & electronic musics from Germany – 1996 – Steve Freeman, Alan Freeman - Audion
Future Days: Krautrock and the Building of Modern Germany – David Stubbs – 2015 – Melville Pub House
Una Storia della Musica Rock – Piero Scaruffi – 2005
Cosmic Dreams at Play. Guide to German Progressive and Electronic Rock – Dag Erik Asbjornsen –1996 – Borderline Productions
Krautrock: Cosmic Rock and It's Legacy – Nikolaos Kotsopoulos – 2009 – Black Dog Pub Ltd 
Krautrock – The rebirth of Germany – Benjamin Whalley – 2009 – BBC (documentario)


Sitografia 

http://www.maltoni.co.uk/cosmica.html
https://venerato-maestro-oppure.com
http://www.progarchives.com/
https://www.headheritage.co.uk/
http://radiognomeinvisible1.altervista.org
https://lultimathule.wordpress.com/

http://www.scaruffi.com/itmusic.html
http://www.audiocentralmagazine.com/
http://detritidipassaggio.blogspot.com/
http://www.psycanprog.com
http://krautrockgroup.blogspot.it
http://distorsioni-it.blogspot.com/
http://janreetze.blogspot.com
http://doyourealize.it/

http://www.ondarock.it
https://ornitorinconano.com/

Playlist
Discografia consigliata

L’avanguardia kraut


Faust

Faust (1971)
So Far (1972)
The Faust Tapes (1973)
Faust IV (1973)

Can

Monster Movie (1969)
Soundtracks (1970)
Tago Mago (1971)
Ege Bamyasi (1972)
Future Days (1973)
Soon Over Babaluma (1974)
Landed (1975)
Unlimited Edition (1976)
Flow Motion (1976)
Saw Delight (1977)
Out Of Reach (1978)
Can (1979)
Rite Time (1989)

Guru Guru

Ufo (1970)
Hiten (1971)
Kängaru (1972)
Guru Guru (1973)
Don’t Call Us We Call You (1973)
Dance Of The Flames (1974)
Mani Und Seine Freunde (1975)
Tango Fango (1976)

Corrieri cosmici

Tangerine Dream

Electronic Meditation (1970)
Alpha Centauri (1971)
Zeit (1972)
Atem (1973)
Phaedra (1974)
Rubycon (1975)
Ricochet (1975)
Sorcerer (1977)

Ash Ra Tempel

Ash Ra Tempel (1971)
Schwingungen (1972)
Seven Up (1973)
Join Inn (1973)
Starring Rosi (1973)
Inventions For Electric Guitar (1975)
New Age Of Earth (1977)
Blackouts (1977)
Correlations (1979)

Sergius Golowin

Lord Krishna Von Goloka (1973)

Walter Wegmüller

Tarot (1973)

Cosmic Jokers

The Cosmic Jokers (1974)
Galactic Supermarket (1974)
Planeten Sit-In (1974)
Sci-Fi Party (1974)
Gilles Zeitschiff (1974)

Wellenstein

Blitzkrieg (1972)
Mother Universe (1972)
Cosmic Century (1973)
Stories Songs & Symphonies (1975)

I corrieri solitari

Klaus Schulze

Irrlicht (1972)
Cyborg (1973)
Blackdance (1974)
Picture Music (1975)
Timewind (1975)
Moondawn (1976)
Mirage (1977)
X (1978)
Dune (1979)

Günter Schickert 

Samtvogel (1975) 
Uberfallig (1977)

Deuter

D (1971)
Aum (1972)

Edgar Froese

Aqua (1974)
Epsilon In Malaysian Pale (1975)

Achim Reichel

Die Grune Reise (1971)

Il kraut-rock sovversivo

Amon Düül I

Psychedelic Underground (1969)
Collapsing / Singvögel Rückwärts & Co. (1970)
Paradieswärts Düül (1970)
Disaster (1972)

Amon Düül II

Phallus Dei (1969)
Yeti (1970)
Tanz Der Lemminge (1971)
Carnival In Babylon (1972)
Wolf City (1973)
Live In London (1973)
Vive La Trance (1974)
Hijack (1975)
Pyragony X (1976)
Almost Alive (1977)

Agitation Free

Malesch (1972)
2nd (1973)

Floh De Cologne

Vietnam (1968)
Fliessbandbabys Beat-Show (1970)
Rockoper Profitgeier (1971)
Lucky Streik (1972)
Geyer Symphonie (1973)
Mumien (1974)
Tilt (1975)
Rotkäppchen (1977)

Checkpoint Charlie

Grüß Gott Mit Hellem Klang (1970)

Il kraut-rock mistico

Popol Vuh

Affenstunde (1971)
In Der Gärten Pharaos (1972)
Hosianna Mantra (1973)
Seligpreisung (1974)
Einsjäger Und Siebanjäger (1974)
Das Hohelied Salomos (1975)
Aguirre (1975)
Coeur De Verre (1976)
Bruder Des Schattens (1978) 
Nosferatu (1978)
Letzte Tage – Letzte Nächte (1976)
Fitzcarraldo (1982)

Kalacakra

Crawling To Lhasa (1972)

Yatha Sidhra

A Meditation Mass (1974)

Between

Einstieg (1971)
And The Waters Opened (1973)
Dharana (1974)
Hesse Between Music (1975)
Contemplation (1977) 
Silence Beyond Time (1980)

Baba Yaga

Collage (1974)
Baba Yaga (1974)

Il kraut-rock elettronico

Kraktwerk

Kraftwerk (1971)
Krafwerk 2 (1972)
Ralf Und Florian (1973)
Autobahn (1974)
Radioaktivität (1975)
Trans-Europa Express (1977)
Die Mensch Maschine (1978)

Kluster

Klopfzeichen (1970)
Zwei - Osterei (1971)
Eruption (1971)

Cluster

Cluster (1971)
Cluster II (1972)
Zuckerzeit (1974)
Sowiesoso (1976)

Cluster & Eno

Cluster & Eno (1977)
After The Heat (1979)

Liliental 

Liliental (1978)

Moebius & Plank 

Rastakraut Pasta (1980) 
Material (1981)

Il motorik beat

Neu!

Neu! (1972)
Neu! 2 (1973)
Neu! 75 (1975)
Neu! 86 (1976)

Harmonia

Music Von Harmonia (1974)
Harmonia De Luxe (1975)
Tracks And Traces (1976)

La Düsseldorf 

La Düsseldorf (1976)
Viva (1978)
Individuellos (1980)

Klaus Dinger

Neondian (1985)

Thomas Dinger 

Für Mich (1982)

Il kraut-folk cosmico

Emtidi

Emtidi (1970)
Saat (1972)

Dom

The Edge Of Time (1970)

Witthüser & Westrupp

Lieder Von Vampiren, Nonnen Und Toten (1970)
Trips Und Träume (1971)
Der Jesuspilz (1971)
Bauer Pläth (1972)
Live ’68-’73 (1973)

Hölderlin

Hölderlin's Traum (1972)
Hoelderlin (1975)
Clowns And Clouds (1976)
Rare Birds (1977)
New Faces (1979)
Fata Morgana (1981)

Bröselmaschine

Bröselmaschine (1971)
Peter Bursch und Die Bröselmaschine (1976)

Anima Sound

Stürmicher Himmel (1974)

Il kraut-prog

Xhol Caravan

Get In High (1967)
Electrip (1969)
Hau-Ruk (1970)
Motherfuckers Gmbh & Co. Kg (1972)

Embryo

Opal (1970)
Embryo’s Rache (1971)
Father Son And Holy Ghosts (1972)
Stieg Aus (This is Embryo) (1973)
Rocksession (1973)
We Keep On (1973)
Surfin’ (1975)
Apocalypso (1977)

Grobschnitt

Grobschnitt (1972)
Ballerman (1974)
Jumbo (1975)
Rockpommel’s Land (1977)
Merry-Go-Round (1979)

Novalis

Banished Bridge (1973) 
Novalis (1975)
Sommerabend (1976
Brandburg (1977)
Vielleicht Bist Du Ein Clown? (1978) 
Flossengel (1979
Nach Uns Die Flut (1985)

Eloy

Eloy (1971)
Inside (1973)
Floating (1974)
Power And The Passion (1975)
Dawn (1976)
Ocean (1977)

Kraut-jazz

Annexus Quam

Osmose (1970)
Beziehungen (1972)

Dzyan

Dzyan (1972)
Time Machine (1973)
Electric Silence (1975)

Limbus 3

Cosmic Music Experience (1969)

Limbus 4

Mandalas (1970)

Exmagma

Exmagma (1973)
Goldball (1974)

Il kraut-rock psichedelico

Walpurgis

Queen Of Saba (1972)

Curly Curve

Curly Curve (1973)
Forgotten Tapes (1981)

Gila

Free Electric Sound (1971) 
Night Works (1973)
Bury My Heart At Wounded Knee (1973)

Brainticket

Cottonwoodhill (1971)
Psychonaut (1972)
Celestial Ocean (1973)

Il kraut-rock dimenticato

Sand 

Golem (1974)

Epitaph

Epitaph (1971)
Stop Look And Listein (1972)

Frumpy

All Will Be Change (1970)
Frumpy 2 (1972)
By The Way (1972)

Ardo Dombec

Ardo Dombec (1971)

Thrice Mice

Thrice Mice (1971)

Zweinstein

Trip - Flip Out – Meditation (1970)

Seesselberg 

Synthetik 1 (1973)

Brave New World

Impressions On Reading Aldous Huxley (1972)

Association

Earwax (1970)

Wolfgang Dauner 

Output (1970)

Os Mundi

Latin Mass (1970)
43 Minuten (1972)

Out Of Focus

Wake Up (1970)
Out Of Focus (1971)

Sameti

Sameti (1971)
Hungry For Love (1974)

Siloah

Siloah (1972) 
Sukram Gurk (1972)

Günter Schickert 

Samtvogel (1974)

Code III

Planet Of Man (1974)

Gäa

Auf Der Bahn Zum Uranus (1974)

Satin Whale

Desert Places (1974)

Electric Sandwich

Electric Sandwich (1973)

Necronomicon

Tips Zum Selbstmord (1972)

German Oak

German Oak (1972)
Niebenlungenieg (1972)

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