24/02/2005

Rammstein

Forum di Assago, Milano


di Marco Benoit Carbone
Rammstein

Che i Rammstein possano incontrare o meno i gusti personali sul piano musicale è indiscutibile almeno quanto la constatazione della deflagrante spettacolarità dei loro live e dell’innegabile talento da entertainer dei musicisti del teutonico sestetto. E se è proprio nella dimensione live che questo juggernaut industriale esplode in una scena pirotecnica, fiammeggiante, esplosiva fuor di metafora, è proprio da sotto il palco, insieme alla sceneggiatura e alle gag di uno spettacolo difficile da dimenticare, che si può cogliere chiaramente anche un lato autoriflessivo e autoironico della band, opportunamente velato dietro azioni o verbi a volte apparentemente risibili se giudicati per l’estremismo della loro facciata.

A Milano i Rammstein arrivano per l’unica serata di un tour europeo. Si portano dietro come supporto l’ensemble Apocalyptica, un progetto a metà strada tra un quartetto classico di strumenti a corde e un gruppo gothic-metal. Pur ridotti, in quest’occasione, praticamente al ruolo di un cover string quartet dei Metallica, nei brani originali gli Apokaliptica si distinguono per un uso e abuso decisamente suggestivo degli strumenti e per la scena — che può piacere o no — di suonatori di viole e contrabbassi affetti da sindrome di rotazione selvaggia delle capigliature in pieno stile metal. La scelta di un simile gruppo di supporto è un altro sintomo dell’evidente shift di target in direzione metallara intrapreso dalla dirigenza Rammstein, peraltro confermato dalla composizione del pubblico nel grande (e sold-out) Forum di Assago: si contano più magliette thrash che facce ricoperte di make-up da club gotico, ma la composizione del pubblico è a ben vedere a spettro completo, e include anche coppie adulte, compagnie di fan tedeschi e austriaci e spettatori provenienti da paesi che non hanno beneficiato di alcuna tappa del tour europeo.

Se i Rammstein hanno in parte intrapreso una svolta dal gusto lirico, sul palco la loro identità rimane la stessa di sempre. Ignoti guardiani muniti di torce sorvegliano un palco occultato da un tendone. Cala il sipario. Diventa visibile una scenografia che richiama una plancia di comando di una meccanica cyberpunk, con elevatori, porte automatiche, monitor. Partono le esplosioni, i fumi, i riff industriali. Il Rammstein-show ha inizio. Di canzone in canzone, mentre si continua a suonare, succede di tutto. Mascherine sputafuoco sono indossate e utilizzate per riversare metri di fiammate sopra le teste del pubblico. Archi pirotecnici vengono roteati come in una scena da suicidio di un atleta superstar futuribile, scaraventando nubi di scintille sul palco e sugli spettatori delle prime file. Comete piombano sul palco da chissà dove, restando accese come lanterne di fuoco per gli esatti secondi durante i quali i campioni dei cori orchestrali di “Morgenstern” infiammano il pubblico. In occasione della mise en scene di “Mein Teil”, ispirata da un caso di rituale cannibalistico a sfondo sessuale avvenuto in Germania, il tastierista Flake viene portato sul palco dentro un pentolone che viene investito ripetutamente da vampate di lanciafiamme dal vocalist Lindemann, vestito come un cuoco assassino con tanto di coltellacci affilati davanti al microfono e recitazioni grottesche di possibili evirazioni. E se quest’ultimo indossa dei lanciafiamme applicati alle braccia per sparare fiammate concertate con la musica di “Feuer Frei” e con gli effetti di luci, Flake non si accontenta di prendere in giro il ballo tradizionale tedesco e se stesso dimenandosi mentre indossa dei petardi: a un dato momento, dopo uno showcase effettistico, fracassa la tastiera frantumandola in decine di schegge che schizzano sul palco, per poi scagliarne la carcassa in mezzo al pubblico - e, si sarebbe scoperto, versando anche un po’ di sangue di un paio di spettatori graffiati e contenti.

Non è finita. Cannoni ad aria compressa esplodono in aria chili di striscioline colorate che calano dal soffitto in occasione di “Amerika”. Globi di fuoco sparati da Lindemann si innestano su delle rotaie sopraelevate e attraverso l’intera area sovrastante il pubblico andando a ritroso dal palco. Mentre la band si appresta a chiudere o apre un pezzo, vampate di fuoco vengono espulse dal pavimento del palco fino all’altezza delle luci, coordinate con gli effetti dei fari e con le pause, le riprese e i crescendo della musica. I brani sono, a volte, fortemente rimaneggiati e riadattati al complesso scenico, delle gag e dei fuochi, questi ultimi avvertibili con il loro calore fino a metri e metri dal palco. In alcune canzoni i Rammstein prolungano di molto gli inserti ballabili delle basi, generando nel pubblico un divertente effetto “di genere”: sono in pochi a ballare sui ritmi industrial, mentre le metalheads rimangono interdette da questi inspiegati prolungamenti ritmici e in attesa di nuove sessioni di headbanging sui pesanti, esatti, volumetrici riff.

Non tutti i brani spiccano per esecuzione, in parte per lievi aggiustamenti iniziali in sede di equalizzazione (causa anche di un paio di stecche di Lindemann) e in parte per via dei notevoli riarrangiamenti subiti. Questo è evidente per alcuni dei brani dal recente “Reise, Reise”, mentre i rodati e più ispirati brani di “Mutter” beneficiano di una buona esecuzione e di un’orchestrazione eccellente con gli elementi visivi. Dopo la routinaria falsa chiusura di concerto, i Rammstein riappaiono con la ballad “Ohne Dich”, suonata col supporto dagli archi degli Apocalityca, e con una sfilza di hit finali. Nel vasto repertorio proposto, a spiccare rimangono i brani di “Sehnsucht”, eseguiti con un impatto difficilmente eguagliabile dalla maggior parte dei live act contemporanei e con tutta la benzina rimasta nei macchinari pirotecnici, ma anche una versione classica di “Du Riechst So Gut”. Si chiude con la cover dei Depeche Mode, “Stripped”, non prima che il bassista venga portato in giro dalle braccia del pubblico su un gommone.
A fine concerto, è arduo non vedere sorrisi di soddisfazione anche tra le dure maschere degli spettatori più estremi. A un certo punto, però, all’uscita scoppia una piccola rissa. Volano epiteti politici. Ti arriva all’orecchio qualche domanda tipica rivolta ad altri: “Ma è vero che sono nazisti?”. Se i Rammstein sono di destra, il Dalai Lama vende loro il kerosene. Eppure, tra le prime fila, mentre Lindemann canta “Sonne” in maniera solenne, le fiammate bruciano fortissime sul viso. E sembra che il suo sole arrivi davvero.

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