Inanellata anche una sbandata sentimentale a base di orchestra per “Storytone”, la rotta artistica di Neil Young vira, con “Monsanto Years”, di nuovo verso quel suo solito modo goffo di affrontare la polemica contemporanea. Da “Southern Man” – pur sempre ancora in equilibrio – fino ai tardi “Living With War” e “Fork In The Road”, passando per gli ingenui “Re-Ac-Tor” e “Trans”, Young dimentica che il suo forte sono state le elegie accusatorie, cupe e soffuse.
Questo è anzi il suo più irrilevante e pericoloso. Il suo attaccare e dileggiare la Monsanto Company, uno dei leader mondiali nel settore biotecnologie alimentari – per quanto certamente controversa – potrebbe risolversi in una sorta di equivoco spot a favore dell’azienda in questione.
Ma la cosa peggiore è che non si tratta solo di concept pseudo-politico. C’è anche un contenuto da affrontare: le liriche fatue, autoindulgenti, occupano buona parte dello spettro, dunque non si può far finta di non sentirle. Spesso sono veementi rosari Dylan-iani, altrettanto spesso sono soltanto logorrea della più quintessenziale con slogan ridicoli da hippy decrepito.
Tolto questo, il disco è impeccabilmente Neil Young e non solo neilyounghiano, un piccolo concentrato di tipico sound, quel suo tipico sporco, sonnolento e quasi svogliato grezzume che a tratti retrocede fino a “Time Fades Away”, ed è un faro per le nuove generazioni, peraltro incarnate da una nuova band di giovani – i Promise Of The Real (già un paio di album all’attivo) – tra cui i figli del leggendario Willie Nelson, i due chitarristi Lukas e Micah. Gli incisi e le orchestrazioni sono sufficientemente affondanti, nel solenne (e, certo, retorico al 101%) gospel-blues “A New Day For Love”, o nel vaudeville alla Holy Modal Rounders di “People Want To Hear About Love”, e in quello fischiettato di “A Rock Star Bucks A Coffee Shop”, o l’honky-tonk di “Workin’ Man”.
I pezzi di media durata, “Big Box” e la traccia eponima, sono andamenti torrenziali che un po’ fanno rimpiangere i Crazy Horse, e purtroppo vi risuona più l’invettiva canora che i duetti-duelli tra le chitarre del leader e dei nuovi arrivati: le durate monstre di “Psychedelic Pill” rimangono un’eccezione. Il materiale di “Big Box” è debole e radiofonico ma anche sviluppato con un’articolazione progressiva che non abbassa mai la guardia, mentre “Monsanto Years” sono altri 8 minuti di ballata eroica e pigra (doppiata e trasfigurata da “If I Don’t Know”).
Soprattutto ci sono, disseminati un po’ dappertutto, attimi e spezie lisergiche discretamente aliene all’estetica dell’artista, anche grazie alle ragnatele di percussioni sullo sfondo di Tato Melgar, spezie che forse sono sempre state in incubazione e che ora affiorano con gloriosa naturalezza. Una perlina country-rock che completi il quadro? C’è: “Wolf Moon”, tutta sospensioni di slide, anche video. Edizione deluxe con versione Pono.
30/06/2015
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