Grunge prima di te, verrebbe da dire mutuando il celebre slogan ruggeriano sul punk. Se la stagione del movimento di Seattle ha avuto una sua specifica identità, collocabile in un preciso contesto storico a cavallo tra la fine degli anni 80 e l'inizio del decennio successivo, non v'è dubbio che le radici quel sound si annidassero già in altri stili e generi - tra hard rock, punk, hardcore - nonché nel ritorno alla formazione chitarra-basso-batteria e alle sonorità degli anni 60 e 70. E molto prima che il grunge diventasse un’etichetta e Seattle il suo epicentro, Neil Young aveva già attraversato e superato i confini del folk-rock, spingendo il proprio suono verso una forma di rock elettrico ruvido, imperfetto e visceralmente emotivo. Un’evoluzione che, a distanza di anni, sarebbe diventata una delle matrici riconosciute del rock alternativo degli anni 90.
Dopo aver definito un linguaggio personale negli anni 70, tra lirismo acustico e snervanti cavalcate elettriche, Young non ha mai smesso di rimettersi in discussione. Il punto di svolta arriva all’inizio del decennio successivo con dischi che abbandonano qualsiasi levigatezza produttiva in favore di chitarre sature, feedback insistiti e una tensione quasi fisica. “Ragged Glory” segna l’inizio di questa fase: un album che suona sorprendentemente vicino al sound che, di lì a poco, sarebbe esploso nella scena di Seattle. Non è un caso che, proprio in quegli anni, Young venga indicato come "Godfather of grunge", il padrino del grunge. Non per appartenenza generazionale, ma per affinità estetica (incluse le famigerate camicie di flanella) e attitudine: un rock diretto, ostinato, spesso scomodo, che mette in primo piano fragilità, rabbia e disillusione, nonché testi fondatii su un'ostentata disperazione. Elementi che diventeranno centrali anche per band come Nirvana e Pearl Jam.
Il legame con questi ultimi è il più profondo e duraturo. Eddie Vedder ha sempre riconosciuto in Young un riferimento fondamentale, non solo musicale ma etico. Dopo il ritorno temporaneo alle atmosfere acustiche di “Harvest Moon”, Young si cimenta con l’elettricità più aspra con “Sleeps With Angels”, un disco profondamente segnato dalla morte di Kurt Cobain, che proprio in un verso di Young (“it’s better to burn out than to fade away”) aveva trovato le parole da lasciare nel suo ultimo messaggio. Da quella fase nasce “Mirror Ball” (1995), registrato con i Pearl Jam come band di supporto. È un album che cristallizza l’incontro tra generazioni: l’energia compatta e muscolare del gruppo di Seattle si mette al servizio della scrittura e della voce inconfondibili di Young, senza mai snaturarle. Un disco suonato quasi dal vivo in studio, privo di abbellimenti, che restituisce l’urgenza di un rock essenziale e senza compromessi, registrato dal vivo in studio e prodotto da Brendan O’Brien. Nascono così i "Neil Jam” - come furono ribattezzati dai fan - che andranno anche in tournée per una decina di date in estate.
Se “Mirror Ball” non è diventato esattamente un classico del Loner canadese, resta però la testimonianza più sincera di quel dialogo inter-generazionale: Young non si limita a influenzare il grunge, ma lo riconosce e lo legittima, senza mai rinunciare alla propria identità. Ma l’eredità di Neil Young nel rock degli anni 90 - e oltre - non si misura solo nelle citazioni o nelle collaborazioni, ma in un’idea precisa di musica: diretta, ruvida, anche imprecisa a volte, ma profondamente onesta. Un’eredità che continua a riecheggiare ogni volta che il rock sceglie la strada più scomoda invece di quella più sicura.