Neil Young

Il disco che consacrò Young padrino del grunge

Un legame non certo prevedibile, eppure molto profondo, quello che unisce Neil Young al grunge. Non a caso, il cantautore canadese viene da decenni definito il “Godfather of Grunge”, il padrino del movimento di Seattle, per via dell’influenza decisiva esercitata sulle band che avrebbero dato vita a quell’intensa stagione rock tra la fine degli anni 80 e l’inizio del decennio successivo.

Molto prima che Seattle diventasse la capitale del movimento, Young aveva già sviluppato un linguaggio fatto di chitarre abrasive, distorsioni, lunghi feedback e un approccio istintivo che privilegiava l’espressione emotiva alla perfezione tecnica. Un rock diretto, ostinato, spesso scomodo, che mette in primo piano fragilità, rabbia e disillusione, nonché testi fondati su un’ostentata disperazione. Elementi che diventeranno centrali anche per band come Nirvana e Pearl Jam.
Il primo disco del Loner canadese indicato come manifesto di questa eredità è il live “Rust Never Sleeps”, pubblicato nel 1979. L’album nacque in un momento di crisi creativa. Young sentiva il bisogno di continuare a sperimentare anche senza avere tutte le risposte, convinto che il vero nemico di un artista fosse l’immobilità. Da qui il titolo del disco e la filosofia che lo attraversa, con quel celebre verso contenuto in “My My, Hey Hey (Out Of The Blue)” che sarà destinato tragicamente ad accompagnare l’addio al mondo di Kurt Cobain (“it’s better to burn out than to fade away”). In un’intervista a Spin, Young aveva spiegato così quel concetto: “Bruciarsi significa attraversare gli elementi così velocemente da prendere fuoco. I tuoi circuiti, invece di corrodersi, si disintegrano. Vai così veloce da diventare un tutt’uno con gli elementi, fino a trasformarti in gas. Ecco perché è meglio bruciarsi”.

Quella visione del rock, fatta di urgenza, autenticità e continua ricerca, sarebbe diventata uno dei pilastri del grunge. Dopo aver definito un linguaggio personale negli anni 70, tra lirismo acustico e snervanti cavalcate elettriche, Young non ha mai smesso di rimettersi in discussione. Il punto di svolta arriva all’inizio del decennio successivo con dischi che abbandonano qualsiasi levigatezza produttiva in favore di chitarre sature, feedback insistiti e una tensione quasi fisica. “Ragged Glory” segna l’inizio di questa fase: un album che suona sorprendentemente vicino al sound che, di lì a poco, sarebbe esploso nella scena di Seattle.

Il drammatico legame con Kurt Cobain

Se c’è un artista che più di ogni altro ha incarnato questa eredità, quello è Kurt Cobain. Il leader dei Nirvana ha continuato a vedere in Neil Young un punto di riferimento assoluto, fino all’ultimo istante della sua vita, quando nella sua lettera d’addio, ritrovata accanto al corpo dopo il suicidio dell’aprile 1994, inserì quei versi: “E ricordate: è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. Pace, amore, empatia”.
Per Young fu uno shock devastante. Quel verso era nato come una riflessione sul rock’n’roll inteso come forza creativa, ribelle e sempre capace di rinnovarsi, non certo come un’esaltazione dell’autodistruzione. Lo stesso musicista aveva più volte sintetizzato quel pensiero con una frase altrettanto emblematica: “Il rock’n’roll è adesso”.
Profondamente colpito dalla morte del leader dei Nirvana, pochi mesi dopo Young entrò in studio con i Crazy Horse per registrare “Sleeps With Angels”, il disco pubblicato nell’agosto del 1994 e apertamente segnato da quella tragedia.

Pur riconoscendo il legame con Cobain, preferì non spiegare mai fino in fondo il significato del brano che dà il titolo all’album: “In “Sleeps With Angels” ci sono tante situazioni diverse, alcune scene sono tristi. Ma ho deciso di non parlarne mai”.
Per anni Young evitò qualsiasi dichiarazione sull’argomento. Solo nel 2002, intervistato dal “Guardian”, rivelò di aver tentato inutilmente di aiutare Cobain nelle settimane precedenti al suicidio: “Ho provato a contattarlo nelle settimane prima della sua fine. Volevo riuscire a comunicare con lui. Gli avrei detto di suonare e fare concerti solo quando se la sentiva. Mi sarebbe piaciuto poterlo aiutare, alleggerire la pressione che sentiva addosso. Tutto qui. Rendere le cose un po’ più luminose”.

La collaborazione con i Pearl Jam

Se il rapporto con Cobain è rimasto segnato dal dolore e dal rimpianto, quello con i Pearl Jam si è trasformato in una collaborazione fertile, destinata a entrare nella storia del rock. Eddie Vedder ha sempre riconosciuto in Young un modello decisivo, non solo musicale ma anche morale: nel 1995, fu proprio lui a introdurlo nella Rock and Roll Hall of Fame. Durante la cerimonia disse: “Come band ci ha insegnato tantissimo sulla dignità, sull’impegno e sull’importanza di vivere ogni esibizione nel momento. Sono davvero felice che sia ancora qui. Non credo ci sia mai stato un altro artista accolto nella Rock and Roll Hall of Fame con una carriera ancora così vitale. Alcune delle sue canzoni migliori erano nel suo ultimo album”.
Quello stesso anno il legame tra Young e la band di Seattle si concretizzò in “Mirror Ball”, registrato con i Pearl Jam come gruppo di supporto e prodotto da Brendan O’Brien. Inciso quasi interamente dal vivo in studio, il disco catturò tutta l’energia dell’incontro tra il padre spirituale del grunge e una delle sue band più rappresentative. I fan ribattezzarono quella formazione “Neil Jam”, che proseguì l’esperienza con una breve tournée estiva.
Pur non essendo considerato uno dei capolavori assoluti del canadese, “Mirror Ball” resta la testimonianza più autentica del dialogo tra due generazioni: Neil Young non si limitò a ispirare il grunge, ma ne condivise il percorso, contribuendo a legittimarlo senza mai rinunciare alla propria identità.

Neil Young su OndaRock

Vai alla scheda artista