E' il 1979. I mitici 70, segnati dall'hard rock, dal progressive, dal country rock,
volgono al termine. Si affaccia sul mondo la rivoluzione del punk, e come al
solito Neil Young, il canadese
solitario, non resta a guardare... Passata la tremenda crisi dovuta alla droga
che gli ha portato via il chitarrista Danny Whitten e l'amico Bruce Berry, dopo
il buio di "Tonight's The
Night" (un incredibile documento di vita), Young torna alla luce con "Zuma"
(1974) e "Comes A Time" (1978), pronto a scrivere l'ennesima nuova pagina della
storia della musica.
"Rust Never Sleeps" nasce da una serie di concerti che Neil Young e i Crazy Horse registrano nella seconda metà dei
70. Da questo storico tour estrapoleranno i pezzi inediti per il disco e
successivamente quelli che costituiranno il noto “Live Rust”. Young porta ogni
sera sul palco le proprie inquietudini, i segni della fine dell'era hippie, la
scossa rabbiosa del neonato punk, le melodie del suo country rock.
Il video omonimo (giudicato nel 1987 dalla rivista "Rolling
Stone" come "uno dei più grandi live degli ultimi vent'anni"), ha in realtà la
tracklist del "Live Rust". E' un vero e proprio show, con strane figure
incappucciate che fanno da service sul palco, sagome di amplificatori, microfono
e addirittura diapason enormi. Le foto di quello show sono pubblicate nella
copertina di "Rust Never Sleeps", la performance è davvero emozionante, ma, come
in ogni live, con qualche sbavatura. Così per l'album in questione e per il
"Live Rust" furono scelte le migliori versioni registrate in tour. Il video, per
la sua particolarità, è autentico, con tutti gli errori.
Il disco, suddiviso come ogni live di Young in parte acustica solitaria e cavalcata elettrica con
i Crazy Horse, si apre con "My my hey hey (out of the blue)", pezzo acustico
molto suggestivo che sfida il tempo. "Rock and roll can never die" canta la sua
vocina che quasi si spezza, "the King is gone but is not forgotten…",
riferendosi a Elvis Presley, simbolo del rock and roll. Young è consapevole
della fine di un'epoca, come canta nel bellissimo secondo pezzo, "The thrasher",
ma altrettanto sicuro di difendere il vecchio rock and roll, "like dinosaurs in
the shrine". Young è un dinosauro del rock, ma lo sguardo verso il nuovo è
palese, nell'inneggiare a Johnny Rotten (Sex Pistols) nella stessa "My my
hey hey", da ricordare anche per la frase "it's better to burn out theh to fade
away" presente nell'addio di Kurt
Cobain (a conferma della resistenza al tempo dei temi trattati).
La parte acustica continua. Il canadese lascia le inquietudini
presenti, e si butta nel passato con i classici pezzi pro-indiani d’America,
come "Ride my llama" e la celebre "Pocahontas", senza dimenticare la dolce "Sail
away", con Nicolette Larson alla seconda voce. Il tema dello sterminio delle
americhe torna dopo il fantastico "Zuma", disco del 1974 interamente dedicato a
questo tema. La rabbia per i teepee bruciati e per la morte di tante pocahontas
continua anche nella parte elettrica, con il capolavoro dell'album:
"Powderfinger". Il titolo si riferisce a un fucile (il titolo tradotto
letteralmente è "polveredito") e non è di facilissima interpretazione. Racconta
di un'invasione e di un ragazzo che deve difendere i propri cari. Ma questi è
troppo giovane, il suo grido disperato ("shelter me from the powder and the
finger") non viene accolto: la sua rassegnazione lascia l'amaro in bocca e anche
una lacrima…"(remember me to my love, I know I'll miss her…").
I Crazy Horse scatenati accompagnano la sporca ma sempre
appassionata chitarra di Neil Young, Ralph Molina scandisce tempi semplici ma
con grande precisione, Bill Talbott suona come al solito con gran cuore, Frank
Sampedro è un "mediano", lavoro oscuro ma fondamentale... et voilà, ecco
l'inimitabile sound Crazy Horse. Un suono caldo, uniforme, pieno, essenziale,
risultato di un grande cuore. Poca tecnologia, nessun controllo maniacale di
centinaia di effetti. La Gibson di Young (sempre la stessa dagli anni 70, è
visibile nel "Live at Red Rocks", ormai consumata per le plettrate) è collegata
a una pedaliera con la qiuale egli controlla solo il volume e talvolta inserisce
il deelay; per il resto, solo distorsione, un po' di leva, e sentimento,
ingrediente fondamentale per il rock, che spesso supplisce la tecnica.
Il disco va avanti con pezzi come "Welfare mothers" e "Sedan
delivery", denuncia di lati oscuri della società (la prima inneggia al divorzio,
la seconda racconta il degrado metropolitano) che in pochi hanno sottolineato
nella storia della musica. Il disco si chiude con la versione elettrica del
primo pezzo, un topos della produzione younghiana. "Hey hey my my (into the
black)" chiude l’album così come era iniziato, ma con una dose di rabbia
maggiore, quasi punk, con gli amplificatori Fender ormai esausti, con Young che
picchia sulla chitarra producendo i suoi caratteristici armonici e con
l'incitamento a difendersi e a vivere al massimo, "cause rust never sleeps"…


