Stereolab

Stereolab

Il laboratorio delle melodie acide

di Claudio Fabretti

Gli Stereolab si sono imposti nella scena alternativa degli anni '90 con una formula originale, che unisce un'inclinazione per l'art rock presa in prestito dai Velvet Underground e dal kraut-rock, melodie pop francesi degli anni Sessanta, i primi esperimenti con i Moog e la new wave. Il tutto sublimato dall'affascinante voce di Laetitia Sadier. Una formula che però nei più recenti lavori, da ironica apologia del modernariato, rischia ormai di diventare essa stessa modernariato
Austeri e lievi al contempo, gli Stereolab sono stati un'esperienza cardinale dell'intero decennio Novanta. Il merito non va ascritto solo all'originalità che li ha sempre contraddistinti, ma anche al coraggio che hanno rivelato nel riuscire a sdoganare un intero mondo di suoni presso un pubblico che, tendenzialmente, li aveva sempre snobbati, se non disprezzati in toto. Con l'audacia dei più intrepidi avanguardisti, gli anglo-francesi hanno saputo portare a termine un'operazione sulla carta temeraria: sposare un'inclinazione per l'art-rock presa in prestito da band come Velvet Underground e Suicide, una ritmica ossessiva di stampo kraut-rock e l'amore per la proto-elettronica (i primi esperimenti con i Moog, le tastiere vintage) con il piacere proibito delle melodie pop più facili e orecchiabili. Ne è nata una sorta di new wave dell'indie-rock, che è riuscita a instillare in quel microcosmo sonorità considerate tabù per decenni (dalla chanson francese degli anni Sessanta all'easy listening e alle colonne sonore d'antan) contribuendo al tempo stesso a forgiare una formula all'avanguardia, che per la sua capacità di destrutturazione delle forme tradizionali del rock è valsa al gruppo paragoni con band illustri come Roxy Music, King Crimson e Pink Floyd, oltre a innumerevoli tentativi di imitazione (Broadcast, Pram e Laika i più ispirati).

La nascita virtuale degli Stereolab può essere datata al marzo 1988, quando la ventenne corista francese Laetitia "Seaya" Sadier e il ventiquattrenne Tim Gane si incontrano a Parigi, in occasione di un concerto dei "marxisti" McCarthy, nei quali suona Tim.
I due – che presto faranno coppia anche nella vita privata - musicalmente sono agli antipodi: Laetitia è appassionata di pop, easy listening, bossa nova e colonne sonore d'annata; mentre Tim è un patito di kraut-rock, minimalismo e art rock. Ma, a ben vedere, i loro gusti saranno proprio le coordinate all'interno delle quali si snoderà il percorso degli Stereolab. E così Gane decide di mettere in soffitta i McCarthy e di fondare con la Sadier una nuova band, che si rivela perfetta fin dal nome, Stereolab, ispirato da una divisione della Vanguard Recors che mostrava effetti sonori in hi-fi.
A coadiuvarli sono Joe Dilworth e Martin Kean; in seguito si uniranno ai due Gina Morris (voce), presto sostituita dall'australiana Mary Hansen, i cui botta e risposta vocali con la Sadier diventeranno un marchio di fabbrica del gruppo, oltre a Duncan Brown (basso) e Andy Ramsay (batteria), mentre il ruolo di sesto componente, alle tastiere, sarà oggetto di una girandola di cambiamenti (Mick Conroy, Sean O'Hagan, Katharine Gifford e infine Morgan Lhote).

Le prime mosse di Tim e Laetitia sono la creazione di un'etichetta personale, la Duophonic, che nel 1991 pubblica il primo Ep Super 45, in un 10 pollici in vinile distribuito in sole 800 copie. Ne seguiranno altri tre, riuniti, insieme al primo, nella raccolta di singoli Switched On, in omaggio a “Switched-On Bach” e altri titoli simili che negli anni 60 e 70 contemplavano il Moog come lo strumento principale. E questo modernariato elettronico entra prepotentemente nella formula degli Stereolab, infiltrandosi nel raga di "Brittle", nelle armonie scanzonate di "Doubt", nelle sinuosità esotiche di "Au Grand Jour" e nella jam post-psichedelica di "The Light That Will Cease To Fail", in cui già spiccano le loro tipiche vertigini di chitarre, unite alle cadenze ipnotiche del drumming, alle frasi acide d'organo e ai giochi di canto e controcanto.
L'apice di questi primi esperimenti, un po' acerbi e naif, è però, con ogni probabilità, la mesmerica cantilena di "Super Electric", lanciata da Sadier su un arroventato tappeto di chitarre boogie e propulsa da una inesorabile scansione motoristica alla Neu!.

Dopo la firma per la Too Pure (con PJ Harvey e Th' Faith Healers, gli Stereolab formeranno il tridente di punta della giovane etichetta), è finalmente tempo dell'album d'esordio, Peng!, che esce nel 1992. Un lavoro un po' grezzo, ma già sorprendente, che riesce a coniugare immediatezza e sperimentazione, tra echi di Velvet Underground e Suicide, ritornelli pop e un'elettronica sintetica alla Kraftwerk, con vertici come l'eterea "Super Falling Star", la pantomima alla Suicide di "The Seeming And The Meaning" e le krautiane "Orgiastic" e "Mellotron".
La voce di Laetitia Sadier fa il resto, con un fascino innato da chanteuse e un canto ammaliante, che attinge al repertorio di vocalist da favola degli anni 60, come Françoise Hardy e Sandie Shaw.

Se Low-fi asseconda la passione di Gane per le sonorità in bassa fedeltà stile Pavement, il mini-album Space Age Batchelor Pad Music continua la progressione verso un sound più austero, culminando nel veemente boogie spaziale di "We’re Not Adult Orientated", quasi un manifesto della loro filosofia giovanilista e incompromissoria.

Vertice di questa fase della loro carriera è il singolo "Jenny Ondioline", lungo delirio acido che li consacra fra i grandi sperimentatori del periodo. Spiccano, nelle loro sonorità, le tastiere, da cui vengono tratti suoni pulsanti e ripetitivi che rimandano al minimalismo di artisti come Reich, Glass, Mertens o Nyman. "Amo il sound del primo Philip Glass e Steve Reich - rivelerà Gane - Ma anche la scuola di Canterbury. Il mio gruppo preferito erano i Soft Machine. Un'altra influenza decisiva sono stati Frank Zappa e le Mothers of Invention per l'uso della sezione fiatistica e per quei bizzarri riferimenti alla musica bandistica".
Altra intuizione cruciali degli Stereolab è poi la rielaborazione del kraut-rock di Neu!, Can, Faust e compagni. "Quel tipo di musica è straordinaria - racconta ancora Gane - Alcuni credono che sia pesante e alienante, ma non è così, e se mi chiedessero di portare con me su un'isola deserta un disco, è probabile che sarebbe un album di musica tedesca di quel periodo. La trovo molto eccitante, ha allargato il perimetro delle possibilità espressive grazie a evidenti spinte avanguardistiche, attuali ancora oggi".

Nel 1993, la band anglo-francese raggiunge già il top dell'affiatamento, come testimonia il primo dei suoi capolavori, l'album Transient Random Noise Bursts With Announcements. Contenuto in una confezione che riprende in chiave post-moderna i 33 giri di prova per i primi impianti hi-fi stereofonici, il disco rappresenta in tutti i sensi il manifesto dell'estetica-Stereolab. L'uso di moog, sample, musica easy listening e test di registrazioni hi-fi di dischi, fondendosi con le loro "glide guitar", forma un cocktail perfetto, al quale si sposa con assoluta naturalezza la voce sensuale di Sadier.
Le dieci tracce scorrono fluide, senza passaggi a vuoto. L'iniziale "Tone Burst" è una cavalcata condotta su ritmi frenetici, con la flebile voce narrante di Sadier a parafrasare la Nico più atmosferica e Gane a tendere all'infinito le note della sua chitarra. I droni meccanici si combinano in "Our Trinitone Blast" con la declamazione enfatica di Sadier, preludendo a un'apoteosi chitarristica degna dei migliori Sonic Youth. Dopo l'inizio al fulmicotone, il suono si stempera nelle spire sensuali di "Pack Yr Romantic Mind", digressione easy che trasporta l'ascoltatore in atmosfere bohemien da caffè parigino anni 50. E se "I'm Going Out Of My Way" vibra d'un'energia sottile, deliziosamente pop, i sette minuti di "Golden Ball" cambiano registro con un crescendo spettacolare, costruito su un ritmo strascicato e su reticoli di voci filtrate, che sfociano nel suggestivo canto di Sadier.
Ma nel frullato degli Stereolab c'è posto anche per quiete piece sperimentali come la spettrale "Pause", dove i sussurri distorti fungono quasi da ritmo, attorno al quale fluttuano le tastiere e le armonie delicate di Sadier e Hansen. E' il preludio al lungo delirio acido del singolo "Jenny Ondioline", libera rivisitazione di "Hallogallo" dei Neu!: 18 minuti d'improvvisazioni, in cui si susseguono voci campionate, tastiere solenni, pause, rumori, orge chitarristiche e ritmi sintetici in ordine sparso. E' un concentrato del sound-Stereolab e delle sue coordinate "storiche": space-rock, minimalismo, improvvisazioni stile Canterbury, elettronica psicotica alla Suicide, morbose ballate velvettiane. Tutto converge in una jam ricca di colpi di scena, una sorta di mantra postmoderno che deflagra in un caotico finale, reminiscente della "Sister Ray" dei Velvet Underground.
Dopo questo tour de force, ci si attenderebbe una pausa. E invece "Analogue Rock" riparte con un altro incredibile campionario di suoni: percussività incalzante, organo spettrale, accordi di chitarra protratti allo spasmo, tastiere ipnotiche, vocalizzi sontuosi. La tendenza all'improvvisazione della band trova un veicolo ideale nella filastrocca acida di "Crest" (con tastiere vagamente doorsiane), mentre "Lock-Groove Lullaby" chiude l'album nel segno di quella suadente sensualità che ne aveva contraddistinto l'inizio.
Gli "annunci" dell'album sono sostanzialmente due: gli Stereolab sono già una band matura e il loro suono è di gran lunga tra i più innovativi uditi nei 90's.

A rafforzare le certezze, attorno alla formazione anglo-francese, provvede un anno dopo l'ottimo Mars Audiac Quintet (1994), ennesimo titolo enigmatico. "Non è un riferimento al pianeta - racconta Sadier - E' solo un amplificatore che Tim ha comprato. E un 'audiac' è un pezzo dell'attrezzatura da dentisti degli anni '60. E' una cuffia dove senti la stessa frequenza che il trapano sta facendo nel tuo dente, così con il suono che cammina attraverso il tuo orecchio, invece che nei tuoi denti, tutto è più sopportabile".
Sospesi tra la nostalgia del passato e l'eccitazione del futuro, gli Stereolab cesellano nuovi gioielli di prezioso modernariato: la melodia irresistibile di "Ping Pong", con un delizioso refrain avvolto in arabeschi di synth, la filastrocca di "Three Longers Later", con il la-la-la scanzonato della Sadier che prelude a un tempestoso climax alla Sonic Youth dettato dall'irruzione del drumming, l'altra perla melodica di "Wow And Flutter", incastonata nell'ennesima andatura martellante, l'organo minimalista di "Anamorphose", i gorgheggi eterei di "Transona Five", che trascinano fatalmente l’ascoltatore in trance.
Ma a dare sostanza a un album quasi perfetto sono anche l'elettronica retrò di "Des Étoiles Électroniques", il drone che puntella i vocalizzi anni 50 di "Three Dee Melodie", l’easy listening lambiccato di "International Colouring Contest", l'affondo nella psichedelia infervorata di "Nihilist Assault Group" (un tour de force di ben 7 minuti con coda acida), la divagazione nell'exotica della strumentale "Fiery Yellow" e l'esplosione di feedback al limite del noise di "Outer Accelerator".
E' tutto un trionfo di timbri, di ritmi e di vecchie tastiere (Moog, Farfisa e Vox), all'ombra di nuove euforie avanguardiste, celate anche negli enigmi dei testi. E a volte il contrasto tra il rigore dei temi e il timbro ye-ye di Sadier è davvero straniante. Gli Stereolab si confermano maestri nel gestire e assemblare i contrasti. Tutto scorre fluidamente nelle loro partiture mutanti. E la forza evocativa di questi brani non è così distante da quella delle filastrocche più mesmeriche firmate Cocteau Twins.

Il connubio tra partiture austere, energia chitarristica ed easy listening torna anche sul successivo Emperor Tomato Ketchup (1996), il loro capolavoro melodico (per questa ragione mal digerito dalla parte più intransigente e bigotta della critica).
Il disco è in realtà un saggio quasi definitivo della loro arte pop all'avanguardia, capace di fluttuare con la massima disinvoltura dal minimalismo algido e meccanico di "Metronomic Underground" all'irresistibile refrain funk futurista di "Percolator" (uno dei loro pezzi più orecchiabili in assoluto), dalle pulsazioni gelide di "Olv 26" all'incedere spigliato della title track, forgiata da una nuova meraviglia vocale del suo Sadier-Hansen su un tappeto di synth gorgoglianti, mentre il basso pulsante del carillon "Anonymous Collective" e la cadenza lugubre di "Monstre Sacre" (ennesimo omaggio ai maestri Velvet Underground) suggellano gli episodi più sinistri e inquietanti.
L'album segna di fatto l’apice del loro suono più orecchiabile e accattivante - quasi ballabile, in alcuni frangenti - con brani dal grande impatto che arrivano, finalmente, anche alle orecchie del pubblico non-indie. Diventerà infatti anche il loro massimo successo commerciale, al punto che, quando annunceranno l’interruzione della loro attività, gli Stereolab spiegheranno sul loro sito che “avendo raggiunto il n.51 nella lista di Amazon dei migliori album indie-rock di tutti i tempi" con Emperor Tomato Ketchup, avevano capito che "la loro missione, per il momento, poteva dirsi compiuta".

Ma la loro vena sperimentale procede a pari passo con le (oblique?) strategie pop, concretizzandosi anche in Music Or The Amorphous Body Study Centre, colonna sonora per una mostra dello scultore Charles Long.
Gli Stereolab di fine decennio Novanta sono ormai una band di culto del panorama alternative, con il loro look solo apparentemente naif e il design scarno e semplice dei loro dischi. Una svogliatezza studiata, che si riflette anche nella voce scanzonata di Laetitia Sadier, creando un contrasto stridente con l'impegno dei testi, spesso politicizzati e costruiti con poche frasi, come tocchi di pennello di un quadro espressionista.

Prolifici come pochi, gli Stereolab ritornano con Dots And Loops (1997), virando verso un sound più soft, da cocktail-lounge, lontano dal pop elettrico e deviante del disco precedente. Prodotto da John McEntire dei Tortoise, l'album esplora il pop più minimalista ("Brakhage"), con scampoli di drum'n'bass acustico ("Parsec") e hip-hop ("Ticker-Tape Of The Unconscious"), sommessi accenni funky e cori polifonici ("The Flower Called Nowhere"), oltre alle immancabili atmosfere jingle-soundtrack ("Miss Modular").
L'interminabile "Refractions In The Plastic Pulse" (17 minuti e mezzo) cerca di fungere da summa dell'intera operazione tentando un amalgama non sempre riuscito di drum'n'bass, elettronica deviante, dub e dilatazioni strumentali, mentre l'altro tour de force di "Contronatura" (9 minuti) chiude l'album nel segno di una sofisticata quanto fumosa ambient-glitch-chill-out, con la voce di Sadier che non riesce a graffiare come al solito.
Dunque non manca, stavolta, qualche passaggio a vuoto. Il loro pregio - la capacità di amalgama tra generi disparati - diventa anche il loro limite, perché, una volta scoperta la formula magica, l'operazione si ripete con una certa monotonia, e ogni brano nuovo si porta con sé i fantasmi dei precedenti.

Dopo la pubblicazione di Alluminium Tunes, raccolta di materiale raro e inedito, il successivo Cobra And Phases Group Play Voltage In The Milky Night accentua la ricerca sull'easy listening, rivisitato in ottica post-moderna. Sono quindici brani composti da particelle ritmiche e melodiche orecchiabili, ripetute con infinite variazioni, accumulando "elementi diversi che possono dare spessore ai pezzi in termini di emozioni e allo stesso tempo garantire un effetto sorpresa costante", come spiegano Laetitia Sadier e soci. Il risultato è una colonna sonora per un film divertente, visionario e kitsch, che tiene insieme post-rock americano e pop brasiliano. Piacevole nei momenti più riusciti - l'iniziale "Fuses", che mescola tamburi tribali, fiati jazzy e languori retrò, il techno-samba con nuovi contrappunti vocali di "Caleidoscopic Gaze", le nuove disgressioni sudamericane per piano e tastiere di "Puncture In The Radax Permutation" - il disco finisce invece con l'annoiare in altre situazioni, in cui sembra volersi crogiolare su un rimescolamento intellettualistico (e forse a sua volta annoiato) di tutti gli stili attraversati dal gruppo in precedenza (il girotondo di "Op Hop Detonation", il minimalismo forbito di "Blue Milk", il pastiche dadaista di "Italian Shoes Continuum"). E di certo l'estenuante durata complessiva del disco (75 minuti) di certo non giova ad attenuare questa pericolosa tendenza allo sbadiglio che inizia ad affiorare nei loro lavori.
Ironia della sorte, dopo aver fatto del modernariato una categoria sonora modernissima, gli Stereolab rischiano di diventare modernariato essi stessi.

Non va meglio con le sei tracce del mini-album The First Of The Microbe Hunters (2000), progetto piuttosto interlocutorio, in cui si segnala, di fatto, solo la collaborazione con High Llamas nella lunga "Outer Bongolia", che riporta il loro sound su dignitose rotte latineggianti.

Celebrando un decennio di musica, gli Stereolab ritrovano invece scampoli della forma migliore con Sound-Dust (2001), un album meno ripetitivo dei precedenti e nel complesso più oscuro e decadente, anche grazie all'apporto di un mago del suono come Jim O'Rourke, alla console insieme a McEntire. "Per questo anniversario ci siamo regalati un'altra esplorazione - racconta Gane - Volevamo provare tutti i tipi di suono, essere più sofisticati. L'intuizione del momento ci ha portati verso una musica melodica, soffice impressionista".
Il nuovo clima si percepisce fin dalla tesa overture strumentale di "Black Ants In Sound Dust". La cantilena suadente di Sadier riaffiora a partire dalla seconda traccia, "Spacemoth", con una sorta di marcia funebre condotta al suono di trombe e una tenue melodia, sorrette da percussioni ossessive e variazioni di stile in pura tecnica minimalista. "Captain Easychord" si snoda attorno a una sonata di piano, alla chitarra slide di O'Rourke e a cori celestiali con intrecci vocali alla Enya. Il ritmo si fa più serrato in "The Black Arts", sostenuta da un battito dance e da un variopinto tappeto di tastiere, così come nella seconda parte di "Double Rocker".
Riaffiora anche riciclaggio di temi lounge e pop degli anni Sessanta, in brani come "Baby Lulu" e "Hallucinex", mentre l'esperimento di "Suggestion Diabolique" tenta di mescolare in quasi 8 minuti minimalismo, funk e jazz in un pastiche d'indubbia eleganza, che prelude al gran finale di "Les Bon Bons des Raisons", sorta di summa complessiva di questo nuovo stile, tanto sinuoso e vellutato, quanto severo e calibrato negli arrangiamenti.

Nel dicembre del 2002, però, la storia della band segnata da una tragedia: la cantante e chitarrista australiana Mary Hansen muore a Londra, dopo essere stata investita da un camion mentre era alla guida della sua bicicletta.

Per gli Stereolab è un momento durissimo e Margerine Eclipse (2004) riflette la fase di disorientamento dopo la scomparsa della Hansen: Sadier che fa il controcanto a sé stessa, infatti, sembra una chanteuse in un labirinto di specchi. Le evoluzioni, così, sono sul versante del suono. Senza più McEntire alla produzione, le sonorità del gruppo si sono alleggerite di certe lambiccate elucubrazioni di matrice free-jazz, come aveva già dimostrato l'Ep Instant 0 In The Universe, uscito nel 2003. Ma l'idea di fondo è sempre la stessa: tornano gli immancabili gorgoglii dei sintetizzatori, i tempi rilassati, i beat da bossa nova futurista e gli infiniti coretti "ba-da-ba".
Si parte con trilli di Farfisa e ritmi quasi danzerecci, prima dell'ingresso in scena di Sadier, armata della sua inconfondibile cantilena francese: "Vonal Declosion" è una macedonia di soul, psichedelia e funky, frullati alla velocità della luce. In "Need To Be" troneggia una Sadier leziosa (ma anche seducente) come sempre, su un patchwork di sintetizzatori, organi e chitarre acidule. Un meccanismo oliato, ma che gira a vuoto. Sfoggia un po' più di verve "...Sudden Stars", mentre "Cosmic Country Noir", propulsa da una robotica drum machine di kraftwerkiana memoria, sconfina in un synth-funky futurista.
Sadier è sempre un'ottima intrattenitrice, come quando ci accoglie nel salotto cocktail lounge di "La Demeuere". Mancano, però, le ventate melodiche dei dischi migliori, e anche quando la band si cala in burrasche sonore come "Margerine Rock", si ha sempre il sospetto di ascoltare gli Stereolab suonati da una diligente cover band.
Qualche sprazzo innovativo, semmai, viene dal versante più malinconico del gruppo, quello capace di abbozzare il valzer sghembo di "The Man With 100 Cells", il groove da bossa nova sintetica di "Margerine Melodie" o le progressioni felpate di "10 Feel and Triple", dedicata alla Hansen. Esercizio raffinato ma calligrafico l'elettro-blues di "Bop Scotch", mentre la nostalgica "Dear Marge" è un mambo mandato al galoppo in un'orgia di battiti disco-funk alla Earth Wind & Fire. Perfino gli slogan barricaderi di Sadier ("People oppressed, liberties crushed") puzzano, ormai, di maniera. Tra fluorescenze al neon, organi d'antan, atmosfere loffie e tripudi di voci e melodie sommerse, si giunge faticosamente alla fine. Il loro pop marxista degli esordi era in ritardo con la Storia. Il loro pop attuale è in ritardo anche rispetto ai gruppi contemporanei che ne sono debitori.

Scaricati dalla Elektra a causa delle vendite inferiori alle aspettative, gli Stereolab tornano all'etichetta che li ha lanciati, la Too Pure. Per festeggiare il (lieto?) evento, la prima uscita è un cofanetto di tre cd e un Dvd, Oscillons From The Anti-Sun (2005), che raccoglie tutti i brani di nove singoli, o meglio Ep se si decide di seguire la fumosa distinzione operata dal gruppo sul suo sito. Sono tutti quelli tratti dagli Lp usciti nel periodo 1993-2001, nonché "Fluorescences", in questa compilation unico singolo a non essere stato originato da un album.

Un anno dopo, il ritorno in studio per Fab Four Suture (2006), allo stesso tempo il nuovo album degli Stereolab e una raccolta di singoli. Le dodici tracce che lo compongono sono quelle dei singoli vecchio stile (solo vinile, una canzone per lato) che il gruppo ha fatto uscire in due tranche. Esquivel, pop degli anni 60, kraut, post-rock e quant’altro continuano a convivere amabilmente anche nella stessa traccia. Forse, quindi, non è neanche tanto la qualità della musica a venir meno, anche se un confronto con quella di dieci anni fa sarebbe impietoso. La classe c’è, e gli Stereolab non riuscirebbero mai a fallire davvero. Quello che infastidisce, che rende pesante l’ascolto del disco è l’affiorare di un forte senso di fatica, di mestiere fine a se stesso.
Le canzoni sono presentate in forma circolare, con le (quasi) strumentali gemelle "Kyberneticka Babicka" ad aprire e chiudere. Sadier accompagna discretamente i due pezzi in quello stile avant-retro di cui gli Stereolab hanno già dato moltissimi esempi, e ad essere sinceri più incisivi di questi due. Ma il discorso fatto per l'apertura/chiusura del disco vale per tutta la sua durata, purtroppo. Niente di brutto, ma davvero nulla di memorabile. Sì, non male i fiati di "Eye Of The Volcano", così come il suo finalino, ma siamo sempre negli stessi paraggi. E anche le liriche sono proprio quelle di sempre: l'utopia comincia a essere un po' logora, e l'aria naif dopo quindici anni fatica a risultare convincente. Quanto detto finora vale anche per la filastrocca di "Plastic Mile", la coda krauta/"Lo Boob Oscillator" di "Excursions Into 'Oh, A-Oh'", e via discorrendo.
Si va avanti così per tutto l'album, non disprezzando e non ammirando. Un po' pochino, se sulla copertina c'è scritto Stereolab.

(Fin troppo) imponente, Chemical Chords (2008) lascia intravedere ancora sporadici bagliori della classe da sempre profusa in composizioni minimali per tastiere vintage e filastrocche pop costruite intorno a melodie di due note, che tra infantili la-la-la esprimevano una visione del mondo di retro-futurismo apocalittico e anarcoide. Non a caso, il disco parte proprio dall'immutabile dottrina "not adult oriented" della band, inanellando prima una liquida canzoncina di pop apparentemente noncurante ("there is nothing to be sad about", ripete l'iniziale " Neon Beanbag ") e poi il cantato francese sempre fascinoso della Sadier, corredato in "Three Women" da un impianto strumentale riconducibile al periodo delle collaborazioni con John McEntire.
In effetti, tutto l'album si presta a molteplici accostamenti al passato della band, alternando rassicuranti sinfonie minimali, canzoncine circolari, derive interstellari, accenni jazz-lounge e scomposizioni armoniche a base di cuts and blips.
Peccato però che nel frattempo sia lo spirito a essere mutato, tanto da far sembrare oggi a tratti stucchevoli e stantie le medesime soluzioni sonore una volta frutto di geniali intuizioni. Così, dopo una partenza promettente, l'album regala soltanto qua e là qualche sprazzo, disperdendo sulla distanza una freschezza che in brani quali "Valley Hi!", "Pop Molecule [Molecular Pop 1]" e "Fractal Dream Of A Thing" fa piacere poter ancora riscontrare.

Annunciato un periodo di inattività (che anche dopo l'album solista di Laetitia Sadier sembra piuttosto preludere a un definitivo scioglimento), nel 2010 la band si congeda con una uscita volutamente "minore", ovvero con una semplice raccolta di outtake tratte dalle stesse session di Chemical Chords.
In Not Music (2010) non si riscontrano dunque sostanziali differenze rispetto al disco precedente: al di là di due rielaborazioni di brani già editi in quel contesto ("Silver Sands", in un mix dilatato fino a dieci minuti tra tastiere kraute e synth danzerecci, e "Neon Beanbag", immersa in una soluzione acida da parte di Bradford Cox), il lavoro presenta infatti la medesima altalena tra una lounge music tempestata di fiati, stanche riproposizioni di una giocosità liquida dal respiro troppo corto e ancora qualche sprazzo melodico azzeccato ("Supah Jaianto", "Aelita").
Per il resto l'album non offre altro che i soliti coretti, le solite aperture retrofuturiste e le repliche dei soliti tentativi di integrare la formula originaria - attraverso fiati, segmentazioni ritmiche o più decise derive analogiche - che in tutta la seconda metà della carriera degli Stereolab non sono quasi mai stati coronati da un approdo convincente.

Troppo facili e ingenerose sarebbero le comparazioni con una qualche opera del periodo d'oro della band. Tutto sommato è giusto lasciarsi così, con quest'appendice dimessa e anche per questo assai mesta per chiunque negli anni sia stato folgorato dalle loro filastrocche per adulti e dalla loro riscoperta di tastiere vintage, ben prima che qualcuno coniasse definizioni buone solo per lanciare un hype. Come quando un grande sportivo abbandona l'attività, è giusto alzarsi e applaudire riconoscenti, anche se l'ultima prestazione non è stata all'altezza delle migliori.

La decisione di interrompere l'attività della band viene ratificata ufficialmente nello stesso 2010. Non finisce, però, quella dei loro membri principali, a cominciare da Laetitia Sadier, che aveva già fatto uscire un disco solista non proprio esaltante (The Trip) nel 2010, e che tornerà nel 2012 con il più convincente Silencio e poi due anni dopo con Something Shines (contenente “Release From The Centre Of Your Heart”, collaborazione di marca “exotica” con l'ottimo Giorgio Tuma).
Tim Gane, invece, proseguirà la sua avventura assieme allo storico batterista della band, Joe Dilworth, e a un nuovo tastierista elettronico (Holger Zapf) nell'ambizioso progetto Cavern Of Anti-Matter, che nel 2014 debutterà con il discontinuo Blood Drums e due anni dopo si rifarà alla grande con l'eccellente Void Beats/ Invocation Trex, nel segno di una rivisitazione krautronica ad ampio raggio, tra tastiere pulsanti, svolazzi melodici e intrusioni psichedeliche a deviare il percorso.

Contributi di Nicola Minucci ("Fab Four Suture"), Raffaello Russo ("Chemical Chords" e "Not Music")

Stereolab

Il laboratorio delle melodie acide

di Claudio Fabretti

Gli Stereolab si sono imposti nella scena alternativa degli anni '90 con una formula originale, che unisce un'inclinazione per l'art rock presa in prestito dai Velvet Underground e dal kraut-rock, melodie pop francesi degli anni Sessanta, i primi esperimenti con i Moog e la new wave. Il tutto sublimato dall'affascinante voce di Laetitia Sadier. Una formula che però nei più recenti lavori, ..
Stereolab
Discografia
 STEREOLAB 
   
 Super Electric (Ep, Too Pure, 1991)

 

 Switched On (antologia, Too Pure, 1991)

7

 Peng (Too Pure, 1992)

6,5

 Low-fi (Too Pure, 1992)

 

 Space Age Batchelor Pad Music (Too Pure, 1993)

6,5

 Jenny Ondioline (Ep, Duophonic, 1993)

 

Transient Random Noise Bursts With Announcements (Elektra, 1993)

9

Mars Audiac Quintet (Elektra, 1994)

8,5

 Music For The Amorphous Body Study Center (Duophonic, 1995)

 

 Refried Ectoplasm (antologia, Drag City, 1995)

 

 Cybele's Reverie (Ep, Duophonic, 1996)

 

Emperor Tomato Ketchup (Elektra, 1996)

8,5

 Dots And Loops (Elektra, 1997)

7

 Alluminium Tunes (Drag City, 1998)

5

 Cobra And Phases Group Play Voltage In The Milky Night (Elektra, 2000)

5,5

 Sound-Dust (Elektra, 2001)

6,5

 Instant 0 In The Universe (Ep, Elektra, 2003)

 

 Margerine Eclipse (Elektra, 2004)

5

 Oscillons From The Anti-Sun (antologia, Too Pure, 2005)

 

 Fab Four Suture (Too Pure, 2006)

5

 Serene Velocity (antologia, Rhino, 2006)

 

 Chemical Chords (4AD, 2008)

6

 Not Music (Duophonic, 2010)

5

   
 LAETITIA SADIER 
   
 The Trip (Drug City, 2010)

5,5

 Silencio (Drug City, 2012)

7

 Something Shines (Drug City, 2014) 
   
 CAVERN OF ANTI-MATTER 
   
 Blood Drums (Grautag, 2013)5
 Void Beats/Invocation Trex (Duophonic, 2016)8
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Stereolab su OndaRock
Recensioni

STEREOLAB

Not Music

(2010 - Duophonic / Drag City)
Un opaco arrivederci - o forse un addio - dopo vent'anni di tastiere vintage e filastrocche contagiose ..

STEREOLAB

Chemical Chords

(2008 - 4AD)
Un nuovo ritorno per la matura coppia Gane-Sadier, sempre fedele a se stessa

STEREOLAB

Fab Four Suture

(2006 - Too Pure)

STEREOLAB

Margerine Eclipse

(2004 - Elektra)

STEREOLAB

Sound-dust

(2001 - Elektra)

STEREOLAB

Transient-Random Noise Bursts With Announcements

(1993 - Elektra)
Il capolavoro della band che nel decennio 90 ha coniato un nuovo stile di "pop retrofuturista"

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