È stata un’opportunità assai rara, quella concessa dalla Biennale Musica nella direzione artistica di Caterina Barbieri per giovedì 15 ottobre; una serata nella suggestiva location del Teatro Piccolo Arsenale avvolti nelle onde di luce vibratoria evocate da Gigi Masin, compositore cult veneziano che il resto del mondo ci contende ma che l’Italia ancora fatica a stimare per il suo esatto valore.
L’unicità dell’evento – sold out da settimane – ha riguardato l’esecuzione dell’esordio masiniano “Wind”, gioiello di ambient jazz registrato nell’86 e qui eseguito in una versione integrale ma debitamente rivisitata, per formazione di elettronica, pianoforte a coda (suonati dal compositore), tromba (Marco Baldini) e contrabbasso (Neil Charles).
Sul palco Masin incede con la naturalezza di chi alle pose predilige la cosa musicale: una semplice maglietta nera, un paio di pantaloni blusanti e un saluto silenzioso sono il suo biglietto da visita per il pubblico. E il pubblico, irretito dopo pochi dettagli di pianoforte, reagisce alla brezza di questi venti elettroacustici con una devozione quasi religiosa: niente cellulari sbandierati sopra le teste; alla voglia di fotografare e registrare una testimonianza del concerto è anteposta la volontà di immergersi nell’oceano del presente.
Tutto funziona, con la naturalezza con cui l’acqua colma lentamente un bicchiere: i brani di “Wind” vengono mischiati in un flusso di coscienza senza cedimenti, allungandosi e contraendosi per un’ora e mezza di spettacolo, bis compreso. L’interplay dei tre è questione di pura alchimia: senza mai alzare i toni ma suonando ogni nota come se fosse la prima e l’ultima della propria esistenza i nostri pongono l’elettronica in dialogo coi dettagli di una tromba la quale, sfruttando la timbrica della sordina, sottolinea il tessuto narrativo per sottrazione. Il contrabbasso cesella morbide campiture ritmiche, sciogliendosi poi in bordoni discreti e amplificando la sensazione ultraterrena dell’insieme. Per rarefazione, il live riporta alle atmosfere del David Sylvian strumentale in “Gone To Earth” o del Mark Hollis del suo unico album solista. Si chiude con un picco emozionale, il brano posto originariamente in apertura “Call me”. Qui la voce di Masin commuove al pari del suo pianoforte e ci riesce, guarda caso, impiegando una manciata di versi tanto elementari quanto universali. “Search me/ Find me/ Kiss me/ Call me, love”. Quando si spengono le luci, risulta evidente come gli applausi scroscianti non bastino a ringraziare per questa magia.
foto: il Wind Trio (crediti Andrea Avezzù – Courtesy La Biennale di Venezia)
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