26/04/2005

Rollerball + Ovo

Tagomago, Marina di Massa


di Alessandro Biancalana
Rollerball + Ovo

Due gruppi apparentemente slegati, generi differenti, sensazioni antitetiche. I Rollerball e gli OvO. I primi atti a un free-jazz chitarristico con tentazioni elettroniche e ammiccamenti psichedelici. I secondi, coppia italiana dedita a un noise-(industrial)-rock devastante, potenza sonora fuori dal comune. Presente in catalogo anche una collaborazione (famelicamente acquistata). All’apparenza, sembra tutto diverso, come se fosse uno scherzo vederli suonare insieme. Tutti riuniti per vendere i loro dischi, rassomigliano un collettivo unico, indivisibile. Perfetto.

Gli OvO sono due ragazzi, all’apparenza tranquilli, magari pure piacevoli e moderati per chi non sa. Vederli riapparire sul palco però rende la vera impressione di ciò che possono offrire. Travestiti in maniera orrorifica: vestito lacerato viola e maschera a mo’ di spauracchio notturno per lei, tunica marrone da parroco ubriaco e maschera da fustigatore per lui. Il duo si fonde come se il suono uscisse da una sola persona. Martellanti groove della batteria, graffianti se non laceranti accordi di chitarra. Quella chitarra martoriata, maltrattata, distrutta, fustigata con una violenza tanto insperata da una ragazza. Il plettro di forma inusuale (molto grande, triangolare) viene usato trasversalmente, di punta, ogni modo è consono per trarre suoni disturbanti. I suoi capelli (lunghi fuori misura) fungono da strumento, ne scaturiscono suoni, alieni, alienanti, alienati. I tamburi sotto le mani di lui soccombono, il drumming è perfetto, cristallino, roboante, distruttivo. Durante tutta l’esibizione si aggira per il locale come un boia alla ricerca della preda, usando le sue armi. Per diffondere il ritmo ovunque. Oltre la percezione dei sensi. Si muove, traballa, spezza il ritmo, lo ricuce, lo distrugge, lo ricompone. Sembra un giustiziere davanti al suo altare del sacrificio, pronto a dare il colpo di grazia al predestinato (noi). La voce. Cantare? Macché, cosette da rock-band da quattro soldi. Lei vomita, rigurgita, urla, gracchia, non canta. I “suoni” che escano da quella bocca fanno l’amore con il resto, vanno a braccetto come due amanti.

I primi pezzi puntano al ritmo più prettamente noise-(hardcore)-rock improntato a sfondare la barriera del suono. Gli ultimi risultano disturbanti, quasi inascoltabili per la loro rumorosità. Che dire? Chitarra martoriata da battiti di bacchetta con rigurgito sonoro diffuso per tutta la stanza. Violino “suonato” e trattato elettronicamente per distruggere i nostri sensi, trasportarli nel mondo del rumore bianco, perfetto, da amare. Si tolgano le maschere, sono tornati i ragazzi di prima. Gli OvO non sono loro. Un'esibizione al fulmicotone. Bravissimi.
Salgono tali Rollerball. Da Portland. Vagamente ascoltati qualche anno fa. Impressione fredda.
Formazione relativamente “larga”. Cinque ragazzi, una marea di strumenti. Tromba, due sassofoni, batteria, tastiere di vario genere, chitarra, batteria, electronics. La loro musica si rende più slabbrata e concreta dal vivo che non su album (rarefatta e frammentaria). Spasmi fiatistici, chitarra quando etera quando disturbante, intrecci di tastiera, pulviscoli glitch, oggettistica di vario genere. Un complesso di ottimi musicisti. Si passa dal pezzo a presa rapida con i fiati a gonfiare la struttura e una batteria in 4/4 cangiante, il contorno rende i primi pezzi di una bellezza cristallina. Divagazioni sperimentali sulla fine della prova, drum-machine percossa con delicatezza quasi angelica, chitarra appena sfiorata, sottofondi di tromba divini, tastiera(e) leggera(e) quanto una foglia secca d’autunno. La figura centrale della band rimane il cantante/trombettista. Minuto, alto, sguardo fisso nel vuoto, schizofrenia. Si divincola seguendo i fantasmi dentro di sé. Senza fermarsi. I suoi spunti ai fiati sono da ricordare: rimbrotti, sbuffi, suoni spezzati e frantumati. Enigmatico.

Musica per anime sperse che cercano redenzione, amore, affetto. Musica per esseri spensierati, aventi bisogno di un qualcosa a cui credere. La certezza che alla fine di un concerto così si sia felici. Come lo ero io appena uscito.

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