Wilco

Yankee Hotel Foxtrot

2002 (Nonesuch) | post-roots, baroque country, alt-rock

Parte 1: Via Chicago

This is not a joke, so please stop smiling
("I Am Trying To Break Your Heart")

Chicago: una parola che, nelle mie orecchie, risuonerà sempre con un'eco tutta sua. E' stato uno dei primi toponimi extra-europei con cui sia mai entrato in contatto: in famiglia lo sento evocare più o meno da sempre, con riferimento ad alcuni parenti dislocati da quelle parti, facendomi ogni volta materializzare in testa un posto lontano, grande, importante. Quando sono finalmente riuscito ad andarci, mi è piaciuta così tanto che ho addirittura meditato di stabilirmi lì, se la vita non mi avesse poi dirottato altrove. Insomma, un luogo a cui sono indubbiamente legato.
Che posto è, Chicago? E' la terza città degli Stati Uniti per popolazione, innanzitutto, nonché la più grande metropoli del Midwest. Due dati che ci forniscono già un'informazione utile: Chicago è un gigante defilato, che primeggia nella terra media. Una regione equidistante dalle coste, geograficamente e culturalmente nel mezzo, che costituisce il cuore dell'America più profonda e ruspante, l’America della gente semplice, indifferente ai rivolgimenti del mondo.
Eppure Chicago ne ha eccome, di primati: il primo skyline violato dalla sagoma di un grattacielo; la prima città metropolitana, quando ancora nemmeno si chiamavano così; il primo reattore atomico, al cui sviluppo collaborò il nostro Enrico Fermi; la prima catena di fast food, a partire dalla stessa McDonald's. Grattacieli, scenari metropolitani, energia nucleare, hamburger: innovazioni rivoluzionarie ma soprattutto simboli portentosi, che hanno enormemente contribuito a conficcare gli Stati Uniti nell'immaginario collettivo, nel bene e nel male.
A tutti gli effetti, Chicago è stata la prima città americana in senso pieno, laddove Boston e Philadelphia sono rimasti avamposti europei nel Nuovo Continente, la California un'autarchica nazione nella nazione e New York una città-stato irriducibile a ciò che la circonda e che contiene.

Al pari del resto del paese, Chicago è un serbatoio di contraddizioni: una città tradizionalmente progressista, ma in cui ha sede il Chicago Tribune, maggiore quotidiano conservatore d'America; una città all'avanguardia nelle lotte sindacali (la rivolta di Haymarket del 1886 ha battezzato l’intero movimento dei lavoratori) e di genere (vanta la prima associazione per i diritti omosessuali e il primo gay village degli Usa), ma cha ha fatto da cornice all'episodio più traumatico della storia controculturale statunitense (la convention democratica del '68); una città dalle cui università è uscito il primo consesso di sociologi urbani, ma pure gli sciagurati "Chicago Boys" di Milton Friedman; una città in cui la popolazione nera supera quella bianca, ma dove vige un'autentica segregazione ai danni dei primi, confinati nel degradato South Side; una città che ci tiene ad apparire civile ma che è sempre stata violenta, dall'epopea gangster di Al Capone e Sam Giancana agli attuali tassi annui di omicidi, tra i più sconfortanti del continente.
E' un centro dall'alto profilo industriale e finanziario, in cui si lavora sodo. Ma è anche la culla della comunità artistica di Wicker Park, dell'Art Institute Of Chicago (secondo museo d'America), dei dipinti di Leon Golub, delle fotografie di Vivian Maier, di "The Blues Brothers" e de "Gli Intoccabili".
E poi, ovviamente, c'è la musica: la città di Benny Goodman e della sua orchestra multirazziale, del blues finalmente elettrificato, delle prime incisioni di Chuck Berry negli studi della Chess, dei vagiti free jazz in seno all'AACM; più tardi, dei locali house da cui è partita la nuova onda elettronica, della scena industrial che ha unito rocker e raver, del post-rock che ha ridisegnato i confini del contemporaneo, di quella galassia alternativa orbitante tra la Touch and Go e gli Electrical Audio e di tante altre cose meno note quali gli originalissimi sottoboschi psichedelici, power-pop, new wave e hardcore. Forme d'arte che prendono ispirazione dalle due facce di questa metropoli di provincia: da un lato, quella frenetica, futuribile, cybercapitalista; dall'altro, quella malinconica, isolata, paralizzata dai rigidissimi inverni o seduta in contemplazione sulle rive del lago Michigan, legata alle radici senza essere reazionaria.

I Wilco sono una band di Chicago. Non solo perché si sono formati lì e ancora vi risiedono, ma perché appartengono profondamente a quell'ecosistema culturale, ne sono un prodotto e a loro volta hanno contribuito ad alterarlo. Nel loro percorso troviamo tanti elementi riconducibili alle considerazioni esposte in precedenza: sono partiti raccogliendo il testimone roots degli Uncle Tupelo e sono finiti a pasticciare linguaggi prossimi all'avanguardia; sono un combo di strumentisti funambolici, che però ammaestrano con discrezione da antidivi il loro virtuosismo; compongono musiche e testi visionari, ma con la schiettezza sotto le righe dell'uomo della strada; sono una band inequivocabilmente americana e squisitamente midwestern, ma hanno coniato una formula universale che ha messo d'accordo un po' tutti, con il cuore in campagna, la testa in città e il resto del corpo in ogni luogo.
Chicago ha fatto molto per i Wilco, e i Wilco hanno fatto molto per Chicago. "Yankee Hotel Foxtrot" è innanzitutto un monumento alla schizofrenia della loro hometown, e non è un caso che in copertina campeggino le bizzarre "pannocchie" di Marina City, trasformatesi da curiosità architettonica ad attrazione di culto proprio grazie a loro.

Parte 2: Rock 2.0

I wonder why we listen to poets when nobody gives a fuck
("Ashes Of American Flags")

Alla fine del 2000 è già chiaro a tutti che i Wilco non siano una band come le altre. All'attivo hanno un esordio timido ma premonitore ("A.M."), un doppio album che rivela le loro ambizioni sperimentali ("Being There"), un concept barocco con cui assaltare il pop d'autore ("Summerteeth") e i due capitoli dell'intenso tributo a Woody Guthrie condiviso con Billy Bragg ("Mermaid Avenue"). L'entusiasmo è pressoché unanime, e anche le vendite vanno abbastanza bene. La loro carriera è ormai spianata, ma a Jeff Tweedy non basta: vuole puntare più in alto, creare un'opera totale che assimili la sua onnivora cultura musicale, un folle "Pet Sounds" che lo consacri tra i mostri sacri del nuovo rock a Stelle & Strisce.

La band è già al lavoro sul materiale per un possibile nuovo disco (provvisoriamente intitolato "Here Comes Everybody"), ma il leader si rende presto conto che qualcosa rema contro le sue visionarie intenzioni: nonostante il loro sound si sia da tempo evoluto e contaminato, l'orma impolverata dell'alternative country continua a marchiarli in maniera troppo ingombrante. E lui vuole scrollarselo di dosso, quel fantasma che sembra perseguitarlo, per non essere più associato in automatico al genere che lo ha sì reso celebre, ma rappresenta solo una piccola parte di ciò che ha da dire. Il limite principale è individuato nel batterista Ken Coomer: troppo classicamente rock il suo modo di suonare, mentre Tweedy vorrebbe partire proprio dalla destrutturazione delle percussioni per dar corpo alla sua magnifica ossessione.
Come se tutto non bastasse, c'è un'altra questione a impensierirlo: i rapporti con Jay Bennett si stanno facendo sempre più tesi. Bennett non è solo il coautore della maggior parte dei brani e il chitarrista principale della band, ma una figura vulcanica che, con le sue brillanti doti polistrumentistiche, ha contribuito in maniera decisiva a trasformarli nella creatura inafferrabile che sono adesso. Un piccolo genio, insomma, che ha però idee diverse dalle sue e forse non è all'altezza del grande passo su cui sta fantasticando. La frustrazione di quelle prove lo convince una volta per tutte: ha bisogno di un nuovo batterista e di un nuovo arrangiatore.

Di lì a poco, un destino benevolo esaudirà questi desideri reconditi: nel maggio del 2000 viene invitato a suonare al Noise Pop Festival, che quell'anno si svolge eccezionalmente a Chicago. Lì incontra Jim O'Rourke, cappellaio matto della scena sperimentale cittadina e produttore con un pedigree già altisonante. Giusto l'anno prima, O'Rourke ha lasciato a bocca aperta la critica di mezzo mondo con "Eureka", album-capolavoro in cui sono frullati e ricomposti cinquant'anni di immaginario rock e pop in una sontuosa cornice chamber.
Tweedy nutre nei suoi confronti un'ammirazione incondizionata, al punto da indicare il suo precedente lavoro "Bad Timing", affascinante tributo all'American primitivism di John Fahey, come uno dei suoi dischi preferiti. Gli propone di suonare insieme e lui accetta, portandosi dietro il suo batterista di fiducia Glenn Kotche. Quest'ultimo non è solo uno strumentista eccezionale, ma anche un musicista estremamente curioso e creativo, appassionato di ritmiche non convenzionali e found percussion: in altre parole, la persona perfetta per realizzare il progetto di Jeff. I tre si esibiscono ribattezzandosi Loose Fur, e rimangono così esaltati dell'affiatamento che si crea da darsi appuntamento in sala d'incisione per registrare alcune tracce (finiranno tre anni dopo nel loro primo, omonimo Lp).

Quando Tweedy torna in studio ha le idee ben chiare: si porta dietro Kotche e, dopo averne discusso con gli altri, decide di defenestrare Koomer. Il suono del gruppo cambia radicalmente: il nuovo arrivato accoppia un'enorme tecnica con una fantasia scatenata, e non si limita a suonare la batteria ma fa ampio ricorso a percussioni, campane, oggetti autocostruiti e addirittura un dulcimer martellato. Alle incisioni viene invitato anche O'Rourke, che suona svariati strumenti (tra cui un pianoforte giocattolo e un sintetizzatore palmare) e contribuisce a traghettare la band verso spiagge sempre più sperimentali. Bennett, che dà comunque un contributo fondamentale sia come autore sia come sessionman, inizia a vedere minacciato il suo tradizionale ruolo di "uomo in più" e sceglie di concentrarsi sulla produzione, incidendo personalmente l'album insieme al tecnico del suono Chris Brickley.
Tuttavia, durante la fase di mix si palesa l'incompatibilità di vedute tra lui e Tweedy, che fatica a trasmettere all'amico la complessa visione d'insieme in cui ogni brano dovrebbe inserirsi (questi momenti di tensione sono testimoniati nel documentario di Sam Jones "I Am Trying To Break Your Heart: A Film About Wilco"). Il lavoro di Bennett finisce con lo scontentare tutti, al punto che è lui stesso ad accettare la possibilità che sia O’Rourke a occuparsi del missaggio. Lo mettono alla prova affidandogli il primo brano della scaletta: il risultato lascia tutti senza parole e Tweedy gli chiede di procedere con l'intero disco. Indispettito per quello schiaffo e roso dalle proprie insicurezze, Bennett fa le valigie, mettendo la parola fine sulla prima edizione dei Wilco (morirà nel 2009 per un'overdose di ansiolitici, pare accidentale). Al termine del lavoro, O'Rourke scherzando con Tweedy pronuncia una frase involontariamente profetica: "Attento Jeff, per colpa mia ti licenzieranno!".

Nei primi mesi del 2001 l’album è pronto, e ha anche un titolo: "Yankee Hotel Foxtrot", misteriosa sigla scovata da Tweedy nell'antologia cult "The Conet Project", fitta compilazione di numbers station assemblata dall'etichetta britannica Irdial nel 1997. Il cantante non sta più nella pelle e non vede l'ora di disvelare al mondo il suo tanto agognato capolavoro, ma si accorgerà troppo tardi di aver fatto i conti senza l’oste.
Complici un mercato prossimo al collasso e il prepotente avvento di internet, il mondo discografico sta infatti mutando in fretta, costringendo sempre più spesso le label a correre ai ripari per evitare di finire sul lastrico. Queste operazioni di restyling aziendale non riguardano solo i pesci piccoli, ma anche quei colossi fino a poco tempo prima considerati inaffondabili: è il caso della Time Warner che, per contenere l'emorragia pecuniaria causata dai cali nelle vendite, non solo si fonde con la AOL, ma avvia un piano di ben 600 licenziamenti.
Uno dei malcapitati è Howie Klein, presidente della Reprise (sussidiaria della Warner), che tiene sotto contratto i nostri eroi. E' stato proprio grazie al suo entusiasmo se, fino ad adesso, la band ha avuto vita relativamente facile nonostante le perplessità dei piani alti, e il suo allontanamento non può che ripercuotersi in maniera devastante su questa precaria situazione. Con Klein fuori dai giochi, è il responsabile A&R David Kahne a prendere in mano la partita, e il suo giudizio è tanto netto quanto spiazzante: il disco non può uscire. La motivazione allegata, con il suo tragicomico retrogusto da archeologia rock, può a seconda dei palati far ridere o piangere: è un lavoro "troppo difficile", e l'etichetta non se la sente di farsi carico di un flop già assicurato. E non è finita: se la band vorrà pubblicarlo attraverso altri canali, dovrà prima ricomprarselo, dato che è la label a possederne i diritti.

Personalità tanto energica quanto fragile, il povero Jeff rischia un collasso nervoso, ma riesce a non perdersi d'animo e inizia una strenua battaglia legale per riprendersi ciò che gli spetta. Il suo avvocato riesce a negoziare un accordo che prevede lo scioglimento del contratto in cambio di 50.000 dollari per l'acquisto dei diritti, ma nel frattempo le notizie iniziano a trapelare e scoppia un caso: il Chicago Tribune dedica alla questione un lungo articolo che ne sottolinea i molteplici aspetti assurdi (uno su tutti: la totale mancanza di fiducia in una band che ha sempre venduto bene e ha migliaia di fan in tutto il mondo), e ne viene fuori una polemica che mette in serio imbarazzo la Reprise. Per tappare la falla, l'etichetta si vede costretta ad ammorbidire la sua posizione e decide di concedere i diritti gratuitamente, liberando una volta per tutte il gruppo dal suo giogo.
A questo punto, a Tweedy non rimane che mettersi in cerca di un altro possibile distributore interessato, ma è scettico perché l'operazione richiederebbe tempo e rischierebbe di procrastinare troppo l'uscita del disco. A ciò si aggiunge la consapevolezza che la pirateria online è ormai da tempo dilagante, e la notizia che i primi scampoli in bassa qualità dell'album stiano già circolando sui siti di file sharing lo agita.
La decisione che prenderà per sbloccare questa impasse ha dell'incredibile: il 18 settembre 2001 sul sito dei Wilco compare lo streaming integrale e gratuito di "Yankee Hotel Foxtrot". La scelta è mossa dalla volontà di mantenere il controllo sul proprio materiale dopo aver per troppo tempo rischiato di perderlo, ma si basa anche su una visione di lungo periodo, tanto rischiosa quanto illuminata, oltre che profondamente generosa: se il gesto sarà apprezzato e il disco piacerà, i fan lo ricompreranno.

Il sito raggiunge in breve tempo picchi di traffico stratosferici, tanto che durante il trionfale tour di quell'anno il pubblico è già in grado di cantare le nuove canzoni insieme al gruppo. Intanto il "caso Wilco" tiene banco sulle riviste di settore, e innumerevoli etichette grandi e piccole sgomitano per mettere sotto contratto una band che, pochi mesi prima, era stata sottoposta a condizioni umilianti per far valere i propri diritti. Il momento è propizio per passare al contrattacco: a novembre Tweedy accetta la proposta della Nonesuch, giudicata un buon compromesso tra la dimensione major e quella indie, e il disco esce il 23 aprile del 2002 (ironia della sorte, anche questa label è una costola della Warner, che si trova quindi nella paradossale situazione di aver ceduto gratis i diritti di un album che deve adesso ricomprare: in altre parole, la band è stata indirettamente pagata due volte dalle stesse persone!).
La sconsiderata previsione del Nostro verrà non solo confermata, ma di gran lunga superata: i negozi vengono presi d'assalto e il disco va a ruba. Arriverà a vendere oltre mezzo milione di copie nei soli Stati Uniti (di cui 56.000 nella prima settimana), venendo certificato disco d'oro e arrivando al tredicesimo posto della classifica Billboard. Un successo eroico, per loro e per tutto il mondo alternativo. Tweedy dovrà affrontare ulteriori beghe legali quando la Irdial lo citerà in giudizio per aver usato senza permesso un frammento della numbers station citata nel titolo (deciderà di pagare il dovuto per non sobbarcarsi il processo), ma la sua battaglia è vinta e con gloria.

Col senno di poi, quel gesto dirompente compiuto quasi con leggerezza ha segnato un precedente clamoroso, spalancando un mondo di nuove possibilità e assestando una spallata significativa alle vecchie consuetudini di mercato. La mossa di Tweedy non è forse la più radicale con cui un musicista si sia ribellato alle prepotenze di una casa discografica (difficile spingersi oltre le Colonne d'Ercole di "Metal Machine Music"), né la più bizzarra (vi ricordate quando i La's chiesero ai fan di non comprare il loro primo e ultimo disco?) e nemmeno la più accanita (il premio spetta forse alle lotte senza quartiere di Prince): tuttavia, l'educatissimo "vaffanculo" inflitto a una label che passa dal fare la voce grossa all'implorare perdono rimane una delle più fiere rivincite che un artista si sia mai preso sui suoi aguzzini. Il confronto tra la pavida incertezza dei discografici e la matura consapevolezza della band, disposta a scommettere sulla propria pelle laddove i loro avversari si sono arresi prima di scendere in campo, segna un 1 a 0 strategico e morale senza possibilità di appello, e incoraggerà tantissimi altri a non rassegnarsi davanti a simili prevaricazioni.
Negli anni, lo streaming e/o il download gratuito di interi album prima della loro uscita ufficiale diventerà una collaudata strategia promozionale, pubblicizzata da giganti come Radiohead, U2 e Nine Inch Nails e ripresa dagli stessi Wilco in due diverse occasioni. Il dibattito su operazioni di questo tipo è ancora aperto e tale rimarrà, ma va dato atto a Tweedy & C. di aver contribuito alla causa in maniera strutturale e positiva.
I Wilco rincorreranno con accanimento il loro sogno di indipendenza totale, figlio dello stesso punk da cui Tweedy trae la sua formazione. Non contenti di essere già produttori dei propri album e proprietari del loro studio, nel 2011 lanceranno un'etichetta personale, la dBpm, con cui distribuire tutti i loro lavori e magari anche dare una mano a qualche collega in difficoltà. Oggi, di fatto, non devono più rendere conto a nessuno delle proprie scelte: il loro obiettivo può dirsi raggiunto. E se lo sono guadagnato da soli.

Parte 3: L’ultimo classico?

Oh, distance has no way of making love understandable
("Radio Cure")

Opera cardine degli anni 2000, "Yankee Hotel Foxtrot" viene spesso inquadrato scomodando l'antipatica categoria della postmodernità. Ci permettiamo di dissentire da questo condiviso giudizio: nonostante sia incontestabile il carattere frammentario di musica e testi, riflesso del reale senso di spaesamento che ha attraversato l’America post-11 settembre, l'album sembra ancora vibrare di quell'accorata vertigine che ha illuminato i grandi capisaldi del rock, senza cedere alle lusinghe di una rassegnazione in agguato ma mai preponderante.
Più che il primo scorcio su una nuova civiltà musicale (definizione che potrebbe meglio attagliarsi a un disco come "Ok Computer", a cui certa critica si ostina a paragonarlo), "Yankee Hotel Foxtrot" somiglia allo spettacolare sussulto finale di una saga in esaurimento (e, pertanto, sarebbe più felice accostarlo a solenni funerali alternativi come "American Football" o "For Carnation"): da questo punto di vista, non ci sembra così peregrino considerarlo l'ultimo classico tradizionalmente inteso della storia del rock.

Non c'è citazionismo, ma reale rielaborazione in un'opera che è a-narrativa senza essere anti-narrativa, in cui lo spessore della confezione non può sostituirsi alla profondità della scrittura e dove è categoricamente bandita qualsiasi tentazione retromaniacale. La sensazione si irrobustisce se gettiamo uno sguardo ai due episodi successivi, con i quali compone una non dichiarata trilogia dove YHF è il disco "programmatico", "A Ghost Is Born" quello "irrisolto" e "Sky Blue Sky" quello "maturo": una configurazione che non può non richiamare i grandi "trittici" degli anni 60 (con particolare riferimento alle visioni dylaniane '65-'66).
Si è parlato a lungo di Chicago e di quanta acqua del lago Michigan si sia travasata nella loro ciotola, ma sono gli Stati Uniti in generale i protagonisti di questo grande romanzo in note, che finisce con l'essere un appassionante viaggio tra tutto ciò che l'America abbia prodotto di musicale, su un sentiero dove Townes Van Zandt e Steve Reich camminano mano nella mano senza pestarsi i piedi a vicenda. Il procedimento è ingegnoso nella sua trasparenza: accanirsi sul loro bagaglio roots con tecniche prese in prestito dall'avanguardia (musicale, come il minimalismo, ma anche concettuale, come il cut-up burroughsiano-gysiniano), ottenendo uno stridente avant-country sospeso tra recupero e innovazione. Ed è su questa sghemba portantina che poggia il criptico impressionismo lirico di Tweedy, maestro nel tramutare le proprie crisi in tragedie universali grazie al suo registro scabro e biascicante.

Uno sfocato fremito di sintetizzatore, la batteria che avanza su un binario tutto suo sotto una pioggerella di dulcimer e pianoforte preparato, poi una chitarra acustica infiorettata di glockenspiel a tenere dritta una voce in hangover che pare chiedersi come ci sia capitata lì in mezzo: è tanto bislacco quanto programmatico l'incipit di "I Am Trying To Break Your Heart", gagliarda lezione di fantasia arrangiativa in cui sfilano pure organo, wurlitzer, autoharp, ponte rumoristico e finale per tape loop e fischietto, un incidente cubista che cozza con la melodia elementare e l'amarezza letteraria del testo. Ed è la medesima dissonanza cognitiva a cucinare l'umorale pastiche tra Big Star e Neu! di "Kamera", a dirottare in mezzo a interferenze elettromagnetiche e ritmi da marcetta il Cohen in lacrime di "Radio Cure", a slabbrare a colpi di cinismo effettistico le armonie West Coast di "War On War" o a ipotizzare una versione sintetica della Band su "Heavy Metal Drummer".

Contaminazione e deformazione, dunque, ma anche purissimi esercizi di stile: potrebbe averla scritta Gram Parsons "Jesus, Etc.", tanto è placido il suo impasto di violino e lap steel; si respira autentica tenerezza college nel chitarrismo lo-fi di "Pot Kettle Black"; sono torride al 100% le vibrazioni southern di "I'm The Man Who Loves You", e delizie da leccarsi i baffi gli ammiccamenti prog-vaudeville di "Poor Places" (ideale anticipazione delle atmosfere più "europee" del disco successivo).
In mezzo, il crepuscolo senza orizzonte di "Ashes Of American Flags", tra Steinbeck e Peckinpah, colpi di cannone e mortiferi aliti di vento, requiem di polvere che accomuna vincitori e vinti. In chiusura, "Reservations", gospel metafisico per pianoforte e sfrigolii concreto-ambientali, una coda di silenzio che spegne l'universo come un fiammifero, cenere che si dissolve nell'oceano in un'amniotica involuzione verso l'Increato. Qualsiasi cosa seguirà quel silenzio, non potrà essere uguale a prima.

Da lì in avanti, specie dopo il decisivo ingresso di Nels Cline, i Wilco si consacreranno nella loro doppia identità di voraci enciclopedisti (in studio) e amabili intrattenitori (sul palco), affiancando alla rinomata cura delle produzioni una chilometrica imprevedibilità live che ha aggiornato il carnevale elettrico dei Grateful Dead, rendendo imperdibile ogni loro concerto.
Attualmente, sono forse l'ultimo gruppo rock capace di armeggiare con manufatti preistorici quali la potenza della sezione ritmica e l'appariscenza degli assolo di chitarra senza risultare nemmeno per un attimo passatista, retorico o autocompiaciuto. Se l'afflato epico dei songwriter degli anni d'oro è riuscito a guadare due decenni di mostruoso riflusso estetico, lo dobbiamo in larga misura a loro e a chi si è mosso dai medesimi presupposti. Pur profondamente radicati nella storia musicale del proprio paese (e della propria città), hanno forgiato un grimaldello che pare adattarsi a tutte le serrature: un risultato che ha del miracoloso, vista la complessità del mondo in cui viviamo.

Nulla di tutto ciò, in ogni caso, sarebbe stato possibile senza la fondamentale cesura tracciata da "Yankee Hotel Foxtrot", ultimo colpo di coda di una Storia che non ne vuole sapere di morire sui libri.

a Nazario

(26/08/2018)

  • Tracklist
  1. I Am Trying To Break Your Heart
  2. Kamera
  3. Radio Cure
  4. War On War
  5. Jesus, Etc.
  6. Ashes Of American Flags
  7. Heavy Metal Drummer 
  8. I'm The Man Who Loves You
  9. Pot Kettle Black
  10. Poor Places
  11. Reservations
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