11/10/2008

American Music Club

Init, Roma


di Simone Secci
American Music Club
American Music Club non necessitano di presentazioni. I loro 20 anni abbondanti di carriera e 9 dischi alle spalle rappresentano una solida sicurezza. Un ritorno atteso, sancito da "The Golden Age", uscito dopo una pausa di quattro anni dall’ultimo “Love Songs For Patriots”, e che si concretizza qui con una line-up che, per la prima volta in 17 anni, non vede presenti Danny Pearson e Tim Mooney, rimpiazzati dai validissimi Dana Shechner al basso e Steve Didelot alla batteria, con l’aggiunta di Jonathan Heine alla seconda chitarra. Un tour in cui gli American Music Club del nuovo corso, decidono finalmente di includere in scaletta quelle grandissime canzoni, che hanno toccato il cuore di molti, in capolavori come “Engine”,”Mercury” e “Everclear”.

E’ proprio il nuovo acquisto Steve Didelot ad aprire lo show armato solo di voce e chitarra elettrica, proponendo una manciata di canzoni oneste e orecchiabili, ma che risentono dell'ingombrante influenza di certo cantautorato alternative-rock da classifica. Da segnalare un divertito cameo di Mark Eitzel dietro la batteria, ad accompagnare un paio di canzoni del biondo cantautore-batterista californiano.
Per Eitzel, barba incolta e mai così carismatico, un live-show è un’occasione per mettersi a nudo completamente: dagli intermezzi tra un pezzo e l’altro, in cui senza remore si esprime lapidariamente su se stesso e sulla passata carriera del gruppo, a quando la sua voce si leva alta sopra il resto del gruppo, capisci di essere al centro di un evento musicale raro.
Le ballad rock fuori dal tempo di American Music Club in questa serata danno un nuovo senso alla parola soul: tutte quelle voci sono lì, vive, pronte a uscire dall’ugola di Eitzel, calde e viscerali ma anche cupe e disperate. Una voce unica, che costruisce un ponte ideale tra Leonard Cohen e Nina Simone, tra il miglior cantautorato rock e il soul più emozionante, sostenuto nell'impresa da una band veramente ai suoi massimi livelli.

Gli American Music Club del 2008 virano decisamente verso il rock come forse non hanno mai fatto finora, le due chitarre, specialmente quella dell'unico altro membro superstite Vudi, non esitano dove necessario a ricorrere al rumore come strumento liberatorio, di un climax emotivo raggiunto in modi mai scontati e prevedibili, ma sempre attraverso arrangiamenti eleganti e magnificamente orchestrati. E sono le canzoni la cifra di un concerto assolutamente riuscito, una grandissima “Graditude Walks”, languida e profonda, "Outside This Bar”, epica e solare, e una eccellente “All The Lost Souls”, dal nuovo album della band americana, solo per citarne alcune.

“E’ solo intrattenimento” mi dice Eitzel prima del concerto, di quello però - mi permetto di dire - che può renderti migliore la vita.
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