08/12/2005

Faust

So Far Festival, Catania


di Filippo Neri
Faust

Arrivare con diverse ore di anticipo a un concerto, in una città che non conosci affatto, può avere i suoi svantaggi. Soprattutto se ti accingi ad assistere a uno spettacolo di un gruppo di culto e sai già di non dover fare a gomitate per guadagnare posti al botteghino. La prima cosa che ti viene in mente è fare una capatina verso il luogo preposto, prenderne visione, ammazzare un po’ il tempo, e solo dopo arrovellarsi il cervello cercando un modo dignitoso di bivaccare.
Così ha fatto chi scrive, in cerca del Centro Culture Contemporanee Zō di Catania. Parte del complesso “Le Ciminiere”, vecchia fabbrica di laterizi ottimamente riadattata, è sede fissa, ormai da qualche anno, del So Far Festival, una delle più importanti manifestazioni di musica elettronica dell’intero Meridione. Cornice tanto gradevole, quanto tremendamente deserta a quell’ora del pomeriggio. Una porta aperta sul retro l’unico motivo per spingersi oltre (benedetta sia, alle volte, la curiosità): un palco di dimensioni contenute mi si presenta davanti con in dote una varietà di strumentazione e ciarpame altrove difficilmente riscontrata. A prima vista si riconoscono degli elmetti da guerra, lamiere e ferraglie d’ogni tipo, catene, un secchio pieno di ghiaia, una betoniera elettrica, una smerigliatrice, una saldatrice a elettrodi e, che ci crediate o meno, un ferro da stiro semiprofessionale. Appena ai piedi del palco un uomo in tuta sta completando la costruzione di un telaio metallico, mentre due signori attempati, alle prese con alcune regolazioni, dialogano tra loro e col responsabile al mixer. La leggenda che grava sulle loro spalle (in realtà si tratta di un peso che in molti vorrebbero sopportare) è una delle più sconvolgenti dell’intero panorama del rock: dal buen retiro di Wümme, cittadina tedesca nei pressi di Amburgo, allo sbarco nel Regno Unito, dalla lunga assenza dalle scene allo sfavillante ritorno negli anni Novanta, i Faust si imposero come inventori di un suono a metà tra rock e avanguardia, dato in pasto alle successive generazioni di musicisti come fonte di infinita ispirazione.

Incassato l’inatteso colpo di fortuna (impresa difficile, direte voi), non prima di lunghi momenti di sorpresa e stupore, mi accorgo di come bivaccare in sala assistendo alla certosina messa a punto dell’intera strumentazione sia cosa ben più che dignitosa. Oltre ai già formalmente presentati e arcinoti Jean Hervé Peron e Werner “Zappi” Diermaier, si aggirano sul palco altri due musicisti, i francesi Olivier Manchion e Amaury Cambuzat, affermati componenti degli Ulan Bator. È con loro che i due membri originari hanno deciso di fare formazione stabile per questo tour autunnale (nel Regno Unito le date precedenti), raccogliendo le positive indicazioni di un incontro risalente a parecchi anni fa.
Le quasi tre ore di prove e regolazioni costituiscono uno spettacolo a sé, contribuendo a svelare meglio il senso di ogni azione fatta sul palco e anticipando alcuni gustosi particolari dell’esibizione vera e propria a venire.
Tanta, troppa grazia. L’attesa per il concerto si fa perciò estenuante e carica di tensione, fino a quando, dopo circa un’ora di ritardo sulla tabella di marcia che non impedisce al sottoscritto di ottenere i benefici della prima fila (che ci abbia preso gusto a baciare la Signora Fortuna?), i nostri fanno il loro ingresso in scena. Il primo brano proposto è la famosa “It’s A Bit Of A Pain”: tanto breve e struggente nella versione originale, quanto dilatata e violenta sul palco, è il primo dei due episodi dello splendido “Faust IV” proposti durante la serata. A seguire è, infatti, il ritmo sincopato di “The Sad Skinhead”, con Zappi che passa a segnare il tempo su una lastra metallica, mentre Peron declama i versi con voce roca e violenta.

Spolverati i due capolavori, spazio all’improvvisazione. La prima composizione parte da un placido strepitio di ghiaia sugli elmetti (e sul pubblico), tutti e quattro i musicisti contribuiscono, con gli strumenti che capitano a tiro, ad alzare la tensione fino a raggiungere un cacofonico delirio distruttivo. Parte della scenografia viene rimaneggiata, mentre il pubblico sembra ben lontano dall’annoiarsi, nonostante sia costituito, in parte, da fruitori neppure occasionali di performance del genere.
Il secondo pezzo, condotto da Peron su binari più tranquilli (l’imperizia del recensore vi priverà del sapere il nome dello strambo strumento a corde usato), si conclude con un suggestivo recitato in tre lingue diverse (Zappi in tedesco, Manchion in italiano, Peron ovviamente in francese) che si scaglia, per quanto ci è dato di capire, contro gli orrori delle guerre.
È lo stesso Peron a imbracciare l’acustica per una speciale dedica ai fan con la successiva “Psalter”, altro brano storico, tratto dal fortunato “71 Minutes”. Come se non avessimo visto abbastanza strumenti, salta fuori addirittura una clavietta, mentre vengono concessi i classici cinque minuti di gloria a un sassofonista del luogo. Il revival continua con “So Far” (curiosamente, come detto, è anche il nome del festival), capolavoro di reiterazione circolare dal loro secondo (omonimo) album. A differenza del brano originale, non sono presenti i fiati, ma è del tutto inalterato l’effetto trascinante; a mettere l’accento su ogni giro armonico ci pensa Manchion pizzicando le corde della sua acustica.
Il terzo brano d’improvvisazione, teso e violento, è riportato in scaletta col titolo di “Klang Block”: l’ascoltatore viene intrattenuto anche con l’ausilio di un sottofondo di field-recording mentre l’uomo in tuta continua la sua opera di decostruzione, spargendo scintille sulle prime file; c’è spazio anche per un coro di urla di cinque ragazze, selezionate e dirette dallo stesso Peron. È lo stesso istrionico leader a prodursi nella successiva, teatrale rappresentazione detta “ironing on stage”, dando finalmente un significato al ferro da stiro presente sul palco: coinvolto uno spettatore della prima fila, rimasto attonito e mezzo nudo a osservare la perfetta e meticolosa stiratura della propria maglietta (provate a indovinare chi fosse il fortunato).

La lunga parentesi di “Listen To The Fish”, figlia degli anni Novanta e del ritorno alle scene con l’album “Rien”, precede quel gioiello acustico che è “Flashback Caruso”, anch’essa visibilmente alterata rispetto all’originale sull’ormai mitico “Faust Tapes”.
Tensione alta anche nelle conclusive “Chromatic” e “25 Yellow Doors”, che fanno di “71 Minutes” l’album più gettonato della serata. Ottima l’intesa con Manchion e Cambuzat (che passa alle tastiere per il finale), perfettamente a loro agio nell’interpretare i capolavori del passato. Le luci si spengono, sul palco non c’è più niente da distruggere, l’uscita di scena è talmente veloce da lasciar presagire qualche chicca per il bis, a dare il giusto commiato.
Dopo una brevissima attesa e una fragorosa accoglienza, parte un battito immediatamente riconosciuto dai presenti: è con la celebre “It’s A Rainy Day, Sunshine Girl” che i Faust intendono congedarsi dal caloroso pubblico catanese. La sala, benché scossa dal martellare forsennato di Zappi, canta a una voce sola, prima di sciogliersi in un lungo e doveroso applauso. L’emozione è forte e leggibile anche negli occhi di chi mi sta accanto, così come la consapevolezza di avere appena assistito a uno spettacolo più unico che raro.

La parola “fine”, nella leggenda dei Faust, è ben lontana dall’essere anche solo immaginata.

Line-up:

Jean Hervé Peron
Werner “Zappi” Diermaier
Olivier Manchion
Amaury Cambuzat

Setlist
  1. It’s A Bit Of A Pain
  2. The Sad Skinhead
  3. Frei – Ruhig
  4. Frei – Lauf
  5. Psalter
  6. So Far
  7. Klang Block
  8. Listen To The Fish
  9. Flashback Caruso
  10. Chromatic
  11. 25 Yellow Doors
  12. It’s A Rainy Day (bis)
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