06/03/2005

Bright Eyes

Transilvania, Milano


di Matteo Lavagna
Bright Eyes

Eccolo, di fronte a noi. Dopo il gossip, dopo le voci riguardanti il suo insopportabile carattere e la sua spocchia, dopo aver letto a destra e a manca recensioni ottime, dopo averlo considerato un ragazzino viziato e dopo averlo sottovalutato ascoltando con strani pregiudizi i suoi lavori. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: il valore di questo Conor Oberst, allora, qual è?
Credo che questo live sia l’occasione giusta per osservare Conor da più angolazioni, un modo per saggiarne le qualità e comprendere cosa nasconda questo enfant prodige.

In una serata che vedeva in programma anche i Mars Volta al Rolling Stone, il pubblico indie di Milano ha risposto alla grande: non una folla, sia chiaro, ma un bel po’ di gente ansiosa di capire, come il sottoscritto.
La band fa il suo ingresso ma tutti gli sguardi sono catturati da quel minuto ragazzino, vestito di scuro, con la matita nera a marcare gli occhi e la chitarra a tracolla: ed è subito country con “At the Bottom”, brano d’apertura di quel “I’m Wide Awake It’s Morning” uscito in contemporanea con “Digital Ash In A Digital Urn”, album basato su architetture elettro, completamente ignorato (ma era prevedibile).
Le sensazioni sono subito buone: l’acustica del locale è buona, la band regge alla grande e Conor domina la scena senza troppi problemi, con un carisma e un tiro degno di un performer consumato.
Ciò che impressiona è l’alternarsi di differenti stati d’animo del ragazzo, capace di scherzare e intrattenere il suo pubblico senza grossi problemi e rintanarsi subito dopo in se stesso, abbassando lo sguardo e sorseggiando nervoso una birra.

Dopo i primi tre brani, tratti da “I’m Wide Awake It’s Morning”, è la volta di un vecchio cavallo di battaglia, “Method Acting”, tratto dal bestseller “Lifted Or The Story Is In The Soil Keep Your Ear To The Ground”, accolto con fragore da un pubblico sempre più coinvolto e adorante.
Diversi i momenti di ilarità nei tempi morti tra un pezzo e l’altro, con una ragazza che grida il suo amore nei confronti del giovane Oberst più volte e in maniera piuttosto insistente, e il povero Conor, limitatosi a sorridere le prime due volte, che, alla terza, chiede alla ragazza “Where are you from?” e scherza imbarazzato.

Il tutto prima del punto più alto del concerto, “Lua”: emozionante gemma per chitarra e voce, eseguita con un calore e un trasporto che lasciano tutti senza fiato.
Conor canta di un amore sofferto e delle domande che ogni innamorato si pone, perdendo di vista la realtà delle cose, mettendo in dubbio ogni sua singola qualità, ogni stato d’animo: si chiede se sarà forte abbastanza per stare con questa ragazza, straordinaria ai suoi occhi da innamorato, che probabilmente naviga nelle stesse acque.
In quel momento ho sentito Conor particolarmente vicino al mio sentire e credo che molti, tra i presenti, abbiano percepito qualcosa di speciale: un ragazzo solo sul palco, che si mette e nudo e lo fa senza esercizi di stile, ma facendo trapelare i brividi di chi ama ciò che ha scritto e ciò che suona.
È questo il punto di forza di questo ragazzo; riesce a ovviare ad alcune lacune compositive (normali, per carità, stiamo parlando di un artista con margini di miglioramento clamorosi) con il cuore e con l’anima: canta in maniera istintiva e altamente emozionale, non risparmiando imperfezioni altamente funzionali alla riuscita del suo intento.
E il suo intento, mi è parso di capire, è quello di donarsi a chi ascolta, semplicemente.

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