Crosby, Stills, Nash & Young

Crosby, Stills, Nash & Young

I moschettieri del folk-rock

di Mauro Vecchio

L'hippy malinconico Crosby, pervaso dal sacro fuoco della psichedelia. Il "Capitano Moltemani" Stills, dall'intrepida verve chitarristica. Lo spirito melodico Nash, forgiato dal Merseybeat. E a dar man forte, il fervore elettrico del loner Young. Quattro moschettieri per uno dei più leggendari supergruppi della storia del rock
“Tutti e tre eravamo dei ragazzi di talento, ma solo noi sapevamo che quella combinazione era in qualche modo benedetta. Noi tre avevamo voci differenti. Avevamo accenti differenti. Avevamo attitudini differenti. La cosa, però, che successe quando mettemmo insieme le nostre voci fu sorprendente. Come cominciammo a cantare, sapevamo di essere in qualcosa di nuovo, in una splendida terra incognita. C’era qualcosa di magico lì. Quella sensazione, amico, era come di qualcuno che ti fa un pompino all’improvviso. Come svegliarsi fatti di acido. Un flash, te lo giuro”
David Crosby

“Noi non cerchiamo la perfezione, facciamo solo della musica con passione e tutto quello che vogliamo è emozionare e cambiare un po’ le vite delle persone che ci ascoltano”
Graham Nash

“Questa canzone parla di tre amici che avevano difficoltà a comunicare tra loro. Hanno perso tanto tempo e denaro poi hanno chiarito e fatto soldi. E’ molto bello”
Stephen Stills


Intro

Magia a tre voci

1969. Nel mondo del rock è tempo di lampi elettrici. Il trionfo allegorico del Pete Townshend di “Tommy”, l’orgia riffata dei Led Zeppelin, il furore sonoro di James Marshall Hendrix.
L’estate di Woodstock saluta al sole con l’abbraccio lisergico dei figli di Haight-Ashbury.
Il serpente lungo sette miglia si contorce sul caldo ritmo della latinoamerica di Carlos Santana.
Un’estasi pagana che, tuttavia, tradisce un lato tenero, impegnato, magico.

E’ il 1969 quando tre musicisti diversi tra loro forgiano un sound assolutamente innovativo, pilotato in folk, in country, in blues. “Solo” per raccontare le ombre di quella stessa generazione, sfregiata dalla prima guerra vista in tv.
Stephen Stills porta in dote la semplicità immediata dei Buffalo Springfield.
David Crosby odora della psichedelia di “Eight Miles High” e “Renaissance Fair”.
Il Mersey Beat ha coccolato il talento irrequieto di Graham Nash.

Non è, quindi, questione di semplice armonia e sincretismo. I Moby Grape ne sanno già qualcosa. E’, piuttosto, un discorso di intrecci, di quelli che vengono creati all’improvviso come una formula magica. Tre voci, canzoni, chitarre. La rivoluzione è tutta qui.

Alla corte di Joni

Laurel Canyon, estate 1968. Non è un periodo sereno quello che stanno vivendo Stephen Stills (Dallas, 3/1/1945) e David Crosby (Los Angeles, 14/8/1941). Il primo, dopo lo scioglimento dei seminali Buffalo Springfield, è in crisi per aver mancato l’ingresso come bassista nella favolosa Experience di Jimi Hendrix. Il secondo, Crosby, ha appena mollato i Byrds, in rotta di collisione con Roger McGuinn per l’esclusione di “Triad” dall’album “Notorious Big Brothers”. L’obiettivo di entrambi pare chiaro: stare lontano dal clamore del palco, ricaricare le batterie, cercare una nuova via musicale.
In esilio nei salotti di Joni Mitchell e Mama Cass Elliott, i due meditano sul da farsi, trovando un’improvvisa lampadina creativa.

A giugno viene, così, prodotto un acetato - contenente “Long Time Gone” e “Guinnevere” (con Jack Casady al basso) - che, in un lampo, arriva nelle mani di altri due personaggi.
B. Mitchell Reid è un dj di una radio di Los Angeles, la KSAN, e inizia a trasmettere il disco in anteprima assoluta ai suoi ascoltatori, parlando di un nuovo duo a nome Frozen Noses. Il secondo ad entrare in possesso delle canzoni di Crosby e Stills è Graham Nash (Blackpool, 2/2/1942), leader degli Hollies, gloriosa band di Manchester attiva dal 1963. Nash ha già conosciuto David durante un tour negli Usa e, ascoltando “Guinnevere”, si convince ad abbandonare il suo gruppo per cambiare aria. “Quel giorno eravamo nel salotto di Joni, quando David e Stephen cantarono 'You Don’t Have To Cry'. Mi spiegarono la canzone e come avevano lavorato. Poi chiesi loro di cantare ancora e cominciavo ad avere una vaga idea di quello che avrei potuto fare io. Quando ci sentimmo cantare insieme per la prima volta, fu straordinario. Queste tre persone dal differente background potevano cantare in modo magico. Non penso che nessuno riesca a fare quello che abbiamo fatto noi”.
E’ in una sera dell’estate del 1968 che nasce una band dal nome semplice e inusuale: CS&N.

Per non perdere altro tempo, il trio si riunisce negli studi Record Plant di New York, dove vengono registrati i primi demo acustici che, dopo poco, finiscono nelle lungimiranti orecchie di Ahmet Ertegun, capo supremo dell’Atlantic Records. Il produttore turco non ci mette molto a mettere sotto contratto i tre musicisti, pensando seriamente che “sarebbero diventati grandissimi”.
All’inizio del 1969, Crosby, Stills e Nash varcano la soglia degli studi Wally Heider di Los Angeles dove, con l’aiuto della batteria di Dallas Taylor e della voce di Mama Cass, registrano in via definitiva il loro album di debutto.

Crosby, Stills & Nash (Atlantic, 1969) è un mosaico sonico fatto ad arte, confezionato da artigiani della musica che inseguono una visione coerente quanto rivoluzionaria. All’esterno, una società in rapida evoluzione, sospesa tra protesta e utopia; all’interno, un ponte magico tra la canzone d’autore, le radici più pure del country-folk e il sogno della controcultura californiana. E’, forse, il diavolo in persona a materializzare la rigogliosa fusione caleidoscopica di tre talenti unici, così diversi per influenze ed esperienze precedenti.
Il totale può, a volte, valere molto di più dell’elemento singolo. Anche se l’elemento singolo cresce sulle dita di Stephen Stills, soprannominato – non a caso – Capitano Moltemani. La verve creativa dell’ex-Buffalo Springfield tiene per mano tutto il disco, portandolo a incontrare il suo manifesto artistico, “Suite: Judy Blue Eyes”, che ricama la storia d’amore con Judy Collins con perfetta fluidità armonica e capacità vocale nel finale cubano.
La chitarra di Stills macina accordi brillanti, come nell’incedere sinuoso di “Long Time Gone”, frullato di folk, soul e blues che disseta le labbra acide del West Coast sound. Stills allora, l’artigiano di “49 Bye-byes”, pozione magica di tre ugole stregonesche.
Graham Nash è troppo legato al Mersey per abbandonarlo brutalmente da un giorno all’altro. Nash è, dunque, la melodia, il ritmo beat che si tinge di psichedelia in “Pre-Road Downs”, alimentata da una irresistibile chitarra trattata al contrario. E’ il viaggio verso la spiaggia californiana, strampalato e solare come il ritmo elettro-acustico di “Marrakesh Express”.
Infine, David Crosby, hippy dalla faccia simpatica che nasconde una profondità triste dietro a un paio di baffi folti. A partire da “Guinnevere”, mistica nenia medievale sulla donna, fino al capolavoro “Wooden Ships”, scritto con Paul Kantner dei Jefferson Airplane. Una progressione lisergica su una fiaba apocalittica. Un’utopia generazionale in tempo di jazz.
Queste le coordinate stellari di un nuovo universo acustico, festoso come nel folk-blues di “You Don’t Have To Cry”, malinconicamente intimo come nelle scheletriche “Lady Of The Island” e “Helplessy Hoping”.
Un disco, insomma, che si incastra perfettamente nella sua epoca, testimonianza di un sole che lotta per non tramontare. Mai.

Crosby, Stills & Nash viene ufficialmente pubblicato nel maggio 1969, incontrando subito i favori del pubblico e della stampa specializzata. Nello stesso momento, tuttavia, i tre annullano alcune date live in programma, non disponendo di una sezione ritmica e di un chitarrista aggiunto.
Alla batteria si siede, così, Dallas Taylor – già session-man durante le registrazioni del disco – mentre, per il posto vacante alla chitarra, è lo stesso Ertegun a suggerire l’ex-compagno di Stills nei Buffalo Springfield.
Si tratta, ovviamente, di Neil Young (Toronto, 12/11/1945) che, tramite il suo terribile manager Elliott Roberts, accetta solo a condizione che sia aggiunta una certa lettera al nome della band.
Stills è preoccupato che possano verificarsi altre liti dopo l’esperienza con i Buffalo, ma, alla fine, cede, dando vita a una nuova versione del supergruppo: CSN&Y.

Country boys

Crosby, Stills, Nash & YoungLaurel Canyon, estate 1969. A casa di Stills, i neonati CSN&Y si ritrovano per provare alcuni pezzi inediti, in attesa di un debutto dal vivo che tarda ancora a causa di alcuni problemi alle corde vocali di Nash.
L’esordio arriva, finalmente, il 16 agosto all’Auditorium Theatre di Chicago, introdotto da un set della signora del folk, Joni Mitchell.
E’, tuttavia, un paio di giorni dopo che il gruppo entra in un vero e proprio stato di leggenda vivente. Alle tre del mattino del 18 agosto, i quattro salgono sul palco floreale di Woodstock dove iniziano con un set acustico (senza Young) per finire, insieme, nel tripudio di “Long Time Gone”, “Wooden Ships” e dell’inedita “Sea Of Madness”.
In barba alla dichiarazione dello stesso Young – “il concerto è stato una vera merda” – inizia così l’avventura della band che, subito dopo, partecipa al Big Sur Folk Festival e al raduno di Altamont, dove si esibisce poco prima della tragedia durante lo show dei Rolling Stones.
Eppure, non ci sono solo i fiori di Woodstock sul solare sentiero dei quattro. La ragazza di Crosby, Christine Gail Hinton, rimane uccisa in un incidente d’auto, facendo sprofondare il chitarrista nell’acqua alta della droga. Non se la passano meglio Young e Stills, che sono invischiati in relazioni già praticamente finite.

C’è aria di crisi, dunque, nei Wally Heider’s Studios di Los Angeles, quando CSN&Y danno il via ai lavori per il loro album di debutto. Sono proprio i due vecchi compagni di band a litigare più di frequente. Young vuole registrare tutto il disco in presa diretta, mentre Stills, noto perfezionista, vorrebbe ritoccare ogni singola nota non completamente al suo posto.
Le sedute proseguono, quindi, a velocità altalenante, impreziosite dall’armonica di John Sebastian e dalla pedal steel di Jerry Garcia.
Tra il dicembre 1969 e il gennaio 1970, in attesa della fine delle session in studio, il gruppo prosegue il tour, arrivando in Europa, alla Royal Albert Hall di Londra per uno spettacolo da incorniciare.

Con l’inserimento di Neil Young, Déjà Vu (Atlantic, 1970) protegge l’intimità acustica del primo album con un caleidoscopico campo di forza elettrico. A viaggiare a velocità doppia sono orizzonti sonici – ancora una volta – perfettamente amalgamati, in nome di una generazione di accordi rigogliosi e arrabbiati.
Da hippy in crisi esistenziale, David Crosby emerge come sciamano, veemente nella splendida progressione soul-blues di “Almost Cut My Hair”. Qui il coerente legame con Crosby, Stills & Nash, nel ritrovare i sani ingredienti di campagna, come nell’isolata gemma folk di “4 + 20”, firmata da Stephen Stills. A continuare, tuttavia, è soprattutto la magia alchemica delle menti singole: Déjà Vu, infatti, è la nuova, collettiva formula magica di quattro stregoni diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa passione per la tradizione rivisitata.
Nash prosegue la sua preziosa ricerca melodica, appendendo il quadretto beatlesiano di “Our House” prima di incrociare la steel di Jerry Garcia nel luminoso angolo country di “Teach Your Children”.
Stills, maniaco della perfezione sonora, pare divertirsi come un bimbo nello smontare e rimontare canzoni diverse. Frutto del suo istinto da adolescente del blues, “Carry On”, orientaleggiante nenia elettro-acustica con intermezzo psichedelico. Mattoncini musicali fatti a mano, scolpiti con sapienza dalla chitarra di Young che ricama elettricità sulla serpentina barocca della title track, impreziosita dall’armonica folk di John Sebastian. Diavolerie bluesy che deflagrano nella “Woodstock” di Joni Mitchell, altra eco dell’esibizione d’agosto che lancia il quartetto in cima al mondo rock.
Young è sicuro del suo contributo nella band, portando l’erba country a crescere fino a mezzo metro da terra. Schiva, “Helpless” fa l’amore con il gospel, proprio mentre “Country Girl” si gode il suo valzer barocco.
In fondo, quattro uomini d’altri tempi – almeno a giudicare dalla copertina del disco – che lottano in musica per quello che ritengono giusto. E forse si tratta proprio di pace e amore, stando a quello che grida alla fine l’inno corale di “Everybody I Love You”. Forse, invece, è qualcosa di più profondo, una meditazione zen su quello che non saremo, probabilmente, mai più. Come una sensazione perenne di déjà vu.

Déjà Vu esce a marzo e la maggior parte della stampa si mette in fila per celebrare il gran lavoro della band. Basta un niente, tuttavia, e gli allori si trasformano in rovi spinosi: subito dopo la pubblicazione, Young molla i tre compagni per andare in tour con i neonati Crazy Horse. Crosby, Stills e Nash sono furenti, soprattutto per il fatto di ritrovarsi da soli con un disco importante senza la possibilità di eseguirlo al meglio dal vivo. I tre, allora, decidono di accantonare la band per dedicarsi ad attività artistiche personali.

Tutti per uno o uno per tutti?

Il primo a tornare in solitudine negli studi Wally Heider è il “Capitano Moltemani” Stephen Stills che, tra il marzo e l’aprile del 1970, registra l’omonimo album di debutto. Ad accompagnarlo in Stephen Stills (Atlantic, 1970) c’è una vera e propria parata di star del rock, in fila per dare un contributo al talento già consolidato del chitarrista. Senza la presenza ingombrante di Neil Young, Stills può dare libero sfogo alle sue manie di perfezione sonica, ricamando un disco che riesce comunque a brillare per genuinità.
Cavallo da classifica, “Love The One You’re With” è un pregevole inno tra gospel e folk, impreziosito dalle armonie vocali degli stessi Crosby e Nash con Rita Coolidge.
Stephen Stills è un disco ben bilanciato, in bilico tra certe perizie strumentali (la percussione folk di “Do For The Others” e lo scintillante blues acustico di “Black Queen”) e una spiritualità di fondo, tessuta dall’organo di Booker T. Jones nella ballad “Church (Part Of Someone)”.
Cuore dell’album, tuttavia, è l’incontro al vertice dei signori della chitarra elettrica. “Old Times Good Times” vira verso lidi funky, incendiata dall’ultima, luciferina chitarra di James Marshall Hendrix a confronto, subito dopo, con la magia blues della “blackie” del “dio” Eric Clapton in “Go Back Home”. C’è anche Ringo Starr, ma la mente la mette tutta Stills che vela di malinconia orchestrale l’acustica west coast di “To A Flame” e risponde senza mezzi termini al fuggitivo Young con la contro-ballad folk di “We’re Not Helpless”.
Un esordio, dunque, sincero che mette in evidenza il lato più musicale di una band che resta improvvisamente sospesa nel limbo.

Qualche mese più tardi, Young torna sui suoi passi e accetta l’idea di un nuovo tour con i tre compagni. Al basso viene chiamato Calvin Samuels, mentre Dallas Taylor viene licenziato per una profonda incompatibilità con lo stesso Neil. Dietro le pelli si accomoda, così, l’ex-Turtles Johnny Barbata.

Nel maggio del 1970, i giovani americani sono in rivolta contro le scelte del presidente repubblicano Richard Nixon sulla tragica guerra in Vietnam.
All’Università di Kent, Ohio, quattro ragazzi vengono colpiti a morte dalla Guardia Nazionale che apre il fuoco sulla folla scatenata. Neil Young apprende la notizia dai giornali e, in uno scatto d’indignazione, inizia a scrivere “Ohio” che viene immediatamente registrata dai quattro e consegnata a Ertegun. Il 45 giri esce a giugno – lato B, “Find The Cost Of Freedom” – e, sospinto dal caos generale, brucia le tappe in classifica, raggiungendo la quattordicesima posizione.
Alla vigilia della nuova, calda estate, CSN&Y tornano sul palco, a Boston, dando inizio a un tour che verrà ricordato negli annali del rock americano. Sulla scia dello show di Woodstock, i concerti vengono divisi tra una parte acustica e una elettrica, registrati, poi, in previsione di un corposo disco dal vivo.

Succoso frutto di diverse esibizioni nell’estate del 1970, Four Way Street (Atlantic, 1971) è la definitiva orgia creativa di quattro musicisti-cantastorie. Sul palco, CSN&Y riescono nell’arduo compito di racchiudere in poche ore mezzo secolo di tradizione musicale americana, dal blues più antico e sofferto alle canzoni folk di protesta. Più che un concerto, un vecchio spettacolo radiofonico in presa diretta, dove “quelli che hanno la chitarra in mano” sono esattamente come “quelli che sono seduti ad ascoltare”.
Quando David Crosby introduce il folk-blues del silenzio di “Triad” si avverte un’immediata sensazione di intimità, ma, soprattutto, di estrema sincerità. Come se fossimo davvero tutti in un sogno westcoastiano, a nuotare nell’oceano di arpeggi di “The Lee Shore”. Umori e contraddizioni di quattro uomini, troppo differenti tra loro per sopravvivere a un’unità che vorrebbe assemblarli, fonderli. E sono queste stesse contraddizioni a rendere così straordinariamente genuino un doppio disco dal vivo come Four Way Street.
Arriva il momento di Nash e di “Chicago” - invettiva melodica per pianoforte e coro - oltre che del folk emozionato, tenero di “Right Between The Eyes”. Poi, un cowboy dallo sguardo scostante che, senza fare molti preamboli, inizia a ricamare accordi in polvere di luna, cristallini nella luce di “Cowgirl In The Sand” e “Don’t Let It Bring You Down”.
Il cammino di Neil Young è già segnato, nella sua stessa solitudine esistenziale, nel suo canto malinconico. Non è il doppio album di un supergruppo, ma un progetto musicale ben definito, qualcosa che va al di là dei singoli interpreti.
Stephen Stills siede al piano per l’artigianale “49 Bye-byes” (in medley con “For What Is Worth”) e per presentare il futuro successo gospel-folk di “Love The One You’re With”. E’ la celebrazione finale di una primigenia anima acustica, strappata ai cieli dalla terrena elettricità di due sciamani.
A svettare su tutti sono Stephen Stills e Neil Young che danno vita alla strepitosa guerra sonica dell’inno “Southern Man” e all’infinita jam strumentale di “Carry On”.
Nello spettacolo si apre, così, una crepa che si approfondisce in una coesistenza di spiriti opposti, non perfetta, ma assolutamente miracolosa. Nash guida il boogie-blues di “Pre-Road Down”; Crosby la maestosità di “Long Time Gone”. E’, tuttavia, lo scorbutico dal Canada a far deflagrare lo spettacolo con il vibrare rock del capolavoro “Ohio”, scritto sull’onda delle manifestazioni alla Kent University.
Tutti in piedi, dunque, per la chiusura acustica corale di “Find The Cost Of Freedom”, ma, soprattutto, per quattro musicisti sopraffini, capaci di unirsi nei loro isolamenti creativi, in nome di un amore viscerale e genuino per una tradizione sonica difficile da dimenticare.

Il tour di CSN&Y si conclude il 9 luglio a Minneapolis, lasciandosi alle spalle recensioni entusiastiche e solite incomprensioni interne.
Lo sforzo è stato titanico: dopo il giro di concerti, i quattro decidono di accantonare la premiata ditta per dedicarsi ai rispettivi progetti come solisti.

A inizio agosto, David Crosby avvia un’intensa serie di session in studio, chiamando a sé il gotha della scena rock californiana.
Nella mente del chitarrista c’è un progetto ambizioso, meglio noto come Planet Earth Rock’n’Roll Orchestra (P.E.R.R.O), che coinvolge soprattutto membri dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane.
L’incontro al vertice dei ragazzi dell’acido si trasforma presto in un disco compiuto che diventa il primo album solista di Crosby.

David CrosbyIf I Could Only Remember My Name (Atlantic, 1971) è il toccante testamento musicale di un’intera generazione, non ancora pronta a lasciar tramontare il sole lisergico della costa ovest. Più che un disco, il talento cristallino di Crosby registra un’anima, un concetto ampio di libertà free-form e utopia in musica.
“Music Is Love” non è soltanto un motto, ma un mantra orientaleggiante di folk psichedelico, impreziosito dalla voce melodica di Nash e dagli accordi di Neil Young. L’hippie baffuto ha bisogno proprio di “un piccolo aiuto dai suoi amici” per costruire la sua visione del mondo, graffiante come nei singhiozzi acidi della jam soul-blues “Cowboy Movie”, guidata dalla chitarra psichica di Jerry Garcia e dal basso di Phil Lesh.
E’ il sogno di “pace e amore” che si insinua nei solchi di “Tamalpais High (At About 3)”, ballata sussurrata dal chitarrismo perfetto di Jorma Kaukonen, o della leggiadria lisergica di “Laughing”, accompagnata dal sottofondo vocale di Joni Mitchell. La psichedelia troneggia nel capolavoro “What Are Their Names”, strano essere fuggito dai lidi mentali di “Aoxomoxoa” e riportato indietro dalle corde di Young e Garcia e dai bisbigli di Grace Slick.
Crosby riesce a gestire qualcosa che, forse, è più grande di lui, un unico mantra folk che assume le forme più disparate, come sotto effetto di droghe. “Traction In The Rain” recita in un sogno per chitarra e arpa; “Song With No Words (Tree With No Leaves)” rivisita la vecchia “Guinnevere” con lo sfondo jazzy di Michael Shrieve e Gregg Rolie. Prima di un finale improvviso, ermetico nella sua durata dopo tanto delirio strumentale. Crosby è da solo a cantare il gospel a cappella del traditional “Orleans”, perché deve essere soltanto lui a celebrare il rito di un sole che non può ancora tramontare. L’ascesa è nella sua voce in “I’d Swear There Was Somebody Here” che accompagna l’utopia generazionale nel massimo raccoglimento spirituale, verso lidi che non appartengono più a questa terra.

Incentivato dal successo del singolo “Love The One You’re With”, Stephen Stills torna in studio per registrare il successore del suo omonimo album di debutto.
Stephen Stills 2 (Atlantic, 1971) espande l’esperienza sonora del primo capitolo, inaugurando un acceso festival della chitarra rock.
Nuovamente insieme a Eric Clapton e al giovane talento di Nils Lofgren – già in “After A Gold Rush” di Neil Young – Stills può dare libero sfogo alla sua verve strumentale, anche a costo di sacrificare parte del suo messaggio. Un’abilità indubbia che respira nel folk-blues di “Word Game” o nello stornello country di “Know You Got To Run”, prima di ascendere sul chitarrismo intenso di “Fishes And Scorpions”.
Il disco salta con disinvoltura da un genere all’altro, mantenendo intatta una certa coerenza di fondo, come nel passaggio dal blues’n’roll indiavolato di “Relaxing Town” all’intimismo acustico di “Singin’ Call”. Nel profondo, Stills è l’anima più rock del terzetto iniziale e, da solo, è abbastanza ovvio che lasci andare a briglia sciolta le sue attitudini.
“Nothin To Do But Today” vira verso il funky-blues, mentre “Marianne” coglie un gusto pacchiano nel fare rock and roll. Eppure, c’è un lato morbido anche in Stephen Stills. L’ariosità del pop-folk di “Change Partners” potrebbe bissare il successo melodico di “Love The One You’re With”, mentre “Sugar Babe” e “Open Secret” sono ballate liturgiche tra tastiere – con Billy Preston – e fiati. Affascinante, poi, il finale orchestrale di “Bluebird Revisited”, sarabanda tra pop, chitarre e inflessioni latine che sembra anticipare come un prossimo corso artistico.
Nulla a che vedere con il visionario mondo lisergico di David Crosby, ma Stephen Stills 2 è un disco onesto e sincero da parte di un musicista dedito alla causa del blues e del rock.

Infine, tocca a Nash. Il talento melodico del quartetto è, ormai, sempre meno legato al primigenio beat del Mersey. Le sue ceneri viventi sono sparse sulla costa ovest, madre di tutti i menestrelli incazzati del momento. Ed è proprio con questo spirito che Nash “l’americano” affronta il suo debutto nella società del rock californiano, benedetto sul sentiero da sua maestà Jerry Garcia.
Songs For Beginners (Atlantic, 1971), tuttavia, non riesce a inseguire le visioni psichedeliche dell’amico Crosby, limitandosi a un lavoro preciso di artigianato pop. Nash ha, certamente, qualcosa da dire e la sua verve da cantastorie del folk morbido emerge anche in maniera prepotente, come nelle due perle “Military Madness” (con Dave Mason e Rita Coolidge) e “Chicago”, protest-song già valorizzata nell’epico Four Way Street. La parabola musicale arriva al suo climax, discendendo, poi, su soffici arrangiamenti acustici – la magia di “Wounded Bird” – e giravolte agrodolci come “I Used To Be A King”.
Il disco ha buone intuizioni, ma senza fare il salto di qualità. Young mette il suo piano nel lieder country “Better Days”; Bobby Keys il sax nella ballata spirituale “There’s Only One”. Viene comunque fuori un cantautore sincero, umile nel suo dichiararsi “principiante”, ma incoraggiante in certe delicatezze come “Simple Man”, ninna nanna per violoncello e fiddle. Forse l’unico ad aver bisogno del gruppo per essere grande.

Così lontani

All’inizio del 1971, David Crosby e Graham Nash suonano, per la prima volta insieme come duo, a un concerto benefico organizzato dall’attrice Jane Fonda. Ci prendono gusto e, qualche mese più tardi, tornano in studio per registrare un pezzo di Joni Mitchell, “Urge For Going”. Mentre Stephen Stills furoreggia dal vivo con la sua band, Crosby e Nash decidono di lavorare a braccetto, dando alle stampe il loro efficace album di debutto.

Meglio noto come “Black Album” per via della copertina senza titolo, Graham Nash & DavidCrosby (Atlantic, 1972) è un disco di mestiere, onesto e appassionato. L’hippy baffuto tiene i soliti Grateful Dead, ma abbandona le sue visionarie derive lisergiche in favore di una tradizione acustica morbida quanto vibrante. Ne viene, così, fuori una fusione liquida con il talento melodico di Nash, lucido nel creare certi scintillii pop come “Immigration Man”. Senza la verve elettrica della coppia Stills-Young, i due viaggiano su sentieri più canonici, legati maggiormente alla tradizione rurale americana.
“Southbound Train” è, così, un classicissimo country-folk con tanto di armonica dylaniana, mentre “Frozen Smiles” recita la sua filastrocca orecchiabile. Crosby lascia in soffitta la chitarra psichedelica del suo primo album solista, abbracciando l’intimismo di “Games” e il formato ballata soul di “Whole Cloth” e “Page 43”.
Nash, da par suo, non si vergogna delle sue origini d’Albione, tornando ai Beatles nei classicismi di “Strangers Room”. Certo, dimezzati così Crosby e Nash faticano a trovare il bandolo perduto dell’epica generazionale, ma riescono comunque a confezionare un disco sincero, suggellato da “Where Will I Be”, barocchismo minimale per gemiti liturgici. Buono sì, ma così lontano dai fasti del vecchio supergruppo.

Dopo la pubblicazione del “Black Album”, il neonato duo inizia un tour prettamente acustico tra Stati Uniti ed Europa, impreziosito in qualche data dalla presenza degli stessi Stills e Young.
Stephen Stills, intanto, chiacchiera in studio con Chris Hillman (ex-Byrds) a proposito di un nuovo progetto musicale. Hillman non è molto contento della sua esperienza con i Flying Burrito Brothers e, soprattutto, si fida dell’idea di Stills: fondare – con Al Perkins, Dallas Taylor e Calvin Samuels – i Manassas.

Con Manassas (Atlantic, 1972), Stills scrive una piccola enciclopedia della musica popolare americana, allargando il suo gioco sulle fasce della tradizione sonica. Il doppio Lp vive in quattro ambienti differenti, scorrendo con estrema naturalezza tra generi differenti quanto affini per complicità e capacità di fusione.
Il caldo R&B di “Song Of Love” introduce "The Raven", scoppiettante miscuglio di elettricità rock e ritmi latini, shakerato dalla nuova band allargata. E’ un piccolo festival del blues più sinuoso (“Jet Set”), rinvigorito dalle percussioni à-la Santana del medley “Rock’n’roll Crazies/ Cuban Bluegrass” e dal riff negroide di “Anyway”.
"The Wilderness" celebra, invece, le radici più rurali, descritte in modo particolare da festosi bluegrass di campagna, come “Fallen Eagle” e “Hide It So Deep”. Stills dipinge delicati romanticismi country (“Jesus Gave Love Away For Free” e “Don’t Look At My Shadow”), superandosi con il folk melodico di “Colorado”. Arriva, infatti, il momento di ricordarsi dei suoi “vecchi” amici di Woodstock. "In Consider", “Johnny’s Garden” e “Move Around” ritrovano aperture weastcostiane, in nome di un filone folk di sicuro impatto. Un folk intriso ora di rock (“It Doesn’t Matter”), ora di blues orientaleggiante (“Bound To Fall”) per dimostrare la bontà di un progetto eclettico e aperto a qualsiasi intuizione.
Il funky-blues di “The Love Gangster” fa strada, infine, a "Rock And Roll Is Here To Stay", ultima parte del disco incentrata sulle svisate blues di “Right Now”. Con Hillman, Perkins e Samuels, Stills può sfogare il suo bisogno strumentale, guidando il boogie per piano di “The Treasure” e il robusto country&blues di “What To Do”. Fino alla solitudine di “Blues Man”, cartolina acustica di treni merci e diavoli ai crocevia.
Manassas sarà anche un disco prolisso e “pignolo”, ma respira musica a pieni polmoni e accerta definitivamente il talento creativo di un bluesman d’altri tempi.

I Manassas vanno in tour in Europa, ottenendo un immediato successo, ma l’avventura finisce presto quando Hillman sigla la resa dopo la pubblicazione del secondo disco.

Down The Road (Atlantic, 1973) è un album sicuramente meno magniloquente, condensa breve di quanto già espresso su Manassas. Le inflessioni latine di “Pensamento”, infatti, tradiscono lo stesso eclettismo, meno vibrante perché perso tra brani che sembrano scarti del precedente, copioso materiale. Stills pare ancora convinto nel guidare il boogie rollingstoniano di “Lies” o scatenati R&B come “Business On The Street” (con link agli Small Faces) e la slide zeppeliniana di “Isn’t It About Time”.
Il disco è, tuttavia, soltanto un surrogato dell’alchimia di debutto, sacrificata in nome di una sorta di compilation di brani minori, messi insieme senza particolare criterio. Il folk-blues della title track con il bluegrass di “Do You Remember The Americans?”. La piccola enciclopedia, questa volta, rimane intrappolata nelle maglie di genere, tra un country romantico (“So Many Times”) e percussioni da festival (“Guacanco De Vero”). E Stills dovrebbe anche farsi perdonare una rilettura un po’ troppo fedele di “Let’s Spend The Night Together” con “City Junkies”.
Un’avventura, quindi, promettente quanto effimera, che non riesce a consolidare una direzione sonora ben progettata almeno nei suoi intenti.

Vecchi ricordi, nuove liti

Nella primavera del 1973, inaspettatamente, Crosby, Stills, Nash e Young si ritrovano a Maui, Hawaii per parlare di un nuovo album insieme.
Le prove iniziano a giugno al Broken Arrow Ranch di Young, ma qualcosa sconvolge l’atmosfera creativa: Bruce Berry, roadie di Young e poi dei Manassas, muore a causa di un’overdose. I quattro decidono, così, di fermarsi con le registrazioni, ma la rimpatriata porta comunque i suoi frutti perché c’è l’accordo per una serie di spettacoli previsti per l’anno successivo.

All’inizio del 1974, Graham Nash riavvia il valzer dei dischi solisti con Wild Tales (Atlantic, 1974), registrato in piccola parte con i vecchi compari (Neil Young è ancora ospite al piano con lo pseudonimo di Joe Yankee). L’album, tuttavia, è privo di pezzi forti come “Military Madness” e “Chicago” e, inevitabilmente, scivola via senza troppe pretese.
Il talento timido di Nash non ama strafare, dedicandosi ad un lavoro da “taglio e cucito” con un country bagnato di folk (“Hey You (Looking At The Moon)” e “You’ll Never Be The Same”) e pop beatlesiano (“On The Line”).
Non gira da queste parti, ovviamente, il furore elettrico di Stills o la poesia psichedelica di Crosby. Ci prova solo il blues orecchiabile di “Grave Concern” ad accelerare il ritmo.
Per il resto, Nash ritorna al formato chitarra acustica-armonica a bocca, strimpellando il primo Dylan in “Oh! Camil (The Winter Soldier)” e l’amico Young nelle atmosfere di “And So It Goes”. Meglio, allora, quando a dare una mano arrivano quei tre, come nel valzer per tastiere di “Prison Song”. L’inglese, tuttavia, non è ancora da buttare e il lieder pop per piano di “I Miss You” riesce a strappare un piccolo brivido.
Con Crosby fermo, la sensazione è che la penna si stia inaridendo.

I mesi passano e Stills decide di andare in tour con la sua band, mentre Crosby e Nash si dividono per un po’ dopo la fine di un giro americano come duo. Fino all’estate del 1974.
Il 9 luglio, a Seattle, ha inizio un clamoroso reunion tour – battezzato da Crosby come “Doom Tour” – che si protrae per tre mesi in grandi stadi americani, fino all’unica data europea a Wembley, il 14 settembre, in una maratona rock con Joni Mitchell e The Band.
I quattro si ritrovano così, attese star del palcoscenico, a proporre dal vivo vecchi successi e nuovi brani (Young fa da mattatore con il suo nuovo album “On The Beach”) per una serie di concerti che vengono accolti in maniera entusiastica dalla stampa e dal pubblico.
Lo show finale di Londra viene anche filmato dalla Bbc, ma CSN&Y decidono di abbandonare il progetto, non soddisfatti della performance vocale della serata.
I fan devono, così, accontentarsi della prima antologia ufficiale del gruppo, So Far (Atlantic, 1974), che sale in classifica grazie alla presenza delle versioni studio di “Ohio” e “Find The Cost Of Freedom”.

Alla fine del 1974, i quattro si ritrovano ai Record Plant Studios con l’intento di riaprire il capitolo “album perduto”, ma in particolare Stills e Nash fanno affiorare tutti i vecchi screzi, alimentati ora da ego musicali ingranditi, problemi con le droghe e rivalità da palcoscenico.
Il progetto salta, quindi, per aria, separando nuovamente le strade all’interno del supergruppo.

Stephen StillsNel giugno del 1975, Stephen Stills torna a un’attività solitaria molto attiva dopo la parentesi Manassas.
In Stills (Cbs, 1975), il virtuoso della chitarra non riesce a replicare i primi fasti della sua band, limitandosi a un pilotaggio automatico in chiave blues. L’esperienza dei Manassas, certo, è ancora troppo vicina per essere completamente dimenticata. L’eclettismo del loro primo disco riecheggia nel blues latineggiante di “Turn Back The Pages” o nel boogie cubano di “In The Way”. Il resto, tuttavia, non arriva a graffiare, posandosi comodamente sul country-rock di “My Favorite Changes” e su certi esperimenti di jazz da piano bar come “My Angel”.
Stills pecca in un eccessiva prolificità che scade in avviluppamenti melodici mosci (“Love Story”) e giri di valzer (“To Mama From Christopher And The Old Man”). Rimane, allora, la solita sapienza strumentale che corre sul wah-wah di “Cold Cold World” e sul funky di “Shuffle Just As Bad”. “As I Come Of Age” è, invece, una ballata piatta, mentre “Myth Of Sisyphus” svicola malinconica nel suo soul adulto.
Decisamente troppo poco per un talento come quello di Stephen Stills.

Passa appena qualche mese ed esce Stephen Stills Live (Atlantic, 1975), registrato in presa diretta nel marzo del 1974 all’Auditorium Theatre di Chicago.
Sulla scia della collettiva immensità di Four Way Street, l’album fotografa la doppia anima del bluesman, a cominciare dalla verve elettrica dell’ormai classica “Wooden Ships”. Stills mette in scena il suo talento con lo strumento, sparando il riff rock ‘n’ blues di “Jet Set” in medley con l’aggressiva “Rocky Mountain Way”. Nessun incendio à-la Hendrix, ovviamente, ma un solido vibrare (“Special Care”) oltre che una certa passione per il gospel-soul come nell’organo di “Four Days Gone”.
Più emozionante la seconda pelle del chitarrista, memore delle vecchie amicizie acustiche. Si inizia, così, con l’orecchiabile “Change Partners” per proseguire con una serie curiosa di cover, dal medley blues di “Crossroads/You Can’t Catch Me” all’inno di Fred Niel “Everybody’s Talking At Me”.
Stills punta sul sound sicuro di “4+20” e, alla fine, riesce nel suo intento: far brillare sul palco un pugno di belle canzoni, con eleganza e sapienza tecnica.

Non ancora pago, l’ex-Buffalo Springfield decide di dare alle stampe Illegal Stills (Cbs, 1976) che, tuttavia, si rivela un altro buco nell’acqua.
Stills appare in evidente confusione, sospeso tra vecchi ricordi sonici e tentazioni nuove. Ne viene fuori un disco altrettanto confuso – se non scialbo – che non riesce a salvarsi nemmeno con il solito talento strumentale.
La lezione è, alla fine, sempre quella dei Manassas, in bilico tra sfumature boogie-rock e inflessioni latine, come in “Soldier” e nella romantica “Midnight In Paris”. Ricordi, però, troppo ingombranti che finiscono per scadere nella mediocrità dei passi di salsa di “No Me Niegas”.
Stills recupera terreno solo virando verso “casa”, tornando al tanto caro country-blues acustico di “Stateline Blues” o al riff della cover di “The Loner”. E basta così perché poi il disco si scatena su ritmi funky-soul poco convincenti (“Buyin’ Time” e “Closer To You”) prima di affondare su un certo pop melenso (“Ring Of Love”).
Una cosa è certa: Stills farebbe meglio a tenere a freno la prolificità per ragionare di più sulla sua musica.

Crosby e Nash, nel frattempo, trovano ispirazione per un nuovo disco come duo, affiancati dai The Mighty Jitters (già The Section nel "Black Album" con Russell Kunkel, Craig Doerge, David Lindley e Tim Drummond).
Wind On The Water (Abc, 1975) è il risultato finale dell’incontro tra due musicisti ormai maturi, meno infiammati e più posati nei modi. David Crosby è lontano dalle spiagge assolate della psichedelia della mente: la tenerezza per piano di “Bittersweet” o gli andamenti soul di “Low Down Payment” sembrano lontani anni luce dallo “shining” sonoro di If I Could Only Remember My Name. Nash, da par suo, prosegue coerentemente con la direzione intrapresa da solista, tra il martellamento melodico di “Love Work Out” e il country-pop di “Cowboy Of Dreams”.
Esce allo scoperto un disco molto “middle class”, con buoni spunti, ma anche alcuni momenti di apprezzabile noia. “Naked In The Rain” bissa l’intimismo folk, mentre “Homeward Through The Haze” è un altro bel lavoro fatto a mano dagli artigiani del pop. Si fatica, cioè, a pensare che siano gli stessi eroi di “Wooden Ships” o “Almost Cut My Hair”.
L’amore per la musica, tuttavia, è sempre vivo. “Carry Me” torna sul selciato delle armonie vocali incastrate, quasi recitate nella cadenzata “Mama Lion”. Interessante, poi, lo spirito da giga funky di “Take The Money And Run”, ma, soprattutto, il finale di “Last Whale”, dove l’intro gregoriano porta per mano una cristallina ballata folk medievale.
Maturità significa esperienza autoriale, certo, ma da David Crosby e Graham Nash si deve aspettare di più.

Mentre Crosby e Nash consolidano un feeling come duo, all’inizio del 1976 i vecchi compari Stephen Stills e Neil Young decidono di mettere in piedi un progetto simile. Il cowboy canadese sta per partire in tour con i Crazy Horse, ma prima vola in segreto a Miami per lavorare, appunto, con la band di Stills e il produttore Tom Dowd.
Attribuito alla Stills-Young Band, Long May You Run (Reprise Records, 1976) sfoga, al contrario di Wind On The Water, la solita verve elettrica dei due, che sembrano mettere, almeno per un istante, da parte i rispetti ego per un disco compatto e ben amalgamato.
Young, tuttavia, è molto più ispirato dell’amico e firma, quasi in maniera ovvia, i brani più cristallini del disco. Ecco, così, la morbida cavalcata country della title track, bilanciata dal romanticismo notturno di “Midnight On The Bay”, tra percussioni latine e fraseggi d’armonica.
Stills, da par suo, cerca di rivitalizzare il sound “bandistico” dei Manassas con “Black Coral”, azzardando anche con la serpentina organo/chitarre di “Make Love To You”. La vicinanza del vecchio amico crea, così, i suoi frutti che, tuttavia, non vanno oltre l’elettricità sinuosa di “12/8 Blues (All The Same)” e certe atmosfere jazzate come quella di “Guardian Angel”.
Pare, infatti, che la vena creativa di Stills sia in qualche modo ingabbiata in un certo formalismo tecnico, mentre lo spirito inquieto di Young riesce a brillare anche in episodi minori come questi. Come nel luccicare melodico di “Ocean Girl” o nel blues spruzzato di gospel di “Let It Shine”. E’ lui, forse, il vero deus ex-machina di tutto quanto, talento inarrivabile che, almeno in questo periodo, trasforma in oro tutto quello che tocca.
Agli altri tre moschettieri, per ora, tocca la sopravvivenza nel ricordo di un tempo che fu.

Come in un improvviso botta e risposta tra una band, ormai, spaccata in due, arriva nei negozi il terzo album ufficiale di David Crosby e Graham Nash. Ancora suonato con i fidi e rodati Mighty Jitters, Whistling Down The Wire (Abc, 1976) esaspera i toni languidi e posati di Wind On The Water, scadendo, per la prima volta, in una vera e propria banalità d’ispirazione.
“Broken Bird” e “Time After Time”, ad esempio, sono ballate più che standard, appiattite da arrangiamenti da “sessantenni in poltrona”. Nash tenta di conferire un po’ di brio al tutto e quasi ci riesce nel breve boogie melodico di “Spotlight”, ma il resto del disco si tradisce minuto dopo minuto, rivelando una scarsa intuizione al di là della sapienza formale.
Crosby sale in cattedra con la pantomima affascinante di “Dancer”, ma scivola subito sulla buccia appiccicosa di zucchero del soul di “Foolish Man”. Sono cioè, romanticismi abbastanza di maniera, come in “Marguerita”, brillanti solo nel momento in cui il disco abbraccia il più classico stilema della ballata country (“Taken At All”).
Per il resto, un album esangue, che non riesce a trasformare un senso maturo della canzone folk in qualcosa di attuale e vibrante. Non basta, cioè, un funky-blues all’ammorbidente come “Mutiny” o l’emozionante tenerezza armonica di “Out Of The Darkness”.
Tagliati i capelli ribelli, Crosby e Nash sembrano aver perso la forza di gridare anche con un sussurro.

La situazione tra i quattro si complica. Attraverso le pagine della rivista specializzata “Crawdaddy”, Stills e Young – forti di un’imminente tournée insieme – dichiarano di non aver più intenzione di lavorare con i due vecchi compagni di band. Crosby e Nash si sentono feriti, traditi, forse anche un po’ consapevoli del materiale non eccelso recentemente pubblicato come duo.
Stephen Stills, tuttavia, ha poco da ridere. Dopo diciotto date del giro di Long May You Run, Neil Young abbandona l’amico, costringendolo ad annullare le tappe successive. Danno oltre la beffa, tornando a casa dopo gli show scopre che sua moglie Veronique Sanson, cantante francese, ha già avviato le pratiche per ottenere il divorzio.

Pace e amore al Teatro Greco

Autunno 1976. Al Greek Theatre di Los Angeles, durante un concerto di beneficenza, Crosby, Stills e Nash tornano a calpestare insieme il palcoscenico. Tra i tre, scoppia la pace. Stephen vive un momento di profonda depressione dopo la disfatta con la moglie, con Neil Young, con i suoi ultimi dischi da solista. I vecchi amici sono importanti proprio nel momento del bisogno più insistente.
A dicembre, insieme ai produttori Ron e Howie Albert, iniziano le prove per quello che dovrà essere il secondo album ufficiale della primigenia ditta CSN. Il 2 giugno del 1977, nell’estate del punk, il trio debutta a Clarkston, Minnesota per la sua prima tournée senza il “cowboy solitario”. Con loro, Joe Vitale alla batteria, George Perry al basso, Craig Doerge al pianoforte.

1977. Mentre la guerriglia bianca dei Clash incendia i vicoli di Londra, tre amici ritrovati sorseggiano musica in mezzo all’oceano, tra sorrisi e gorgheggi vocali. Definito dai più “il disco della barca”, CSN (Atlantic, 1977) è l’intima rimembranza di un tempo che fu. Non per forza un ricordo polveroso: “Shadow Captain” si bea sulle sognanti note di pianoforte, su quelle ugole perfettamente intrecciate. Certo, un disco che, alle spalle, ha più di un’ombra, ma capace di emozionare al di là del tempo, solo per il gusto di ascoltare canzoni fatte a mano, ad arte. Come la ballata armonica di “Carried Away”, frutto della penna di un Graham Nash forse mai così ispirato. Pare proprio, infatti, che una semplice sigla da agenzia immobiliare sia portatrice di una magia alchemica irraggiungibile se imboccata da strade solitarie.
E’, quindi, all’incrocio che si ritrova un’inventiva perduta. Come nello straordinario crescendo acustico di “In My Dreams”. L’unione fa la forza. Crosby torna ai suoi silenzi in musica, come nel jazzato di “Anything At All”; Stills – quasi risorto – al folk acustico di “See The Changes” e, soprattutto, ai delicati latinismi di “Fair Game”.
Inaspettato mattatore, Nash compone il brano più intenso di tutto il disco o, almeno, quello che ricorda al mondo che le canzoni di CSN sono dure invettive nei confronti di una società ingiusta e malata. Sulle splendide architetture gotiche di “Cathedral”. O anche quando si siede al piano per “Cold Rain”, cartolina ricordo di una liturgica Manchester.
CSN è un disco più curato negli arrangiamenti che nei testi, sacrificati ai cambi calienti di “Dark Star” e all’orecchiabilità di “Just A Song Before I Go”. E’, forse, colpa di Stills che fa vibrare il rock di “Run From Tears” prima di convocare l’orchestra di “I Give You Give Blind”.
Nulla, insomma, a che vedere con i solipsismi melensi della coppia Crosby & Nash o con la prolificità mediocre di Stills. Gli stessi musicisti che, insieme, riescono a cambiare e, amalgamandosi, a creare qualcosa di bello per il mondo della musica.

Per cavalcare meglio l’onda della reunion, viene immediatamente pubblicato un disco dal vivo del duo C&N, registrato durante i tour del 1975 e 1976. Semplicemente intitolato Live (Abc, 1977), l’album ripropone sul palco le zuccherosità dei due, colate principalmente dai loro primi tre dischi. “Foolish Man”, “Mama Lion” e “Page 43“, per fortuna, indossano una veste più rock che le rende più gradevoli rispetto alle versioni originali in studio. Si sente, tuttavia, un certo sfilacciamento, dovuto certamente alla mancanza dei due cavalieri del rock, Stills e Young. I due chitarristi, accompagnati dai soliti Mighty Jitters, si difendono sugli scudi, aprendo con la verve di “Immigration Man” e chiudendo con l’unghiata di “Déjà Vu”.
E’ il potere della gloria che aiuta gli audaci e i vagabondi cantastorie.
Galvanizzati dal consenso generale su CSN, i tre decidono di continuare e, a fine novembre, si ritrovano in studio a Los Angeles sempre con Ron e Howie Albert. I lavori si protraggono fino all’aprile del 1978, quando Stills decide di interromperli per lavorare al suo prossimo disco solista.

Forse eccessivamente convinto della sua prolificità, Thoroughfare Gap (Cbs, 1978) è un altro passo incerto del chitarrista texano. I produttori sono gli stessi del brillante CSN, ma evidente è la mancanza dei due amici ritrovati che si trasforma in breve in una mancanza di direzione, tra strampalati esperimenti disco-funk, come “You Can’t Dance Alone” e “What’s The Game”. Stills, appunto, pare paralizzato nel “ballare da solo”, costretto a ripetere vecchi stilemi, tipo le percussioni latine di “We Will Go On” e l’elettricità cubana di “Woman Lleva”.
Un disco sciapito che non esalta il tribalismo della cover di “Not Fade Away” e, soprattutto, il tanto maneggiato blues della versione di “Midnight Rider”. Meglio, forse, il blues-soul posato di “Lowdown” o quello mellifluo di “Beaucop Yumbo”, sempre che si ammetta di ascoltare musica fatta giusto per intrattenere l’ascoltatore mentre fa qualcos’altro. Perché parrebbe impossibile emozionarsi con la melodia della title track. Basta, allora, muoversi un po’ sulla slide vibrante di “Can’t Get No Booty”. Eppure sembra impossibile che sia lo stesso musicista dell’ultimo album del rinato trio delle meraviglie folk.

A luglio, CS&N danno il via a un breve tour estivo che riscuote un ottimo successo di pubblico.
I tre provano subito a riprendere la strada discografica, ma in direzioni troppo divergenti. Crosby e Nash tentano un nuovo progetto come duo, ma il primo è in condizioni psico-fisiche degenerate a causa di un massiccio uso di droga. Non se la passa meglio Stills, che è piuttosto scoraggiato dopo le sue ultime, scialbe prove da solista.
La magia sembra, quindi, ancora una volta spezzata quando, nel settembre 1979, i tre risalgono sul palco del Madison Square Garden di New York per partecipare alla causa della fondazione Musicians United For Safe Energy, promossa da Jackson Browne e dallo stesso Graham Nash.
Al “No Nukes: The Muse Concert For A Non-Nuclear Future” partecipano, tra gli altri, Bruce Springsteen e James Taylor, ma, soprattutto CSN che suonano pezzi ormai leggendari come “Teach Your Children”, “Long Time Gone” e “You Don’t Have To Cry”.

Graham NashVisibilmente soddisfatto, Nash decide di tornare in studio alla fine dell’anno per realizzare il suo terzo album da solista.
Earth & Sky (Capitol, 1980) prosegue, sulla scia di "No Nukes", con un forte spirito ecologista, imbevuto di morbidi arrangiamenti orchestrali. Nash predilige strade a metà tra il gospel e il soul – esemplari “Skychild” e “It’s All Right” – dimostrando di essere sicuramente più ispirato del confuso Stills e del caduto Crosby. Brani come “Barrel Of Pain” e “In the 80’s” provano addirittura a mordere con boogie irrequieti.
Il disco, tuttavia, non riesce ad andare al di là di un modesto languore ambientalista, alimentato dal pop bolso della title track e da certe liturgie melodiche come “T.V. Guide” e “Magical Child”.
Insomma, ricordi sbiaditi anche per l’inglese che si concede un déjà vu con il folk weastcoastiano di “Out On The Island”.
Il pubblico non sembra gradire. La Cbs rescinde subito dopo il contratto con l’ex-Hollies.

L’alleanza alla luce del giorno

Alla fine del 1979, David Crosby torna in studio per iniziare a lavorare sul suo secondo disco da solista. Le prove si protraggono per quasi un anno, ma l’ex-Byrds è in uno stato fisico pietoso a causa della droga. Il materiale pare anche buono, ma la Capitol rifiuta il disco, facendo sprofondare ulteriormente il chitarrista.
E’ un momento difficile per i tre, che osservano le loro vene creative inaridirsi progressivamente, limitandosi a calpestare i palchi d’America con brani ormai diventati classici senza tempo.

Nell’ottobre del 1980, Stills e Nash decidono di dare vita a un primo progetto come duo, ma i nuovi nastri non piacciono alla Atlantic perché considerati inutili senza la presenza di Crosby.
Ecco, allora, che il baffo cerca di risollevarsi, recandosi ai Rudy Records per dare una mano ai suoi vecchi amici.

Daylight Again (Atlantic, 1982) è il disco che tenta di risollevare le sorti alterne del blasonato terzetto, affidandosi a un modo sicuro e tradizionale di fare canzoni. Già a partire dal morbido riff di “Turn Your Back On Love” si ascolta una genuina piacevolezza compositiva, accasata nel nido caldo delle armonie vocali. Nash mette sul davanzale bollenti melodie pop, come col violino di “Wasted On The Way” o la struttura robusta di “Into The Darkness”. E Stills non pare farsi troppo pregare, sfidando il compare sulla gara del ritornello soul di “Southern Cross”.
Il chitarrista texano, tuttavia, soffre le sue recenti delusioni discografiche, non riuscendo nella stessa impresa miracolosa di CSN. Ecco, allora, tornare il blues più sciapito di “Since I Met You”, accompagnato dal solito tribale elettrico di “Too Much Love To Hide”.
Il problema vero e proprio è che l’album non è un parto a tre, ma il rimasuglio di un progetto di Nash e Stills con Crosby a dar man forte per quanto possibile. Il baffo è in condizioni pietose e, infatti, ha bisogno del bastone da rabdomante per trovare un’ispirazione degna di nota. “Delta” è il suo commovente, ultimo sforzo al pianoforte.
Non è lo stesso autore di “Triad” ad emozionare, così, con la tenerezza gospel-soul di “Might As Well Have A Good Time”. Meglio quando Nash prova il pop barocco di “Song For Susan” o Stills rievoca il formato ballata con “You Are Alive”. Eppure, si tratta soltanto di canzoni oneste e poco più. Ci vuole, infatti, una perla pescata dal passato – anno 1972 – per parlare di “fasti”: la title track inizia con un evocativo folk scarnificato per poi proseguire – tra un banjo e la voce di Art Garfunkel – con la classica “Find The Cost Of Freedom”.
La prova definitiva che CS&N appartengono a un passato ormai sepolto?

L’album, tuttavia, ottiene un buon successo di pubblico e critica, spingendo il trio a tornare in tour negli Stati Uniti. E’ il momento buono per spingere CS&N ancora più in alto.

Diario sonoro degli ultimi due reunion tour del 1977 e del 1982, Allies (Atlantic, 1983) è il primo album live della ditta a tre CS&N. Gli spettacoli, tuttavia, sono distanti anni luce dalle folgori elettro-acustiche di Four Way Street con il trio ridotto in condizioni da sorpassata leggenda vivente.
Il disco, cioè, non si può permettere il lusso di escludere qualsiasi brano prima di CSN, limitandosi a mettere insieme cover (dalla tenerezza di “Blackbird” all’unica vera emozione della “He Played Real Good For Free” di Joni Mitchell, interpretata da quello che rimane di un grande David Crosby) e mediocri brani inediti come l’artificiale riff gusto eighties di “War Games”.
Stills continua, così, a soffrire un’aridità creativa che viene qui mitigata da una versione particolarmente brillante di “Dark Star”. Il live, tuttavia, è soltanto un palliativo discografico, nella speranza di rincorrere una fama che non può esserci più. I tempi cambiano e Crosby lo sa benissimo, lasciando – devastato dalla droga – la guida al più borghese Graham Nash, che macina melodie pop per la gioia delle radio in auto. “Wasted On The Way” e “Barrel Of Pain” ne sono due esempi efficiaci.
Non a caso la chiusura dell’Lp non è affidata – come tradizione vorrebbe – all’epica di “Find The Cost Of Freedom”, ma all’inno “For What It’s Worth”, che dimostra come questo sia un gruppo sfilacciato che fatica a ritrovare il bandolo della propria ispirazione.

Dopo la pubblicazione di Allies, i tre partono ancora in tour, questa volta in Europa. Il successo è assicurato, ma è solo il preludio a una nuova divisione interna. Tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984, Nash ritrova gli Hollies per registrare un clamoroso (e deludente) reunion album, mentre Crosby tenta ancora di incidere il suo secondo lavoro solista.
Ci riesce, invece, Stephen Stills che firma l’ennesimo impegno discografico.
Right By You (Atlantic, 1984) è la caduta più rovinosa del chitarrista texano, che pare precipitare senza appigli in un baratro di musica piatta e artificiale. Sin dai latinismi sintetizzati di “50/50” si intuisce che la direzione “eighties” del singolo “War Games” non era altro che avviso di un cambio di marcia. Stills riempie un album totalmente inutile con una serie di numeri di funk meccanico (“Stranger” “No Problem”), intervallati da ballate noiose come “Love Again” e “Only Love Can Break Your Heart”, che arriva quasi a bestemmiare contro Neil Young.
Un tracollo non mortale, tuttavia. Stills si salva soltanto quando torna a vecchi stilemi, tra il blues and roll di “Flaming Heart” e il bluegrass d’annata di “No Hiding Place”.
Un disco superfluo, quindi, specchio di un momento difficilissimo per uno dei consorzi musicali più affascinanti del secolo pop.

Stills è deluso dal suo nuovo album e, così, torna alla base per un lungo tour con Crosby e Nash fino al dicembre 1984.
La vera sorpresa, tuttavia, arriva nel luglio 1985 quando i tre tornano sul palco del Live Aid insieme a Neil Young per eseguire “Only Love Can Break Your Heart” e “Daylight Again/Find The Cost Of Freedom”. Il cowboy canadese arriva addirittura a promettere a David Crosby di tornare in sella per un nuovo disco. A patto che quest’ultimo esca dal tunnel della droga.
Crosby, invece, viene arrestato per possesso illegale di armi da fuoco e condannato a scontare otto mesi. E’ l’ultima goccia per il chitarrista dal viso simpatico e pacifico. Inizia così, per lui, un processo lungo di disintossicazione che lo porterà a ritrovare la luce in fondo al tunnel.

Nel frattempo Nash torna in studio da solo e, nel marzo 1986, pubblica il suo quarto album.
Con Innocent Eyes (Atlantic, 1986), il cantastorie di Blackpool rimane invischiato, al pari dell’amico Stephen Stills, in una melassa al gusto eighties, dilagante già a partire dal pop sintetizzato di “See You In Prague” e “Don’t Listen To The Rumors”.
Il disco pare vanificare quanto di buono Nash ha fatto con la band, in nome di una presunta orecchiabilità da classifica tra insipidi ritmi à-la Phil Collins (“Keep Away From Me” e “Over The Wall”). Apprezzabile è forse soltanto un approccio eclettico al formato-canzone che, tuttavia, non riesce a dispiegare le ali, tarpate dall’R&B blando della title track e da “Newday”, sorta di scarto da una session dei Police.
Tra una cartolina ricordo delle Hawaii (“Chippin Away”) e il funky robotico di “I Got A Rock”, l’unica cosa che riesce a Graham Nash è “Glass And Steel”, omaggio triste all’amico in difficoltà David Crosby. Una particella piccolissima rispetto all’universo folk-pop che dovrebbe rappresentare.

I fantastici (?) quattro

All’inizio del 1987, Crosby, Stills, Nash e Young tornano insieme a calpestare il palcoscenico, precisamente a Santa Barbara, California in occasione di due show di beneficenza per Greenpeace.
Subito dopo i riusciti concerti, i primi tre si chiudono in studio, a Los Angeles, per registrare un pugno di canzoni nuove di zecca. I lavori, tuttavia, non vanno per il verso giusto e, così, il trio decide di aspettare il rinforzo di Neil Young che, nel frattempo, è impegnato con un nuovo tour europeo dei Crazy Horse. Sorgono anche ostici problemi contrattuali, dato che l’etichetta di Neil – la Geffen – non apprezza affatto la questione “nuovo disco di CSN&Y con l’Atlantic”.
Elliott Roberts, manager di Young, risolve presto la situazione e così, nel 1988, possono iniziare le session per il sospirato disco-reunion. L’aria sembra piuttosto serena: Stills e Young trovano un accordo di convivenza mentre Crosby appare in ottima forma dopo le cure di disintossicazione.

CS&N tornano in tour negli Usa.
In estate, tuttavia, qualcosa inizia ad andare storto, tra vecchi dissapori artistici e scalette differenti. Nonostante tutto, il 12 novembre CSN&Y si esibiscono a Los Angeles – durante il Children Of America Concert – con uno spettacolo prettamente acustico.
Il pubblico rimane estasiato, ma più di un’ombra è appena dietro l’angolo.

Neil YoungPrimo album in studio dai tempi dell’ormai mitico Dèjà vu, American Dream (Atlantic, 1988) è, di fatto, il ritorno in pompa magna dei quattro cavalieri del country-rock.
Ad abbellirsi in vetrina, ovviamente, Neil Young che, tuttavia, vive una fase creativa in declino dopo il nuovo apice personale di “Rust Never Sleeps” (1979). E’ lui che da il via alle ritrovate danze del supergruppo, ma l’orecchiabile ritmo di basso della title track non sembra affatto il preludio a un disco da ricordare negli annali della musica popolare americana. L’uomo solitario, infatti, vira subito verso la classica ballata di country elettrico (“Name Of Love”), ma a non funzionare è proprio l’intesa con Stills, che non riesce a inserirsi con i suoi assoli, perso nel magma sintetizzato dei suoi ultimi dischi solisti (“Got It Made”).
Nash, da par suo, non ha remore a insistere sul piano liturgico di “Don’t Say Goodbye” e, soprattutto, sull’ormai trita ballata ecologista di “Clear Blue Skies”. Nota brillante, invece, il ritorno alla vita (artistica) di David Crosby che, disintossicato appieno, getta il piede sull’acceleratore con la grinta per tastiere di “Nighttime For The Generals”. Il baffo dalla California sembra ricordarsi improvvisamente del suo glorioso passato da songwriter, emozionando con il folk esistenzialista di “Compass”, cartolina westcoastiana firmata anche dall’armonica di Young. Lo stesso canadese rende di più quando dipinge l’acquerello acustico di “Feel Your Love” rispetto alla filastrocca corale di “This Old House”.
A soffrire più di tutti è sicuramente Stephen Stills che prova il riff blues di “Drivin’ Thunder” prima di affondare tra i fiati soul di “That Girl” e il rock sintetico di “Night Song”. Non basta, quindi, la solida melodia contro la guerra di Nash (“Soldiers Of Peace”) per scrivere ancora un grande album.
American Dream è una delusione generale, resa più scottante dal carico di aspettative sulle spalle di un gruppo che pare troppo sfilacciato per durare ancora nell’immaginario della gente.

Quando il disco arriva nei negozi, a novembre, ottiene subito un buon successo di pubblico fino ad arrivare al disco di platino dopo appena due mesi. La critica, tuttavia, è impietosa e spinge soprattutto Young a rinunciare all’idea di un tour mondiale. Neil, in realtà, non si fida poi tanto delle condizioni ritrovate di David Crosby che, per tutta risposta, decide di concentrarsi sul serio per dare finalmente alla luce il suo secondo, sospirato disco da solista.

Quasi a voler rispondere subito a tono ai dubbi di Young, il musicista californiano porta, finalmente, alla luce il suo secondogenito. Oh Yes I Can (A&M, 1989) è una vera e propria prova di forza – artistica e personale – per annunciare al mondo del rock che il mitico If I Could Only Remember My Name ha finalmente il suo erede.
Con “Drive My Car”, Crosby mette da parte le tentazioni sintetizzate e vira verso una grinta elettrica che non si sentiva dai famosi tempi d’oro. La droga si è sciolta dopo quasi vent’anni, facendo riaffiorare il talento di chi sa mischiare il blues e il soul come nel tribale di “Monkey And The Underdog”. Il disco tira fuori unghie inaspettate, tra il boogie di “Drop Down Mama” e le fini percussioni di “Flying Man”, per dimostrare che si può sempre risorgere dalle ceneri, farcela al di là di ogni ostacolo. Tornare alla vecchia acustica folk (“Tracks In The Dust”) e a ricordi di spiagge assolate come quelle di “Distances”. Crosby, evidentemente, gioca la carta facile dell’emozione, mostrando indirettamente a Stills come evitare la noia alla fine degli anni 80.
Guarda caso, è proprio quando “il baffo” si avvicina al texano che arrivano i primi sbadigli. I ritmi hawaiani di “Melody” e la ballata gospel di “In The Wide Ruin” sono rimasugli di un tempo che fu, trasformati per il gusto di un decennio troppo diverso.
Ma, con la band con un piede e mezzo nella fossa, un disco come Oh Yes I Can sembra far bene sia alle orecchie che al cuore. Se non altro per applaudire il ritorno di un musicista che non poteva assolutamente scomparire così dalle scene.

Alla fine del 1989, Crosby si presenta su un palco speciale insieme a Stills e Nash. Per festeggiare, a Berlino, l’abbattimento del muro, i tre eseguono “Change Partners”, “Chippin’ Away” e, soprattutto, il classico “Long Time Gone”.
Rinvigoriti, nel gennaio 1990 CS&N tornano in studio per dare inizio ai lavori per il loro quinto album ufficiale, questa volta in compagnia di alcuni nomi prestigiosi come quelli di Roger McGuinn, Peter Frampton, Michael Landau e Branford Marsalis.

Presentato agli occhi da una copertina di dubbio gusto, Live It Up (Atlantic, 1990) non riesce a sfruttare gli ospiti illustri, cadendo in un fosso di arrangiamenti mediocri e anacronistici.
Mentre il mondo si prepara al vomito generazionale di “Nevermind” e alla passione rivoluzionaria di “Ok Computer”, CS&N sembrano ancora confusi sul da farsi, continuando a distillare infusi di basso synth, tastiere e batterie elettroniche come nella title track d’apertura.
Crosby, ormai riabilitato completamente, tentenna su banali levigatezze soul (“Arrows” e “If Anybody Had A Heart”) mentre Stills non sembra voler uscire dal suo stretto tunnel creativo. “Tomboy”, così, è solo uno dei tanti spot commerciali in voga negli anni 80, mentre “(Got To Keep) Open” è l’ennesimo latinismo da bordo piscina. E fa pensare il fatto che nemmeno l’acustica retrò di “Haven’t We Lost Enough?” riesca a dare un brivido d’emozione.
Nash, come al solito, tenta di salvare la baracca con la ballata intimista di “House Of Broken Dreams” e, almeno in grinta, ci riesce sul finale accorato di “After The Dolphin”. Eppure, il romanticismo notturno per sax di “Yours And Mine” e il pop zuccheroso di “Straight Line” ce la mettono tutta per rovinare la festa al disco che, alla fine, risulta il più insipido e inutile della produzione del terzetto.

Quiete acustica dopo la tempesta

Live It Up viene accolto piuttosto male dal pubblico e dalla stampa di settore, ma CS&N non si perdono d’animo, tornando in tour negli Stati Uniti quasi fino alla fine dell’anno. David Crosby, infatti, cade con la sua moto e costringe i suoi compagni a cancellare le ulteriori date in Giappone e Australia. Durante la pausa forzata del “Southern Cross Tour”, Stephen Stills decide di riprovarci, lavorando a un disco di sole canzoni acustiche.
Con Stills Alone (Gold Hill Vision Records, 1991), il musicista texano torna a una dimensione intima e solitaria, abbandonando, di fatto, le orrende tentazioni easy-listening di Right By You.
Gli stornelli country di “Isn’t It So” e “The Right Girl” ripercorrono con onestà un passato che non c’è più, all’insegna di una verve acustica preziosa. Innegabilmente, Stills non ha più inventiva e, infatti, è costretto ad affidarsi a un nutrito gruppo di cover da falò folk sulla spiaggia. La raffinatezza di “Everybody’s Talking At Me” abbraccia, così, la tenerezza di “In My Life” per poi immergersi in un country-blues piuttosto tradizionale come quello di “The Ballad Of Hollis Brown”. La perizia strumentale, tuttavia, è quella di sempre, dipinta da blues elettro-acustici (“Just Isn’t Like You”) e delicatezze arpeggiate come “Singin’ Call”.
Il disco, alla fine, finisce pure col farsi ascoltare, tra il medley di “Blind Fiddler” e la solitudine folk di “Treetop Flyer”. Ovviamente, nulla di nuovo sotto il vecchio sole freak, ma, almeno, Stills dimostra di essere ancora un gran musicista.

La vera sorpresa, tuttavia, arriva nell’ottobre del 1991 quando l’Atlantic decide di svuotare i cassetti della memoria e pubblicare un quadruplo disco che è un autentico monumento alla carriera di Crosby, Stills e Nash.
CSN (Atlantic, 1991) è il definitivo marchio del fuoco sulla leggendaria carriera del trio, autentico tatuaggio indelebile sull’avambraccio della tradizione folk americana.
Oltre quattro ore di musica accompagnano l’ascoltatore in un viaggio, che parte dai semi elettrici di “Suite: Judy Blue Eyes” (qui con la batteria di Dallas Taylor) e arriva fino al blues intenso di “Dear Mr.Fantasy”, cover dei Traffic di Steve Winwood. Un vagabondare sui treni merci del country-folk che regala l’esperienza indimenticabile di rivivere più di vent’anni di musica attraverso brani inediti e versioni alternative.
Come nella versione più ricca di “You Don’t Have To Cry” prodotta da Paul Rothchild e nell’intimo capolavoro “Guinnevere” in versione acetato del 1968 con Jack Casady al basso e Faryar al bouzouki. Neil Young fa capolino qua e là, lasciando il suo inconfondibile segno dolente: dal country elettrico di “Helplessy Hoping” alla migliore versione elettro-acustica di “See The Changes”.
E’, tuttavia, il tempo di confermare, al di là dei mille problemi personali negli anni, il talento cristallino di David Crosby che guida la stratosferica rabbia soul-blues di “Almost Cut My Hair” (qui in versione dal vivo in studio, con tanto di coda strumentale) prima di incantare con la magia di folk medievale di “Song With No Words”. Non si arrabbi l’acustica in coro di “Blackbird”. L’amico Nash, poi, non se ne è mai stato in disparte a guardare: con Terry Reid firma “Horses Through A Rainstorm”, gioiello pop per organo scartato da Dèjà Vu perché troppo melodico. E poi il pop beatlesiano di “Man In The Mirror”, il soul melodrammatico di “Homeward Through The Haze”, la gemma acustica di “Taken At All”.
Un’orgia di generi frullati per uno stile divenuto unico. Uno dei cofanetti antologici più importanti della storia per scelte, canzoni e capacità di illustrare quanto di meglio ha fatto questo trio, con e senza Neil Young.

A supporto del cofanetto, CS&N tornano in Europa per un giro lampo di cinque concerti che tocca l’Italia con ben due date, a Milano e Roma. Il tour (acustico) vero e proprio, tuttavia, inizia in estate quando i tre si esibiscono negli Stati Uniti fino a novembre al Warfield Theatre di San Francisco dove viene registrato un video dal titolo “The Acoustic Concert”.
Dopo Oh, Yes I Can, David Crosby sembra averci preso gusto e, ansioso di recuperare il tempo perduto, pubblica il suo terzo album da solista.

Thousand Roads (Atlantic, 1993) viene riempito di cover, ma è un altro piccolo mattone per la ricostruzione della carriera artistica del chitarrista californiano. David Crosby ha stoffa e lo dimostra anche maneggiando materiale altrui, a partire dal folk elettro-acustico di “Too Young To Die” (J. Webb) fino ai ritmi caldi e percussivi di “Through Your Hands” (J. Hiatt).
Le corde sono, certo, quelle di sempre come, ad esempio, nel nervoso blues jazzato della title track, eppure l’omone baffuto riesce a far brillare la sua classe, al contrario dell’amico Stills, che non riesce a uscire dal pantano creativo. Certi romanticismi soul (“Helpless Heart” e “Natalie”) sono indubbiamente manieristici, ma quando ci si mette la vecchia signora Joni Mitchell, tutto sembra ritrovare l’antica magia. La samba acustica di “Yvette In English” è sicuramente il brano migliore di un disco altrimenti dimenticabile come “Hero”, melenso pop in compagnia di Phil Collins.
Quando, tuttavia, parte l’organo funky-blues di “Coverage”, Crosby sembra rialzarsi con una certa forza dalla lunghissima crisi, a conferma di quanto già detto con Oh, Yes I Can.

All’inizio del 1994, CS&N si riuniscono in studio per avviare i lavori in vista di un ipotetico nuovo album come trio. A guidarli, l’esperto Glyn Johns, già produttore di Eagles e The Who. I tre si sentono particolarmente ispirati, galvanizzati da un tour americano in occasione del venticinquesimo anniversario della nascita della band e, soprattutto, dalla partecipazione al revival di Woodstock.
After The Storm (Atlantic, 1994) pare volutamente riferirsi a un tentativo di riscatto dei tre dopo l’orribile, sintetico Live It Up.
La riscossa dei moschettieri viene guidata da Stephen Stills, che decide finalmente di svegliarsi dal torpore creativo per riabbracciare i ritmi caraibici di “Only Waiting For You”, trasposizione à-la Eric Clapton dei bei tempi di “Manassas”. Il chitarrista texano è più ispirato del solito e, forte della mano ormai salda di Crosby, si getta senza timore nel cuban-pop di “Panama”, oltre che nel solito rock-blues di “Bad Boyz”.
Non bastano, tuttavia, le buone intenzioni per fare un grande album. Nash, come al solito, riesce a confezionare canzoni gradevoli, come il lento marziale di “Find A Dream” e l’acustico romanticismo di “Unequal Love”, ma il tutto suona un po’ stentato e fatica a decollare davvero.
Crosby prova a caricare la squadra, guidando l’intreccio organo-chitarra di “Till It Shines”, ma non riesce a impedire certi numeri di rock tradizionale (“It Won’t Go Away”) e cover sostanzialmente inutili, come quella di “In My Life” dei Beatles.
La tempesta sarà anche passata, ma su CS&N non sta certo splendendo il caldo e passionale sole di Woodstock.

Dopo la pubblicazione del disco, il tour prosegue con buoni risultati di pubblico, ma, ad un tratto, deve arrestarsi perché David Crosby scopre di avere assoluto bisogno di un trapianto di fegato. Il chitarrista si opera nell’ottobre del 1994 e, nel frattempo, decide di pubblicare il suo primo album live.
It’s All Coming Back To Me Now (Atlantic, 1995) viene registrato al Whisky A Go Go di Hollywood nel dicembre del 1993 ed è un buon esempio della passione ritrovata dal chitarrista californiano.
Crosby scherza frequentemente col pubblico, presentando musicisti che sembrano quasi amici di sempre, a cominciare da Mike Finnigan, voce nella melensa “Hero” (scritta non a caso con il Phil Collins più pop). L’inizio dello show è incentrato sul nuovo materiale di David, dall’inedita “Rusty And Blue” al rockeggiare di “Till It Shines”, antipasto di “After The Storm”.
E’ quando partono i grandi classici, tuttavia, che il concerto riesce a decollare almeno per intensità. Il chitarrista Jeff Pevar ricama accordi psichedelici in “Cowboy Movie” prima di guidare l’immancabile, acida “Almost Cut My Hair” in compagnia di Chris Robinson dei Black Crowes. Il pubblico ha fame di fama e allora sul palco compare il talento melodico di Graham Nash a tenere per mano il vecchio amico su “Dèjà Vu”, “Long Time Gone” e “Wooden Ships”.
Versioni non certo memorabili, ma che fanno brillare, per una sera, le auree di due artigiani della musica popolare.

Alla fine del 1995, CS&N tornano in Giappone dopo quattro anni per un mini-tour di dieci date. E’ solo un assaggio: con il nuovo anno, i tre suonano prima in Sudafrica e poi negli Usa dove proseguono fino a novembre.
Ed è ancora Crosby a pubblicare un disco solista; un secondo, consecutivo album dal vivo.
Più arioso del precedente, KBFH Presents: David Crosby (KBFH Records, 1996) è registrato in presa diretta al Tower Theatre di Philadelphia per il celebre show radiofonico “King Biscuit Flower Hour”. E’ un momento importante per il chitarrista californiano che, nell’aprile del 1989, porta sul palco tutta la sua voglia di rinascita, già celebrata con il recente, grintoso Oh Yes I Can.
All’inizio Crosby è solo, come a voler sottolineare un baratro di depressione che, ormai, ha visto il suo fondo. “Tracks In The Dust”, “Guinnevere” e “Compass” sono gemme acustiche in puro stile Four Way Street. Dolenti note folk prima di suonare la carica con il boogie di “Drive My Car” e “Monkey And The Underdog”. David, quindi, ha fame di dimostrare al mondo del rock che è ancora in piedi, ma ha ovviamente bisogno di pezzi antichi e pregiati per far sussultare la sala. Ecco, allora, il capolavoro psichedelico di “Wooden Ships” trasformarsi nella fulgida bellezza di “Almost Cut My Hair” e, poi, nell’inno di “Long Time Gone”.
David Crosby is still (a)live.

All’inizio del 1997, Crosby parte per un tour acustico in compagnia del chitarrista Jeff Pevar e del figlio ritrovato James Raymond. Nascono, così, ufficialmente i CPR, nuova incarnazione di David senza i compagni di sempre.

Guardando avanti

Nel maggio del 1997 la leggenda si consuma definitivamente: Crosby, Stills & Nash trovano il meritato posto nella Rock’n’Roll Hall Of Fame.
Il trio parte ancora in tour, ma Crosby è costretto al secondo intervento chirurgico. David, tuttavia, è duro a morire e trova il tempo per entrare in studio con la sua nuova band, che ha bisogno di un disco di debutto da promuovere in giro per gli Stati Uniti.

Insieme ai due nuovi compagni d’avventura, Crosby pare ringiovanire di colpo, dando alle stampe CPR (Samson Music, 1998), album fresco e ricco di idee. Pevar e Raymond sono due musicisti esperti ed eclettici e, grazie al loro fondamentale contributo, il chitarrista californiano può dare alla luce ottimi blues come “Morrison”.
Il disco punta alla fusione dei generi, mescolando il folk più intimo (“Rusty And Blue”) e il pop più arioso (“At The Edge”). Risultato frullato, brani variopinti come “That House”. I tre sanno suonare e ci prendono gusto non una volta: “One For Every Moment” mette a frutto il talento jazz di James Raymond, mentre “Litte Blind Fish” risplende con il fingerpicking di Pevar.
Un disco che non disdegna il ritmo (il funky orientaleggiante di “Somebody Else’s Town”), ma che sa rallentare come davanti alla melodia di “Yesterday’s Child”.
Benvenuta, allora, seconda giovinezza.

Il 1998 si rivela un anno fruttuoso, aperto, a gennaio, dalla pubblicazione di un nuovo album dal vivo del duo Crosby & Nash.
Registrato al Dorothy Chandler Pavillion di Los Angeles nel lontano 10 ottobre 1971, Another Stoney Evening (Grateful Dead Records, 1998) è l’ottimo riassunto di una serata da incorniciare. “Déjà Vu” e “Wooden Ships” sono le chiavi d’apertura di un disco pregiato come il miglior vino rosso, tra voci profumate e calde e chitarre in corsa nel pieno del sogno westcoastiano.
Nash accarezza la platea con la sua proverbiale ugola in “I Used To Be A King”, mentre Crosby tinge l’atmosfera di accordi scarni quanto incantevoli. Si susseguono, così, “The Lee Shore”, “Laughing”, “Triad” e, soprattutto, il capolavoro “Guinnevere”.
Il duo è in uno stato di grazia e può permettersi di tutto: “Southbound Train”, “Immigration Man” e “Teach Your Children” sono le ultime perle a concludere una di quelle serate in cui il rock arriverebbe davvero a cambiare il mondo.
Non c’è, tuttavia, soltanto un glorioso passato, ma anche un futuro piuttosto promettente: CS&N tornano in studio per incidere un nuovo disco di inediti, completamente autofinanziato, dopo la scissione del contratto con l’Atlantic.

I lavori fervono, mentre Crosby getta in pasto ai fan un secondo disco dal vivo dei suoi CPR.
Registrato al Wiltern Theatre di Los Angeles, il doppio Live At The Wiltern (Samson Music, 1998) mescola con eleganza il nuovo repertorio targato CPR e i classici più inossidabili del mito di David Crosby.
Si parte, infatti, dall’incontro tra il jazz latino di “One For Every Moment”, il folk più intimo di “Little Blind Fish” e la melodia scintillante di “Morrison” e “That House”. Pevar e Raymond sono una garanzia sul palco e, così, Crosby può lasciarsi andare a note ora dolenti (“Rusty And Blue”), ora più viscerali (“Old Soldier” con Mark Cohn e Graham Nash).
E’ un concerto fiume che, ovviamente, sfocia nel vasto oceano folk di un passato ormai indimenticabile. Fiume come la versione jazzata di “Dèjà Vu”. Fluido come i preziosi ripescaggi della byrdsiana “Eight Miles High” e di “Ohio”, capolavoro di protesta senza tempo. Di sicuro un altro passo felice per la nuova vita artistica del chitarrista baffuto.

Le prove per il nuovo album di CS&N vengono sconvolte da un arrivo inaspettato: Neil Young.
L’elettricità del canadese ravviva i cuori e, dopo svariate sessioni, porta all’album vero e proprio, storico ritorno dei quattro dopo American Dream.

Con Looking Forward (Reprise, 1999), quattro stelle da museo della musica popolare uniscono le singole forze per dimostrare al mondo un’attualità priva di tempo.
L’inizio, tuttavia, non promette molto bene perché Stills torna, per l’ennesima volta, ai suoi amati Caraibi con “Faith In Me”. Sembra difficile, quindi, “avere fede” nei vecchi moschettieri del folk. Ma un disco con Neil Young è sempre qualcosa di speciale e, così, il canadese inizia a lavorare di ricami acustici per far rivivere la magia vocale della title track. Crosby, da par suo, pare vivere una seconda vita artistica grazie al figlio ritrovato James Raymond. Con lui firma il blues attivista di “Stand And Be Counted” e, da solo, “Dream For Him”, toccante tematica universale sulla difficoltà dell’essere padre. Nash è, ovviamente, a bordo della sua automobile pop, riuscendo a centrare il bersaglio con la melodia di “Heartland” e la tenerezza di “Someday Soon”.
Il disco, insomma, non barcolla anche perché Stephen il texano vira verso un robusto rock-blues in odore hard (“No Tears Left”), permettendosi addirittura di sfiorare il plagio su una “Seen Enough”, troppo vicina a “Subterranean Homesick Blues”. Young si trova bene nel ruolo di chioccia più navigata e sembra quasi divertirsi con filastrocche per piano (“Out Of Control”) e rock and roll per bimbi (“Queen Of Them All”). Lontane anni luce dal concetto musicale di “capolavoro”, ma vicine a un modo sapiente di fare musica. “Slowpoke” sarà anche troppo simile a “Heart Of Gold”, ma emoziona nella sua essenza lunare.
In definitiva, pare effettivamente che CSN&Y stiano “guardando avanti”, duri a morire in un mondo che ha ancora bisogno della forza simbolica delle loro canzoni.

Al fine di promuovere lo storico disco, i quattro si imbarcano, all’inizio del 2000, per un tour record di incassi insieme al batterista Jim Keltner e al basso di Donald “Duck” Dunn.
Dopo la sbornia live, Crosby torna in studio per dare un seguito al buon album di debutto del suo nuovo gruppo, i CPR.

Just Like Gravity (Gold Circle, 2001) respira ancora più profondamente di CPR e porta a una precoce maturità l’ottima fusione musicale del nuovo trio.
A partire da “Map To Buried Treasure”, il rock vecchio stile si trasforma con eleganza in un jazz addomesticato, memore di certi esperimenti già noti agli Steely Dan. Crosby trova negli arpeggi di Jeff Pevar e nelle tastiere minimali di James Raymond nuove cartucce compositive, come appare evidente nell’armonica “Breathless” e nello spiritual di “Angel Dream”.
E’ un disco che guarda al passato con gli occhi del futuro, ricamando – mai nostalgicamente – aforismi westcoastiani come “Darkness” e “Gone Forever” (con tanto di intro orientaleggiante). Un aggiornamento intelligente di quanto fatto in quarant’anni, sfidando la leggenda stessa quando Crosby sfiora intimismi acustici degni di un tempo. “Climber” e “Just Like Gravity”, infatti, potrebbero quasi stare in un “meglio di” CSN.
Un album ineccepibile che si diverte a salire (il ritmo springsteeniano di “Jerusalem”) e a scendere (toccante l’intreccio piano-armonica di “Eyes Too Blue”). Un album che stupisce per freschezza e piglio creativo, portando il talento di David Crosby ancora una volta sull’ambita cattedra del folk.

La mattina dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti vengono brutalmente feriti per mano di un paio di aerei di linea e di un modo diverso di intendere la vita. Il cowboy solitario Neil Young è ferito come il cuore di New York e, senza pensarci su due volte, decide di chiamare a raccolta i vecchi compagni. Nell’aria c’è un bisogno disperato di amore, di fratellanza. Il “Tour Of America” non vuole promuovere dischi o guadagnare denaro, ma unire le persone intorno a canzoni che sono pezzi di storia a stelle e strisce. Quaranta date per quaranta riti serali di pace e amore.
A cantare i “sopravvissuti” anche Graham Nash che, subito dopo il tour, dà alle stampe il suo primo disco solista dal lontano 1986.
Songs For Survivors (Sony, 2002) pare, infatti, il lavoro di un “sopravvissuto” della musica popolare, cartolina ricordo di un artista che è rimasto sempre fedele a se stesso senza impazzire nella propria solitudine.
“Blizzard Of Lies” e “Where Love Lies Tonight” sono ballate e al tempo stesso diari sonori di un maestro del pop. Dopo ben sedici anni, Nash conserva la sua freschezza creativa, concedendosi al sacro, intimo fuoco del folk americano, prima con l’elegante stile percussivo di “Dirty Little Secret”, poi con la saggia “The Chelsea Hotel”.
E’, tuttavia, vero che certi atteggiamenti melensi addolciscono l’età (“I’ll Be There For You”), ma l’inglese sa ancora come si emoziona un pubblico (l’intima, scarna “Pavanne”).
Alla fine rimane un’ispirazione che fatica a modellare grande musica, troppo invischiata nel maestro Bob Dylan quando parte la californiana “Nothing In The World” e, soprattutto, “Liar’s Nightmare” che ricorda troppo da vicino “Masters Of War”.

Déjà Vu

All’inizio del 2004 David Crosby e Graham Nash tornano finalmente insieme come duo per realizzare il loro primo album di inediti dai tempi di “Whistling Down The Wire”.
Con un piccolo aiuto dei loro nuovi amici Jeff Pevar, James Raymond e Lee Sklar.
Quasi a compensare la lunga assenza, il doppio album Crosby & Nash (Sanctuary, 2004) è un fiume di parole e musica.
A partire dalla delicatezza acustica di “Lay Me Down” (scritta da Raymond), i due cercano di recuperare l’alchimia di un tempo, riuscendoci solo a metà. Con quarant’anni di esperienza sonica alle spalle, David Crosby e Graham Nash lottano coraggiosamente tra un senso mai domo della tradizione e piccole voglie di modernità. Da una parte, infatti, la dolcezza anacronistica di “Jesus Of Rio”, dall’altra un ritmo quasi brit-pop come quello di “Puppeteer”.
Il duo prova anche a spingere sull’acceleratore, forgiando rock corposi, ma sostanzialmente inutili, come “Lucky Dragon” e “They Want It All”, scritta da Crosby come reazione allo schifo generato dalla Enron. Nash rispolvera brani del passato (“On The Other Side Of Town” è di 25 anni prima) e, alla fine, si capisce che niente potrebbe mai superare le vecchie e solide armonie corali (“How Does It Shine”). Rimane, quindi, “Through Here Quite Often”, testimonianza viva dell’antica maestria di due artigiani del songwriting.

Il tour che ne segue ottiene un buon successo di pubblico, arrivando anche in Italia per cinque date agli inizi del nuovo anno.
Il 2005, tuttavia, è un anno importante anche per Stephen Stills, che torna sulle scene dopo ben quattordici anni di silenzio discografico.
Più che un vero e proprio nuovo album, Man Alive! (Talking Elephant, 2005) è un collage di brani registrati tra il 1995 e il 2005. Un lungo periodo di attività segreta dopo l’imbarazzante Right By You e le cover di Stills Alone
Stephen Stills è, purtroppo, rimasto incastrato negli anni 70, incapace di innovarsi, di dare nuovi sensi alla perizia strumentale che torna immancabile nell’acustica “Hearts Gate”. Mentre Crosby vive la sua seconda vita con Pevar/Raymond e Nash si destreggia da autore nei soliti meandri pop, Stills non riesce ad allontanarsi dai suoi generi più amati, ripresi in maniera tanto fedele quanto noiosa. Tipo il soul di “Don’t Get It” e il folk scarno di “Piece Of Me”. Eppure pare vero: “l’uomo è vivo”. Il disco sorprende alla lunga, accompagnato dagli amici di un’intera vita. Neil Young nel rock-blues di “Round The Bend” e nel traditional “Different Man”; Graham Nash nel buon gospel-reggae di “Feed The People” e nel blues elettrico di “Wounded World”. E’ il ritorno non stucchevole a un modo sanguigno di fare musica (“Drivin’ Thunder”) con la classe di uno che si permette di fare il verso a Ray Charles (“Ole Man Trouble”).
Certo, funky come “Around Us” risultano piuttosto sciatti, ma quando entra in scena il piano di Herbie Hancock nella parte finale di “Spanish Suite”, tutto sembra acquisire qualcosa di magico.
Il texano, allora, è vivo, anche se sa di ricordo lontano.

Dopo la pubblicazione di Man Alive!, Stills torna in tour con la sua band prima di ricongiungersi con Crosby e Nash per un lungo giro tra Stati Uniti ed Europa. E’ il 2006 e il mondo assiste impotente alle violenze in Iraq e Afghanistan. Neil Young sente il dovere di dire la propria e si ritira per dare alla luce “Living With War”, atto di accusa nei confronti delle scelte del presidente Bush.
A sorpresa, per promuovere il disco, il canadese decide di tornare sul palco insieme ai vecchi amici, organizzando il “Freedom Of Speech Tour” tra Stati Uniti e Canada. E’ un ritorno dal vivo in grande stile, ma soprattutto, un modo di ricordare un tempo in cui la musica aveva il giusto fascino per cambiare il mondo.

Nello stesso anno, David Crosby svuota i suoi cassetti segreti e pubblica un triplo cofanetto sulla scia del monumentale CSN.
In Voyage (Atlantic/Rhino, 2006) coesistono tre dischi differenti per tre differenti volti dell’artista californiano, tra luci e ombre, cadute e rinascite.
Il primo si apre con la psichedelia brillante al servizio dei Byrds di Roger McGuinn (“Eight Miles High” e “Renaissance Fair”) e prosegue dritto verso i lidi pacifisti del primo disco con Stills e Nash (“Long Time Gone”, “Guinnevere” e “Wooden Ships”).
E’ il periodo più fecondo per il talento di Crosby, che sprigiona tutta la sua forza nel mitico "If I Could Only Remember My Name” prima di addolcirsi nelle ballate con Nash (“Carry Me” e “Page 43”).
Il secondo disco parte da gemme isolate, come “In My Dreams”, “Compass” e “Shadow Captain”, per poi spalmarsi sulla strada luminosa della rinascita di Crosby in fondo al tunnel della droga. “Yvette In English” suona dolcemente la carica prima di incontrare il talento di Pevar e Raymond con cui il simpatico baffone intesse nuove, interessanti trame musicali. Tra presente e passato, “Rusty And Blue”, “Map To Buried Treasure” e “At The Edge”.
Vero motivo per acquistare il cofanetto, poi, è il disco finale che contiene uno splendido miscuglio di tracce inedite, versioni alternative e chicche dal vivo. La demo con Stills di “Long Time Gone” sprigiona un nuovo fascino soul, mentre “Guinnevere” si fa più acida e “Almost Cut My Hair” si veste di una mirabolante seta acustica. Seguono una serie di intimismi folk in pieno sogno West Coast: “Games” con la produzione di Paul Rothchild, la gentilezza di “Kids And Dogs” e, soprattutto, la struggente “Triad”.
E’ un Crosby in versione “tesoro nascosto” che si esalta con le chitarre di Young e Jerry Garcia (“l’incendiaria versione di “Cowboy Movie”) e ammalia con la voce melodica di Nash (live da New York nel 1971 con “The Lee Shore” e “Traction In The Rain”).
Un cofanetto, insomma, che replica in piccolo la magniloquenza del precedente CSN e onora definitivamente un musicista sopraffino che ha vinto contro se stesso.

Outro

Find the cost of freedom

Il 25 gennaio 2008, al Sundance Film Festival, viene presentata in anteprima una pellicola di 96 minuti dal titolo “CSNY Déjà Vu”. Il film è diretto da un certo Bernard Shakey, nome fittizio che cela l’identità di un certo Neil Young. E’ un ripercorrere un’intera carriera di litigi, trionfi e attivismi sociali e politici e un equilibrato tributo a una band che vive ancora come una leggenda mai scalfita.
Quando il mondo sembra tremare davanti alla crisi economica e alla minaccia del terrorismo e di tutti i governi guerrafondai, quattro cavalieri del folk, del country e del blues sono pronti a tornare in pista, serrando le chitarre e rasserenando le ugole.
Il “Freedom Of Speech Tour” nasce, nel 2006, proprio per questo, riscuotendo uno straordinario successo di pubblico.

Colonna sonora del film, Déjà Vu Live (Reprise, 2008) è il diario sonico di un fervore politico rinato dopo le scelte sconsiderate dell’amministrazione Bush. Ecco, allora, che un classico come “Military Madness” riacquista la sua portata universale, scoccato contro le nuove guerre globali, al ritmo serrato della tromba di “Let’s Impeach The President”.
Lo show, in realtà, lascia poco spazio alla leggenda ormai superata, cercando di ritagliarne soltanto lo spirito. C’è la vibrante “Wooden Ships” e la prateria country di “Teach Your Children”; l’immancabile “Find The Cost Of Freedom” e l’elettricità di “For What It’s Worth”.
Tutto il resto funziona come se Crosby, Stills e Nash fossero una backing band per il vecchio cowboy Neil Young e il suo album del 2006, “Living With War”.
Ed è proprio la title track che si ripresenta puntuale durante lo spettacolo, prima come ode per pianoforte, poi come visione corale. L’album di Young non è certo un capolavoro, ma, dal vivo, il power-folk di “After The Garden” sembra riallacciarsi coerentemente allo springsteeniano “Families” e ai riff caldi di “Looking For A Leader” e “Shock And Awe”.

Resta, dunque, il marchio inconfondibile dei quattro moschettieri che, tra incomprensioni, litigi e rotture, non si sono forse mai separati, pronti a tornare in pista laddove il mondo ha bisogno di loro.
E Crosby, Stills & Nash torneranno insieme per una tournée americana ed europea questa estate, 40 anni dopo la loro leggendaria esibizione al festival di Woodstock.

Crosby, Stills, Nash & Young

I moschettieri del folk-rock

di Mauro Vecchio

L'hippy malinconico Crosby, pervaso dal sacro fuoco della psichedelia. Il "Capitano Moltemani" Stills, dall'intrepida verve chitarristica. Lo spirito melodico Nash, forgiato dal Merseybeat. E a dar man forte, il fervore elettrico del loner Young. Quattro moschettieri per uno dei più leggendari supergruppi della storia del rock
Crosby, Stills, Nash & Young
Discografia
 CROSBY, STILLS & NASH  
   
Crosby, Stills & Nash (Atlantic, 1969)

8

CSN (Atlantic, 1977)

7

 Daylight Again (Atlantic, 1982)

6

 Allies (live, Atlantic, 1983)

5,5

 Live It Up (Atlantic, 1990)

4,5

CSN (4 cd box ,Atlantic, 1991)

8,5

 After The Storm (Atlantic, 1994)

5,5

 Greatest Hits (antologia, Rhino/Atlantic, 2005) 
   
 CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG  
   
Déjà Vu (Atlantic, 1970)

8

4 Way Street (live, Atlantic, 1971)

8,5

 Month: Celebration Copy (antologia, Atlantic, 1971) 
 So Far (antologia, Atlantic, 1974) 
 American Dream (Atlantic, 1988)

5,5

 Looking Forward (Reprise, 1999)

6,5

 Déjà Vu Live (live, Reprise, 2008)

6,5

   
 CROSBY & NASH  
   
 Graham Nash & David Crosby (Atlantic, 1972)

6,5

 Wind On The Water (Abc Records, 1975)

6

 Whistling Down The Wire (Abc Records, 1976)

5

 Crosby-Nash Live (live, Abc Records, 1977)

6

 The Best Of Crosby & Nash (antologia, Atlantic, 1978) 
 Another Stoney Evening (live, Grateful Dead Records, 1998)

7

 The Best Of Crosby & Nash: The Abc Years (antologia, MCA, 2002) 
 Crosby & Nash (Sanctuary, 2004)

6

 Crosby & Nash: Highlights (antologia, Sanctuary, 2006) 
   
 STILLS-YOUNG BAND  
   
 Long May You Run (Reprise, 1976)

6,5

   
 CROSBY PEVAR & RAYMOND  
   
 CPR Live At Cuesta College (2 cd, live, CPR, 1998) 
 CPR (Samson Music, 1998)

7

 Live At The Wiltern (2 cd, live, Samson Music, 1998)

7

 Just Like Gravity (Gold Circle Records, 2001)

7

   
 DAVID CROSBY 
   
If I Could Only Remember My Name (Atlantic, 1971)

8

 Oh Yes I Can (A&M, 1989)

6,5

 Thousand Roads (Atlantic, 1993)

6

 It’s All Coming Back To Me Now (live, Atlantic, 1995)

6,5

 KBFH Presents: David Crosby (live, KBFH Records, 1996)

7

Vojage (3 cd box, Atlantic/Rhino, 2006)

8

   
 STEPHEN STILLS  
   
 Stephen Stills (Atlantic, 1970)

6,5

 Stephen Stills 2 (Atlantic, 1971)

6,5

 Stills (Cbs, 1975)

5

 Stephen Stills Live (live, Atlantic, 1975)

6,5

 Still Stills: The Best Of Stephen Stills (antologia, Atlantic, 1976) 
 Illegal Stills (Cbs, 1976)

5

 Thoroughfare Gap (Cbs, 1978)

4,5

 Right By You (Atlantic, 1984)

4

 Stills Alone (Gold Hill Vision Records, 1991)

6

 Man Alive! (Talking Elephant Records, 2005)

6,5

   
 MANASSAS  
   
 Manassas (Atlantic, 1972)

7

 Down The Road (Atlantic, 1973)

6

   
 GRAHAM NASH  
   
 Songs For Beginners (Atlantic, 1971)

6,5

 Wild Tales (Atlantic, 1974)

6

 Earth & Sky (Capitol, 1980)

5,5

 Innocent Eyes (Atlantic, 1986)

4

 Song For Survivors (Sony, 2002)

6,5

 Reflections (antologia, Rhino, 2009) 
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