Il "fingerpicking" di Fahey trasuda simmetrie e contraddizioni, paure e speranze, malattia e salute, fedeltà alla terra e ai suoi splendori sepolti. Il "fingerpicking" di Fahey si avventura in territori inesplorati, disegna traiettorie immaginifiche, seleziona silenzi e rumori, ne trae emozioni, estasi, raccoglimento interiore, sensualità pagana. Il suo punto di vista è quello di una collina inaccessibile: ai suoi piedi, gli umani e la terra, sotto lo sguardo vigile degli dei.
Il tema di "Jesus Is A Dying Bedmaker" è attraversato da tenui spiragli di luce, che solo per un attimo danno l'impressione che la malinconia sia andata via, seguendo la sua strada nel buio. "Amazing Grace" è una scintilla reiterata di suoni, un bozzetto solenne, l'annuncio di irraggiungibili terre promesse, le cui lodi tessono la spensieratezza "country" di "Song # 3" e la tranquillità sincera e insondabile di "Special Rider Blues". Ninnananna per fiori accarezzati dalla brezza estiva: questo è "Dvorak". Così come "Finale" è un filo sottile che unisce lo spirito alle presenze della notte, quando gli uccelli riposano tra le foglie, invisibili.
In "America", Fahey distilla gocce di rugiada dalla 12 corde, prima di immergere le note nell'oceano e lasciarle annegare, lentamente. Un sacrificio dovuto, senza il quale sarebbe impossibile poter evocare la rinascita delle stesse in un prodigioso frangersi e sminuirsi, continuo e ineffabile: come un'unica grande danza di gioia che scivola via tra lussurie e capricci, verso la notte nera e misteriosa. Forse, la stessa notte che avvolgeva Dalhart nel Texas in quei giorni lontani del 1967 ("Dalhart, Texas, 1967") o quella che simulava fantasmi con le lucciole in quel di Knoxville ("Knoxville Blues"). Di certo, quella che, informe e disseminata, declinava un linguaggio antico, fatto di parole spigolose, pericolose; parole che più che "dire" le cose le lasciano "apparire", ma in una luce nuova, che, per l'appunto, oscura il paesaggio, tutti i paesaggi. ("Mark 1:15" ; "The Waltz That Carried Us Away…"). L'abisso si è spalancato, tanto che non ci sono più mezze misure o menzogne: la terra è libera nella sua nudità virginea. Nuda come il cuore di Fahey nella sua definitiva "visione": "Voice Of The Turtle", quindici minuti e passa di apoteosi lirico-narrativa, capace di spingersi verso le stelle e, in un attimo, di accarezzarne l'oblio. A 6' e 22" la chitarra stride, urla, addita la dissoluzione e l'estasi. Poi, riprende il suo flusso ininterrotto. Gli accordi si caricano sempre più di sogni; di vallate che sconfinano nell'impossibilità di ridirne l'equilibrio, il senso e la bellezza; di uomini in cammino verso altri cammini; di lunghe, interminabili carovane; di ruscelli, di farfalle, di cicale, di steli d'erba, fino al senso della terra, fino alla sua verità più alta.
Quella di Fahey è una celebrazione dell'immaginazione collettiva, fatta di tentativi sempre più "sublimi" di raccontare l'ignoto in cui tutto sembra confluire, come un fiume in piena che scivola inesorabile verso l'immensità luccicante degli oceani. E, tra questi, le note diventano lamelle fluorescenti, diamanti purissimi che possono solo riflettere, senza macchiarsene, la luce accecante di un linguaggio più profondo, tanto vicino alle cose da risultare, purtroppo, sconosciuto e pressoché inconoscibile. Ma non per questo incapace di irrompere nella quotidianità grazie alla gioia della creazione, la stessa che pervade "America", da cima a fondo. Nella musica di Fahey, insomma, l'"alterità" e l'"apparenza" coincidono, mentre il "suono" viene trasfigurato, diventando pura trascendenza, linguaggio universale, poesia. Giusto un attimo prima che il caos ne faccia un inutile simbolo di rovina e di morte.
A John Fahey (1939-2001 )


