Kraftwerk

Autobahn

1974 (Philips) | elettronica

Nell'anno domini 1974, l'elettronica tedesca ha già gettato i suoi fertilissimi semi, tra corrieri cosmici e intrepidi kraut-rocker. Epperò resta ancora musica algida ed elitaria, per pochi eletti. Solo passando attraverso l'Autostrada dei Kraftwerk diventerà "volkmusik", musica popolare e universale. Già, perché Ralf Hutter e Florian Schneider, i due ineffabili simbionti di Dusseldorf, hanno saputo compiere un'operazione gigantesca: amalgamare il battito caldo e primitivo della afro/black music con le atmosfere più gelide e rarefatte della musica bianca. Un'impresa immane, folle, proibitiva. Eppure ce l'hanno fatta... Due decenni dopo, Derrick May, uno dei guru della nuova scena dance, attesterà che la techno non è nient'altro che "George Clinton e i Kraftwerk chiusi in ascensore"...

I Kraftwerk sono musica in movimento, avanguardia nel vero senso del termine ("stare avanti"), e non nella sua snobistica interpretazione ("musica di difficile ascolto") ad uso e consumo di un pugno di critici annoiati. Dagli esordi fino all'approdo al pop sintetico, i due di Dusseldorf sono rimasti alla testa del gruppo, pedalatori infaticabili alla ricerca di nuovi ibridi e alchimie sonore. Androidi semiseri del rock, metà uomini-metà macchine, Ralf e Florian hanno percorso una loro personalissima "autobahn", spinti dalle pulsioni sperimentali di teutonica scuola (Stockhausen, la "kosmische musik") e proiettati verso la musica che ancora non c'era (la new wave, il synth-pop, l'hip-hop, la dance, la house, la trance, la techno...).

Nel 1970, conclusi gli studi classici, i due giovani allievi di Stockhausen dirigono già una formazione denominata Organisation, supportata da tre percussionisti. "Tone Float" è l'unica opera pubblicata, nel segno di timide sperimentazioni elettroniche. Ralf e Florian, allora, decidono di puntare tutto sulla costruzione del mitico Kling Klang Studio, capannone dedicato a installazioni grafiche e musica elettronica che, partendo da qualche vecchio registratore, drum machine e altri marchingegni futuribili, diventa in breve tempo il motore del progetto Kraftwerk. I primi due album ("1" e "2") si inseriscono nel filone della nascente scuola tedesca di Tangerine Dream, Klaus Schulze, Cluster & C. e gettano le basi per la futura nascita della musica "industrial". "Ralf & Florian" del 1973, invece, è un lavoro di transizione, verso quell'approdo perfetto del sound-Kraftwerk che è "Autobahn".

Arricchito dall'introduzione del Moog, "Autobahn" è un capolavoro d'equilibrio senza pari nella storia del rock elettronico. Equilibrio tra rumori e melodie, sperimentazioni d'avanguardia e pop, danze ancestrali e ritmi "concreti", umanesimo e cibernetica, tecnologia e arte. Definito da Ralf Hütter "una specie di raga pensato per l'ascolto in automobile", l'album è una sinfonia per motori. Motori che rombano, che mormorano suoni e rumori in un'armonia ipnotica. "Düsseldorf, la città in cui viviamo, è il centro della più grande zona industriale tedesca — raccontavano i due -. La nostra musica è quella della realtà urbana, con i ritmi e i suoni che producono le fabbriche, i treni e le automobili. Lavoriamo in questo contesto e ne siamo influenzati, come degli operai della musica, per otto-dieci ore al giorno nel nostro studio di registrazione. Amiamo i computer e le macchine che noi stessi ci siamo costruiti, con esse abbiamo una relazione semi-erotica". Romanticismo mitteleuropeo, estetica futurista e un sentire tipicamente "soul" si incrociano sull'Autostrada dei Kraftwerk per dar vita al suono del futuro.

L'amplesso tra uomo e macchina, dunque, come approdo della Nuova Musica. Ma non solo. In "Autobahn" si materializzano le visioni metropolitane di Fritz Lang, le profezie di un futuro cibernetico che affolleranno le opere di artisti fondamentali dell'elettronica a venire, come Devo, Ultravox e il Bowie berlinese. Evidenti, poi, le tracce del minimalismo di Eno, Glass, Reich, seppur portato a eccessi quasi parodistici, e dell'avventura lisergico-spaziale dell'"Interstellar Overdrive" floydiana. Ma tutto è incredibilmente omogeneo e compatto. Suoni secchi e asettici, oppure suadentemente morbidi, vengono filtrati e metabolizzati attraverso un uso dell'elettronica che mira a creare una nuova arte "totale": un linguaggio universale, una koinè (o "esperanto", come lo definisce Eddy Cilìa su Onda Rock) del villaggio globale.

L'arteria pulsante del disco è la lunga title-track di "Autobahn" (oltre 22 minuti): una suite scintillante, costruita sulla combinazione tra i rumori delle auto in movimento (motori, pneumatici, clacson) e le melodie sinuose delle tastiere e del flauto, con l'incessante battito della drum-machine a pompare ritmo in modo quasi sempre uniforme. L'ascoltatore ha così la sensazione di sentirsi trasportato in un lungo viaggio, rilassante e ipnotico al contempo. Il ritornello ("Wir fahr'n fahr'n fahr'n auf der Autobahn/ Viaggiare viaggiare viaggiare sull'autostrada") è sussurrato in modo asettico, monocorde, quasi a simulare la ripetitività della guida in autostrada. E il coretto "fahr'n fahr'n fahr'n" riecheggia apertamente il "fun, fun, fun" dei Beach Boys (una delle insospettabili band di riferimento dei Kraftwerk). E' probabilmente la più bella "driving song" di sempre.

Tutto il testo di "Autobahn" è palesemente beffardo, sardonico: "Davanti a noi si distende una vallata larga/ il sole brilla con raggi sfavillanti.../ la strada è un nastro grigio con strisce bianche e bordo verde/ ora accendiamo la radio/ dall'altoparlante escono i suoni". Ma dietro l'apparente nonsense, si cela l'ottimismo "naif" dei Kraftwerk. Come scrive Cilìa: "La loro è una visione del futuro che viene da un passato in cui era possibile immaginare tempi a venire prosperi e ordinati, fatti di città linde, immensi spazi verdi, autostrade a otto corsie regolate da giganteschi cervelli elettronici. Prima della guerra del petrolio e del microchip. Prima di 'Blade Runner'. Prima del cyberpunk. Prima che ci accorgessimo di essere fottuti". E su questa falsariga è anche la stessa copertina dell'album, disegnata da Emil Schult: una combinazione "pastoral-industriale" di colline e autostrada, con una vecchia Volkswagen in marcia e una nuova Mercedes che procede nel senso opposto. Come a dire: la Germania che fu e quella che sarà.

Il resto del disco è meno "delineato" e più astratto, in bilico tra divagazioni cosmiche alla Tangerine Dream e Vangelis e momenti di maggiore intensità ritmica. Le due "Kometenmelodie" sono escursioni in paesaggi sonori ambientali, sospinte da un afflato cosmico (più lenta e atmosferica la prima, più veloce e allegra la seconda). La sinistra "Mitternacht" riprende le sperimentazioni dei primi lavori dei pionieri di Dusseldorf, con il suo andamento rallentato e il suo reticolo di effetti elettronici (echi, bleep, cigolii, rumori metallici): potrebbe tranquillamente fungere da colonna sonora di un vecchio horror d'annata. La passeggiata mattutina di "Morgenspaziergang" conclude l'album nel segno dell'eccentricità, tra cinguettii d'uccelli, sciacquii di stagno (tutto rigorosamente elettronico) e le tenui melodie del flauto di Schneider.

A prendere il testimone dei Kraftwerk sarà David Bowie che, influenzato proprio da "Autobahn" (per sua stessa ammissione), si getterà a capofitto in un'opera di ibridazione di rhythm and blues ed elettronica fin da "Station to Station" (1976). Con la new wave che ancora doveva arrivare...

Alcuni ayatollah del rock "alternativo" vorrebbero insinuare che per i Kraftwerk vi sarebbe stato un prima ("avanguardia") e un dopo ("deriva pop-commerciale"). "Autobahn" sarebbe stato nient'altro che lo spartiacque tra i due periodi (ma più "di là" che "di qua"...). Niente di più falso. Per smontare simili panzane, basterebbe ricordare che, senza i Kraftwerk, nessuno si sarebbe azzardato a fare della musica pop mediante campionamenti. E metà della musica degli anni Ottanta e Novanta (dagli Ultravox ai Chemical Brothers) non sarebbe mai venuta alla luce. Se vi pare poco... E se non è "avanguardia" ciò che è avanti anni luce rispetto ai contemporanei e ciò che riesce a influenzare le generazioni successive, che cos'è "avanguardia"? Ma non è tutto. E' proprio coniugando avanguardia e pop che i due di Dusseldorf hanno cambiato per sempre la storia del rock, ché le sperimentazioni elettroniche precedenti (anche quelle più ardite di "1" e "2"), in fondo, non erano granché più lungimiranti di quelle compiute in quegli anni da Tangerine Dream, Can, Schulze.

Nessuna "deriva pop", dunque. Il progetto dei Kraftwerk è stato un continuo balzo in avanti, nel futuro, qualunque direzione musicale abbiano deciso, volta per volta, di seguire. Anche gli album pubblicati nella seconda metà del decennio ("Radioactivity", "Trans Europe Express", "The Man Machine"), infatti, faranno epoca. Negli anni 80, inaugurati dall'enigmatico "Computer World", la scena afro-americana, dal rap alla techno, si approprierà delle loro intuizioni. Loro, i Kraftwerk, concluderanno quella stagione pubblicando nel 1986 il meno brillante "Electric Cafè". Ma il loro contributo alla storia della musica l'avevano già dato. Senza mai prendersi sul serio, anzi, ironizzando sempre su se stessi; apparvero anche in una delle ultime edizioni di "Canzonissima": volti pallidi, labbra e camicie rosse, cravatte nere, con dei manichini, identici a loro, seduti tra il pubblico... Altro che macchine, altro che gelida elettronica: a ben vedere, i Kraftwerk sono semplicemente il volto umano dell'avant-garde.

(31/10/2006)



  • Tracklist
  1. Autobahn
  2. Kometenmelodie 1
  3. Kometenmelodie 2
  4. Mitternacht
  5. Morgenspaziergang
Kraftwerk su OndaRock
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