I berlinesi Tangerine Dream sono i massimi
rappresentanti della "kosmische musik", quella straordinaria "new wave"
elettronica esplosa in Germania all'alba degli anni Settanta. Una scena composta
da musicisti forbiti, spesso con un background classico alle spalle, che
riuscirono a dare un nuovo senso all'uso di tastiere e sintetizzatori nel campo
della musica, spostando il baricentro del rock psichedelico dal centro della
mente alla periferia dell'universo (ma, come in questo caso, anche
viceversa...).
Il complesso nasce nel 1966 su iniziativa del chitarrista Edgar
Froese, del percussionista Klaus
Schulze e del tastierista Conrad Schnitzler. Da quell'ensemble scaturisce il
primo album, "Electronic Meditation". La collaborazione con Schulze e Schnitzler
finisce poco dopo: il primo diventerà solista e mago dell'elettronica
d'avanguardia ("Irrlicht", "Cyborg"), il
secondo un apprezzato virtuosista nelle file dei Cluster. Ma Froese non demorde.
Prima, con Steve Schroyder e il percussionista Christopher Franke (ex-Agitation
Free), celebra il battesimo della "musica cosmica" in "Alpha Centauri" (1971).
Quindi, in seguito all'abbandono di Schroyder, ingaggia Hans Peter Baumann.
"Zeit" è il primo disco firmato dal trio Froese-Franke-Baumann,
che diventerà la spina dorsale del gruppo. I Tangerine
Dream lasciano definitivamente in soffitta gli strumenti del rock
tradizionale per concentrarsi solo sui sintetizzatori elettronici. Il loro
presupposto è di portare in musica il fascino delle arti visive, attraverso una
serie di "viaggi siderali". Un risultato che sui solchi di "Zeit" si traduce in
una sequenza di suite, spesso frutto di improvvisazione nello stile del rock
psichedelico, ma anche del free-jazz e della musica d'avanguardia, con i
sintetizzatori che sprigionano ronzii galattici nel grande vuoto dell'Universo.
L'ascoltatore viene così immerso in un vortice di dissonanze, echi, riverberi,
rumori e distorsioni elettroniche, sospeso nel vuoto dell'assenza totale di
ritmo.
Disco doppio, oscuro e minaccioso fin dalla copertina, "Zeit" è
una sinfonia in quattro movimenti (uno per facciata), all'insegna di un
minimalismo rigoroso e di trattamenti elettronici stile Stockhausen. I suoi
quasi 75 minuti di musica sono costruiti su una serie di strati sonori in
dialogo costante con scampoli di silenzio. La dissonanza è assoluta protagonista
e funge da trait d'union fra le quattro tracce. Ma a connotare l'opera è anche
la qualità visionaria, quasi "pittorica" di queste scorribande spaziali.
La tetra ouverture di "Birth Of Liquid Plejades" si apre con un
quartetto di violoncelli, che fluttuano quasi in assenza di gravità. Un effetto
di "phase shifting" introduce alla seconda parte del movimento, caratterizzata
da un timbro liquido che parrebbe quasi raffigurare il materiale siderale allo
stato embrionale. A dominare la scena sono le brezze elettroniche dei due VCS3
(Franke e Baumann) e le detonazioni cupe del generatore di Froese. Dopo circa un
quarto d'ora, prende forma la terza parte del brano, segnata da una fitta rete
di dissonanze, lasciate fluttuare in una nebulosa di organo e moog (quest'ultimo
suonato da Florian Fricke dei Popol
Vuh). L'idea, ancora una volta, è quella di un viaggio interstellare in cui
scorrono note maestose e suoni al rallentatore. Riverberi spaziali, sibili di
asteroidi, echi lontani, rumori metallici si susseguono su un fondale sonoro
a-ritmico, ma sempre cupo e carico di suspence. Un senso di vuoto al cospetto
del Cosmo sconfinato suscita anche la politimbrica "Nebulous Dawn", che inizia
simulando la partenza di una ipotetica stazione orbitante spaziale, per sfumare
progressivamente in una dimensione sonora sempre più eterea e impalpabile.
L'esile trama di "Origin of Supernatural Probabilities" è
talmente rarefatta da lambire la new age di molti anni dopo: a un preludio
affidato a un silenzio inquietante, appena solcato da qualche accordo di
chitarra in lontananza, fa seguito l'inizio di un lungo "pattern", che sembra
quasi far ribollire un miscuglio di bolle d'aria, con la chitarra elettrica a
disegnare ghirigori astratti sullo sfondo. E la mente torna al magico balletto
delle astronavi di "2001: Odissea Nello Spazio", il capolavoro di Stanley
Kubrick.
Il quarto e ultimo movimento, ovvero la title track, è insieme
il più pretenzioso e il più impressionante. Da questo magma sonoro cupo e a
tratti disturbante, da questi sibili di vento stellare, sembra quasi
sprigionarsi un'energia misteriosa. E' un glissando di basso ad anticipare
l'immersione in un abisso cosmico, che assomiglia molto da vicino al buio della
mente, ai recessi più oscuri della psiche.
Le incursioni tra le Pleiadi di "Zeit" rievocano le saghe
spaziali di Isaac Asimov, ma anche gli scenari più foschi dell'Apocalisse
biblica. Sono miscele di suoni provenienti sia dalle culture occidentali, sia da
quelle orientali, specialmente arabe. L'incedere monotono degli oscillatori e i
tappeti sinfonici, che scaturiscono dai synth e dai mellotron, prefigurano
paesaggi lontani, mistici, alieni, ma allo stesso tempo presenti nel nostro
inconscio. Concept album sul "tempo", sul tempo dello spazio, dilatato
all'infinito, ma anche sul tempo dell'uomo, sull'evasione dai ritmi ossessivi
che ne scandiscono le vicende quotidiane, "Zeit" ci rivela che è anzitutto alla
nostra galassia che dobbiamo volgere lo sguardo per raggiungere l'equilibrio
interiore.


