Karnivool

Live Club, Trezzo sull'Adda - Milano


Ok, e ora? Torniamo a casa?

Questo ci viene da pensare mezz’ora dopo il primo saluto alla folla del buon Ian Kenny, con un sentito “welcome my friends!”. Sulle ossa la sensazione di essere finiti sotto a un treno; cosa volere ancor di più ora? Quattro brani sono bastati ai suoi Karnivool per trasformare il Live Club in qualcosa di simile a una camera di pressione sonora. “Ghost”, “Simple Boy”, “Aozora” e infine la devastante “Goliath”: una sequenza calibrata chirurgicamente, perfetta nel fondere l’impatto immediato e melodico del recente “In Verses” con due pilastri di “Sound Awake”.
Non è vero stupore quello che stiamo provando; è difficile affermare che ci aspettassimo qualcosa di diverso. I Karnivool hanno costruito negli anni una reputazione dal vivo: rigore tecnico impressionante, precisione maniacale e, al tempo stesso, un suono sporco, ruvido, ben lontano dalla sterilità che spesso accompagna il progressive moderno dal vivo. Dopo tredici anni di assenza dal nostro paese, l’attesa attorno a questa data aveva assunto contorni quasi emotivi. Lo si intuiva già ben prima dello spegnimento delle luci di sala, osservando il pubblico riversarsi nel locale lombardo con una trepidazione inusuale.

Gli Intervals in apertura – con il loro prog-metal strumentale iper-tecnico – avevano svolto bene il proprio compito di scaldare i presenti, ma era evidente come l’intera sala stesse vivendo una sorta di conto alla rovescia. Il boato che ha accompagnato l’ingresso dei cinque australiani tradiva questa attesa e di riflesso l’accoglienza positiva del loro ultimo lavoro “In Verses”. Forse la sorpresa più grande è proprio questa: non soltanto l’amore incondizionato verso i classici, ma l’entusiasmo quasi identico riservato ai nuovi brani. Ogni attacco veniva accolto da esultanze, ogni ritornello diventava un coro collettivo.
Dalla nostra postazione vicino al mixer il suono impiegava qualche fisiologico minuto a trovare il bilanciamento ideale, ma già da subito era chiaro un dettaglio: quel muro sonoro massiccio generato dal quintetto australiano era destinato a non lasciare scampo a nessuno. Ogni elemento emergeva nel caos controllato, ogni incastro ritmico colpiva con la violenza di un convoglio lanciato a tutta velocità. Non c’era il tempo di riprendersi da uno di quei quattro bolidi che ci passava un altro vagone in testa.

Ed eccoci quindi alla domanda di apertura: dopo queste quattro bombe cosa aspettarsi ancora? Fortunatamente arriva “Drone” a concederci di riprendere il fiato grazie alla sua andatura ciondolante. Ma è una quiete che dura poco, perché poi arrivano “We Are” e soprattutto “Deadman”. Il concerto entra in una dimensione quasi ipnotica. La prima mette in mostra tutta la dote tecnica della band, mentre la seconda si trasforma in una gigantesca cavalcata collettiva, con l’intero locale impegnato a cantarne il refrain. E’ impressionante la naturalezza con cui gli australiani alternano esplosioni ritmiche, aperture melodiche e improvvisi alleggerimenti atmosferici.
Dal vivo colpisce soprattutto la natura profondamente democratica del quintetto di Perth. Ian Kenny non occupa il centro della scena come il classico frontman: stesso piano di basso e chitarre, defilato sulla sinistra, dinamicità essenziale e decisamente non teatrale. Quasi un voler mostrare orgogliosi la forza di un gruppo che è sopravvissuto a più di una decade di attesa difficile e snervante, tornando a esibirsi qui davanti a noi.

Del resto, la loro proposta musicale riflette questo approccio composto dall’incastro di cinque individualità equivalenti: le chitarre di Drew Goddard e Mark Hosking si intrecciano senza mai schiacciarsi a vicenda, il basso pulsa in modo organico dentro il tessuto ritmico, mentre la voce di Kenny diventa uno strumento come gli altri, eccezionale e robusto nel trovare uno spazio nella serrata trama sonora senza mai accentrare su sé stesso. A guidare tutto questo, quasi invisibile dietro le pelli, c’è Steve Judd. Se proprio dobbiamo identificare un leader tecnico e silenzioso, sarebbe lui: pesta con sicurezza granitica senza fallire un colpo, trascinando il continuo scuotere di teste della platea lungo tempi spesso tortuosi.
Il setup visivo del palco è coerente con tutto questo. Nessuna scenografia monumentale, nessun artificio luccicante: soltanto quattro piccole torri led, una manciata di fasci colorati e la cara vecchia macchina del fumo. Basta quindi un intelligente lavoro di controluce per creare immagini potenti ed evocative che non ci distolgono da quanto stiano combinando quei cinque ai loro strumenti. In certi momenti sembra davvero di osservare il cuore di un vulcano in eruzione, con magma rosso e violaceo che si riversa addosso al pubblico sotto forma di distorsioni stratificate.

Il ritorno a “In Verses” con “All It Takes” e “Animation” riporta immediatamente lo spettacolo su livelli di pressione quasi assurdi. I volumi diventano esagerati, ma il suono rimane incredibilmente compatto, leggibile, mai confuso. Poi arriva uno dei momenti più impressionanti dell’intera esperienza. Bastano gli accordi iniziali di “Themata” per provocare un’esplosione collettiva: il boato della sala sembra quasi coprire per un istante la stessa band. Da lì in avanti lo show riprende la brutalità dei primi minuti, perché “Roquefort” si abbatte sulle prime file senza alcuna pietà, accompagnata da un pogo soddisfatto e perfettamente sincronizzato sull’andatura sghemba del brano.
Kenny guarda la sala e definisce il pubblico italiano “f**king incredible!”. Ha ragione. Quando inizia “New Day”, il Live Club diventa letteralmente il sesto membro della band. Il bridge – “Are we waiting?/ For the savior?/ Someone to heal this/ Or erase us” – viene cantato all’unisono dai quasi 1500 presenti, prima che l’iconica accelerazione strumentale spazzi via tutto con forza devastante.
La voce di Ian sembra davvero infinita, reggendo oltre un’ora di prodezze e potenza vocale, avviandosi verso il suo momento più significativo: “Opal” e “Salva”. Una scelta quasi programmatica, perché conferma quanto i Karnivool credano davvero nel materiale di “In Verses”, decidendo di salutare tutti con il suo stesso epilogo. Dal vivo, questi due brani acquisiscono una dimensione ancora più epica e coinvolgente rispetto alle versioni in studio, anche se il gigantesco impatto strumentale finisce inevitabilmente per sacrificare qualche dettaglio più delicato, come le raffinate cornamuse del finale.

Chi non era presente potrebbe pensare che un’ora e mezza sia una durata relativamente contenuta per un concerto di questo livello. In realtà, usciti dal locale, la sensazione è quasi opposta: sembra impossibile reggere anche un solo minuto in più una simile onda d’urto sonora. Eppure è stato magnifico lasciarsi travolgere e sprofondare in quel mare di distorsioni articolate e ritmiche impossibili, come se i Karnivool avessero trovato il modo di trasformare la complessità tecnica in qualcosa di profondamente fisico, emotivo e vivo. Speriamo di non dover aspettare altri 13 anni.

(Contributi fotografici su gentile concessione di Carlo Carraro)