2002-12-07

Suicide

Link, Bologna


Il Link è un posto magnifico che i gestori hanno saputo magistralmente addobbare a locale-più-alternativo di Bologna (che ritengo essere la vera, ineguagliabile patria del radical-chic). Tutte balle: ingresso 15,00 euro (trenta sacchi, per chi non fosse bravo ad utilizzare l’euroconvertitore donatoci dal nostro P.d.C.d.M.) e fastidiose esigenze di orari imposte dal grande business della “discoteque” (al piano di sotto. Ma il concerto è iniziato comunque molto, molto tardi), che piace tanto a noi ‘ggiovani.

A parte tutto, grandi gli spazi e in gamba la gente che dà l’opportunità a musicisti semi-sconosciuti (dalle grandi masse) di sfruttarli (due settimane fa, erano di turno i Wire). Grande serata.

Nell’ampio salone dove avrà luogo il concerto si respira la frenesia di vedere due dei pochi scampoli rimasti della nostra amata new wave (ora più che mai – è tornata di moda!)…

All’una e dodici in punto (!!!) salgono sul palco i Suicide.

A questo punto avrei bisogno di un piano sequenza à la Robert Altman per descrivere esattamente gli interminabili secondi che hanno separato in due la mia esperienza di ascoltatore: prima e dopo la “visione mistica” dei Suicide.

Alan Vega e Martin Rev (entrambi vestiti di nero e con giganteschi occhiali da sole che non si toglieranno mai per tutta la durata dell’esibizione) sono visibilmente invecchiati: si muovono lentamente come due anziani signori. Una volta un amico mi fece morire dal ridere sostenendo che Rev avesse imparato a suonare (!?) il sintetizzatore solamente perché, quel giorno, aveva trovato chiuso il negozio di chitarre…

Rev “accende” il “synth”, attacca una base “house”, e il concerto ha inizio con una irriconoscibile cover di “L.A. Woman” dei Doors, martoriata da un impietoso Vega (sempre con cappuccio) che vomita disperazione, drammaticità e noia: in pochi minuti, il disagio pervade il numeroso pubblico.

Ogni tanto Rev abbandona la tastiera e gironzola sul palco con la sigaretta in bocca, mentre Vega scherza col pubblico e gigioneggia col microfono.

Il duo non ha pietà dei brani che li ha resi famosi e propone una versione stralunata di “Ghost Rider”: è il delirio. Dal vivo la struttura dei pezzi è meno scarna, arricchita di basi più ritmate e complesse.

La tensione sale alle stelle quando la gente comincia a capire che Vega, nel brano successivo, biascica un nome, il nome di un operaio frustrato, disperato, che -terminata la giornata di lavoro- arriva a casa, ammazza moglie, figli e si suicida… “Frankie Teardrop” rappresenta il picco più alto della serata.

Il concerto durerà un’ora e mezzo, in cui Vega e Rev eseguiranno anche alcuni pezzi del nuovo album.

I Suicide sono ancora grandissimi e non hanno perso la capacità di trasformare la musica in un vortice di emozioni, lo stesso che caratterizzò il loro incommensurabile debutto.

Francamente, il concerto non è stato tra i migliori che abbia mai visto, ma sono convinto di avere assistito a un evento che non si ripeterà mai più. E’ raro, infatti, avere la possibilità di ascoltare dal vivo una musica tanto semplice quanto al passo con i tempi.

La musica dei Suicide era “avanti” venticinque anni fa e ancora oggi ha inspiegabilmente conservato la propria freschezza. Per un istante, a un certo punto, ho immaginato di trovarmi all’interno del Cbgb’s di Manhattan…

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