Grateful Dead

Grateful Dead

Verso il sole e oltre

di Alberto Leone

Maestri della scena psichedelica di San Francisco che infiammò i 60, i Grateful Dead hanno saputo travalicare l'angusta mitologia della "Summer of Love" per costruirsi un piedistallo senza tempo nella "Hall Of Fame" del sogno americano. Storia di Jerry Garcia e della sua "grande famiglia"
La medaglia d’oro nella categoria storia del rock assegnata ai Grateful Dead ha impressi sulle due facce un inquietante fungo allucinogeno e una sgargiante rosa rossa; simboli dissonanti della fase dei trip lisergici in epoca flower power e delle fragranze country folk dei primi anni 70. I Dead hanno saputo travalicare l’angusta mitologia della “Summer of Love” (che lasciò sul campo numerose vittime, reali e metaforiche, dei propri assiomi culturali e musicali) per costruirsi un piedistallo senza tempo nella “Hall of Fame” del grande sogno americano. Dalle interminabili trance sonore immortalate nella tempesta inestinguibile di Live Dead alle dolcezze acustiche di American Beauty c’è un abisso epocale; un’eternità colmata solo grazie all’immenso talento artistico della grande famiglia di Haight Ashbury.

Dall’“erba blu”… agli acidi

È qui, in questo quartiere di San Francisco oggi ridotto a latrina degli “hobos” che, nella seconda metà dei Sixties, sedimenta il nucleo storico dei Dead. Ma la vicenda aveva già avuto inizio qualche anno prima, nel 1963, con l’immaginifico nome di Mother McCree's Uptown Jug Champions, a identificare un tradizionalissimo combo bluegrass (esperienza fondamentale, come vedremo, per la seconda fase della carriera dei nostri beniamini) composto da Jerome John "Jerry" Garcia (1942, San Francisco - 1995, Forest Knolls; chitarra, banjo e voce), Ron "Pigpen" McKernan (1945, San Bruno - 1973 San Francisco; tastiere, armonica e voce) e Robert Hall "Bob" Weir (1947, San Francisco; chitarra e voce).
Quando, nel 1965, si uniscono il batterista Bill Kreutzmann (1946, Palo Alto) e il bassista Philip Chapman "Phil" Lesh (1940, Berkeley), viene dato un taglio netto al nome, che diviene semplicemente Warlocks e una passata di vernice alle sonorità rurali, in favore delle ritmiche più sostenute della British invasion e dell’elettricità del nuovo blues.
Per un breve periodo si esibiscono a Palo Alto, poi sono costretti a cambiare nuovamente il nome perché già adottato da un'altra band che, da lì a poco, lo abbandonerà a sua volta per chiamarsi… Velvet Underground.

Trasferita la base nel cuore del regno hippie, al numero 710 di Ashbury Street (che diviene una comune con pasti gratis, alloggio, musica e cure mediche per tutti ), il “Morto Riconoscente” (un riferimento esoterico dell’antico Egitto rintracciato per caso in un libro) assume il suo originale e multiforme aspetto sonoro, con Garcia e Weir provenienti dalla scena folk, la formazione classica e le conoscenze di elettronica di Lesh, l’amore per il blues di McKernan e il background jazzistico di Kreutzmann. Il tutto messo a macerare nell’acido dell’Lsd, grazie anche all’opera di Ken Kesey (che fin dagli anni 50 aveva sperimentato gli effetti delle nuove droghe sintetiche), il quale diventa promotore dei primi eventi psichedelici, in cui i Dead furoreggiano. Nella dimensione live le composizioni si ramificano in lunghissime improvvisazioni sull’esempio delle jam jazzistiche; voli pindarici sulle ali damascate di unicorni volanti cavalcati con maestria da “Captain Trip” Garcia.
Altra influenza fondamentale del periodo è quella del poeta e cantante Robert Hunter, anch’egli precursore degli acid test, che diviene il paroliere della band. La grande famiglia annovera, tra i suoi ranghi, anche il grafico Rick Griffin e il chimico-tecnico del suono Owsley Stanley.

Nel 1967, insieme ai Jefferson Airplane (ubicati dall’altra parte della città del Golden Gate, al 2400 di Fulton Street) i Grateful Dead sono il gruppo di punta dell’estate dell’amore californiana. A differenza del gruppo di Balin, Slick e Kaukonen, tuttavia, Garcia e compagni non hanno alcun interesse politico e la loro proposta musicale ha un approccio prettamente intellettuale che si manifesta nella estrema raffinatezza e complessità delle composizioni. Questo, da un lato costituirà un ostacolo al raggiungimento di un successo esteso oltre i limiti dello zoccolo duro dei “deadheads” (i fan nudi e crudi della prima ora, veri e propri seguaci settari, con regole e un codice comportamentale ben definiti), dall’altro permetterà loro di affrontare cambiamenti epocali lungo tre decenni, riuscendo sempre a rimanere sulla cresta dell’onda artistica, pur con alcune inevitabili cadute di tono.

La Warner Bros non esita a sfruttare il momento magico, dando loro l’opportunità dell’esordio su disco. Ma l’omonimo album Grateful Dead, quasi interamente composto da cover e realizzato in soli tre giorni, non riesce minimamente a restituire il devastante impatto live del gruppo. Mancano ancora un paio di pedine per fare il botto. Alla fine dello stesso anno, a definire il sestetto storico dei Dead arriva così il batterista e percussionista Mickey Hart (Michael Steven Hartman) (1943, Brooklyn), già istruttore di Kreutzmann, che, con la sua eccentricità rivoluziona le ritmiche; successivamente, si unisce il pianista/tastierista Tom Costanten (1944, Long Branch), allievo di Berio, Stockhausen e Boulez, che introduce una vena sperimentale nei sintetizzatori.

Inno al sole

Grateful Dead at Ashbury Street, San FranciscoPer Anthem Of The Sun del 1968 i Dead uniscono composizioni in studio finemente elaborate (frutto di oltre sei mesi di lavoro) a estratti live, creando un disorientante effetto ibrido. Il sound è pieno, corposo, mentre lo sviluppo dei brani prende spunto dal country e dal blues per rarefarsi nell’esplorazione psichica dei recessi profondi dell’animo umano.
L’apporto di Constanten si fa notare, con il prepared piano mutuato da John Cage, nell’agghiacciante orgia rumoristica finale (“We Leave The Castle”) di una delle due lunghe suite, “That's For The Other One”, che inizia con la delicata ballata rurale “Cryptical Envelopment” per proseguire con la magmatica “Quadlibet For Tender Feet” e la devastante “The Faster We Go”.
Hart e Kreuzmann si collocano agli antipodi stilistici nel volteggiare/pestare sulla batteria, ottenendo quell’incastro di sonorità percussive che sarà definito "total annihilation"; ma è l'intero parco strumentale (con tanto di clavicembalo, tromba, timpani, gong, campanelli, celeste) a essere utilizzato con prospettive avanguardistiche fino ad allora estranee alla musica rock.
“New Potato Caboose” è forse il brano migliore del lotto, grazie al duetto conclusivo chitarra/organo che fa implodere la languida atmosfera avventistica solleticata dal vibrafono di Pigpen. “Alligator”(il primo testo vergato da Robert Hunter) ha un approccio cameristico che tracima in una trance sottratta alle popolazioni dell’Africa centrale. L’estremismo sonoro di “Caution” assembla grida, versi animaleschi, rumori e dissonanze nell’alveo di un traccia di organo che discende verso l’abisso dell’ignoto.

Aoxomoxoa (1969) riesce finalmente a condensare l’energia del gruppo, sintetizzandone le potenzialità in una serie di brani più strutturati, che diverranno poi classici del repertorio. Il magma sonoro ribollente dell’improvvisazione si solidifica e le ritmiche assumono linee più ortodosse. La personalità dei componenti si fonde in uno stile ben definito, rispecchiato anche nella copertina disegnata da Griffin e nel palindromo scelto come misterioso titolo dell'album. Trattasi, indiscutibilmente, di rock acido. In origine, l’album avrebbe dovuto chiamarsi (meno enigmaticamente) “Earthquake Country” e forse il fascino di quest’opera avrebbe perso qualche punto.
L’ossimoro musicale tra basi tradizionali e arrangiamenti eccentrici produce singolari, ma poetiche ballate come “Mountains Of The Moon” (un fantascientifico viaggio tra le dune polverose del nostro satellite, che inaspettati tocchi di clavicembalo catapultano in un medioevo misterioso e oscuro) e perle psichedeliche incastonate dai testi poetici e visionari di Hunter, come “St. Stephen”, che mescola soul e grintose schitarrate rock blues. “Dupree’s Diamond Blues” è un ironico omaggio ai ragtime di inizio secolo, mentre “Doin That Rag” ci regala un’interpretazione vocale intensa degna di Robbie Robertson. Le distorsioni vocali della breve serenata “Rosemary”, accompagnata da una romantica chitarra acustica, instillano una sottile inquietudine. “Cosmic Charlie” si lascia cullare dall’ insistito tintinnio di Garcia ripreso dalla tradizione hawaiana.
Ultimo lascito dell’originaria bulimia sonora dei primi Dead è “What's Become Of The Baby”, un rosario dei propri incubi interiori. Nessuna strumentazione, ma rumori lontani e respiri soffusi. È questo il suono del vuoto?

L’humus naturale dei Grateful Dead resta, tuttavia, il palco, dal quale inondano il pubblico con versioni infinite dei loro classici. Il loro vero capolavoro (acclamato tra i migliori dischi dal vivo di tutti i tempi), dunque, non può che arrivare da lì.
Alla fine del 1969, mentre gli Airplane danno alle stampe l’altrettanto epocale Volunteers, vengono pubblicate, in un album doppio intitolato Live Dead (che anni dopo con l’avvento del cd diverrà un’ininterrotta, visionaria cavalcata) le registrazioni di alcune esibizioni (all'Avalon Ballroom e al Fillmore West di San Francisco, rispettivamente il 26 gennaio e il 27 febbraio 1969). I sette brani sono creature tentacolari che si avvitano su se stesse per poi distendersi verso un oscuro infinito e avvolgere l’ascoltatore nelle loro spire mortifere.
"Saint Stephen" viene trasmutata in un’orgia fiabesca, mentre "The Eleven" è dapprima giocata tra le fantasie latine di Garcia e le contrapposizioni percussive di Hart e Kreutzmann per poi fondersi nelle corde della solista di Captain Trip, che gonfia le vele di un estatico assolo senza pause. Poi due standard blues stravolti: “Turn On Your Love Light”, un maelstrom percussivo che rievoca ancora etnie africane, e la tetra "Death Don't Have No Mercy" (a firma rev. Gary Davis), in cui la lentezza raggiunge quasi uno stato solido, dove ogni voce e ogni strumento sono passi verso l'abbraccio fatale della rassegnazione.
“Feedback” è la vetta della ricerca sonora di Garcia e Constanten; un elogio della distorsione, un incubo di menti malate in viaggio verso i confini dell’universo. Infine, così come diverrà consuetudine nei concerti, il disco termina con il brevissimo traditional "And We Bid You Goodnight", un sospiro che riporta la leggerezza nelle menti e nei cuori, compensando la mancanza di ossigeno patita sulle vette supreme dell’ignoto.
Su tutto, però, si ergono solennemente i ventitré minuti di “Dark Star” (composta nel 1967 e uscita nel 1968 come singolo) che occupano l’intera prima facciata. La “Stella Oscura” è un’epifania biblica, un’apparizione epocale che concilia miticamente gli opposti. Yin e yang, caldo e freddo, materialità e spiritualità, riflessioni interiori e deliri cosmici. Siamo ai bordi di un buco nero che contiene il tutto e il nulla, sulla soglia di un baratro in cui la luce più accecante diviene il buio della non esistenza. Infine… l’apoteosi… la fuga solitaria della chitarra liquida di Jerry Garcia che ricama frattali sonori incrociando e deviando i fraseggi atonali di Weir e le corde melmose di Lesh, fino a spingersi laddove nessuno avrà mai più il coraggio di osare. Un’astronave lanciata alla velocità della luce verso universi paralleli. Il brano live per antonomasia e il timbro sul passaporto dei Dead per il definitivo volo nella leggenda.

L’epicità della dimensione live dovrebbe cementificarsi con la partecipazione ai maggiori festival del periodo, ma il fato dispettoso gioca parecchi scherzi ai re indiscussi delle platee. Al festival di Woodstock la loro esibizione è compromessa da un violento temporale e risulta deludente, tanto che il gruppo decide di non apparire né sul disco né nel film, mentre a Monterey subiscono un’umiliante sconfitta casalinga, oscurati dal leggendario show incendiario di Jimi Hendrix. Una piccola rivincita arriverà solamente nel 1973, quando suoneranno insieme a The Allman Brothers Band e The Band davanti a un pubblico record di circa 600.000 persone al Summer Jam di Watkins Glen.

Ritorno alle origini

Con la fine dei Sixties si assiste al crepuscolo dell’epoca dei grandi raduni musicali e dei viaggi lisergici. Marty Balin abbandona i Jefferson Airplane e il clima da ritirata della Bay Area coinvolge anche i Grateful Dead.
Così il gruppo vira il timone di 180 gradi. Come spiegherà Hart: "Abbiamo abbandonato la nostra stazione lunare per mettere i piedi sulla terra". Questo mutamento corrisponde anche a un trasferimento della base da Haight-Asbury al ranch dello stesso Hart, in aperta campagna, che diviene un punto d'incontro per molti artisti dell'epoca, tra cui Crosby, Stills & Nash e i New Riders of the Purple Sage. Estromesso l’eccentrico Constanten, Garcia, temporaneamente libero dagli eccessi, si abbandona a languidi fraseggi sulla sua slide guitar nuova di zecca.

Grateful  Dead - Jerry GarciaNel maggio del 1970 Workingman's Dead segna il deciso passaggio al country-folk, ma l’avvisaglia era già stata lanciata qualche tempo prima, con la cover a sorpresa in concerto di "Workingman's Blues" di Merle Haggard.
Al tempo la vecchia America del 19° secolo ha già in Robbie Robertson e nella sua band eccezionali cantori sulla costa Est e anche i Byrds hanno sorpreso tutti con la purezza country di “Sweetheart Of The Rodeo”.
I Dead, tuttavia, fanno ancora un passo in avanti in termini di rinnovamento nel solco della tradizione, scattando una serie di fotografie in bianco e nero (rivelatrice la copertina d’epoca) estremamente omogenee nel riprodurre fedelmente atmosfere perdute e tecnicamente eccelse nella ricerca di sonorità avvolgenti. I brani si trascinano con abbandono alla quiete dopo la tempesta sonora degli anni passati. Ma la quiete è solo apparente, perché i Dead continuano a graffiare con i loro strumenti affilati.
Garcia e Hunter stupiscono ora non più con tappeti volanti alimentati a Lsd, ma con avventurosi viaggi in diligenza tra la polvere rossa della Monument Valley. Le tematiche sono quelle classiche del Far West: pistoleri e saloon, bari e bordelli sfiorati dai treni che attraversano gli sterminati deserti occidentali.
L’afflato angelico di “Uncle John's Band”, in apertura di disco, è un triplo salto mortale da punteggio massimo, che rappresenta la sfida riuscita da parte di una band capace di evadere da Alcatraz, ovvero rompere le catene di un preciso e limitato contesto storico-sociale (la San Francisco dei figli dei fiori) per guadagnarsi la ricompensa dell’immortalità musicale oltre i generi. La melodia prende il sopravvento sulla ricerca sonora e il vecchio Buck Owens (il cui chitarrista, Don Rich, è riconosciuto come una delle principali influenze su Garcia) fa capolino tra le corde impregnate di whisky e tabacco di Captain Trip. “Dire Wolf”, “Black Peter”, “Casey Jones” si ergono allo status di nuovi classici della band (in particolare l’ultima, ispirata dalla storia di un guidatore di treni morto nel riuscito tentativo di salvare i suoi passeggeri dallo schianto con un altro treno, sarà protagonista in concerto oltre 300 volte) mentre Pigpen è il principale artefice delle ruvidezze di “New Speedway Boogie”.

Nello stesso anno, a novembre, producono American Beauty, il cui titolo si riferisce a una nota varietà di rosa, raffigurata in copertina da Alton Kelley e Stanley Mouse. Ecco l’altra faccia della medaglia.
Per quanto l’ispirazione di base sia analoga a quella del disco precedente, il suono si fa più compatto e radiofonico (e infatti per la prima volta alcuni pezzi viaggeranno con successo nell’etere) e beneficia dell’apporto in fase di composizione degli altri membri del gruppo. È di Weir la luminosa “Sugar Magnolia”, col supporto continuo di Garcia in sottofondo, mentre Lesh è responsabile degli echi west coast di “Box Of Rain”. Hunter, autore di tutti i testi, si integra a meraviglia con Garcia nelle delicatezze di “Friend Of The Devil” e nell’incanto sonoro di “Ripple” (in entrambe al mandolino c'è David Grisman). In evidenza anche “Candyman”, dall’andamento morbido e guardingo tipico, che rievoca addirittura i sognanti Fifties. “Operator” ha un andamento ritmico sostenuto in odore di Creedence Clearwater Revival. Ritmo che cresce ancora nel finale con “Truckin'”, un boogie a pieno organico che smitizza l’epopea “on the road” . In studio sono presenti i New Riders Of The Purple Sage al completo.

Sono questi due album che, nonostante tutto, ottengono il successo nelle classifiche di vendita, al prezzo della delusione di una fetta dei fan di lunga data. Nonostante il giudizio negativo di parte della critica sul loro valore artistico, è comunque innegabile la loro fondamentale rilevanza (insieme alle opere di Flying Burrito Brothers, Gene Clark, Gram Parsons) ai fini dello sviluppo, negli anni 90, della corrente definita “alternative country” o “Americana”.

Velleità solistiche, sbandamenti stilistici e manie di grandeur

Nei primi anni 70 tutti i musicisti del gruppo si orientano verso l’attività solistica. Tra le opere pubblicate, Garcia (gennaio 1972) contiene i pezzi di qualità migliore, che entrano a far parte anche del repertorio live della band ("Bird Song", "Sugaree", "Loser", "To Lay Me Down").

Nel febbraio del 1971 abbandona una pedina fondamentale quale Mickey Hart. Ufficialmente per intraprendere una propria ricerca musicale, ma in realtà scosso dall’inconsulto gesto del padre Lenny, "cassiere" del gruppo, che fugge portandosi via gran parte dei fondi da lui amministrati.
L'attività live partorisce, comunque, senza fatica, dieci facciate di grande qualità.
Il doppio Grateful Dead (ottobre 1971, noto anche come “Skull And Roses” e originariamente intitolato “Skull Fuck” ma censurato dalla casa discografica) affianca validissimi originali, come l’ipnotica “Wharf Rat” e “Bertha”, uno dei migliori brani di Garcia, a cover di Merle Haggard e Kris Kristofferson (la jopliniana “Me & Bobby McGee”).

Europe '72 (novembre 1972), monumentale triplo, immortala il primo tour europeo, che segna l'ingresso in organico, in sostituzione di Ron "Pigpen" McKernan (il quale, fortissimo bevitore, muore l'8 marzo 1973 per cirrosi epatica), del tastierista Keith Godchaux (1948, San Francisco - 1980, Marin County) insieme alla moglie Donna (1947, San Francisco). Il gruppo californiano è ormai divenuto un autentico juke-box vivente del nuovo continente, capace di sciorinare a ogni concerto un vero e proprio trattato etno-musicale della tradizione popolare anglosassone: dalle dolenti ballate country-folk ai ruggenti rock blues, dalla purezza originaria del rock‘n’roll di Chuck Berry alle improvvisazioni free retaggio degli acid test. Tutto e sempre con maestria eccelsa.

Proprio a Pigpen è dedicato History Of The Grateful Dead Vol. 1 (Bear's Choice), raccolta dal vivo contenente materiale inciso nel '70 al Fillmore East di New York. Il titolo è doppiamente ingannevole perché questa non è in alcun modo un'antologia e inoltre non prelude ad alcun seguito. Il "Bear" citato è Owsley Stanley, il tecnico del suono dei Dead. La selezione pesca tra il materiale originale meno conosciuto, mentre tra le cover spiccano i 18’ di “Smokestack Lightnin'” e il soul di “Hard To Handle”.

L'8 marzo 1973 i Dead creano la propria etichetta discografica Grateful Dead Records, inaugurata in ottobre dalla pubblicazione di Wake Of The Flood.
Il suono si fa sempre più elegante e sofisticato, ma la qualità risente di sempre più frequenti cadute di tono compositive, di arrangiamenti fin troppo elaborati e di un approccio molto soft a schemi jazzistici, anche se la melodia di “Eyes Of The World” riesce a rievocare antiche magie.
Da sottolineare l’attenzione maniacale alla resa sonora, che porta i Grateful Dead a dar vita a un imponente impianto di amplificazione definito “Wall of Sound” (nulla a che spartire con l’omonimo muro di Phil Spector).
Il fine è quello di ottenere un'amplificazione quanto più pura attraverso 11 sotto-sistemi indipendenti di amplificazione, per cui ogni strumento ha un proprio canale e un proprio insieme di casse di amplificazione separate (il basso di Lesh addirittura un canale per ogni corda). In questo modo, si evitano distorsioni causate dall'intermodulazione fra strumenti e il suono di ognuno di questi risulta estremamente pulito. Il sistema di casse viene posizionato dietro agli strumentisti, consentendo loro di avere l’esatta percezione del pubblico.

Tra il 1974 e il 1976, dopo quattro serate di commiato giocate in casa al Winterland di Bill Graham (poi immortalate nel video Dead Movie del 1977) con il redivivo Hart, il gruppo lascia temporaneamente l’attività concertistica. L’assenza dal palco nuoce all’ispirazione artistica. Album quali Grateful Dead From The Mars Hotel (giugno 1974) e Blues For Allah (settembre 1975) lasciano perplessi perfino i più ferventi adepti.

Nel 1977 esce anche What A Long Strange Trip It's Been, una doppia antologia del periodo Warner (1967-1972).

Il live Steal Your Face è l’ultimo lavoro prodotto dalla Grateful Dead Records.

Nel corso del 1977 i nostri passano all'etichetta Arista in virtù di un accordo di massima libertà creativa. Il primo album è Terrapin Station, che strizza l’occhio al progressive. Per la prima volta dopo Anthem Of The Sun, in studio c’è un vero produttore, Keith Olsen (noto per il suo lavoro con i Fleetwood Mac), ma il suo tocco appesantisce gli arrangiamenti con cori e intermezzi orchestrali.

Ennesimo cambio di stile (ed ennesima caduta di stile) l’anno successivo con Shakedown Street, che si lascia influenzare dalla moda della disco-music, senza nemmeno riuscire nell’intento di sfondare sul mercato. La mania di grandeur di Garcia e soci tocca l’apice con il concerto dell'estate del '78 (immortalato su disco solo 30 anni dopo) nella piana di Giza, ove l’imponenza leggendaria della Grande Piramide di Cheope e la concomitante magia di un'eclissi lunare concorrono, nonostante tutto, a scolpire il logo dei Grateful Dead nell’immaginario collettivo di un’epoca che pure non appartiene più a loro. Significativo, a tal proposito, il concerto di capodanno tenutosi al Winterland. Ancora, ma per l’ultima volta, in questo storico locale, che segue la sorte toccata all’altrettanto importante Fillmore West, chiudendo per sempre le sue porte. È la fine definitiva del movimento psichedelico della West Coast.

Le morti e la fine del Morto Riconoscente

Grateful Dead - Bob Dylan
Ma è l’inizio della fine anche per i Grateful Dead. Nel 1979 i coniugi Godchaux abbandonano (Keith morirà il 14 luglio 1980 in un incidente d'auto) e l'ingresso del tastierista Brent Mydland (1953, Monaco - 1990, Lafayette), già amico di Bob Weir, rivitalizza solo temporaneamente l'impianto sonoro della band, che con Go To Heaven (aprile 1980) torna a produrre un buon album di studio.
Negli anni 80, il gruppo si dedica quasi esclusivamente ai concerti, limitando le uscite discografiche in studio ai progetti solisti dei singoli componenti. Nel 1981 una serie di interminabili concerti al Radio City Music Hall di New York e al Warfield Theatre di San Francisco fruttano materiale per due ottimi doppi live pubblicati l'anno seguente, a distanza di pochi mesi, l'acustico Reckoning e l'elettrico Dead Set (oltre a un film-concerto edito nel 1982 anche in videocassetta, Dead Ahead Live).

Il primo è senza dubbio il miglior disco della band negli Eighties, con una scaletta che non si limita a rivisitare i due capolavori del 1970, ma ripesca ancor più indietro nel repertorio bluegrass pre-Dead dei Mother McCree's Uptown Jug Champions e spilucca l’eccellenza delle produzioni soliste di Weir (“Cassidy”) e Garcia (“Bird Song”, “To Lay Me Down”). Il suo gemello è leggermente inferiore, pur vantando un’altra splendida ballata di Garcia (“Loser”) e la fascinosa souplesse di “Friend Of The Devil”.

A metà degli 80 iniziano i problemi per il carismatico frontman del gruppo. Nel gennaio 1985 Garcia viene arrestato al Golden Gate Park di San Francisco per possesso di eroina. Seguono 15 mesi di disintossicazione presso un centro di cura, ma nel luglio 1986 ricade nel baratro della droga e collassa rischiando la morte per coma diabetico.

A causa delle instabili condizioni psichiche e fisiche di Garcia, gli unici due album in studio nella seconda metà degli anni 80 sono In The Dark, del 1987, che ha il doppio onore di rappresentare l’unica presenza significativa nelle chart di Billboarde di contenere l'hit single "Touch Of Grey" (il cui videoclip animato raggiunge perfino il giovanissimo pubblico di Mtv) e Build To Last (ottobre 1989) che delude, posizionandosi nella corrente melmosa di un banale synth-rock.

Pur in difficoltà egli stesso, Garcia viene incontro al periodo problematico dell'amico Bob Dylan, offrendogli i Dead come sua band di supporto. Le inconsuete apparizioni live fruttano nel 1989 Dylan & The Dead, che riesce nell’impresa di scontentare sia i fedeli deadheads, sia i critici fan del poeta di Duluth.

Il destino si accanisce sul gruppo già allo sbando e il 26 luglio 1990 Brent Mydland muore per overdose. Omaggiato con l'album live Without A Net (settembre 1990, contenente un'accattivante versione blues interpretata dallo stesso Mydland di "Mr.Fantasy" dei Traffic) viene sostituito da Vince Welnick, assistito poi al pianoforte da Bruce Hornsby negli ultimi concerti.

Per colmare il vuoto, a partire dagli anni 90, si susseguiranno, senza sosta, una serie di pubblicazioni dal vivo rispolverate dall’etichetta personale. Da ricordare One & Two From The Vault (aprile 1991),l’insolito Infrared Roses (collage di frammenti sperimentali/spaziali pescati dalle celebri sezioni "drums" e "space" dei loro concerti), Hundred Year Hall (settembre 1995) e Dozin' At The Knick (ottobre 1996).

Nel 1994 il compositore canadese John Oswald rende folle/geniale omaggio all’immortalità di “Dark Star” ricomponendone una ideale versione ricavata da oltre cento differenti esecuzioni dal vivo in un doppio cd intitolato "Grayfolded".

Su tutti incombe la serie infinita dei Dick's Picks, registrazioni “uncut” senza editing e remixaggi dei migliori concerti, selezionate da Dick Lavala, archivista ufficiale del gruppo (e, dopo la sua morte, da David Lemieux). Dal 1993 in avanti sono ad oggi 36 i volumi pubblicati, identificati dalla data e dal luogo del corrispondente concerto.

La fine di una storia che pare voler sfidare l’eternità viene scritta il 9 agosto 1995. Jerry Garcia viene colpito da un infarto mortale nel sonno al Serenity Knoll Drug Center a Forest Knolls (California), clinica ove sta cercando di porre fine alla sua dipendenza dalle droghe. Il gruppo, privato dell’indispensabile pilastro compositivo/esecutivo comunica immediatamente il proprio scioglimento.

Da allora il “morto riconoscente” si gode il suo meritato riposo eterno, anche se alcuni membri si esibiranno ancora insieme in alcune occasioni, alternativamente sotto le vesti di The Other Ones o Crusader Rabbit Stealth Band e persino, sfrontatamente ma significativamente, il 14 febbraio del 2003, nell’estremo sussulto, come The Dead.

Grateful Dead

Verso il sole e oltre

di Alberto Leone

Maestri della scena psichedelica di San Francisco che infiammò i 60, i Grateful Dead hanno saputo travalicare l'angusta mitologia della "Summer of Love" per costruirsi un piedistallo senza tempo nella "Hall Of Fame" del sogno americano. Storia di Jerry Garcia e della sua "grande famiglia"
Grateful Dead
Discografia
 Grateful Dead (Warner, 1967)

 

Anthem Of The Sun (Warner, 1968)

 

Aoxomoxoa (Warner, 1969)

 

Live/Dead (Warner, 1969)

 

Workingman's Dead (Warner, 1970)

 

American Beauty (Warner, 1970)

 

 Grateful Dead (live, Warner, 1971)

 

 Europe 72 (live, Warner, 1972)

 

 History Of The Grateful Dead Vol. 1 (Bear's Choice) (Warner, 1973)

 

 Wake Of The Flood (Grateful Dead, 1973)

 

 From The Mars Hotel (Grateful Dead, 1974)

 

 Blues For Allah (Grateful Dead, 1975)

 

 Steal Your Face (Grateful Dead, 1976)

 

 Terrapin Station (Arista, 1977)

 

 What A Long Strange Trip It's Been (anthology, Warner, 1977)

 

 Shakedown Street (Arista, 1978)

 

 Go To Heaven (Arista, 1980)

 

 Reckoning (Arista, 1981)

 

 Dead Set (Arista, 1981)

 

 In The Dark (Arista, 1987)

 

 Built To Last (Arista, 1989)

 

 Dylan & The Dead (Arista, 1989)

 

 Without A Net (Arista, 1990)

 

 One From The Vault (Grateful Dead, 1991)

 

 Infrared Roses (Grateful Dead, 1992)

 

 Two From The Vault (Grateful Dead, 1992)

 

 Dick's Picks Vol. 1 (Grateful Dead, 1993)

 

 Dick's Picks Vol. 2 (Grateful Dead, 1995)

 

 Hundred Year Hall (Grateful Dead, 1995)

 

 Dick's Picks Vol. 3 (Grateful Dead, 1995)

 

 Arista Years (anthology, Arista, 1996)

 

 Dick's Picks Vol. 4 (Grateful Dead, 1996)

 

 Dick's Picks Vol. 5 (Grateful Dead, 1996)

 

 Dick's Picks Vol. 6 (Arista, 1996)

 

 Dozin' At The Knick (Arista, 1996)

 

 Dick's Picks Vol. 7 (Grateful Dead, 1997)

 

 Fall Out From The Phil Zone (Arista, 1997)

 

 Dick's Picks Vol. 8 (Grateful Dead, 1997)

 

 Dick's Picks Vol. 9 (Grateful Dead, 1997)

 

 Dick's Picks Vol. 10 (Grateful Dead, 1998)

 

 Dick's Picks Vol. 11 (Grateful Dead, 1998)

 

 Dick Pick's Volume 12 (Grateful Dead, 1999)

 

 Dick Pick's Volume 13 (Grateful Dead, 1999)

 

 Dick Pick's Volume 14 (Grateful Dead, 1999)

 

 So Many Roads (Arista, 1999)

 

 Dick's Picks Volume 15 (Grateful Dead, 2000)

 

 Dick's Picks Volume 16 (Grateful Dead, 2000)

 

 Dick's Picks Volume 17 (Grateful Dead, 2000)

 

 View From The Vault (Grateful Dead, 2000)   
 Ladies And Gentlemen...The Grateful Dead: Fillmore East New York April 1971  (Grateful Dead, 2000) 
 Dick's Picks Volume 18 (Grateful Dead, 2000) 
 Dick's Picks Volume 19 (Grateful Dead, 2000)   
 Dick's Picks Volume 20 (Grateful Dead, 2001) 
 Dick's Picks Volume 21 (Grateful Dead, 2001) 
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 Dick's Picks Volume 23 (Grateful Dead, 2001) 
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 Dick's Picks Volume 27 (Grateful Dead, 2003) 
 Dick's Picks Volume 28 (Grateful Dead, 2003) 
 Dick's Picks Volume 29 (Grateful Dead, 2003) 
 Dick's Picks Volume 30 (Grateful Dead, 2003)   
 View From The Vault III (Grateful Dead, 2003) 
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