14/03/2008

Selezioni Iw Campania - 5 Serata

SudTerranea, Napoli


di Francesco Nunziata
Selezioni IW Campania - 5 serata

Di chimere, bellezze dormienti e deserti di baci...

Arrivo al SudTerranea intorno alle 10. Ormai mi sembra di essere a casa. Entrando saluto un po' tutti, dal buttafuori al barista, dalla ragazza delle pulizie ad Alberto, il gestore del locale. Sul palco stanno ultimando il loro sound check i Kymaera, che questa sera suoneranno per ultimi. Salvador è stanco, merita di rilassarsi un po' e di mangiare qualcosa. Sono venuto a dargli il cambio. Massimo, il fonico, continua a muovere manopoline su manopoline, cercando di accontentare tutti, nel rispetto di un muro del suono che sia, quanto più possibile, omogeneo ed equilibrato. Mi accorgo, intanto, che la gente comincia ad accalcarsi nei pressi dell'entrata. Ci sono facce conosciute e perfetti sconosciuti. Gente capitata lì per caso e altra costretta magari a forza da qualche amico entusiasta. Sembrerà strano a chi negli anni passati si era un po' disaffezionato a questo tipo di selezioni: ma l'atmosfera che si sta respirando quest'anno è di quelle che non si dimenticano. Non dico che l'organizzazione stia facendo un buon lavoro: lo dicono gli altri… Fatto sta che intorno alle 23, quando la gente inizia ad entrare, mi rendo conto che si va verso il pienone. Insomma, chiuderemo in bellezza prima della grande serata della finale.

Quattro le band in gara, questa sera. Mancano, purtroppo, i Cu43, "causa improvvisi e improrogabili impegni". I primi ad esibirsi sono gli Sleeping Beauty, da Capua. Propongono un rock alternativo dal sound molto compatto ed "internazionale" e il pubblico sembra davvero gradire. Fabio, il cantante, è uno che sa il fatto suo: voce carica e potente, regge il palco con navigata maestria, spesso accompagnando le evoluzioni cinematico-atmosferiche della musica con gestualità studiata ed efficace. Mauro se ne sta lì davanti alla batteria, compassato e tranquillo, tirando fuori dalla sua sei corde tutto quello che serve, senza troppi fronzoli, mentre il basso di Angelo pompa gagliardo e la batteria di Dino spiana la strada come una falciatrice in un campo di granoturco. Colpi secchi e possenti, ritmi spezzati magistralmente durante progressioni frenetiche e accenti sfumati ne fanno, senza dubbio, uno dei migliori batteristi visti durante queste serate. Applausi e ululati di un pubblico rapito ci dicono che anche questa sera ci divertiremo. Si chiude il sipario. Cambio palco. Pacche sulle spalle, complimenti, quattro chiacchiere veloci e qualche sorso di birra...

Il backstage è un cumulo di custodie, bacchette, chitarre, bottiglie e tamburi. Una location surreale, con luci basse e vagamente colorate. C'è anche un televisore. Servirà ai Desert Kisses, trio electro indie-pop della zona vesuviana costituito da Alessandra Prosperi (voce) e Giuliano Orlando (chitarra elettrica e classica), con la collaborazione di Nicola Buono (elettronica ed effettistica). Il set è piacevole, nonostante la band mostri di essere ancora un po' acerba dal vivo. Passano immagini di vita quotidiana, sul monitor. Immagini stravolte, velocizzate, miscelate con filmati in bianco e nero di film vecchissimi. Un ottimo substrato visivo per una musica insieme pulsante e fascinosa, vibrante e "zuccherosamente" pop, finanche incline a farsi meraviglia di un mondo fuori dal mondo, un altrove onirico dove tutto questo è pura illusione, figurarsi il male ed il dolore. La voce della biondina Alessandra è un po' smarrita, ma senza eccessiva paura, dentro le ragnatele del suono. Smarrita ma efficace (ne parlerò proprio con lei di lì a poco) nel delineare un quadro quasi fiabesco: il lupo dietro l'angolo, la salvezza ad un palmo ma, in fondo, non così essenziale. Nicola manipola, intanto, tranquillo sulla destra (si direbbe sia quasi altrove, per i fatti suoi), mentre Giuliano percorre la tastiera della chitarra con movimenti fluidi e "distaccati", mantenendo sempre lo sguardo rivolto verso la parete opposta. Quest'ultimo, già negli ottimi Natege, fuori giusto per un pelo dalle semifinali con l’altro suo progetto solista (Maegen und Craft), è, ormai, un po' il jolly della situazione. Scherzando, ma non troppo, gli propongo di mettere su un duo di folk-noise tunisino. Risate.

E, intanto, la gente continua ad arrivare. E non sembra capitata qui per caso. Questo ci rende felici. Ancora una volta. Alberto gongola. E i Dasauge (il nome si riferisce ad un quadro del pittore Paul Klee) sono già sul palco: Pierluigi "pg" Mazzei e Massimo Manzo alle chitarre, Claudio "Radio" Manzo al basso ed Enzo "Spada" Spalice alla voce. Partono da lontano, col loro post-metal. Esibiscono i sotterranei di un edificio che, di volta in volta, si specchia dentro climax furiosi, anche se, a dirla tutta, un po' mi lasciano l’amaro in bocca, perché speravo potessero davvero fare il botto questa sera, tralasciando qualche deviazione "post" non del tutto calibrata in luogo di una formula che, quando s'accende, fa davvero scintille. Tuttavia, col brano conclusivo scuotono le fondamenta del locale, proponendo un assalto all’arma bianca fatto di ferocia strumentale e rabbia distruttiva vocale. E il pubblico impazzisce, quasi collassando in un pogo scatenato e "gioviale": io, immobile sulla destra, cercando di capirci qualcosa, facendo finta di essere "super partes", di non tradire emozioni, mentre Salvador striscia costantemente verso il basso, fotografando ora questo, ora quello, quasi fosse un Robert Mapplethorpe in crisi mistica e Ciro è intento a sorseggiare chissà cosa scuotendo testa e corpo come si conviene ad un laureando in giurisprudenza… (E, mi raccomando, non dite in giro che faccio il docente di lettere in un liceo: potrei finire anch'io su Youtube…).

E' circa l’una e mezza quando sale sul palco l'ultima band della serata (che, poi, è anche quella che di fatto chiude queste magnifiche serate di semifinali). Uscendo dal backstage mi ritrovo ad essere io il maestro di cerimonie. Davanti ho davvero una muraglia di ragazzi e ragazze. Presento i Kymaera (da Riardo, Caserta), ringraziando tutti, locale compreso. La luce mi acceca. Faccio in fretta, dimenticandomi di ricordare la data della finale. Mi getto nella mischia e Gian Battista (voce e chitarra), Marco (basso), Gianluca (chitarra) e Luigi (batteria) partono a razzo con il loro thrash-metal rutilante e dalle subdole accensioni psichedeliche. Un carro armato pauroso di decibel e "cazzimma" (non bisogna essere napoletani per capire di cosa sto parlando…) che assesta il colpo decisivo alla serata con tutto quello per cui il rock è da sempre musica fatta innanzitutto per le viscere. Per circa un quarto d’ora suonano senza battere ciglio, senza un attimo di pausa. La batteria dell’incendiario Luigi (altra macchina da guerra) macina tempi rocciosissimi. Senza limiti. Io sono proprio sotto il palco, sul lato destro. E le casse mi massaggiano i timpani con la dolcezza di un lottatore di sumo incazzato nero perché crede che il sottoscritto gli abbia portato via la moglie. Figurarsi: al massimo la figlia!

E, poi, i saluti. Le solite, belle chiacchiere nel backstage. Sorrisi, sudore, sigarette che bruciano, birra e soddisfazione. Ma questa sera c'è qualcosa di diverso. Questa sera bisogna tirare fuori i nomi dei sei finalisti. Ecco perché io, Ciro e Salvador siamo un po' tesi. Qualche idea ci frulla già in testa, ma niente è ancora certo. Usciamo dal locale. Sono circa le tre. L'aria è tranquilla. Una gran folla di ragazzi e ragazze continua a fare capannello davanti all'entrata. Analizziamo la serata, tiriamo fuori i ricordi degli altri quattro appuntamenti. Facciamo valutazioni, davvero ci danniamo l'anima perché molte sono le band che meriterebbero di giocarsi le loro chance in finale. E, man mano, uno, due, tre, poi quattro, cinque e…finalmente anche il sesto nome viene tirato fuori. Ma non è un cilindro magico. E' un tavolo immaginario di passione e voglia di premiare il meglio. Naturalmente, non tutti saranno d'accordo. Anzi, la maggioranza delle band. Ma così vanno le cose. E, allora, eccoli qua i magnifici sei, in ordine rigorosamente alfabetico: Naadir, Natege, Nembrot, Rosso Rubino, She’s A Man, Sula Ventrebianco. Ne avrete già letto, su queste stesse pagine. Ma niente ci vieta, comunque, di rinfrescarci un po' la memoria, preparandoci per l'ultimo, decisivo allungo.

I Rosso Rubino, da Benevento, sono artefici di "una fortunata mistura di canzone d'autore, sfumature jazz e suggestioni popolari" e con la loro esibizione misero su un'atmosfera davvero incantata. Storie di una quotidianità vista con gli occhi di un poeta, musicate col piglio giusto: quello di un surrealismo misurato e mai fine a se stesso. She's a Man è un trio electro-soul appeso al filo dell'indicibile. Costruisce storie impalpabili inseguite da una voce indefinibile, mentre le macchine disegnano traiettorie sghembe, ossessive, diagonali. Nel solco di un ambient contaminto con l'IDM, si muovono, invece, i Natege, duo che affida la sua ricerca anche alla compenetrazione tra suono e immagine. Sono istantanee mentali quelle su cui lavorano. Memorie sepolte liberate in un vortice ascensionale di ritmi/suoni che muove il corpo a far spazio all'anima. Dal canto loro, i Sula Ventrebianco (da Bacoli, Napoli) spaziano dall'hard-rock all'indie, ma con improvvise digressioni dal sapore "progressivo" che li catapultano in una strana terra di nessuno, dove c'è spazio anche per le radici della loro terra. Un mix che conosce la sua meta, ma non disdegna il cammino, lo spazio da percorrere. Con i Nembrot (da Saviano, Napoli), entriamo in un mondo parallelo. Musica come trasfigurazione della vita. Musica-rumore: un connubio misterioso. Impro-noise come avventura dello spirito, alla costante ricerca di se stessi. Paesaggi metropolitani degradati, evocazioni del maligno, lunghi cunicoli attraversati ad occhi chiusi. Dietro il caos, la bava del raziocinio. Da Salerno, arrivano, infine, i Naadir, terrificante quartetto funk-metal che ha imposto la sua rabbia con spaventosa personalità. Un suono "geometrico" (basso iper-fluido, batteria killer, chitarra-inferno e voce debordante) che mi ha fatto pensare a quel motto che racchiude dentro di sé una verità non da poco: "la violenza è niente senza controllo".

Ne siamo consapevoli: sarà dura indicare un solo nome. Meglio così, in fondo.

(18/03/2008)

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